Childrens targeted shocking scale. Nelle guerre attuali sparse per il mondo i bambini sono obiettivi di guerra.

* La foto in evidenza non è una mia foto. Ho scritto il post il 29 dicembre 2017, mi spiace, ma ora non mi ricordo in quale sito ho preso la foto, era free, gratuita.

29 Dicembre 2017.

Questa mattina accendo il televisore per sentire le notizie. Scelgo Al Jazeera (Emirati arabi), di solito guardo o questo canale o la BBC (Inglese) o Rtd (Russo), perché sono in inglese e perché mi permettono di confrontare le notizie e cercare di capire cosa succede nel mondo. Mi piace particolarmente Al Jazeera, mi sembrano più seri e lì trovo molte più informazioni che negli altri telegiornali. Nei Tg occidentali le informazioni sono molto più filtrate, tante notizie non passano o sono appena accennate.

Non so se ogni tanto scopro l’acqua calda, ma questa mattina ho capito, anche perché era scritto bello chiaro, che i bambini sono target – obiettivi di guerra.

Finora pensavo che fosse casuale, un effetto “collaterale” delle guerre: i bambini soldati di Boko Haram, (in un documentario uno di quei bambini, avrà avuto tredici anni, ora in un centro di rieducazione, raccontava che drogato con la cocaina, uccideva le persone come fossero animali…); le bambine o ragazzine rapite costrette a matrimoni forzati o ridotte a schiave sessuali; i bambini morti sotto i bombardamenti insieme ai parenti, quest’anno 700 solo in Afghanistan; 5000 bambini morti o feriti in Yemen dall’inizio della guerra per le sue conseguenze, bombe, colera, fame; i bambini morti nel Mediterraneo mentre fuggivano dalla guerra in Siria, o dall’Afghanistan e da altre guerre degli ultimi venticinque anni; i ragazzini rivestiti di esplosivo e obbligati a farsi saltare in aria in qualche mercato dei paesi mussulmani.

L’Unicef denuncia: i bambini sono targeted shocking scale nelle guerre moderne.

Sono obiettivi e poiché suppongo ci siano delle scale di gravità nell’attacco al nemico, i bambini stanno nella scala dello shock, cioè devono essere scioccati, così alla fine della guerra saranno dei sopravvissuti con seri problemi a riprendersi e questo sarà un’ulteriore danno per la nazione in cui vivono… Sono stuprati, usati come bombe viventi, come soldati, come schiavi, costretti a vivere per anni in campi profughi in condizioni estreme e senza frequentare la scuola.

E’ un vero attacco alla specie umana… se tocchi i bambini… vai a distruggere le basi della sopravvivenza della specie… la vita.

L’umanitarismo non serve a niente e l’indignazione pure, serve l’organizzazione per cambiare il mondo, ma questa mattina sono così incazzata… e poi non è vero che non serve l’indignazione, è il primo passo sulla strada della presa di coscienza, perché c’è un sacco di gente, totalmente indifferente, come assuefatta. Hanno il cervello talmente coperto dal grasso dell’abbondanza, intorpidito,  da non porsi domande e quando se le pongono le risposte, sono da brivido…

Gli animalisti che su vari siti di viaggio s’indignano dell’uso improprio fatto degli animali per sollazzare i turisti, come gli elefanti costretti a scarrozzare i viaggiatori, o le tigri o altri animali sedati per le foto con i turisti, sono un esempio di cosa significa avere il cervello coperto dal grasso dell’abbondanza.

Vanno nei paesi asiatici e africani, dove c’è uno sfruttamento bestiale delle persone, orari di lavoro senza fine, stipendi miserrimi, bambini costretti a lavorare per aiutare le famiglie invece che frequentare la scuola, bambine e bambini venduti come schiavi sessuali, bambini scheletrici con la pancia gonfia per la fame e questi …….. si preoccupano degli animali…

Sì, perché il passo è breve, da questa cecità passare alla giustificazione delle atrocità… 

Qualche mese fa dei video su Facebook denunciavano le atrocità della guerra in Siria.

Un video, mostrava un ospedale nel quale dei bambini feriti, scampati a un bombardamento, non piangevano più, in mezzo ad altra gente ferita, alle urla di una madre che aveva perso tutti i suoi figli, consolata da un ragazzo di 14 anni, allucinato, con il suo fratellino di pochi mesi tra le braccia, morto soffocato dalla polvere insieme a tutti i suoi famigliari e che lui non voleva abbandonare ai becchini. I bambini non piangevano più, annientati dall’orrore, avevano smesso di piangere. Si guardavano intorno smarriti, era talmente enorme quello cui assistevano che non riuscivano più a piangere.

L’altro video documentava le atrocità delle carceri siriane, le torture, gli stupri, in particolare delle donne, raccontava di una ragazza sedicenne incarcerata, massacrata, violentata talmente tanto dai soldati del governo siriano da indurla al suicidio spaccandosi la testa contro il muro della sua cella. La storia di questa ragazzina la sentii raccontare un po’ di tempo dopo in un documentario di Al Jazeera dalle donne siriane compagne di cella di quella ragazza. Era quasi impossibile stare ad ascoltare le atrocità subite da quelle donne.

Quello che mi lasciò allibita, in un sito per viaggiatori, di fronte ai pochi commenti a questo 2° filmato, tutti dello stesso tenore, fu la risposta di una ragazza italiana, tanto ignobile da indurmi a visitare la sua pagina. Giovane, una ventina d’anni, studentessa universitaria, tanto carina, pulitina, un viso da ragazza “per bene”.

La miserabile mentecatta non scrisse una sola parola sulla ragazzina violentata e  uccisa dai soldati nel carcere siriano, ma disquisì se la notizia era vera o falsa, per lei era falsa. Non si sarebbe capito il perché di quest’affermazione se non fosse che negli stessi giorni in Italia c’era un dibattito causato da Salvini sulla falsità delle notizie dei bombardamenti dell’aviazione di Assad con il gas su Khan Saykhun, che aveva causato settantaquattro morti, quasi tutti bambini e dopo qualche mese confermato ampiamente non solo dai russi, ma anche dall’ONU e da tutti i testimoni oculari.

Salvini e soci sostenevano che erano propaganda entrambi i filmati.

Prendendo per buona l’ipotesi (non lo è) di Salvini e soci, se anche fossero stati di propaganda contro la guerra o di una delle parti in conflitto, non tolgono nulla al fatto che quello che si vedeva e si sentiva raccontare nei video accade ogni giorno nelle zone di guerra in modo più o meno efferato: Siria, Africa, Iraq, Afghanistan e in ogni guerra moderna.

Mi chiedevo come poteva, la ragazza italiana essere  totalmente priva di empatia, forse era stupida… evidentemente schierata nel centro destra o nell’estrema destra, ha fatto 1+1 = 3. La sua parte politica sostiene una tesi sugli avvenimenti in Siria, lei in modo acritico la conferma.

Quella ragazza “tanto per benino” mi ha profondamente indignato:

  1. In quanto donna disprezzo le donne complici morali con gli uomini che stuprano le donne.
  2. In quanto “madre simbolica”, non riesco a sopportare il dolore di quella giovane creatura che poteva essere mia figlia.
  3. In quanto essere umano, ritengo intollerabili, disumane, simili bestialità. Odio profondamente una società che alimenta, giustifica, tollera tali atrocità, condotte da persone che hanno perso la loro umanità, su altre persone indifese, per mantenere i privilegi di pochi a scapito della maggioranza.

Guardavo la foto dell’insensibile ragazza italiana e mi chiedevo com’era possibile?

Mi sono venuti in mente due libri: “La banalità del male” di Hannah Arendt, libro mai letto, mi propongo da anni di leggerlo, ma avendo altre priorità e la giornata di ventiquattr’ore ho sempre rimandato. Non so se dopo averlo letto condividerò le sue tesi, ma dai commenti  e dalle frasi che ho sentito citare nel corso degli anni sono certa che varrà la pena di leggerlo. Lei, ebrea, fuggita negli USA, seguiva il processo a Eichmann gerarca nazista e scriveva articoli per il New Yorker, giornale americano, riflettendo sugli aspetti politici e morali, su com’era possibile che un uomo avesse potuto compiere simili orrori.

Brano preso dal sito Robe di donne: “La Arendt sostiene che la società civile aveva creato un nuovo tipo di criminale caratterizzato dalla mancanza di idee, ma non stupido, quanto senza spirito critico, e ubbidiente: un uomo che vive attraverso i condizionamenti esterni che gli sono dati dalla società, o da un capo politico, un uomo mediocre che vive per inerzia.

Eppure, questo criminale solerte, fa più paura di un mostro inumano, perché Eichmann, alla fine, avrebbe potuto essere chiunque: bastava non avere idee che potessero aiutare a comprendere che cosa era giusto e cosa sbagliato; bastava essere ligi al dovere, ubbidienti ai comandi impartiti, grandi lavoratori, e si era Eichmann, un uomo che viveva, ma non era calato nel reale e nelle sue implicazioni, che faceva parte di uno stato totalitario che plasmava le personalità a suo vantaggio.”

Di sicuro non sono d’accordo sull’affermazione che è uno stato totalitario a plasmare simili individui a suo vantaggio, oggi questo avviene nella democratica Europa, in tutto l’Occidente, nei cosiddetti paesi “liberi”. Infatti, l’affermazione della ragazza italiana è spiegata, appunto nel suo essere una persona senza spirito critico, ignorante (= mancanza di conoscenza) e manipolata dalla propaganda.

L’altro libro è “Le Benevole” di Jonathan Littell, libro di oltre 1000 pagine, interessante, avvincente, documentatissimo, ma così terribile che non sono riuscita a finire di leggere le ultime cinquanta pagine. Tra le altre, sostiene la stessa tesi, la manipolazione degli individui da parte della società. E’ stato per me impossibile finire di leggere quel libro perché in quel momento stavo vivendo in prima persona la repressione feroce e mascherata che in Europa ha disintegrato varie organizzazioni dei lavoratori e per me era chiaro che quello che era descritto nel libro stava di nuovo avvenendo, la disinformazione, la manipolazione degli individui, la repressione, avveniva lì sotto i miei occhi e il rimanente non è lontano da accadere.

… Sul controllo ideologico delle masse e degli individui, dai “Persuasori occulti” di Vance Packard scritto nel 1957 in poi sono stati scritti molti libri. Dalle facoltà di psicologia, alle ricerche delle neuroscienze nelle Università, alle aziende che cercano nuovi metodi per vendere i loro prodotti, agli strateghi delle campagne elettorali, delle campagne stampa e televisive, ai vari partiti che per mantenere un “cadreghino” (leggi poltrona in qualche comune, regione o in parlamento) sono disponibili a “fare monete false”,  agli apparati repressivi dediti a destrutturare le persone che vogliono cambiare il mondo, i cosiddetti “sovversivi”, sono tutti impegnati, spesso partendo da basi reali o dalle paure immaginarie ha falsificare la realtà, ad alimentare l’odio verso l’altro, a creare nemici immaginari, un “nemico” che una volta può essere l’emigrato, il nero, l’ebreo, il profugo, un’altra volta, il sindacato, il comunista… e così via.

Stanno desensibilizzando la gente, per prepararla alla futura guerra per la spartizione del mercato mondiale, esattamente come è successo due volte nel ‘900, al punto che di fronte alle foto del bimbo siriano dalla maglia rossa in fuga dalla guerra su un gommone, morto annegato e  arenato su una spiaggia del Mediterraneo nel 2016, ho sentito una persona dire: “…tanto gli immigrati sono solo “rumenta” (spazzatura)… (significa che non è un essere umano e da lì alla repressione, alle botte, allo sterminio il passo è breve…) e un giornalista di “sinistra” sul suo blog affermare che non si dovrebbero far vedere foto simili, “turbano”, questi sono un esempio della complicità, dell’uniformarsi ai luoghi comuni, della mancanza di senso critico, di mediocrità, della “banalità del male” ben descritta nei due libri che ho citato e della brutta china ideologica su cui stanno scivolando i paesi europei.

Se di fronte ai bambini divenuti obiettivi di guerra, ad una ragazzina stuprata e uccisa dalle violenze, ad un bambino morto annegato in fuga dalla guerra,  rimani indifferente, o peggio provi soddisfazione perché è morto un “nemico”,e se di fronte a simili tragedie un giornalista neanche di destra ma “di sinistra” ha come unica preoccupazione, non la denuncia ma la mistificazione… se un sacco di gente con la pancia piena si preoccupa delle tigri e degli elefanti invece che delle condizioni dei bambini e dei lavoratori dei paesi che allegramente visitano ….direi che siamo proprio malmessi.

E le conseguenze, conoscendo la storia del Novecento, delle crisi e delle guerre del capitalismo sono facilmente prevedibili…

 

 

 

 

 

 

 

Giro del Monviso: Alla ricerca di un lavoro in un Rifugio Alpino.

La foto del Monviso in evidenza è di Michele Rosso

I prossimi 3 post sono stati scritti nel 2014. Credo siano ancora attuali. Quell’estate, a causa della crisi economica senza fine, il lavoro che avevo da vent’anni era giunto quasi al capolinea. Piena d’entusiasmo, pensai di cercarmi un lavoro per la stagione estiva, tanto il mio lavoro d’estate era fermo. I seguenti tre post raccontano i mesi da metà maggio a metà settembre 2014, passati prima alla ricerca di un lavoro, poi al lavoro tra le montagne piemontesi nell’estate più piovosa degli ultimi due secoli. Non pioveva così tanto dal 1803!

Estate 2014.

Sto cercando lavoro nei rifugi alpini. Ho deciso di fare una parte del Giro del Monviso toccando 5 rifugi e sentire se hanno bisogno di personale.

Scendo dal pullman dopo 3 ore di viaggio  a Castello di Pontechianale, 1603 metri di quota, due passi dal confine francese. Torno indietro di qualche decina di metri, attraverso un ponte sull’impetuoso torrente Vallanta, raggiungo il rifugio dell’Alevè, sono gentili, ma non hanno bisogno di personale, ci sono pochi clienti.

Poco prima del rifugio parte il ripido sentiero che porta verso  il vallone di Vallanta e al Rifugio Vallanta a 2450 metri di quota, alla base del Viso e della punta Gastaldi. Sono fresca e riposata, parto con un buon passo. Il cartello all’inizio del sentiero indica  2 ore e 30 per raggiungere il rifugio.

Comincio a salire alle 10 del mattino, tardissimo, infatti incontro parecchi alpinisti che stanno scendendo dalla montagna!

Fino ai 1912 metri delle Grange Gheit il sentiero sale ripido poi la salita è più dolce fino ad un centinaio di metri sotto il Vallanta, dove si riprende decisamente a salire. Incontro un gruppo di donne, che faticosamente salgono, chiedo informazioni: dopo il Vallanta voglio raggiungere il Quintino Sella,  sono indecisa se fermarmi a dormire al bivacco delle Forciolline, dedicato ad Alessandra Boarelli, la prima donna che scalò il Monviso nel 1864, modernissimo e attrezzato, oppure salire al bivacco Bertoglio decisamente spartano.

maggio 2014 016

Non conosco la zona. Prima di partire ho visto su Internet percorsi e foto, ma salendo mi sono resa conto che c’è ancora molta neve e il tempo è instabile, le previsioni non sono buone.

Come capita spesso in montagne la nebbia sale all’improvviso, per ora il sole tiene, ma mentre cammino, mi volto e la vedo salire. Le cime più alte appaiono e poi scompaiono tra le nuvole.

Il paesaggio è spettacolare e la Natura rigogliosa. I prati sono verdi e pieni di fiori alpini, dominano i gialli, i blu, i rosa. Salendo vedo le stelle alpine, anzi incrocio una francese estasiata che continua a ripetermi “Edelweiss, Edelweiss”, effettivamente trovarle così vicino al sentiero e in un luogo così facile è raro.

Faccio un pezzo di sentiero chiacchierando con il gruppetto di donne, una di loro è un’alpinista, conosce bene i luoghi che voglio raggiungere, ma quest’ anno non c’è ancora stata, mi consiglia di chiedere al gestore del Vallanta. Dopo un po’ le saluto, salgono troppo lentamente.

Riprendo a salire con passo rapido, e dopo una mezzora incontro una finlandese, mi fermo a chiacchierare, non capita tutti i giorni d’incontrare qualcuno che viene da così lontano! Parla sei lingue, mi racconta che sono quattro settimane che cammina tra le montagne. Mi dice che su al passo c’è molta neve, ed è ghiacciata.

Ha un’attrezzatura molto leggera e mi fa notare che la mia è troppo pesante, effettivamente ho due zaini! …ma se voglio risparmiare è bene che evito di dormire nei rifugi o di fare lauti pranzi a caro prezzo.

Attualmente, anche se non ancora ufficialmente, sono praticamente disoccupata. E l’attrezzatura che ho sulle spalle mi salverà la vita la notte stessa!

Intanto il gruppetto di donne ci raggiunge e una sfotticchiando mi dice “ …ma come? Sei ancora qua, ti vedevamo lontana salire rapidissima…”. Dopo un po’ saluto la finlandese. Riparto, raggiungo le signore, le superò e salgo veloce verso il rifugio, anche se quando riprendo a salire faccio una notevole fatica, sembro scoppiata, non ci si deve mai fermare a lungo come ho fatto io con la finlandese, perché si perde il ritmo e ci va un po’ a riprenderlo. Finalmente dopo 2 ore e 15 arrivo al rifugio Vallanta. Prima di entrare mi fermo a mangiare i panini e la frutta che ho nello zaino.

maggio 2014 008

 

Dopo trenta minuti arriva il gruppetto di donne con la lingua di fuori! Entriamo nel rifugio, una è la madre di due giovani dipendenti, chiamano il gestore, un uomo burbero come sono spesso i gestori dei rifugi. Sono arrivata alla conclusione che alcuni sono veri e propri asociali. Sarà l’altitudine? Vivere per mesi sopra i 2000 o i 3000 metri forse rende un po’ orsi! O forse è solo un’atteggiamento che rientra nel mito del Gestore di rifugi: di solito una guida alpina, un uomo tosto, duro, solitario e scorbutico che sfida la montagna. 

Alla mia domanda: “Ha bisogno di personale? Cerco lavoro.” Mi risponde con un No categorico. “Piove sempre.” “Non ci sono clienti.” E comincia a lamentarsi dei giovani, che non sono più quelli di una volta, “Non resistono un mese”.

Il gestore mi sconsiglia il passo delle Forciolline per la neve e per la difficoltà del percorso, in buona parte su roccia e attrezzato con corde di ferro per non volare giù. Io sono da sola e il tempo non promette nulla di buono. Decido di andare al Bivacco Bertoglio.

Scendendo incontro una donna alpinista simpaticissima, facciamo un pezzo di strada insieme parlando di montagna e a 1900 metri ci lasciamo, perché lei non è attrezzata per passare la notte in bivacco, anche se è molto dispiaciuta di dover scendere a valle.

In questa giro in montagna incontro quasi solo donne, gli uomini sembrano una specie in via d’estinzione!

Sulla destra orografica del torrente Vallanta, a un bivio, il sentiero attraversa il bosco dell’Alevè, l’unico fitto bosco esistente in Italia con il puro Pino Cimbro, splendido pino sempreverde dall’aspetto tormentato e maestoso, residuo di antiche ere, e prosegue nel Vallone delle Giargiatte verso il bivacco Bertoglio, il passo S.Chiaffredo e il passo Gallarino verso il Rifugio Quintino Sella punto di partenza per raggiungere il Monviso per la via normale.

Prendo il sentiero che attraversa il bosco di pini, è molto bello, ma sale bruscamente. Comincio a sentire la stanchezza, e devo salire per altre due ore e mezza! Non sono allenatissima e dopo un po’ lo sento.

Faccio una tappa dopo una mezz’oretta per mangiare una tavoletta di cioccolata. Intanto sale la nebbia. Più salgo, più diventa fitta. E pioviggina.

E’ tardo pomeriggio, la luce nel bosco sotto la pioggerellina e nella nebbia fluttuante diventa sempre più fioca. Cammino ascoltando i rumori e i suoni che provengono dalla profondità del bosco, ogni tanto si apre una radura. Salendo la vegetazione si dirada e cominciano le rocce.

Sono sempre più stanca e comincia a dolermi il ginocchio, tanto da impedirmi quasi di camminare. Ad un certo punto mi chiedo se è il caso di tornare indietro, ma sono ormai troppo in alto e a scendere con un ginocchio come il mio è anche peggio. Mi guardo intorno, cerco un ramo da usare come bastone e anche se siamo al limitare del bosco, lo trovo. E provo un vero sollievo, senza quel bastone non credo sarei riuscita a camminare ancora per molto. Perché accidenti non ciò pensato prima!

Poi spariscono i pini ed è solo nuda roccia. Si sale su una ripida pietraia con il sentiero tracciato benissimo e anche i segnavia che seguo con attenzione sono visibili. Per fortuna, ogni tanto la nebbia di dissolve, posso vedere dove sono e capire la direzione, poi si richiude. A metà pietraia incontro due alpinisti, ci salutiamo, pensavo di essere a mezzora dal bivacco, invece mi dicono che arrivano da lì e manca ancora quasi un’ora. Sono così stanca che penso: ma no, si sbagliano. Invece non si sbagliano per niente. Un’alpinista mi spiega che il bivacco si trova a sinistra su un roccione sopra al sentiero, dove c’è una strettoia tra le rocce prima del lago Bertin e i due laghi successivi in una specie di “valle” glaciale che sale dolcemente verso il passo S.Chiaffredo. Continuo a osservare le rocce e le cime intorno a me… e del bivacco non c’è ombra.

Sono sfinita e non me ne rendo conto.

Quando raggiungo la strettoia, non vedo il bivacco, ma vedo l’indicazione verso l’alto, 10 minuti. Sono stati tra i più lunghi minuti della mia vita. Salgo sulle rocce scoscese, bagnate, tanto che scivolo, cado sulle rocce e non vedo il bivacco. Ho maledetto i “deficienti” che chissà per quale ragione erano andati a costruire un bivacco in un posto così inaccessibile! Finalmente vedo il bivacco spuntare tra le nebbie, sfinita lo raggiungo. Sono infreddolita. Mi guardo intorno, ogni tanto le veloci nubi di montagna si alzano e si vede il paesaggio. Spettacolare! Sono lì tra i picchi, c’è solo roccia, guardo verso il basso…quanta strada o fatto! Sono le 6 di sera. Sono a 2770 metri.

Apro il bivacco, una piccola costruzione in lamiera, colorata  di giallo e rosso, dentro ci sono nove posti letto, cioè 3 letti a castello rudimentali e un piccolissimo spazio tra i letti. Faccio una cena frugale con il cibo che ho nello zaino. Il freddo aumenta. Pioviggina. Desolata mi accorgo di aver perso l’ombrello. Rimango un po’ fuori a guardare il paesaggio, ma fa troppo freddo.

Mi preparo velocemente il letto, apro il mio sacco a pelo, prendo 5 coperte dagli altri letti e le metto una sull’altra sopra il mio sacco a pelo. Sta diventando buio e piove sempre più forte. La lampadina della mia pila fa pochissima luce. Per fortuna c’è una finestra. Apro la persiana di ferro. Tremo dal freddo. Mi metto il pigiama, mi rimetto i pantaloni, tre maglie, più il pile uno sull’altro, mi infilo nel sacco a pelo sotto 5 coperte e continuo ad avere freddo. C’è un’umidità bestiale. Tuona e piove sempre più forte, si alza anche il vento. Sembra il diluvio universale.  

E’ una vera tempesta.

Sono lì, da sola. Il rifugio più vicino è a 2 ore di distanza! Comincio ad avere un cerchio alla testa. Soffro l’altitudine. Ho forse è la paura! Piove sempre di più. E’ impressionante. Di solito mi piace la pioggia… me lo ripeto, ma piove talmente forte che mi fa paura, finché mi addormento. Mi sveglio alle due di notte, sto morendo di caldo, comincio a svestirmi sempre chiusa nel sacco a pelo, un po’ per volta mi levo tutto anche il pigiama. Evidentemente mi sono riposata e il mio corpo sfinito dalla stanchezza è tornato  in condizioni normali e così la mia temperatura.

Piove sempre. Fatico a riaddormentarmi. Alle tre mi risveglio di botto con tutti i sensi all’erta. Vedo con gli occhi della mente un animale fuori dal bivacco, sembra una cerva (no, siamo troppo in altro) o una pecora (ma, no è troppo grande), la visione sparisce e comincio a sentire un animale che si muove e cammina intorno al bivacco, gira un po’ lì intorno e poi se ne va. Guardo l’ora sono le tre e mezza. Avevo messo la sveglia alle cinque, la sposto alle sei. Voglio dormire.

Il mattino mi sveglio, fa freddo. Esco dal bivacco. E osservo la montagna intorno a me. Non c’è nebbia. Osservo il percorso che devo seguire per superare i passi e girare intorno alla punta Trento.

 Grigia roccia nell’alba.

Bellissimo e struggente. Il paesaggio delle cime rocciose è tanto bello da far male.

Ci sono tre laghi in successione e c’è neve ma nulla di pericoloso. Mentre sto osservando il paesaggio, mi accorgo che sul passo c’è un velo di nubi, nel giro di pochi minuti cominciano a salire velocissime, mi volto e vedo che la stessa cosa sta succedendo sul versate opposto da dove sono salita. In un attimo capisco che passerà poco tempo prima di essere immersi nella nebbia e non posso permettermi di scendere dalle rocce, su cui si trova il bivacco, nella nebbia, perché rischio di ammazzarmi. Corro nel bivacco, velocissima arrotolo il sacco a pelo, rimetto tutte le mie cose negli zaini, chiudo la finestra, chiudo il bivacco e comincio a scendere.

Intanto la nebbia sta avvolgendo tutto.  Arriva quando raggiungo il sentiero alla base della roccia.

Sono al sicuro, mi rendo anche conto di quanto è stato facile scendere dal bivacco e dello sfinimento fisico della sera precedente. Ora devo solo seguire i segnavia e fare un po’ d’attenzione e la nebbia non è così fitta. Sale e scende, si scioglie un po’, poi si richiude. Comincio a salire verso il primo passo seguendo il sentiero, sono nella nebbia, ma non mi preoccupo. Ho impresso in mente il paesaggio visto dall’alto del bivacco, non cammino alla cieca. Passo accanto al lago Bertin e al lago Lungo, c’è neve ma non troppa. Subito faccio fatica a salire, sono  in alto, ma presto riprendo ad andare su decisa, sono scesa a 2700 metri, ora devo salire fino a 2770 del passo S. Chiaffredo, poi a 2730 del passo Gallarino e poi scendere a 2640 al rifugio Quintino Sella. Mi hanno detto che è solo lunga, non difficile, infatti così è.

Riprende a piovere, scendendo dal bivacco ho ritrovato l’ombrello, mi riparo. Mi bagno lo stesso. Sotto la pioggia fitta e sottile faccio colazione. Cammino e sembra non arrivare mai. Quando sono quasi al rifugio che non vedo perché immerso nella nebbia comincio a incrociare qualche alpinista che sale. Me la prendo comoda. Arrivo dopo due ore. Al rifugio ordino  un’abbondante colazione con del tè bollente, finalmente qualcosa di caldo!

Rimango lì a riposarmi qualche ora, intanto smette di piovere e anche la nebbia si dirada. Chiedo del ghiaccio per il ginocchio dolente e gonfio. Decido di scendere a Pian del Re, a 2000 metri, dove nasce il Po’.

Il tempo migliora velocemente, esce il sole.

Attraverso alcuni nevai, intanto mi godo il paesaggio, scendo lentamente anche per non forzare il ginocchio. Infatti, non ho problemi.

Incontro parecchia gente che sale.

Arrivo al lago Fiorenza a mezzora da Pian del Re, c’è il sole, mi sdraio hai bordi del  laghetto alpino e me la godo un sacco, pranzo e poi mi addormento. Sto benissimo. Scendo.

Domando ancora a tre rifugi se hanno bisogno di personale e tutti mi danno la stessa risposta: piove sempre, ci sono pochissimi clienti, sarà per il prossimo anno.

Prendo la navetta che scende al Pian della Regina, dovrò prendere altri tre autobus per arrivare a Torino.

A posteriori direi che non potevo scegliere anno peggiore. E’ dal 1803 che non piove così tanto nei mesi di giugno e luglio!

 

P.S. Vedi l’articolo scritto prima di cominciare a lavorare in rifugio: Urrà! Passerò l’estate in un rifugio alpino.

Altro P.S. Vedi articolo successivo: Ho lavorato in un rifugio alpini….la miseria che delusione!!

 

 

 

Un viaggio di mille miglia comincia con un passo…..Lao tze.

Ho messo in pratica il famoso aforisma di Lao tze, filosofo cinese del 6° secolo A.C.

Ho fatto il primo passo.

Ho cominciato a Spotorno… No forse il vero primo passo è stato il viaggio ad Istanbul…

SPOTORNO. Sabato, il cielo è coperto da nuvoloni neri, passeggio nel budello e tra i carrugi. C’è nessuno in giro. Verso le 14 inizia a piovere, in spiaggia cammino sulla battigia , un onda mi bagna i pantaloni fino al ginocchio, continuo a camminare sotto la pioggia battente, dopo una serie di altre ondate decido che è il caso di tornare in Hotel. Arrivo nell’accogliente camera dell’hotel Giongo, dove preparano una torta alle mele con pinoli ed uvetta squisita così come le prugne con la buccia dei limoni. Mi sdraio come un gatto sul letto e mi addormento, devo recuperare due notti in bianco.

Mi alzo alle 19, rintronata, perché non sono abituata a dormire al pomeriggio. Esco, fa un freddo polare, ceno con un Calzone megagalattico  al Black Bull, e dopo aver mangiato un gelato alla pera e cioccolato, torno di corsa in hotel al caldo.

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Domenica, c’è il sole. M’incammino a piedi lungo il mare, poi lungo la strada, verso Noli, è piacevole camminare guardando il paesaggio e il mare  che luccica sotto il sole. Antica Repubblica marinara, fondata nel 1192,  si trova in una bella insenatura. Cammino tra i carrugi (vicoli) del centro storico. Le antiche torri medioevali svettano sui tetti delle case dai vivaci colori, gialli, rosa, rossastri,  le torri mozzate trasformate in abitazioni hanno le basi in blocchi verdi di  pietra locale mentre la parte superiore è in mattoni. Nel medioevo si contavano 70 torri.

Cammino verso il Monte Ursino e il Castello dei Marchesi del Carretto, una bella passeggiata con una vista sul mare da cartolina.

Scendo, attraverso i carrugi e le piazzette fino all’antica Cattedrale San Paragorio costruita nel XI secolo al di fuori della cinta muraria, in stile romanico, si trova andando verso Capo Noli, non ho potuto visitare l’interno perché l’orario di visita è dalle 10 alle 12, sono arrivata quando era di già chiusa.

P.S. A Noli e lungo la strada per Varigotti ho fatto delle belle foto, peccato che ha causa del mio rapporto conflittuale con il mio nuovo cellulare smart phone, momentaneamente non posso recuperare le fotografie! Ma prossimamente riuscirò a domarlo!

Dal 1572 divenne cattedrale della repubblica la chiesa di San Pietro dei Pescatori essendo all’interno delle mura e quindi più sicura. Il suo altare è un antico sarcofago romano.

Il 2 dicembre del 1797 con l’occupazione Napoleonica si estinse l’autonomia della piccola repubblica ormai da secoli in decadenza, un tempo abitata da ricchi mercati divenuta borgo di pescatori.

Tuttora, Noli è uno dei pochi borghi costieri con una piccola flottiglia di barche da pesca a motore. Tutte le notti i pescatori escono in  mare e ritorno al mattino a vendere il pesce nel minuscolo mercato del pesce sul lungo mare.

Noli mi affascina non solo per il suo antico borgo ben conservato ma per i personaggi che sono parte della sua storia,  come Antonio de Noli (1419-…) navigatore, scopritore delle Isole di Capo Verde e tra i primi esploratori dell’Africa. Giordano Bruno (Nola 1548-Roma 1600) si rifugiò per qualche mese a Noli dove insegnò grammatica e cosmografia. A Roma condannato come eretico per la sua visione del mondo, fu bruciato sul rogo in Campo de’ Fiori.

E il genovese Cristoforo Colombo (Genova 1451-Valladolid 1506) sognatore e grande navigatore  s’imbarcò qui per l’Olanda, fece naufragio di fronte alle coste spagnole e lì cominciò la sua avventura, cercando una nuova via per raggiungere le terre produttrici delle rare, costose e favolose Spezie, scoprì l’America, un nuovo continente. Per essere parte di  grandi cambiamenti epocali si deve essere sognatori con i piedi per terra, ancorati al proprio tempo con uno sguardo nel futuro.

Tempo fa comprai un libro antico scritto da Joseph Marie Lequinio, “Le préjugés detruits “ stampato nel 1792.

Il rivoluzionario Lequinio  partecipò alla  Rivoluzione Francese, da vero repubblicano congiurò contro Napoleone affossatore della repubblica nata dalla rivoluzione, considerato uno dei fondatori della Repubblica Napoleone non osò toccarlo. Nella prefazione evidenzia la sua visione del mondo: è uno di quegli uomini, completamente disinteressati, a volte definiti “visionari” che andando al di là della contingenza del presente riescono a vedere il futuro e lottano per il miglioramento delle condizioni della specie umana.

Mi sdraio al sole sulla spiaggia di Noli, quando le nubi tornano a coprire il sole riprendo la mia camminata sul lungo mare, poi lungo la statale, uno stupendo balcone sul mare e la bianca scogliera e le rocce verso terra friabili, coperte da protezioni metalliche contro la caduta di massi. Per raggiungere Varigotti si attraversano due gallerie, al Malpasso, c’è una spiaggia libera sempre affollata, supero l’ultima galleria e m’infilo in un carrugio poco dopo sono sulla spiaggia di quello che un tempo era un  paese di pescatori ed ora è un lussoso luogo di villeggiatura.

Nonostante questo, il posto è splendido, le case colorate di giallo, rosso,  bruno.

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La passeggiata da Spotorno a Varigotti sono circa 8 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno, osservando il paesaggio, prendendo un po’ di sole, visitando i carrugi e le chiese non è faticosa, anzi è piacevolissima.