Trekking a Saimaluu Tach. Kirghizistan.

 

Ho passato tre giorni tra le montagne del Sud del Kirghizistan.

Abbiamo attraversato il paese da Bishkek, la capitale, fino a Naryn, poi invece di proseguire per il confine cinese siamo andate ad ovest, verso Kazarman a circa 150 km da Zalalabad ( o Jalalabad) confine con l’Uzbekistan. Eravamo quattro donne, dovevamo controllare il percorso verso Saimaluu Tach, uno dei trekking di preparazione, di acclimatazione prima di affrontare il Pamir e il picco Domachii alto 5130 metri.

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Dintorni di Naryn.

Andando verso sud il paesaggio cambia continuamente, si passa attraverso zone climatiche molto diverse, è quasi incredibile per un’europea come me la varietà delle montagne, degli altopiani, i colori, i deserti e le vallate verdi circondate da montagne di varie forme completamente brulle, secche. Sono evidenti i movimenti della terra, ci sono alte montagne, montagne basse tondeggianti, altre sembrano dei cappelli appoggiati uno a fianco all’altro, altre sono morene lunghissime perfettamente tronche, come fosse passato un falegname con una pialla! Ci sono dei canyon sotto il livello del terreno, formazioni carsiche, onde di terra tagliate e colorate, valli verdissime nel deserto. Abbiano attraversato tutto il deserto di Ak-Tala, il deserto bianco… in realtà l’altopiano era verde, perché quest’anno ha piovuto tanto, dove di solito c’è erba secca e gialla c’erano distese di erba verde!

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Sullo sfondo la città di Naryn. Il fiume Naryn è uno dei due fiumi che va a formare il Syr-Daria.

Mi ha entusiasmato vedere cosa a prodotto il movimento della crosta terreste…

Devo ringraziare quattro cretini che ci hanno dato un’indicazione sbagliata, se ho visto un percorso tra le montagne bellissimo. I deficienti ci hanno fatto allungare il percorso di oltre 6 ore… tutto su sterrato, il viaggio doveva durare otto ore invece ne abbiamo fatte quattordici di ore. Mentre ci allontanavamo con il fuori strada mi ero voltata, avevo visto che stavano sghignazzando… Bisogna avere le pigne in testa per fare una cosa simile. Centinaia di chilometri tra le montagne, dove s’incontrano solo cavalli, qualche mucca e piccoli asinelli che stanno comodamente in mezzo alla strada e qualche rara yurta con tanti bambini curiosi che corrono felici a vedere e a dare il benvenuto a chi arriva.

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Una piccola moschea tra le montagne

Il nostro percorso in fuoristrada e stato tutto tra i 2000 e i 3030 metri.

Fino a Naryn, le strade sono asfaltate, poi sono dei begli sterrati, quando ci siamo accorte dell’errore, erano le 7 di sera, Natacha, la nostra guida e autista, tostissima donna, nascosta dietro un aspetto di delicato fiore femminile,  guidava da 10 ore, eravamo vicini a una miniera d’oro, un tempo importante, ora il villaggio nato intorno alla miniera è in decadenza. Grandi camion diretti alla miniera ci sfioravano nel tramonto.

Arrivati a Kazarman, abbiamo cenato e poi veloci a dormire, alle 6 dopo colazione siamo partite verso la nostra meta: Saimaluu Tasch.

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La nostra meta là sullo sfondo.

Abbiamo raggiuto dopo qualche chilometro tra le montagne delle yurte, dove ci attendevano le guide con i cavalli.

Dalle yurte siamo scese di qualche centinaio di metri verso un impetuoso torrente di montagna, lo abbiamo attraversato una prima volta su un traballante ponte tibetano, accomodato al momento dalle guide, poi di nuovo più avanti, questa volta a cavallo, perché era impossibile farlo a piedi. Poi per un’ora e mezza il sentiero saliva lentamente prima di diventare ripido.

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Io ero scoppiata. Non riuscivo a respirare, mai successo prima nella mia vita… ma dopo  quasi un anno senza muovermi, non è strano. Non ero allenata, ero stata in montagna solo due volte, e una volta per buona parte del tempo l’avevo passata a mangiare trote!

Sono partita dai circa 800 metri di Bishkek per arrivare intorno ai 2200 m. di Kazarman e poi cominciare a salire. Ho resistito un’ora e mezza, poi per non essere d’intralcio alle altre che erano lì per lavoro, ho deciso di montare a cavallo, non avevo mai fatto un trekking a cavallo… mi è piaciuto un sacco!

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Sul nevaio.

I cavalli in fila erano tranquilli, ho fatto delle belle foto, per tre ore mi sono goduta il paesaggio comodamente dall’alto di una sella. Siamo passati in mezzo all’erba alta, la flora che da noi è alta cinquanta centimetri, qui è alta 2 metri, abbiamo attraversato un grande nevaio, ripidi pendii erbosi e alla fine siamo arrivati a 3600 m. su un piccolo pianoro circondato dalle cime.

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Il “mio” cavallo può finalmente mangiare l’erba senza essere strattonato.

A metà strada abbiamo incontrato altre guide con i cavalli che stavano pulendo il sentiero e tagliando l’erba e abbiamo cambiato le guide.

In tre abbiamo fatto buona parte del percorso a cavallo, solo la nostra chef, Natacha, responsabile dell’agenzia la maison du voyager   ha fatto tutto il percorso a piedi.

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Famosa questa pietra simbolo degli antichi riti in onore del sole.

Arrivati a 3600 metri abbiamo lasciato i cavalli, di fronte a noi una pietraia saliva verso il colle, abbiamo passato l’ora successiva tra i pietroni alla ricerca dei Petroglifi, le iscrizioni rupestri, le più antiche hanno migliaia di anni e testimoniano il culto del sole degli antichi abitanti della regione, Sciti. Ci sono incisioni evidentemente di varie epoche successive: cervi con le grandi corna ricurve,  ghepardi delle nevi,  i serpenti simbolo della vita, scene di caccia, il ragazzo con attorno al capo i raggi del sole, ho visto su una pietra un animale identico a quelli della grotta di Altamira, scatto una foto ma si scarica la batteria, cerco un telefonino in prestito, torno indietro e in mezzo a tutti quei pietroni… non trovo più la pietra! Le iscrizioni più antiche sono anche le più belle, fatte con cura, eleganti e precise.

Al ritorno ho percorso il sentiero tutto a piedi. A parte i dieci minuti di una salita dove la guida dei cavalli ha voluto a tutti costi farmi salire a cavallo, perché riteneva che in un punto avrei avuto problemi con le scarpe che avevo…

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Nella pietraia a caccia di petroglifi.

Effettivamente ho fatto un’idiozia, sono andata in montagna con le scarpe da ginnastica, dopo aver passato la vita a criticare “gli scemi” che andavano in montagna con scarpe inadatte e poi cadevano o si ammazzavano rotolando giù dalle scarpate!

Ho attraversato il grande nevaio con le scarpe da ginnastica e come logica vuole ho rischiato di brutto di farlo tutto con il sedere, scivolavo da maledetti e non solo, raggiunta la terra era di quelle friabili che non teneva, e rischiavo continuamente di scivolare… un’idiozia, ma quando sono partita non avevo ben capito dove andavamo, pensavo fosse una passeggiatina… Accidenti alle lingue straniere! Era lo studio del percorso per l’ultimo trekking di preparazione prima di andare sulle cime del Pamir !

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Nei prati pieni di fiori blu oltre i 3000 metri.

Non ho avuto nessun problema a salire, mi hanno spiegato che salendo i cavalli in fila non possono che andare avanti, a scendere la questione cambia, bisogna saperli controllare con le redini. Cosa che non so fare. A salire non avevo nessun timore e il cavallo sentiva la mia sicurezza. A scendere, ho cambiato cavallo, sentivo che non era sicuro di se, o forse lui sentiva che non ero troppo tranquilla, anche perché pochi minuti prima avevo rischiato di scivolare sul nevaio.  Il sentiero era strettissimo, da un lato lo strapiombo di centinaia di metri, dall’altro il muro d’erba della montagna. Il cavallo ha fatto un movimento brusco con il corpo, io ero sbilanciata a sinistra verso la montagna, sono scivolata, potevo tenermi, ma nella frazione di secondo in cui è avvenuto il tutto, non ho capito bene cosa stava avvenendo e ho deciso che era meglio lasciarmi andare verso la montagna che cadere nello strapiombo, essendo strettissimo sono scivolata sotto il cavallo che mi ha scavalcato e … ho continuato a piedi!

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Petroglifi. Scena di caccia e serpente.

Intanto i kirghisi a cavallo che avevamo incontrato salendo avevano fatto un ottimo lavoro per chi sarebbe passato di lì dopo … due giorni, mentre per me con le scarpe scivolose, è stato faticoso, l’erba appena tagliata si agganciava ai piedi … ho fatto dei voli olimpionici!

Dopo quattro ore di discesa al torrente abbiamo trovato altri cavalieri ad attenderci per farci passare.

Dopo dieci minuti, il mio cavallo comincia a scalciare, infastidito dal cavallo che ci seguiva, forse erano stanchi e nervosi. L’ultimo pezzo l’ho fatto a piedi. Se voglio andare a cavallo devo imparare un po’ a conoscerli. I cavalli kirghisi sono molto quieti, ma comunque sono cavalli e un’idea di come si controllano è bene averla.

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Masha e la nostra guida dei cavalli.

Raggiunte le yurte abbiamo ripreso il fuori strada e raggiunto Kazarman per la cena. Stanche e contente abbiamo chiacchierato con altri escursionisti europei e poi a nanna. 

Il terzo giorno alle sei abbiamo fatto colazione e siamo partite in direzione di Naryn, poi Koch Kor, abbiamo fatto varie tappe per pranzare, vedere magazzini di prodotti locali, visitare guest house e dopo 16 ore abbiamo raggiunto Bishkek.

Io stanca e felice di aver fatto il mio primo vero trekking kirghiso.

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Childrens targeted shocking scale. Nelle guerre attuali sparse per il mondo i bambini sono obiettivi di guerra.

* La foto in evidenza non è una mia foto. Ho scritto il post il 29 dicembre 2017, mi spiace, ma ora non mi ricordo in quale sito ho preso la foto, era free, gratuita.

29 Dicembre 2017.

Questa mattina accendo il televisore per sentire le notizie. Scelgo Al Jazeera (Emirati arabi), di solito guardo o questo canale o la BBC (Inglese) o Rtd (Russo), perché sono in inglese e perché mi permettono di confrontare le notizie e cercare di capire cosa succede nel mondo. Mi piace particolarmente Al Jazeera, mi sembrano più seri e lì trovo molte più informazioni che negli altri telegiornali. Nei Tg occidentali le informazioni sono molto più filtrate, tante notizie non passano o sono appena accennate.

Non so se ogni tanto scopro l’acqua calda, ma questa mattina ho capito, anche perché era scritto bello chiaro, che i bambini sono target – obiettivi di guerra.

Finora pensavo che fosse casuale, un effetto “collaterale” delle guerre: i bambini soldati di Boko Haram, (in un documentario uno di quei bambini, avrà avuto tredici anni, ora in un centro di rieducazione, raccontava che drogato con la cocaina, uccideva le persone come fossero animali…); le bambine o ragazzine rapite costrette a matrimoni forzati o ridotte a schiave sessuali; i bambini morti sotto i bombardamenti insieme ai parenti, quest’anno 700 solo in Afghanistan; 5000 bambini morti o feriti in Yemen dall’inizio della guerra per le sue conseguenze, bombe, colera, fame; i bambini morti nel Mediterraneo mentre fuggivano dalla guerra in Siria, o dall’Afghanistan e da altre guerre degli ultimi venticinque anni; i ragazzini rivestiti di esplosivo e obbligati a farsi saltare in aria in qualche mercato dei paesi mussulmani.

L’Unicef denuncia: i bambini sono targeted shocking scale nelle guerre moderne.

Sono obiettivi e poiché suppongo ci siano delle scale di gravità nell’attacco al nemico, i bambini stanno nella scala dello shock, cioè devono essere scioccati, così alla fine della guerra saranno dei sopravvissuti con seri problemi a riprendersi e questo sarà un’ulteriore danno per la nazione in cui vivono… Sono stuprati, usati come bombe viventi, come soldati, come schiavi, costretti a vivere per anni in campi profughi in condizioni estreme e senza frequentare la scuola.

E’ un vero attacco alla specie umana… se tocchi i bambini… vai a distruggere le basi della sopravvivenza della specie… la vita.

L’umanitarismo non serve a niente e l’indignazione pure, serve l’organizzazione per cambiare il mondo, ma questa mattina sono così incazzata… e poi non è vero che non serve l’indignazione, è il primo passo sulla strada della presa di coscienza, perché c’è un sacco di gente, totalmente indifferente, come assuefatta. Hanno il cervello talmente coperto dal grasso dell’abbondanza, intorpidito,  da non porsi domande e quando se le pongono le risposte, sono da brivido…

Gli animalisti che su vari siti di viaggio s’indignano dell’uso improprio fatto degli animali per sollazzare i turisti, come gli elefanti costretti a scarrozzare i viaggiatori, o le tigri o altri animali sedati per le foto con i turisti, sono un esempio di cosa significa avere il cervello coperto dal grasso dell’abbondanza.

Vanno nei paesi asiatici e africani, dove c’è uno sfruttamento bestiale delle persone, orari di lavoro senza fine, stipendi miserrimi, bambini costretti a lavorare per aiutare le famiglie invece che frequentare la scuola, bambine e bambini venduti come schiavi sessuali, bambini scheletrici con la pancia gonfia per la fame e questi …….. si preoccupano degli animali…

Sì, perché il passo è breve, da questa cecità passare alla giustificazione delle atrocità… 

Qualche mese fa dei video su Facebook denunciavano le atrocità della guerra in Siria.

Un video, mostrava un ospedale nel quale dei bambini feriti, scampati a un bombardamento, non piangevano più, in mezzo ad altra gente ferita, alle urla di una madre che aveva perso tutti i suoi figli, consolata da un ragazzo di 14 anni, allucinato, con il suo fratellino di pochi mesi tra le braccia, morto soffocato dalla polvere insieme a tutti i suoi famigliari e che lui non voleva abbandonare ai becchini. I bambini non piangevano più, annientati dall’orrore, avevano smesso di piangere. Si guardavano intorno smarriti, era talmente enorme quello cui assistevano che non riuscivano più a piangere.

L’altro video documentava le atrocità delle carceri siriane, le torture, gli stupri, in particolare delle donne, raccontava di una ragazza sedicenne incarcerata, massacrata, violentata talmente tanto dai soldati del governo siriano da indurla al suicidio spaccandosi la testa contro il muro della sua cella. La storia di questa ragazzina la sentii raccontare un po’ di tempo dopo in un documentario di Al Jazeera dalle donne siriane compagne di cella di quella ragazza. Era quasi impossibile stare ad ascoltare le atrocità subite da quelle donne.

Quello che mi lasciò allibita, in un sito per viaggiatori, di fronte ai pochi commenti a questo 2° filmato, tutti dello stesso tenore, fu la risposta di una ragazza italiana, tanto ignobile da indurmi a visitare la sua pagina. Giovane, una ventina d’anni, studentessa universitaria, tanto carina, pulitina, un viso da ragazza “per bene”.

La miserabile mentecatta non scrisse una sola parola sulla ragazzina violentata e  uccisa dai soldati nel carcere siriano, ma disquisì se la notizia era vera o falsa, per lei era falsa. Non si sarebbe capito il perché di quest’affermazione se non fosse che negli stessi giorni in Italia c’era un dibattito causato da Salvini sulla falsità delle notizie dei bombardamenti dell’aviazione di Assad con il gas su Khan Saykhun, che aveva causato settantaquattro morti, quasi tutti bambini e dopo qualche mese confermato ampiamente non solo dai russi, ma anche dall’ONU e da tutti i testimoni oculari.

Salvini e soci sostenevano che erano propaganda entrambi i filmati.

Prendendo per buona l’ipotesi (non lo è) di Salvini e soci, se anche fossero stati di propaganda contro la guerra o di una delle parti in conflitto, non tolgono nulla al fatto che quello che si vedeva e si sentiva raccontare nei video accade ogni giorno nelle zone di guerra in modo più o meno efferato: Siria, Africa, Iraq, Afghanistan e in ogni guerra moderna.

Mi chiedevo come poteva, la ragazza italiana essere  totalmente priva di empatia, forse era stupida… evidentemente schierata nel centro destra o nell’estrema destra, ha fatto 1+1 = 3. La sua parte politica sostiene una tesi sugli avvenimenti in Siria, lei in modo acritico la conferma.

Quella ragazza “tanto per benino” mi ha profondamente indignato:

  1. In quanto donna disprezzo le donne complici morali con gli uomini che stuprano le donne.
  2. In quanto “madre simbolica”, non riesco a sopportare il dolore di quella giovane creatura che poteva essere mia figlia.
  3. In quanto essere umano, ritengo intollerabili, disumane, simili bestialità. Odio profondamente una società che alimenta, giustifica, tollera tali atrocità, condotte da persone che hanno perso la loro umanità, su altre persone indifese, per mantenere i privilegi di pochi a scapito della maggioranza.

Guardavo la foto dell’insensibile ragazza italiana e mi chiedevo com’era possibile?

Mi sono venuti in mente due libri: “La banalità del male” di Hannah Arendt, libro mai letto, mi propongo da anni di leggerlo, ma avendo altre priorità e la giornata di ventiquattr’ore ho sempre rimandato. Non so se dopo averlo letto condividerò le sue tesi, ma dai commenti  e dalle frasi che ho sentito citare nel corso degli anni sono certa che varrà la pena di leggerlo. Lei, ebrea, fuggita negli USA, seguiva il processo a Eichmann gerarca nazista e scriveva articoli per il New Yorker, giornale americano, riflettendo sugli aspetti politici e morali, su com’era possibile che un uomo avesse potuto compiere simili orrori.

Brano preso dal sito Robe di donne: “La Arendt sostiene che la società civile aveva creato un nuovo tipo di criminale caratterizzato dalla mancanza di idee, ma non stupido, quanto senza spirito critico, e ubbidiente: un uomo che vive attraverso i condizionamenti esterni che gli sono dati dalla società, o da un capo politico, un uomo mediocre che vive per inerzia.

Eppure, questo criminale solerte, fa più paura di un mostro inumano, perché Eichmann, alla fine, avrebbe potuto essere chiunque: bastava non avere idee che potessero aiutare a comprendere che cosa era giusto e cosa sbagliato; bastava essere ligi al dovere, ubbidienti ai comandi impartiti, grandi lavoratori, e si era Eichmann, un uomo che viveva, ma non era calato nel reale e nelle sue implicazioni, che faceva parte di uno stato totalitario che plasmava le personalità a suo vantaggio.”

Di sicuro non sono d’accordo sull’affermazione che è uno stato totalitario a plasmare simili individui a suo vantaggio, oggi questo avviene nella democratica Europa, in tutto l’Occidente, nei cosiddetti paesi “liberi”. Infatti, l’affermazione della ragazza italiana è spiegata, appunto nel suo essere una persona senza spirito critico, ignorante (= mancanza di conoscenza) e manipolata dalla propaganda.

L’altro libro è “Le Benevole” di Jonathan Littell, libro di oltre 1000 pagine, interessante, avvincente, documentatissimo, ma così terribile che non sono riuscita a finire di leggere le ultime cinquanta pagine. Tra le altre, sostiene la stessa tesi, la manipolazione degli individui da parte della società. E’ stato per me impossibile finire di leggere quel libro perché in quel momento stavo vivendo in prima persona la repressione feroce e mascherata che in Europa ha disintegrato varie organizzazioni dei lavoratori e per me era chiaro che quello che era descritto nel libro stava di nuovo avvenendo, la disinformazione, la manipolazione degli individui, la repressione, avveniva lì sotto i miei occhi e il rimanente non è lontano da accadere.

… Sul controllo ideologico delle masse e degli individui, dai “Persuasori occulti” di Vance Packard scritto nel 1957 in poi sono stati scritti molti libri. Dalle facoltà di psicologia, alle ricerche delle neuroscienze nelle Università, alle aziende che cercano nuovi metodi per vendere i loro prodotti, agli strateghi delle campagne elettorali, delle campagne stampa e televisive, ai vari partiti che per mantenere un “cadreghino” (leggi poltrona in qualche comune, regione o in parlamento) sono disponibili a “fare monete false”,  agli apparati repressivi dediti a destrutturare le persone che vogliono cambiare il mondo, i cosiddetti “sovversivi”, sono tutti impegnati, spesso partendo da basi reali o dalle paure immaginarie ha falsificare la realtà, ad alimentare l’odio verso l’altro, a creare nemici immaginari, un “nemico” che una volta può essere l’emigrato, il nero, l’ebreo, il profugo, un’altra volta, il sindacato, il comunista… e così via.

Stanno desensibilizzando la gente, per prepararla alla futura guerra per la spartizione del mercato mondiale, esattamente come è successo due volte nel ‘900, al punto che di fronte alle foto del bimbo siriano dalla maglia rossa in fuga dalla guerra su un gommone, morto annegato e  arenato su una spiaggia del Mediterraneo nel 2016, ho sentito una persona dire: “…tanto gli immigrati sono solo “rumenta” (spazzatura)… (significa che non è un essere umano e da lì alla repressione, alle botte, allo sterminio il passo è breve…) e un giornalista di “sinistra” sul suo blog affermare che non si dovrebbero far vedere foto simili, “turbano”, questi sono un esempio della complicità, dell’uniformarsi ai luoghi comuni, della mancanza di senso critico, di mediocrità, della “banalità del male” ben descritta nei due libri che ho citato e della brutta china ideologica su cui stanno scivolando i paesi europei.

Se di fronte ai bambini divenuti obiettivi di guerra, ad una ragazzina stuprata e uccisa dalle violenze, ad un bambino morto annegato in fuga dalla guerra,  rimani indifferente, o peggio provi soddisfazione perché è morto un “nemico”,e se di fronte a simili tragedie un giornalista neanche di destra ma “di sinistra” ha come unica preoccupazione, non la denuncia ma la mistificazione… se un sacco di gente con la pancia piena si preoccupa delle tigri e degli elefanti invece che delle condizioni dei bambini e dei lavoratori dei paesi che allegramente visitano ….direi che siamo proprio malmessi.

E le conseguenze, conoscendo la storia del Novecento, delle crisi e delle guerre del capitalismo sono facilmente prevedibili…

 

 

 

 

 

 

 

Samarcanda

Novembre 2016.

Ho desiderato per molto tempo di andare a Samarcanda. Leggevo i libri illustrati sull’Asia dell’800, i libri scritti dai viaggiatori, guardavo le foto color seppia di inizio novecento. Poi mentre ero in viaggio mentre pensavo dove andare, guardavo su internet le immagini del Registan, altrimenti ero sicura sarei rimasta delusa. Non pensavo facesse parte del mio viaggio. La mia direzione era un altra, invece un cambio di percorso mi ha condotto lì.

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Il Registan.

Non sono rimasta delusa. Samarcanda è bella. Sono stupendi i suoi colori, i turchesi, gli azzurri in tutte le sfumature, i minareti, le cupole scanalate, i riflessi dalla luce sulle piastrelle colorate della Samarcanda di Tamerlano.

Il verde dei suoi giardini, le aiuole curatissime mi hanno sorpreso. Samarcanda è un’oasi in mezzo al deserto eppure è verdissima!

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Le mura dell’antica Afrosyob vicino alla tomba del profeta Daniele.

Afrosyob, dell’8° sec. A.C., l’antica Maracanda dei greci, la Samarcanda sogdiana, distesa su un’altura di loess, grigiastra, con anche dieci strati di città e epoche diverse sovrapposti e il suo museo con i resti di affreschi di un antico palazzo del 7° secolo che ti lasciano lì incantata. E il suo cimitero, la sua città dei morti sovrapposta alle altre, un tempo città dei vivi.

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Il cimitero, città dei morti, costruito sull’antica città di Afrosyob.

La tomba di Timur lo zoppo, del grande e sanguinario Tamerlano, luogo santo per gli uzbeki e uno dei luoghi più belli e affascinanti della città.

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Interno della tomba di Tamerlano il Grande.

La madrasa e quel che resta dell’Osservatorio Astronomico di suo nipote Ulug-Bek.

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La madrasa e moschea di Bibi Khanoum con la storia e le leggende che ancora adesso non ho ben chiare, a parte la rabbia di Tamerlano.

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Una delle cupole di Bibi Khanoum.

I colori della necropoli Shahi-Zinda costruita da Ulug-Bek e il Plof più buono dell’Asia Centrale.

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Le tombe della necropoli di Shahi-Zinda.

Ho girato a piedi per giorni. Sono tornata più volte nei luoghi che mi avevano particolarmente colpita: La Moschea di Bibi Khanuom e la sua storia d’amore e di morte con Tamerlano; la tomba di Tamerlano, oggi luogo sacro per gli uzbeki; la città dei morti costruita sull’antica Afrosyob e l’Osservatorio Astronomico di Ulug Bek che descriverò nei prossimi post.

Buchara.

Buchara per secoli tra le più importanti città della Transoxiana, distrutta da Gengis Khan, ritornò a essere una famosa, ricca città commerciale sulla Via della Seta e un importante centro religioso.

Tra il 1261 e il 1264 qui vissero Matteo e Marco Polo prima di andare verso la Cina! Buchara nei secoli attirò tra le sue mura importanti studiosi e poeti, tra i quali Abd Allah ibn Sina conosciuto in Occidente come Avicenna grande medico e astronomo. 

Buchara è bella. Piccolina. Il centro storico con le su madrase, le moschee, le cupole dei mercanti è Patrimonio dell’Umanità. Due o tre giorni sono sufficienti per visitarla. E’ un posto molto turistico, ma vale veramente la pena di vederla.

L’unica cosa irritante è che chi vive e lavora nel centro storico sono commercianti che campano sul turismo e sfacciatamente per loro sei un bancomat emettitore di banconote e basta!

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Mausoleo dei Samanidi.

Il Mausoleo dei Samanidi del 9° secolo, è uno dei luoghi più belli di Buchara, la stupenda armonia della sua architettura, insieme Soghdiana preislamica e innovativa, è un capolavoro dell’architettura mondiale. E’ una rappresentazione simbolica dell’universo. Ha la forma di un cubo simbolo della terra e della stabilità, la cupola semisferica che lo sormonta rappresenta il cielo. La bellezza delle sue facciate, costruite con mattoni seccati in forno che formano motivi diagonali, orizzontali, verticali, rettangoli, quadrati, rosette, e dischi, è evidenziata dalle colonne ai quattro angoli dell’edificio con piccole cupole che circondano la grande cupola centrale.E’ un luogo di pellegrinaggio musulmano, la gente entra a pregare sulla tomba, le sepolture sono nascoste nelle cripte sotterranee. Sarà l’armonia delle forme, sarà che la gente va lì a pregare e ci va con le migliori intenzioni, in questo luogo si respira, si sente qualcosa che ti trattiene lì dentro, e ti affascina.

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Madrasa Chor-Minor

L’altro luogo che mi è piaciuto particolarmente è la Madrasa Chor-Minor: “Quattro minareti”. Il corpo centrale della madrasa è circondato da quattro minareti con cupole blu una diversa dall’altra. E’ stato costruito nel 1807 grazie a un ricco mercante, però è evidente dalle pietre con antiche iscrizioni  (rune) che reggono le porte o sono inserite nei muri con altre colonne di un’epoca più antica, che è stato costruito su un antico tempio zoroastriano.

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Rune. Madrasa Chor-Minor
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Vecchie donne uzbeke sotto casa al fresco di fronte al Chor-Minor.

Ho cercato per due giorni il Chor-Minor, non riuscivo a trovarlo, è un po’ spostato rispetto a tutti gli altri edifici più importanti. Avevo una cartina illeggibile. Chiedo informazioni ad un uomo in bicicletta, mi accompagna, mi racconta che ha cinque figli e tutti studiano le lingue inglese, russo, francese, tedesco. Lui è fiero dei suoi figli. Prima di andarsene, dal sacchetto di plastica appeso alla bicicletta, prende un grande pane tondo, mi regala un pezzo del suo pane. E’ il pane più buono che ho mangiato in Uzbekistan!

A Buchara ci sono mille cose belle da vedere, conviene perdersi, girando a piede, con una carta e una guida, fermarsi ed entrare nelle madrase, dove spesso vendono, nel cortile interno o nelle celle degli antichi studenti coranici, prodotti di artigianato locale, o nelle mosche, dove si può; o sotto le antiche cupole dei mercanti dove potrete intavolare lunghe trattative per acquistare un tappeto, una tovaglia o un cappello in karakul. Mi mangio ancora le mani per non averne acquistato uno stupendo!

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Tra quei cappelli c’è il “mio cappello in karakul !”

Di fronte alla Madrasa della foto qui sopra c’è la Madrasa di Ulug-Bek, della fine del 1500, qui c’è un’iscrizione “La ricerca della conoscenza è il dovere di ogni seguace dell’Islam, uomo e donna”, conoscevo Ulug-Bek come grande astronomo, innovatore e saggio, conosciuto e apprezzato nella sua epoca e nei secoli successivi anche in Europa, dopo aver saputo di questa iscrizione, la mia ammirazione nei suoi confronti è ancora cresciuta! Consiglio a tutti la visita di quel che rimane del suo osservatorio astronomico a Samarcanda.

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Madrassa di Ulug-Bek a Buchara.

L’Ark è la fortezza-cittadella e il più antico edificio di Buchara, ricostruito più volte, ha mura imponenti. All’interno ci sono due musei e un’antica moschea e molti altri edifici, fino all’inizio del 20° secolo ospitava ancora 3000 persone.

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Leone nel cortile del trono della cittadella d’Ark.

Di fronte alla fortezza c’è la Moschea del Venerdì con il suo piccolo minareto e una delle poche vasche rimaste delle oltre 100 presenti fino all’inizio del ‘900 nell’oasi di Buchara, furono interrate perché erano diventate putridi e malsani acquitrini.

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La seconda cinta muraria della città.

A una certa distanza dall’Ark c’è la seconda cinta muraria che proteggeva la città, dell’8°sec. Le condizioni non sono buone come quelle degli altri edifici, ma di fronte c’è un piccolo mercato, dove si può comprare la frutta fresca!

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Il grande complesso del minareto Kalon, con la sua moschea, la madrasa ancora attiva e i grandi cortili interni con cupole e colonne è bello, imponente, dall’esterno sembra una fortezza inattaccabile o un nostro antico monastero.

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Il complesso del minareto Kalon visto dall’esterno.

Credo di essere una donna rispettosa delle religioni altrui, perché comprendo i meccanismi che portano le persone a credere, anche se sono atea, ma qui ho dato dello stronzo ad un fondamentalista islamico. Ero stata invitata a entrare nella moschea da un gruppo di donne islamiche, altrimenti non mi sarei permessa di entrare, dopo un po’ le donne se ne vanno, io resto. Arriva questo deficiente maleducato e con pessimi modi mi dice nella sua lingua che me ne devo andare, comincia ad agitarsi e sbraitare. Io sono esterrefatta e non mi muovo, anzi lo ignoro proprio. Telefona al guardiano che mi dice devo andarmene. Mi alzo, esco vado dal guardiano e gli spiego da incazzata la situazione. Quando capisce, ride e si scusa. 

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Cortile con il minareto Kalon.

Oltre agli splendidi edifici storici, nelle viuzze, le case sono costruite in fango secco, ma si vedono anche molte case nuove e si capisce la ricchezza prodotta dal turismo.

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Casa in fango.

Dopo il primo giorno con un sole splendido, un cielo blu, una luce eccezionale che si rifletteva si muri bianchi rendendo la città magica, poi essendo novembre, per tre giorni sempre cielo grigio.

Buchara è una città dove fare i turisti, apprezzare la storia, la bellezza e la grandezza della specie umana, ma non una città da viverci, come invece è possibile nella bella e moderna città di Taskent.

 

Giro del Monviso: Alla ricerca di un lavoro in un Rifugio Alpino.

La foto del Monviso in evidenza è di Michele Rosso

I prossimi 3 post sono stati scritti nel 2014. Credo siano ancora attuali. Quell’estate, a causa della crisi economica senza fine, il lavoro che avevo da vent’anni era giunto quasi al capolinea. Piena d’entusiasmo, pensai di cercarmi un lavoro per la stagione estiva, tanto il mio lavoro d’estate era fermo. I seguenti tre post raccontano i mesi da metà maggio a metà settembre 2014, passati prima alla ricerca di un lavoro, poi al lavoro tra le montagne piemontesi nell’estate più piovosa degli ultimi due secoli. Non pioveva così tanto dal 1803!

Estate 2014.

Sto cercando lavoro nei rifugi alpini. Ho deciso di fare una parte del Giro del Monviso toccando 5 rifugi e sentire se hanno bisogno di personale.

Scendo dal pullman dopo 3 ore di viaggio  a Castello di Pontechianale, 1603 metri di quota, due passi dal confine francese. Torno indietro di qualche decina di metri, attraverso un ponte sull’impetuoso torrente Vallanta, raggiungo il rifugio dell’Alevè, sono gentili, ma non hanno bisogno di personale, ci sono pochi clienti.

Poco prima del rifugio parte il ripido sentiero che porta verso  il vallone di Vallanta e al Rifugio Vallanta a 2450 metri di quota, alla base del Viso e della punta Gastaldi. Sono fresca e riposata, parto con un buon passo. Il cartello all’inizio del sentiero indica  2 ore e 30 per raggiungere il rifugio.

Comincio a salire alle 10 del mattino, tardissimo, infatti incontro parecchi alpinisti che stanno scendendo dalla montagna!

Fino ai 1912 metri delle Grange Gheit il sentiero sale ripido poi la salita è più dolce fino ad un centinaio di metri sotto il Vallanta, dove si riprende decisamente a salire. Incontro un gruppo di donne, che faticosamente salgono, chiedo informazioni: dopo il Vallanta voglio raggiungere il Quintino Sella,  sono indecisa se fermarmi a dormire al bivacco delle Forciolline, dedicato ad Alessandra Boarelli, la prima donna che scalò il Monviso nel 1864, modernissimo e attrezzato, oppure salire al bivacco Bertoglio decisamente spartano.

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Non conosco la zona. Prima di partire ho visto su Internet percorsi e foto, ma salendo mi sono resa conto che c’è ancora molta neve e il tempo è instabile, le previsioni non sono buone.

Come capita spesso in montagne la nebbia sale all’improvviso, per ora il sole tiene, ma mentre cammino, mi volto e la vedo salire. Le cime più alte appaiono e poi scompaiono tra le nuvole.

Il paesaggio è spettacolare e la Natura rigogliosa. I prati sono verdi e pieni di fiori alpini, dominano i gialli, i blu, i rosa. Salendo vedo le stelle alpine, anzi incrocio una francese estasiata che continua a ripetermi “Edelweiss, Edelweiss”, effettivamente trovarle così vicino al sentiero e in un luogo così facile è raro.

Faccio un pezzo di sentiero chiacchierando con il gruppetto di donne, una di loro è un’alpinista, conosce bene i luoghi che voglio raggiungere, ma quest’ anno non c’è ancora stata, mi consiglia di chiedere al gestore del Vallanta. Dopo un po’ le saluto, salgono troppo lentamente.

Riprendo a salire con passo rapido, e dopo una mezzora incontro una finlandese, mi fermo a chiacchierare, non capita tutti i giorni d’incontrare qualcuno che viene da così lontano! Parla sei lingue, mi racconta che sono quattro settimane che cammina tra le montagne. Mi dice che su al passo c’è molta neve, ed è ghiacciata.

Ha un’attrezzatura molto leggera e mi fa notare che la mia è troppo pesante, effettivamente ho due zaini! …ma se voglio risparmiare è bene che evito di dormire nei rifugi o di fare lauti pranzi a caro prezzo.

Attualmente, anche se non ancora ufficialmente, sono praticamente disoccupata. E l’attrezzatura che ho sulle spalle mi salverà la vita la notte stessa!

Intanto il gruppetto di donne ci raggiunge e una sfotticchiando mi dice “ …ma come? Sei ancora qua, ti vedevamo lontana salire rapidissima…”. Dopo un po’ saluto la finlandese. Riparto, raggiungo le signore, le superò e salgo veloce verso il rifugio, anche se quando riprendo a salire faccio una notevole fatica, sembro scoppiata, non ci si deve mai fermare a lungo come ho fatto io con la finlandese, perché si perde il ritmo e ci va un po’ a riprenderlo. Finalmente dopo 2 ore e 15 arrivo al rifugio Vallanta. Prima di entrare mi fermo a mangiare i panini e la frutta che ho nello zaino.

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Dopo trenta minuti arriva il gruppetto di donne con la lingua di fuori! Entriamo nel rifugio, una è la madre di due giovani dipendenti, chiamano il gestore, un uomo burbero come sono spesso i gestori dei rifugi. Sono arrivata alla conclusione che alcuni sono veri e propri asociali. Sarà l’altitudine? Vivere per mesi sopra i 2000 o i 3000 metri forse rende un po’ orsi! O forse è solo un’atteggiamento che rientra nel mito del Gestore di rifugi: di solito una guida alpina, un uomo tosto, duro, solitario e scorbutico che sfida la montagna. 

Alla mia domanda: “Ha bisogno di personale? Cerco lavoro.” Mi risponde con un No categorico. “Piove sempre.” “Non ci sono clienti.” E comincia a lamentarsi dei giovani, che non sono più quelli di una volta, “Non resistono un mese”.

Il gestore mi sconsiglia il passo delle Forciolline per la neve e per la difficoltà del percorso, in buona parte su roccia e attrezzato con corde di ferro per non volare giù. Io sono da sola e il tempo non promette nulla di buono. Decido di andare al Bivacco Bertoglio.

Scendendo incontro una donna alpinista simpaticissima, facciamo un pezzo di strada insieme parlando di montagna e a 1900 metri ci lasciamo, perché lei non è attrezzata per passare la notte in bivacco, anche se è molto dispiaciuta di dover scendere a valle.

In questa giro in montagna incontro quasi solo donne, gli uomini sembrano una specie in via d’estinzione!

Sulla destra orografica del torrente Vallanta, a un bivio, il sentiero attraversa il bosco dell’Alevè, l’unico fitto bosco esistente in Italia con il puro Pino Cimbro, splendido pino sempreverde dall’aspetto tormentato e maestoso, residuo di antiche ere, e prosegue nel Vallone delle Giargiatte verso il bivacco Bertoglio, il passo S.Chiaffredo e il passo Gallarino verso il Rifugio Quintino Sella punto di partenza per raggiungere il Monviso per la via normale.

Prendo il sentiero che attraversa il bosco di pini, è molto bello, ma sale bruscamente. Comincio a sentire la stanchezza, e devo salire per altre due ore e mezza! Non sono allenatissima e dopo un po’ lo sento.

Faccio una tappa dopo una mezz’oretta per mangiare una tavoletta di cioccolata. Intanto sale la nebbia. Più salgo, più diventa fitta. E pioviggina.

E’ tardo pomeriggio, la luce nel bosco sotto la pioggerellina e nella nebbia fluttuante diventa sempre più fioca. Cammino ascoltando i rumori e i suoni che provengono dalla profondità del bosco, ogni tanto si apre una radura. Salendo la vegetazione si dirada e cominciano le rocce.

Sono sempre più stanca e comincia a dolermi il ginocchio, tanto da impedirmi quasi di camminare. Ad un certo punto mi chiedo se è il caso di tornare indietro, ma sono ormai troppo in alto e a scendere con un ginocchio come il mio è anche peggio. Mi guardo intorno, cerco un ramo da usare come bastone e anche se siamo al limitare del bosco, lo trovo. E provo un vero sollievo, senza quel bastone non credo sarei riuscita a camminare ancora per molto. Perché accidenti non ciò pensato prima!

Poi spariscono i pini ed è solo nuda roccia. Si sale su una ripida pietraia con il sentiero tracciato benissimo e anche i segnavia che seguo con attenzione sono visibili. Per fortuna, ogni tanto la nebbia di dissolve, posso vedere dove sono e capire la direzione, poi si richiude. A metà pietraia incontro due alpinisti, ci salutiamo, pensavo di essere a mezzora dal bivacco, invece mi dicono che arrivano da lì e manca ancora quasi un’ora. Sono così stanca che penso: ma no, si sbagliano. Invece non si sbagliano per niente. Un’alpinista mi spiega che il bivacco si trova a sinistra su un roccione sopra al sentiero, dove c’è una strettoia tra le rocce prima del lago Bertin e i due laghi successivi in una specie di “valle” glaciale che sale dolcemente verso il passo S.Chiaffredo. Continuo a osservare le rocce e le cime intorno a me… e del bivacco non c’è ombra.

Sono sfinita e non me ne rendo conto.

Quando raggiungo la strettoia, non vedo il bivacco, ma vedo l’indicazione verso l’alto, 10 minuti. Sono stati tra i più lunghi minuti della mia vita. Salgo sulle rocce scoscese, bagnate, tanto che scivolo, cado sulle rocce e non vedo il bivacco. Ho maledetto i “deficienti” che chissà per quale ragione erano andati a costruire un bivacco in un posto così inaccessibile! Finalmente vedo il bivacco spuntare tra le nebbie, sfinita lo raggiungo. Sono infreddolita. Mi guardo intorno, ogni tanto le veloci nubi di montagna si alzano e si vede il paesaggio. Spettacolare! Sono lì tra i picchi, c’è solo roccia, guardo verso il basso…quanta strada o fatto! Sono le 6 di sera. Sono a 2770 metri.

Apro il bivacco, una piccola costruzione in lamiera, colorata  di giallo e rosso, dentro ci sono nove posti letto, cioè 3 letti a castello rudimentali e un piccolissimo spazio tra i letti. Faccio una cena frugale con il cibo che ho nello zaino. Il freddo aumenta. Pioviggina. Desolata mi accorgo di aver perso l’ombrello. Rimango un po’ fuori a guardare il paesaggio, ma fa troppo freddo.

Mi preparo velocemente il letto, apro il mio sacco a pelo, prendo 5 coperte dagli altri letti e le metto una sull’altra sopra il mio sacco a pelo. Sta diventando buio e piove sempre più forte. La lampadina della mia pila fa pochissima luce. Per fortuna c’è una finestra. Apro la persiana di ferro. Tremo dal freddo. Mi metto il pigiama, mi rimetto i pantaloni, tre maglie, più il pile uno sull’altro, mi infilo nel sacco a pelo sotto 5 coperte e continuo ad avere freddo. C’è un’umidità bestiale. Tuona e piove sempre più forte, si alza anche il vento. Sembra il diluvio universale.  

E’ una vera tempesta.

Sono lì, da sola. Il rifugio più vicino è a 2 ore di distanza! Comincio ad avere un cerchio alla testa. Soffro l’altitudine. Ho forse è la paura! Piove sempre di più. E’ impressionante. Di solito mi piace la pioggia… me lo ripeto, ma piove talmente forte che mi fa paura, finché mi addormento. Mi sveglio alle due di notte, sto morendo di caldo, comincio a svestirmi sempre chiusa nel sacco a pelo, un po’ per volta mi levo tutto anche il pigiama. Evidentemente mi sono riposata e il mio corpo sfinito dalla stanchezza è tornato  in condizioni normali e così la mia temperatura.

Piove sempre. Fatico a riaddormentarmi. Alle tre mi risveglio di botto con tutti i sensi all’erta. Vedo con gli occhi della mente un animale fuori dal bivacco, sembra una cerva (no, siamo troppo in altro) o una pecora (ma, no è troppo grande), la visione sparisce e comincio a sentire un animale che si muove e cammina intorno al bivacco, gira un po’ lì intorno e poi se ne va. Guardo l’ora sono le tre e mezza. Avevo messo la sveglia alle cinque, la sposto alle sei. Voglio dormire.

Il mattino mi sveglio, fa freddo. Esco dal bivacco. E osservo la montagna intorno a me. Non c’è nebbia. Osservo il percorso che devo seguire per superare i passi e girare intorno alla punta Trento.

 Grigia roccia nell’alba.

Bellissimo e struggente. Il paesaggio delle cime rocciose è tanto bello da far male.

Ci sono tre laghi in successione e c’è neve ma nulla di pericoloso. Mentre sto osservando il paesaggio, mi accorgo che sul passo c’è un velo di nubi, nel giro di pochi minuti cominciano a salire velocissime, mi volto e vedo che la stessa cosa sta succedendo sul versate opposto da dove sono salita. In un attimo capisco che passerà poco tempo prima di essere immersi nella nebbia e non posso permettermi di scendere dalle rocce, su cui si trova il bivacco, nella nebbia, perché rischio di ammazzarmi. Corro nel bivacco, velocissima arrotolo il sacco a pelo, rimetto tutte le mie cose negli zaini, chiudo la finestra, chiudo il bivacco e comincio a scendere.

Intanto la nebbia sta avvolgendo tutto.  Arriva quando raggiungo il sentiero alla base della roccia.

Sono al sicuro, mi rendo anche conto di quanto è stato facile scendere dal bivacco e dello sfinimento fisico della sera precedente. Ora devo solo seguire i segnavia e fare un po’ d’attenzione e la nebbia non è così fitta. Sale e scende, si scioglie un po’, poi si richiude. Comincio a salire verso il primo passo seguendo il sentiero, sono nella nebbia, ma non mi preoccupo. Ho impresso in mente il paesaggio visto dall’alto del bivacco, non cammino alla cieca. Passo accanto al lago Bertin e al lago Lungo, c’è neve ma non troppa. Subito faccio fatica a salire, sono  in alto, ma presto riprendo ad andare su decisa, sono scesa a 2700 metri, ora devo salire fino a 2770 del passo S. Chiaffredo, poi a 2730 del passo Gallarino e poi scendere a 2640 al rifugio Quintino Sella. Mi hanno detto che è solo lunga, non difficile, infatti così è.

Riprende a piovere, scendendo dal bivacco ho ritrovato l’ombrello, mi riparo. Mi bagno lo stesso. Sotto la pioggia fitta e sottile faccio colazione. Cammino e sembra non arrivare mai. Quando sono quasi al rifugio che non vedo perché immerso nella nebbia comincio a incrociare qualche alpinista che sale. Me la prendo comoda. Arrivo dopo due ore. Al rifugio ordino  un’abbondante colazione con del tè bollente, finalmente qualcosa di caldo!

Rimango lì a riposarmi qualche ora, intanto smette di piovere e anche la nebbia si dirada. Chiedo del ghiaccio per il ginocchio dolente e gonfio. Decido di scendere a Pian del Re, a 2000 metri, dove nasce il Po’.

Il tempo migliora velocemente, esce il sole.

Attraverso alcuni nevai, intanto mi godo il paesaggio, scendo lentamente anche per non forzare il ginocchio. Infatti, non ho problemi.

Incontro parecchia gente che sale.

Arrivo al lago Fiorenza a mezzora da Pian del Re, c’è il sole, mi sdraio hai bordi del  laghetto alpino e me la godo un sacco, pranzo e poi mi addormento. Sto benissimo. Scendo.

Domando ancora a tre rifugi se hanno bisogno di personale e tutti mi danno la stessa risposta: piove sempre, ci sono pochissimi clienti, sarà per il prossimo anno.

Prendo la navetta che scende al Pian della Regina, dovrò prendere altri tre autobus per arrivare a Torino.

A posteriori direi che non potevo scegliere anno peggiore. E’ dal 1803 che non piove così tanto nei mesi di giugno e luglio!

 

P.S. Vedi l’articolo scritto prima di cominciare a lavorare in rifugio: Urrà! Passerò l’estate in un rifugio alpino.

Altro P.S. Vedi articolo successivo: Ho lavorato in un rifugio alpini….la miseria che delusione!!

 

 

 

Vi racconto Bishkek. Bazar (4). La frutta… fresca e secca. Orto Sai Bazar.

Un’altra delle belle sorprese di questa città, nel bollente inizio d’estate è la …FRUTTA. Nel tardo pomeriggio di solito passavo attraverso l’Orto-Sai Bazar, ma senza far troppo caso alla merce sulle bancarelle, finché un giorno la mia attenzione è stata attratta dal colore delle albicocche e inchiodo come un cane da caccia che ha fiutato la preda!

Era il colore giusto!

Sono anni che non mangio albicocche perché in Italia fanno veramente schifo, totalmente insipide. Sono raccolte acerbe chissà dove, messe nei frigo e spedite nei mercati e supermercati. Negli anni ogni tanto facevo un tentativo…totalmente inutile. Già il colore tradiva la loro insipienza.

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Timidamente ne acquisto quattro o cinque, memore delle fregature italiane. Mi allontano di un passo e le annuso…siiiii, hanno quell’odore dolce, ne mangio una… sono gustosissime, hanno il sapore delle albicocche…quelle della mia infanzia, quelle che raccoglievo da un albero di albicocche in un campo di mia nonna.

E da lì inizia la mia immersione serale nella frutta locale…Faccio l’assaggiatore di frutta kirghisa! Squisita.

Intanto ci sono almeno 5 tipi diversi di albicocche. Un tipo senza la pelle porosa e morbida bensì con la pelle liscia e il colore con sfumature rosate e gialle sa di albicocca e liquirizia.

Le ciliegie di varie qualità sono enormi, succose. I primi giorni le acquistavo a 100 sum ora le vendevano anche a 200, però sono le ciliegie più grandi e gustose che abbia mai visto.

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More.

 

Le fragole, profumate, non molto grandi, mentre passavo tra i banchi immersa nel profumo di fragole… mi facevano camminare dieci centimetri da terra, come Snoopy e ne ho fatte scorpacciate, per fortuna non sono allergica come mia sorella altrimenti non mi sarebbe venuta un’eruzione cutanea, ma un’eruzione vulcanica!

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Squisite, profumate fragole.

 

Una sera ho comprato mezzo kilo di “Ampoule” (franco-provenzale) i lamponi, erano talmente colorate, grosse, sode e gustose che me le sono mangiate quasi tutte per strada.

E dopo la frenesia dei primi minuti…come il solito….mi sveglio, “Shit”, anche questa volta ho mangiato la frutta senza lavarla! Praticamente non l’ho mai lavata.

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I primi grappoli d’uva.

 

Ogni frutto, le prugne, le pesche….ha il suo sapore originale. Finora, mai una volta, ho mangiato un frutto insipido. Un paradiso!

Poi è cominciata la stagione delle angurie e dei meloni e si vedono grandi cataste di angurie.  Da una ventina di giorni sono arrivate l’uva bianca e nera. Ora si sono aggiunte le pesche.

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Angurie e Meloni.

 

Per tutto l’inverno avevo mangiato mele e banane. Ci sono tante varietà di mele. Le mele originarie provengono da qui, dal Kirghizistan e dal Kazakistan.

Nei Bazar e nei supermercati ci sono immensi banchi di frutta secca. Grandi contenitori strabordanti di gherigli di noci, mandorle, albicocche – famose quelle uzbeche – fichi secchi, prugne, datteri, uvetta – almeno di tre tipi diversi- mele, arachidi , noci, mele a fette….., e molto altro.

In tutta l’Asia Centrale è molto diffusa, già in Russia la gente nelle lunghe ore di viaggio sui treni russi mangiava pane, frutta secca e pesce affumicato.

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Frutta secca.

 

Così ho preso l’abitudine di comprare la frutta secca. Buona, è molto nutriente, leggera e occupa poco spazio. Con piccole quantità vanno avanti giorni. Quando vado in montagna porto solo quella. Lo zaino è leggero e sei subito sazio. D’altronde i nostri nonni in tutto il mondo, quando viaggiavano o andavano al lavoro, spesso mangiavano pane e qualche frutto secco.

Tempo fa in un altro Hotel conversando con un esportatore europeo avevo scoperto alcune cose interessanti: il Kirghizistan è un grande esportatore di noci, mandorle frutti di bosco e funghi in tutta Europa e Russia.

Sulla tavola imbandita sempre a fine pranzo, è offerta frutta secca. E’ di buon augurio.

Molte volte nei lunghi viaggi in treno, in Russia, Kazakistan e in Uzbekistan la gente mi ha offerto pane e frutta secca.

 

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Frutti di bosco.

 

Le foto sono del mese di agosto 2017. Non ho foto di giugno e luglio perchè a fine maggio ho dimenticato la macchina fotografica su una panchina e naturalmente quando sono tornata ne ho trovate….due! Negli stessi giorni in un caffè vado in bagno, appoggio il cellulare, torno dopo 15 minuti… ovviamente non c’era più.  Avrò avuto anche dei buoni motivi per essere distratta,  ma lì ho deciso che dovevo “curare ” la mia sbadataggine e per due mesi non ho ricomprato nè il cellulare, nè la macchina fotografica…e mi sono persa un mucchio di foto favolose perchè a giugno e luglio la luce è stupenda, non ho mai visto dei tramonti così belli…ma quando ci vuole, ci vuole!

Bishkek. 3. Dordoi Bazar.

Fine ottobre 2016.

Al Dordoi Bazar a detta di tutti il più grande bazar dell’Asia, (non sò se è vero… grande è grande.) ricco di merci, da quelle scadenti a quelle di grande qualità e ottimi prezzi, sono stata una sola volta, con un inglese-americano un po’ cretino, con seri problemi nei confronti delle donne. Insegnante d’inglese all’Università di Bishkek. Molto più giovane di me, sportivo, habitué di una palestra locale.

Mi dice: “Sono già stato là altre volte a piedi.”

 

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Foto del bazar di Korday, Kazakistan.

 

Non so cosa volesse dimostrare… mi dice ci saranno 5-6 km a piedi, io : “Ok, mi piace camminare, 5 km a piedi li faccio spesso, quando perdo l’autobus, dalla stazione del treno al paese di mia madre, in montagna e in salita.” Andiamo.

Partiamo con un buon passo, già dopo qualche isolato aumenta l’andatura e cerca di distanziarmi. Io penso: “Boh? Cosa va cercando questo?”.

Aumento l’andatura, ma senza esagerare…se sono 5 km, non voglio scoppiare.

Dopo un po’ capisco che è una sfida, non ne comprendo la ragione, ma lo è… E decido di divertirmi. In fondo sono “solo” 5 km. Posso farli senza problemi. Intanto lui continua ad aumentare il passo, cammina qualche metro avanti a me, non gli lascio mai più di due o tre metri di distanza, ma non modifico la mia andatura, intanto passano il tempo e i km, comincio a chiedergli “ma sei sicuro che siano solo 5 km?” “Sì, fra un po’ arriviamo”. Penso che si sbagli di grosso, però ho accettato silenziosamente la sfida. Lui aumenta ancora l’andatura, è sempre più rosso in viso e non ha più il sorrisino sulle labbra.

 

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Tre simpatiche donne felici di farsi fotografare. Bazar di Korday. Kazakistan.

 

A un certo punto – dopo…10 kilometri….sì porca zozza, alla fine erano più di dieci km!! Se l’avessi saputo prima con il cavolo che mi facevo acchiappare in questa stupida sfida! – taglio una curva e lo sorpasso, ho visto il timore sul suo viso… mi sorpassa di nuovo.

Arriviamo al Dordoi Bazar, giriamo un po’, ci fermiamo a mangiare dei Manthi, tipico piatto locale a base di pasta ripiena di carne, e tè.

A un certo punto mi dice che ha “mal di testa”, dopo la terza volta che me lo dice, io con la più grande faccia di bronzo: “ …Se non ti senti bene, possiamo tornare in autobus.” Lui: “Si, Sì”. Cerchiamo la fermata”.

Non aspettava altro! Sogghigno, soddisfatta…

In realtà non avrei mai potuto tornare indietro a piedi e rifarmi a passo di corsa altri 10 Km. Sarei morta stecchita dopo 50 metri…!!!

Nei giorni successivi gli ho chiesto più volte, “… allora ti va di fare una passeggiata?.”

”Stranamente” ha sempre rifiutato!!! AH, AH, AH.

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P.s. non ho foto del Dordoi Bazar. Le foto sono dei bazar dei dintorni.

Il lago di Issyk-kul. Kirghizistan. La leggenda del lago.

Non sono ancora andata a vedere il Lago di Issyk-Kul, luogo di sosta delle carovane lungo l’Antica via della Seta.

Qui tutti ne parlano come di un gioiello paesaggistico. Occidentali di passaggio e locali. E’ uno dei luoghi della villeggiatura estiva degli abitanti di Bishkek e stazione sciistica invernale.

Famose sono Cholponata cittadina balneare e museo a cielo aperto di Antichi Petroglifi Karakol  con la cattedrale russo ortodossa e la moschea Dougan e il Museo Prjevalski, grande esploratore russo-polacco.

E’ il più grande lago montano dopo il lago Titicaca, si trova a 1607 metri di altitudine, è profondo 668 metri.  La sua acqua è salata, è il più grande lago salato dopo il Mar Caspio e nonostante l’altitudine d’inverno non gela, le sue acque sono “calde”. E’ lungo 183 km e largo 60 km.  https://en.wikipedia.org/wiki/Issyk-Kul

E’ circondato da alte montagne, la catena del Tian Shan, le Montagne Celesti che  i kirghisi condividono con la Cina. Le più alte superano i 7000 metri come il Picco Podeby.

 La parte più turistica è a Nord mentre il lato Sud è selvaggio, con il  canyon  Skazka, (Fiaba) come le sue rocce che assumono forme fiabesche  e una valle con innumerevoli cascate. Ho sentito raccontare tante cose del lago perché a Bishkek vive molta gente originaria di Issyk-kul. Molti giovani che studiano, vivono o sono sposati in città hanno le famiglie ancora sul Lago.

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Strada tra le montagne del Kirghizistan.

Molte sono le leggende sul lago.

Vi racconto quella dei Venti…

Molti secoli fa nel luogo dove ora c’è il lago c’era una valle e qui viveva una bellissima ragazza di nome Issyk. Era corteggiata da due giovani pazzamente innamorati di lei…ma lei non sapeva decidersi… I due ragazzi Shantash e Ulan si sfidarono, chi avesse vinto il combattimento avrebbe avuto la ragazza.

La sfida iniziò, nessuno dei due riusciva ad abbattere l’altro, avevano la stessa forza, andarono avanti a lottare per giorni e giorni, poi per settimane…erano sporchi e insanguinati per le ferite…ma nessuno dei due cedeva… Issyk cominciò a supplicarli di smetterla, loro niente, non le davano ascolto, testardi come solo può essere la gente di montagna, amavano e volevano la ragazza con tutte le loro forze. La ragazza disperata piangeva, intanto il combattimento continuava, le lacrime di Issyk cominciarono a riempire la valle, lei pianse e pianse finche si formò il grande lago, salato come le lacrime di Issyk,  lei sfinita, morì e diventò parte del lago. Shantash e Ulan, ora disperati e pieni di rabbia per la morte della ragazza continuarono a lottare senza tregua fino a quando gli dei ebbero pietà di loro e li trasformarono in Vento.

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Kirghizistan. Tomba in un cimitero mussulmano.

I due venti che ancora oggi soffiano l’uno contro l’altro ogni giorno sul lago. Il vento dell’Est, Santash, soffia nella prima parte del giorno, a mezzogiorno cambia e comincia a soffiare il vento Ulan da Ovest.  Così ogni giorno, da secoli, e per l’eternità i due giovani continuano la loro lotta senza tregua per il loro amore perduto.

P.S. Non ho foto di Isykul Lake. Le foto del post sono di paesaggi montani del Kirghizistan in dicembre.

Vi racconto Bishkek. 1. Kirghizistan, Asia Centrale. Com’è che sono finita a Bishkek?

Mi hanno chiesto molte volte che ci fai lì, in Asia Centrale, in Kirghizistan, a Bishkek da mesi? Con lo stupore che sottintende “In quel posto dimenticato da dio e dagli uomini!”. Subito dopo la domanda: “Kirghizistan? Ma dov’è?”….

Perché  hai scelto Bishkek? Effettivamente è una bella domanda. Ha diverse risposte:

  1.  La ragione originaria del mio viaggio non la racconto in questo post.
  2. Non ho proprio scelto niente…è un caso che sono qui a Bishkek.
  3. – 4. – 5. Sono conseguenza del punto 1.

Ero a Mosca un anno fa, volevo prendere la Transiberiana per arrivare a Vladivostok  e da lì entrare in Cina. Non ci pensavo proprio di venire in Asia Centrale, non che non m’ interessasse, era una vita che volevo andare a Samarcanda in Uzbekistan. Anch’io come molti altri ero affascinata dall’Antica Via della Seta, da Gengis Khan, Tamerlano, dal Milione di Marco Polo.

interno basilica nel Cremlino
Mosca. Cattedrale all’interno delle mura del Cremlino.

Avevo letto qualche anno fa “Il Grande Gioco” di Hopkirk.

Bellissimo, avvincente. Inizia dal 1799 con l’occupazione di Napoleone dell’Egitto e con il suo desiderio di andare verso Oriente per danneggiare gli interessi inglesi, e segue lungo tutto l’800 la definizione delle zone d’influenza tra Russia e Gran Bretania in Asia Centrale. Lo fa attraverso i resoconti di viaggio degli “esploratori”, le spie mascherate da mercanti, giornalisti, finti viaggiatori o finti venditori di cavalli in realtà ufficiali dell’Intelligence russo o inglese. Coraggiosi ufficiali mapparono questa zona del mondo allora completamente sconosciuta agli occidentali. L’impero Russo cercava uno sbocco al mare verso Sud, gli inglesi che avevano colonizzato l’India temevano l’invasione russa. Entrambi cercavano alleanze con i feroci e indipendenti Khan dell’Asia Centrale. Contro i Khanati nel volgere di un secolo, furono tessute alleanze, condotte occupazioni e dichiarate guerre.

Spesso il costo in vite umane fu altissimo come nel caso di uno dei tentativi di occupare l’Afghanistan, la spedizione inglese del 1839-1842 (Descritta da Marx in una delle voci della Encyclopedia Americana)  costò la vita a  migliaia di soldati e civili al seguito (circa 16000!), si salvò solo un medico che riuscì a ritornare in India. Alcuni ufficiali inglesi, pieni di boria, stupidità e arroganza data dall’essere soldati del grande impero inglese, nel corso del ‘800 fecero una brutta fine, infilati in buche nella sabbia del deserto e mangiati dalle formiche rosse!

Letto il libro avevo messo l’Asia Centrale tra i miei desideri, chissà, forse un giorno sarei riuscita a fare un viaggio in quelle terre misteriose.

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Mosca. Ristorante con dirigibili e palloni aerostatici nel famoso Magazzino Centrale Detskii alla Lybianka (a fianco).

Devo fare un po’ più di attenzione con i miei desideri…quando desidero intensamente qualcosa, si realizza sempre… e non sempre i risvolti sono piacevoli…

Alla fine del libro c’è una bibliografia fantastica per chi è appassionato lettore di libri di viaggio e per chi colleziona libri antichi o ottocenteschi di viaggio.

Comunque tornando a Mosca… ero lì, succede un imprevisto (conseguenza della 1a ragione di questo mio viaggio in giro per il mondo) sommato ad una festività cinese che causa la chiusura dell’ambasciata per una settimana, e ad una mia indecisione, mi ritrovo che mancano circa 8 giorni alla scadenza del visto russo! Sarei riuscita ad arrivare a Vladivostok in tempo, forse,  non avrei avuto problemi con il visto cinese, ma non avrei potuto visitare i luoghi che m’interessavano e nonostante avessi il Mito e subissi il Fascino del viaggio in treno attraverso la grande Russia, farmi 7 giorni di treno senza potermi fermare mi pareva tempo sprecato. A quel punto non mi restavano che due opzioni: chiedere Asilo politico o cambiare direzione…

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Mosca. San Basilio sulla piazza Rossa.

Cambio direzione. Decido di seguire il Volga, il più lungo fiume europeo, in treno fino alla foce. Mi fermo nelle città più importanti di quella che è la Russia Europea, la più sviluppata zona industriale russa. Bellissime città antiche e moderne.

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Nizij Novgorod. La confluenza dell’Oka nel Volga.

Vado alla stazione di Mosca, dove partono i treni verso est. La sera prima ho costruito il viaggio lungo le città del Volga grazie al sito delle ferrovie russe, un sito eccezionale, c’è tutto: tratte, tutte le varianti, le classi delle carrozze, il numero dei letti, il n° delle carrozze, i prezzi e tradotto in inglese!

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Il mio treno nella stazione di Kazan.

I problemi arrivano a questo punto…Mi ritrovo in una grande stazione, con tanti sportelli, dietro ad ogni sportello cosa c’è…? Un impiegato statale! E gli impiegati statali, come ho avuto conferma più volte, sono uguali in tutto il mondo…Cercano di fare il meno possibile…appena si presenta qualcuno che li può portare appena fuori dal loro tran tran quotidiano, inorridiscono…non hanno il gusto per la sfida, la curiosità di ogni altro essere umano…E io sono quella che non parla russo. Devono fare uno sforzo mentale, non contemplato dall’impiegato statale medio!

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Il Volga a Samara.

Dopo aver fatto la coda a 3° sportelli, c’è un sacco di gente, tutti che cercano di passarti davanti e capita l’antifona, comincio a vedere rosso e penso come risolvere la situazione: mi piazzo in una fila, e decido che giunta allo sportello non mi sposto neanche a cannonate e attacco bottone con i compagni di fila, molti non capiscono, ma come sempre trovi qualcuno che qualche parola d’inglese la conosce…e i russi sono gentili e disponibili, una mamma in fila chiama la figlia, a scuola ha studiato inglese. Si forma un capannello di gente, ne arriva altra curiosa di capire che problema ha questa straniera e nel mucchio vengono fuori un ragazzo e una ragazza fantastici, parlano inglese, mi portano allo sportello giusto, in fila con me mi fanno i biglietti, cosa lunga e laboriosa, sono 5 i biglietti con il posto letto, perdono più di mezzora e se ne vanno senza neanche prendere un caffè perché ormai sono in ritardo...i russi sono eccezionali! Non solo i russi, è la gente, la specie umana è curiosa e sempre disponibile con chi viene da lontano, salvo situazioni particolari dove viene alimentato l’odio verso l’altro a scopi politici.

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Nizij Novgorod. Il Volga visto dalla fortezza.

Da Mosca vado a Niznij Novgorod, una città famosa per la sua fortezza, un tempo il suo nome era Gor’kij, alla confluenza tra il Volga e l’Oka. Il treno attraversa i boschi e le immense foreste russe.

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Transiberiana-treno notturno andando verso Kazan.

Proseguo per Kazan, antica città tartara capitale del Tatarstan con il suo Cremlino e una delle più grandi Moschee d’Europa.  Nella sua Università studiò Lenin e lì fu arrestato per aver organizzato manifestazioni studentesche. E’ spettacolare la vista dal Cremlino sul Volga di fronte alla città nuova. Qui ho dormito  3 giorni in uno dei migliori ostelli  mai visti: il Kazanskoye Podvorye Hostel.

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La porta principale del Cremlino di Kazan.

Riprendo il treno e vado verso Samara e Saratov, rischio di perdere quello successivo a causa della differenza di fuso orario della città e l’orario del treno che segue l’ora di Mosca. Da qui in poi si viaggia attraverso la steppa, arrivo ad Astrakhan, alla foce del Volga a qualche km  dalla riva del Mar Caspio. L’antica città mi è piaciuta tantissimo per il suo Cremlino, per il clima e il cielo blu da mare del sud e l’ospitalità dei suoi abitanti.

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Divertente cartello nell’ostello di Kazan.

Ormai non ho più tempo, devo passare il confine con il Kazakistan. L’attraverso allo scadere della mezzanotte dell’ultimo giorno utile!! Qui non serve il Visa se ti fermi solo 15 giorni (ora si può restare 30 giorni senza il visto). Fino a quel momento avevo un minimo organizzato il viaggio. Da qui in poi  viaggio un po’ alla cieca. Del Kazakistan so quasi niente. In passato avevo letto qualche articolo sull’estrazione di petrolio e gas. Ho letto qualcosa su Internet, Wikipedia!! Nulla di più. Il Kazakistan era proprio l’ultimo posto al mondo dove avrei pensato di fare un viaggio! Mi procuro un biglietto per la prima città dopo il confine, Atyrau, sul Mar Caspio.

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Lungo fiume di Samara. I Burlaki o trasportatori di barche lungo il Volga. Riproduzione in bronzo del famoso quadro di I E. Repin, 1870-73, denuncia il disumano sfruttamento dell’uomo sull’uomo della società capitalista.

Qualcuno dice che a Mosca finisce l’Europa e comincia l’Asia, in parte è vero perché le città cominciano a cambiare, ma è qui ad Atyrau  alla foce del fiume Ural dove passa il confine geografico tra Asia ed Europa, nell’arida steppa, che mi sono sentita immersa nell’ Asia.

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All’interno delle mura del Cremlino di Astrakan.

Atyrau, avamposto russo costruito alla fine del ‘600 in realtà è una città nuova,  cresciuta in meno di trent’anni grazie al petrolio e al gas, estratto dalle piattaforme nel Mar Caspio. Mi ha impressionato questa cittadina, sono rimasta lì, in quel posto desolato per diversi giorni. E ho scoperto delle interessanti e vergognose storie, i problemi causati dall’inettitudine di alcune imprese italiane… (scriverò un post sui fatti accaduti qualche anno fa).

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Atyrau. La città nuova sull’altra riva del fiume Ural.

Riprendo il treno, altre due notti e 3 giorni di viaggio (2700 km) verso Almaty (Alma Ata) ex capitale e centro finanziario del paese. Arrivo alla stazione, esco e penso: ” … cazzo sono proprio in Asia” e torno dentro…prenoto per una notte all’hotel della stazione…porco schifo devo abituarmi è un mondo completamente diverso, nessuno parla inglese, non capisco un accidente di cosa dicono! La stazione è a 10 km dal centro, come capita in molte città asiatiche, 10 km di case stranissime, vecchie, disordinate, asiatiche appunto, per arrivare alla fermata della metropolitana che mi porterà allo SkyHostel. All’11 piano di un palazzo nuovo con un terrazzo enorme e una vista sulla città e sulle montagne mozzafiato!

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Almaty. Il terrazzo dell’ ostello all’11° piano, al tramonto.

Rimango ad Almaty per qualche giorno, visito la città, ricca, edifici imponenti con colonne, un po’ pacchiani, tipici da nuovi ricchi, con una splendida chiesa russo-ortodossa, un città moderna, frenetica e inquinata. Almaty è costruita ai piedi delle montagne del Tien Shan, le Montagne Celesti cinesi, e così dopo settimane passate in mezzo alla steppa russa e kazaka finalmente vado a camminare in montagna! 

A Shimbulak. A 2300 m.Alt. Fino a 2000 m. sono andata su praticamente di corsa, negli ultimi 300 m. ho rischiato l’insolazione e ancora un po’ scoppio…forse perché arrivavo dalla depressione del Mar Caspio e il dislivello era eccessivo…Boh!

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Sulla strada verso Shimbulak. L’ultimo tratto con una pendenza da paura.

Il 13 di ottobre nevica! Un sacco di neve…Devo cercarmi velocemente un piumino perchè ho solo abiti estivi! La manager dell’ostello mi accompagna al bazar. La gente kazaka è molto carina e disponibile.

Intanto cerco di procurarmi il visto per l’Uzbekistan, non ci sono problemi, ma c’è un week end in mezzo. Il permesso kazako è in scadenza, decido di passare il confine ed entrare in Kirghizistan, qui si può stare 60 giorni senza il visto.

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13 ottobre 2016. Almaty dopo la nevicata.

Dopo un viaggio di 4 ore e mezza circa in un paesaggio innevato, passando tra montagne tonde, ondulate, lisce e basse scendiamo verso la pianura con le montagne azzurre del Tian Shan sullo sfondo. Spettacolare il paesaggio.

Giunti alla frontiera tutti i passeggeri del mashrutka scendono per attraversare a piedi il confine. Io devo passare con il passaporto da tre persone differenti, nell’ultimo ufficio mi fanno aspettare. Vedo che la gente è affannata. Pochi minuti dopo capisco perché…

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Il paesaggio visto dal mashrutka scendendo verso Bishkek. Le montagne del Tian Shan sullo sfondo.

Quando riesco a riavere il passaporto esco velocemente e in lontananza…vedo il pulmino andarsene!

Il maledetto autista mi ha lasciato a piedi!

Sono qui, da sola, su un confine sconosciuto in mezzo all’Asia Centrale, non so dove andare. C’è un sacco di gente.  Tutti che urlano in lingue sconosciute. Vedo taxi, mashrutka, gente affannata mi accerchia per convincermi a salire sul proprio mezzo. Costruzioni fatiscenti. Il paesaggio è tutto grigio. Ho un attimo di smarrimento. Intanto sono sempre più incazzata. Per fortuna esce dalla dogana una ragazza asiatica che vive in Canada con cui avevo scambiato qualche chiacchera mentre eravamo in attesa del timbro sul passaporto, gli spiego la situazione e lei nella sua squisita gentilezza asiatica mi dice: “Vieni con me, andiamo a prendere un mashrutka.” Ho solo monete russe o kazake. L’autista vuole solo moneta locale. La ragazza mi paga il biglietto del minibus! E poi lei e sua zia mi accompagnano a cercare il mio ostello! Mi hanno fatto sentire al sicuro! Qui la gente è veramente speciale.

(Dall’ora ho attraversato lo stesso confino 5 volte e …mi sento quasi a casa, quando passo il confine, solo alcuni taxisti, mi chiedono timidamente se voglio un taxi! Mi sono  abituata, mi so muovere, non mi sento più in un ambiente ostile ed estraneo. E’ il bello di essere viaggiatori!)

E arrivo per la prima volta in Kirghizistan…

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Bishkek. Pranzo al ristorante Navat. Cucina kirghisa.

Bishkek è più piccola di Almaty.  E’ evidente che è un paese più povero,  le sue case non hanno l’opulenza sfrontata di Almaty ma sono eleganti. Mi piace subito.

TALLIN (2). In attesa del visto per la Russia.

Dopo essere stata sull’isola di Saremaa ritorno a Tallin.

Voglio fare il visto per la Russia. Vado all’Ambasciata Russa, mi dirottano verso la loro agenzia viaggi ufficiale Travel Agency Vaatevinkel. Qui trovo una signora russa gentilissima, parla inglese e mi spiega cosa devo fare.

Per il visto turistico, durata 30 giorni:

  • consegno due copie del modulo scaricato dal sito  internet dell’Ambasciata,
  • allego una foto tessera,
  • la prenotazione dell’ostello a San Pietroburgo,
  • il passaporto con scadenza di oltre 6 mesi dopo la fine del viaggio. 
  • L’assicurazione per il viaggio la fa l’agenzia, 9 euro e qualche cent.   
  • 65 euro il costo del visto.              

Vuole sapere l’indirizzo del mio alloggio a Tallin…non glielo dò perchè ho cambiato ostello al mattino e non mi ricordo l’indirizzo. La città in agosto è piena di turisti, ho prenotato solo i primi tre giorni, in 10 giorni cambierò 3 volte di ostello!

Vuole conoscere il mio itinerario in Russia: San Pietroburgo, Mosca, Transiberiana con un paio di fermate, Vladivostok e poi Cina. Viaggio da sola, mi dice che non è proprio tanto sicuro, di fare attenzione. Mi da qualche consiglio. Con nostalgia mi dice che sono vent’anni che non torna in Russia. Ritorno dopo 10 giorni per ritirare il visto.

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Le spettacolari torri rotonde delle mura medioevali

Quando sono arrivata la prima volta a Tallin 20 giorni prima sono “fallen in love” (innamorata, quanto mi piacciono il suono e il significato di queste parole in inglese!) della città. Una città mediovale, in buona parte ricostruita, ma splendida. Le città  di Danzica, Riga, Tallin durante la 2a Guerra Mondiale furono quasi rase al suolo dai bombardamenti dell’aviazione tedesca e sovietica. Il mio è stato un vero “colpo di fulmine”, infatti quando sono tornata, guardo la città, storco il naso e penso: sembra finta! Ferma nel tempo, come possono essere altre città come Venezia o Bruges. Bellissime. Però molto simili a vecchie signore sfatte… e rifatte, con un vistoso maquillage,  un pò finte, fuori dal tempo.

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L’altissima chiesa gotica Olav’ Church al tramonto.

Decido di approfondire la conoscenza della città. Consiglio di camminare senza una meta precisa,  lungo le antiche mura, nelle vie più lontane dalla Raekoja Plats, la piazza principale; su uno dei suoi lati c’è la più antica farmacia europea ancora attiva, fu aperta nel 1422. Ci sono luoghi come le case colorate e la piazza che partono dalla chiesa gotica di St. Olav  che incantano.

Giro per le vie, entro nelle chiese, mi perdo nelle viuzze salendo verso la collina, attraverso l’antica porta che chiudeva la notte l’ingresso al quartiere dei nobili. Avevano timore della ribellione dei mercanti, dei marinai e contadini. Case eleganti, antiche, medioevali, rinascimentali, antiche chiese e l’imponente ottocentesca Alexander Nevskij  la più grande cattedrale ortodossa dei paesi baltici, proprio di fronte al Parlamento estone colorato di rosa. Tra le case una piazzetta con vista panoramica sulla città. Sono tornata più volte la sera, verso il tramonto a vedere la città riempirsi di luci.

Nel museo della Chiesa di S. Nicola (Niguliste Kirik), costruita alla fine del 1400, c’è La Danza Macabra di Bernt Notke, vale una visita solo per vedere questo grande dipinto su legno della fine del ‘400, un tempo lungo 30 metri!

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Vecchio veliero ottocentesco.

Visito tra gli altri il Museo della Marina. Molto interessante, collocato nella torre rotonda “La grassa Margherita” parte della cinta muraria medioevale e della Grande Porta Costiera, su 3 piani, è la storia navale della città di Tallin e dell’ Estonia. A piano terra c’è una mostra dedicata ai Vichinghi.

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Attrezzatura da palombaro

Dopo aver visitato il Museo Navale esco dalla Grande Porta Costiera, ad un passo dall’ingresso e vado verso il mare. Fuori dalle mura c’è un quartiere deindustrializzato, vecchie fabbriche dismesse, alcune dell’800 restaurate e portate a nuova vita. Archeologia industriale. Su tutto svetta un’altisssima ciminiera in mattoni rossi.

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Il vecchio quartiere industriale fuori dalle mura medioevali.

Nel vecchio quartiere operaio in un edificio cadente  c’è quello che pare un Centro Sociale, ma non è, è un centro culturale finanziato dal comune dove fanno concerti ed esposizioni d’arte, si beve birra, si ascolta musica e si socializza!

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Superato il quartiere, sulla destra proprio sul mare, di fronte ad un piccolo desolato imbarco per la Finlandia c’è un’ edificio immenso, del secondo novecento, completamente abbandonato, decorato da Street Art e immondizia. Cemento, Linee dritte, prospettive lineari.

Grandi scale portano in alto, il mare è lì ai suoi piedi, le navi da crociera e della guardia costiera si perdono nell’orizzonte e nel sole.

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Ingresso con colonne – simile all’ingresso di un’antico tempio

Torno più volte. Gli edifici dell’900 abbandonati sono simili ad antiche cattedrali. Mi danno una sensazione d’inquietudine profonda. Rappresentano bene la vita. I segni del tempo. Sono grandiosi,  un tempo orgogliosa espressione della grandezza umana ora nell’abbondono, nella decadenza esprimono chiaramente il senso del limite,  della vita e della morte e proprio per questo sono stupendi e mi emozionano.

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Monaco in contemplazione sulla grande scala.