Primo Levi, l’Holocaust e la repressione dei lavoratori durante il Nazismo e Fascismo.

31 gennaio 2018

Negli ultimi giorni ho guardato su youtube una serie di video dedicati a Primo Levi, soprattutto interviste.

Il 27 gennaio ogni anno si ricorda la Shoah, lo sterminio degli ebrei nei lager nazisti E in sott’ordine qualche giornale evidenzia la morte di Rom, omossessuali e disabili. Sono anni che com’è stata impostata la Memoria del massacro compiuto dai nazisti e fascisti, mi irrita e molto, perché falsificano parte della storia. E non sto parlando dei Revisionisti di destra, quelli che negano la Shoah.

Primo Levi era torinese come me. Non l’ho mai conosciuto personalmente. E’ uno scrittore che amo molto e per molte ragioni. Un suo libro anni fa mi salvò la vita.

Ho letto molte sue opere, ne preferisco tre in particolare: Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947, sulla sua vita di prigioniero nel lager di Auschwitz, vittima e testimone dello sterminio nazista.  E’ un libro che ogni persona dovrebbe leggere, se vuole restare tale. Ho letto più volte questo libro, non mi ricordo se la prima volta ero alle scuole medie o già alle superiori. L’ho riletto vent’enne, poi ancora un’altra volta. L’ultima 7/8 anni fa mentre ero perseguitata per le mie idee politiche e lì mi salvò la vita. In quel libro ci sono degli insegnamenti terribili, alcuni sono fondamentali per la sopravvivenza in condizioni estreme come può esserlo la vita in un lager o la sopravvivenza a una feroce persecuzione politica.

Il secondo è La Tregua, dedicato al lungo viaggio di ritorno verso casa, dura un anno, dopo la liberazione dal Lager grazie ai soldati dell’Armata Rossa.

Il terzo è La chiave a stella, bello e divertente libro dedicato all’orgoglio per il lavoro, la soddisfazione per il lavoro ben fatto, in cui racconta la storia dell’operaio specializzato Giovanni Fausone, piemontese e trasfertista in cantieri italiani in giro per il mondo. L’ho letto mentre ero in Germania e seguivo il mio ex compagno, tecnico specializzato e trasfertista in giro per l’Europa.  In quel libro vedevo i colleghi del mio ex. La descrizione è precisa, ho riso molto mentre leggevo. Levi descrive esattamente il tipo “medio” di questi lavoratori!

C’è un quarto libro molto interessante, Il sistema periodico. In una bella mostra, se non sbaglio nel 2007, a Palazzo Madama in Torino, dedicata a Primo Levi, su dei pannelli c’era la trascrizione di uno degli elementi del sistema periodico Il Carbonio, è una delle cose più belle che ho letto, la conoscenza, l’ironia e la lucidità nell’osservare il mondo di Levi, ebreo e ateo, mi ha incantato.

Tra l’altro proprio mentre ascoltavo la prima intervista a Primo Levi una persona che ho conosciuto qui, è passata da casa e mi ha annunciato che tra un mese parte per Israele. E’ un ebreo del Caucaso, si trasferisce per varie ragioni, problemi famigliari e per un senso d’insicurezza che sente qui. Mi ha solo detto: “E’ meglio che vada”. Mi sono stupita, pensavo che qui gli ebrei potessero sentirsi al sicuro. Anche perché in questo momento trasferirsi in Israele con i problemi che ci sono lì e in Medio Oriente non credo sia una grande idea. Sicuramente qui ci sono dei neonazisti, ma pensavo che… comincio a credere seriamente che non capisco niente di questo paese. Parlo pochissimo la lingua e questo m’impedisce di comprenderne le sfumature.

In un’intervista, Levi parla dell’urgenza di scrivere subito dopo la sua liberazione, in realtà aveva già iniziato nel lager, mettendo a rischio la sua vita, perché scrivere era considerato spionaggio ed era proibito. È liberato dal lager di Auschwitz il 27 gennaio 1945 dai russi dell’Armata Rossa e portato verso Est, perché a Ovest c’era ancora la guerra. Comincia così un avventuroso viaggio in treno e a piedi con altri ex deportati che durerà quasi un anno, raccontato vent’anni dopo nel suo secondo libro  La Tregua. Ritorna a casa, a Torino, nell’ottobre del 1945. Mio zio, Barba Berto, soldato e prigioniero militare dopo il settembre del 1943, fece un viaggio ancora più lungo e ritornò a casa nel 1946 dopo 7 anni di guerra e 2 anni di lager.

Mi sono chiesta per decenni com’era stato possibile, non me lo spiegavo, non capivo com’era stato possibile condurre al macello 6 milioni di ebrei nei lager nazisti. Lasciando un momento sullo sfondo gli altri, i milioni di lavoratori morti nei campi. Me lo sono spiegato dopo quello che è successo a me, dopo la persecuzione di cui sono stata soggetta. La causa è il tradimento dei capi e il fideismo dei molti, la fede politica che diventa cecità e stupidità.

Sono comunista e internazionalista, il mondo è diviso formalmente in popoli, la divisione reale è un’altra: la divisione in classi. Esistono una borghesia e un proletariato internazionale con interessi contrapposti. Oggi e da decenni la questione posta a molti: difendo lo stato ebraico o lo stato palestinese?  Non ha più nessun senso. 

I comunisti da Marx a Lenin e fino alla decolonizzazione degli anni ’60 del Novecento hanno appoggiato l’autodeterminazione dei popoli. Le lotte di liberazione nazionale. Le rivoluzioni democratico-borghesi. Lo facevano con uno scopo preciso, appoggiavano le borghesie nazionali nella conquista del loro potere politico perché questo avrebbe significato la formazione di un mercato nazionale, lo sviluppo industriale e quindi l’aumento di milioni di proletari in quel paese in ogni settore. Aumentava l’esercito dei lavoratori nel mondo, era un passo verso l’emancipazione dell’umanità, la possibilità concreta di costruire una società futura, senza classi, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, senza guerre e miseria. Appoggiavano consapevolmente i loro nemici. Ora quel tempo è finito. Il capitalismo, l’imperialismo è diffuso in ogni paese, le lotte nazionali sono un elemento di divisione e servono ad arricchire pochi predoni. Oggi serve l’unità del proletariato internazionale: lavoratori ebrei con lavoratori palestinesi, lavoratori russi con lavoratori americani e cinesi, lavoratori europei con lavoratori africani e così per ogni lavoratore nel mondo.

Detto questo, la storia degli ebrei prima e poi anche la storia dei valdesi mi ha sempre affascinato, fin da bambina li guardavo con ammirazione per il loro coraggio e le difficoltà affrontate nei secoli per difendere le loro idee religiose contro il dominio della chiesa cattolica.

In una delle interviste, Levi rimarca la necessità di testimoniare la barbarie vissuta. Il dovere della memoria.

Credo sia doveroso ricordare la Shoah e l’Holocaust, e gli ebrei hanno tutta la mia solidarietà, ma è il com’è fatto che non condivido, perché maschera le ragioni di fondo di quel macello. La causa. La causa è la crisi profonda del Capitale. Nel Novecento le due crisi profonde del capitalismo causarono le due Guerre Mondiali, la prima costò venticinque milioni di morti, la seconda cinquanta milioni di morti. Studi di Think-Tank ipotizzano per la futura Guerra Mondiale tra i 500 e gli 800 milioni di morti, nella prima metà del Novecento il mondo economicamente sviluppato era piccolo, ora il “materiale infiammabile” è esteso a tutti i paesi.

Se guardate su Internet, o se leggete i giornali quando affrontano la questione, mettono in evidenza i 6 milioni di ebrei, poi come comunità più colpite i rom, poi gli omossessuali e poi i disabili. Sembra che nei lager non ci fosse nessun altro. Mai una volta che qualcuno scriva i morti totali. Questa divisione puzza lontano di falso. Il 27 gennaio dopo aver letto un po’ di articoli su internet ho deciso di togliermi la curiosità di chi erano realmente i morti e quanti erano.

Ho fatto una breve ricerca, senza neanche andare lontano: Wikipedia e qualche sito specifico sull’argomento.

Fino a prima di questo post pensavo che i morti del Nazismo e Fascismo nei lager fossero circa 11milioni su 12 milioni d’internati, solo 1 milione era sopravvissuto, avevo letto questo dato negli anni ’80.

Ora ho letto in Internet che L’ United State Memorial Museum stima tra i 15 e i 20 milioni i morti nell’ Holocaust dal 1933 al 1945. E può essere che il dato degli 11 milioni sia comunque esatto, perché il nuovo dato 15/20 milioni include i morti fuori dai campi, ad esempio quelli gasati su speciali autocarri nell’Est Europa o sparati con un colpo in testa a centinaia di migliaia e sepolti nelle fosse comuni.

Inventarono la morte con il gas perché era meno traumatico per gli assassini. Sparare un colpo in testa a centinaia di migliaia di persone, credo possa far venir dei dubbi sulla bellezza, la giustezza e la necessità di un’idea che stermina parte della specie umana anche al peggiore imbecille fanatico nazista o fascista o simpatizzante liberale.

Il primo campo di concentramento fu aperto nel 1933 a Dachau, vicino a Monaco di Baviera, fu aperto per reprimere comunisti e socialisti oppositori politici del Nazismo, morì oltre un milione di lavoratori tedeschi. Nei campi, gli ebrei furono internati dal 1938. 

Tornando alla conta dei morti: 6 milioni di ebrei, 400 mila disabili, dai 220 ai 300 mila Rom/Zingari, dai 3 ai 9 mila omosessuali, questa è il conto che fanno quando parlano dell’Olocausto. Siamo “solo” a sei milioni e 700 mila morti… e gli altri 10/15 milioni di morti, dove sono finiti? Chi sono? Perché non se ne parla mai? E i tre milioni di prigionieri di guerra russi, lavoratori e contadini? E i quattro milioni di lavoratori e contadini Polacchi? E quanti lavoratori Ucraini, Serbi e di altri paesi dell’Est Europa?

E il 1,5/2 milioni di lavoratori  oppositori politici al nazismo/fascismo, di cui 1 milione di comunisti e socialisti tedeschi che negli anni ’20/’30 si opposero strenuamente al nazismo dove sono finiti? Dov’è finita la Resistenza dei lavoratori tedeschi al nazismo? L’altro milione era composto dagli oppositori politici degli altri paesi europei, tra cui 20/30 mila italiani.

Se si evidenziasse anche questo dato, non reggerebbe più la favola del “popolo” tedesco, in massa complice con Hitler. Quando parlano di Resistenza tedesca di solito descrivono il tentativo di uccidere Hitler organizzato da un gruppo di ufficiali nel 1944, momento in cui era ormai evidente che la guerra era persa. Nel 1944! I lavoratori erano dagli anni ’20 che si opponevano al nazismo! Circa 200 persone tra gli ufficiali tedeschi, figli dell’aristocrazia o della borghesia finirono nelle mani del boia, contro un milione di lavoratori tedeschi assassinati e chissà quanti erano quelli che non hanno ucciso, ma torturato e internato per la loro opposizione al nazismo. E’ evidente la mistificazione.

Serviva un capro espiatorio, il “popolo” tedesco, per nascondere i veri colpevoli: Chi organizzò e volle la guerra per ridefinire le fette da spartire del mercato europeo e mondiale. Cioè le borghesie di tutti i paesi coinvolti nella guerra.

Le vittime sono per la maggioranza lavoratori e contadini. Tra i Tedeschi, gli Ebrei, i Polacchi, i Russi, gli Ucraini, tra i soldati, tutta gente che prima della guerra e dopo sarebbe tornata a lavorare nelle fabbriche, negli uffici e nei campi. Mio zio, soldato italiano sopravvissuto a sette anni di guerra e a due anni di lager, era un ferroviere. 

Qualcuno potrebbe domandarsi perché questa conta dei morti? Perché sono così sensibile di fronte allo Sterminio e alla 2a Guerra Mondiale?

Per amore della verità storica.

Per onorare la memoria delle decine di milioni di lavoratori di ogni paese morti, feriti, costretti alla guerra, ad uccidere i loro simili, oltre tutto per interessi non loro, ma per l’accumulazione del Capitale. Per i lavoratori comunisti deportati nei lager di cui, in questi tempi sempre più tetri, nessuno mai parla.

Perché è parte della storia della mia famiglia: non solo mio zio fu costretto alla guerra e poi fu deportato in un lager nazista; il paese d’origine e la casa della mia famiglia furono bruciati dai nazi-fascisti; ho passato l’infanzia ad ascoltare i racconti degli anziani su cosa furono costretti a subire sotto il fascismo;  famigliari di gente che conoscevo bene, furono torturati e assassinati; parecchia gente del paese fu costretta ad andarsene all’estero perché socialisti, anarchici, antifascisti; mio padre quando aveva 8 anni fu ammassato con centinaia di donne e anziani in fondo al paese con le mitragliatrici puntate, stavano per essere tutti assassinati, poi un contrordine… forse la fine della guerra alle porte, o forse il cervello e il cuore di un ufficiale tedesco gli salvò la vita, si limitarono a bruciare il paese. La stessa fortuna non toccò a centinaia di persone in altri paesi del Piemonte, della Liguria e della Toscana. Mia nonna, vedova con 5 figli, un maresciallo di ferro in gonnella, fu così traumatizzata dalla guerra che prima di morire, quasi 45 anni dopo, a seguito di un ictus, la sera voleva andare a dormire vestita perché “Doveva essere pronta a scappare quando arrivavano i soldati tedeschi”. Nel suo cervello danneggiato dall’ictus, il ricordo e il terrore della guerra sepolto per decenni, tornava prepotente a galla rendendo amare e spaventose le ultime notti della sua vita.

Perché sono una sopravvissuta alla feroce repressione borghese avvenuta in Italia e in Europa negli ultimi venti anni.

E perché ci siamo di nuovo…

 

*La foto in evidenza è del sito Cultura.biografieonline.it

Berlino (2)

A luglio vagavo per Berlino. Giravo per la città e non riuscivo ad afferrarla, a comprenderla.

Quando ero stata lì la prima volta era tutto chiaro, evidente: erano saltati i Patti di Yalta che avevano sancito la nuova spartizione del mondo dopo la 2a Guerra Mondiale, e soprattutto avevano diviso la Germania in due per ridurne la forza. L’impero Russo era crollato su se stesso. Dalle sue macerie si stava formando una nuova geografia politica.  Il Muro di Berlino era caduto e la Germania si era riunificata. E a Berlino era un ribollire…di tutto. Era un cantiere, era musica, era il mondo che cambiava…era splendida!

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Ovviamente dopo tanti anni era cambiata. La zona centrale intorno a Friedrich Strasse tirata a nuovo con i suoi grandi palazzi, i grandi e costosi negozi, piena di vita di giorno, ma desolata la sera. Come in molte altre città nel centro ci sono uffici, negozi ma la gente vive altrove.  Poi i quartieri come Kreuzberg, un pò decadente ma pieno di vita, di musica che mi ricorda un pò Barriera di Milano o San Salvario a Torino.

Per capire ho fatto chilometri a piedi, dal Memoriale degli ebrei, a Postdamer Platz ,  dalla Porta di Brandeburgo lungo il viale Unter den Linden fino ad Alexander Platz camminando per le vie che la circondano, Rosa Luxemburg Platz, Il quartiere medioevale ricostruito intorno alla Chiesa di San Nicola,i quartieri oltre la Sprea, intorno al giardino zoologico, Keuzburg,  il Museo della storia tedesca del ‘900; sono andata in autobus all’Orto Botanico uno dei più grandi nel mondo…

Cercavo di vedere la Berlino Ovest, praticamente un’isola, all’interno di Berlino, all’interno della Germania Est con un corridoio aereo per i rifornimenti, divenuta un simbolo, caposaldo dell’Occidente dietro la Cortina di Ferro. Caposaldo della democrazia contro il “socialismo reale” che non esisteva. Tutta demagogia e propaganda, ma è servita per oltre 40 anni per mistificare la Storia!!

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La Germania è il paese più ricco in Europa, però a Berlino la situazione è ben diversa. Osservi, lo vedi e lo senti. Mi trasmetteva tristezza e un senso d’inquietudine… Nel resto della Germania i lavoratori hanno i migliori salari europei, qui no. Qui è Est Europa. I salari sono bassi. La vita costa meno, anche l’ostello,  il City Hostel al centro di Berlino, è un ottimo ostello ed è uno dei meno costosi dell’Europa Occidentale!

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Un giorno sono partita dal Check Point Charlie seguendo il percorso del Muro, tra le case nuove e vecchie, attraversando giardini e ponti. Dove non c’è più il Muro. Sono arrivata fino alla Stazione di quella che era Berlino Est, ho attraversato la strada e proseguito lungo il pezzo di muro continuo conservato per la memoria storica, sarà lungo un chilometro e mezzo.

Da un lato è una galleria a cielo aperto, è coperto da opere di artisti di tutto il mondo, dall’altro, verso il fiume Sprea,  a luglio c’era una mostra fotografica temporanea sulle vittime della guerra in Siria.  Gigantografie.  Con una breve, sintetica, descrizione del momento in cui sono stati bombardati e i successivi soccorsi insufficienti tipici di una zona da anni in guerra, le operazioni chirurgiche ripetute, i mesi d’ospedale, il denaro che alcune Ong  elargiscono, del quale non ho capito il criterio.

Uomini, donne, bambini, menomati dai bombardamenti. Le foto non hanno nulla di sgradevole, non c’è compiacimento, ma sono sconvolgenti.  Sono la documentazione senza nessuna forzatura delle persone colpite dalle bombe. Non sangue, niente fasciature. Persone in piedi o sedute mutilate nei loro vestiti sobri o colorati. Ma gli occhi sono terribili.

Una ragazza, sui quindici anni,  il viso devastato, una gamba amputata sopra il ginocchio ha negli occhi il senso d’impotenza e la rabbia. Unica sopravvissuta con la zia di una famiglia di 11 persone. Per un momento mi sono messa nei suoi panni:  a quale giovane verrà mai in mente di corteggiarla, di chiederla in sposa…?

Un bambino di forse 6 anni, senza gambe, invece ha gli occhi sorridenti, lo sguardo  fa pensare che lui ce la farà, accanto due fratelli poco più grandi con lo sguardo spento.

Una donna anziana, un pò cicciona, alla quale una bomba a strappato le carni da un braccio, ha un piede malamente riattaccato (avranno pensato, nella fretta, tanto è vecchia), sembra che un grosso animale a morsi le abbia dilaniato le carni. Lo sguardo di questa donna che deve aver molto vissuto, esprime forza, neanche questa volta la vita è riuscita ad abbatterla.

Una giovane donna, bella, senza una gamba e senza un occhio, a fianco il marito che dalla postura, dallo sguardo, si capisce sarà sempre al suo fianco, ma il volto di lei è sconvolgente, ha un viso bello, la testa altera, dallo sguardo si capisce che forse non si riprenderà mai più.

E così decine di foto e di storie, intervallate da grandi vedute della loro città bombardata. Com’era la via o la strada prima e dopo i bombardamenti. Sembra impossibile che case belle, importanti di vari piani possano essere ridotti a tronconi, brandelli, mucchi enormi di macerie e nient’altro.

Quando me ne sono andata ero piena di tristezza e rabbia. Tristezza per quelle persone mutilate che di certo non hanno scelto la guerra. Rabbia contro tutti i fautori delle guerre. Rabbia per la disinformazione diffusa in Italia. E’ vergognoso il conformismo, il servilismo di certa stampa.  Da noi, mostre simili non esistono. L’altro giorno girando su facebook sono finita nella pagina di un giornalista torinese: Sosteneva, riferendosi al bimbo siriano con la maglia rossa, morto nel naufragio del suo gommone mentre attraversava il mediterraneo, non bisognasse mostrare delle foto così inquietanti. Per fortuna qualche volta qualcosa sfugge alla censura.

Eh si, bisogna mantenere la gente all’oscuro, così è più facilmente manovrabile. Gli illuministi sostenevano giustamente che il sonno della ragione genera mostri. 

Penso a tutte quelle brave persone, con i pingui conti in banca,  la pancia e il cervello coperti dal grasso dell’abbondanza, soprattutto sopra i ’50, tenute all’oscuro della realtà, sottoposti ad una propaganda massiccia che li rende timorosi per il futuro delle loro pensioni o dei loro posti di lavoro, di fronte ad un’economia che  erode i loro conti, se fossero correttamente informati inserirebbero il cervello e probabilmente sarebbero solidali invece di essere con la bava alla bocca nei confronti di quelli che identificano come nemici.

E’ dalla prima guerra del Golfo, 1991, che è cambiato il modo di fare informazione nei reportage o nelle informazioni sulle guerre. Da quando l’Italia per la prima volta dalla 2a guerra mondiale è stata coinvolta ufficialmente in una guerra. Niente immagini schioccanti, niente morti, niente feriti da quando teorizzavano “le operazioni chirurgiche” degli aerei inviati a bombardavano gli ex iugoslavi, cioè operazioni mirate che in teoria non dovevano fare morti. Invece causarono centinaia di morti e feriti.

Il caso vuole che 2 o 3 anni dopo mi trovassi in Germania in un corso intensivo di tedesco per stranieri. C’erano russi o Est europei di origini tedesca che venivano incentivati ad andare in Germania a lavorare, la vecchia madre patria aveva bisogno di manodopera ( sono troppo intelligenti questi tedeschi!); rifugiati politici curdi, turchi e siriani; pakistani, ragazze polacche e dell’ex Iugoslavia, tutti molto socievoli e disponibili fuorché una ragazza. Sentivo la sua muta ostilità, mi guardava in modo che più di una volta mi ero chiesta “questa che vuole”, avevo cercato di parlarle ma si allontanava sempre, o faceva quella che non capiva. Io non conoscevo ancora il tedesco, aspettai di avere un minimo di basi della lingua e poi con molta gentilezza l’affrontai e scoprì le ragioni della sua ostilità: quella ragazza di 22 anni era stata sotto le bombe a Sarayevo, quando gli aerei italiani facevano le “operazioni chirurgiche” e due suoi famigliari erano morti sotto le bombe.

Non sapevo cosa dire, tanto mi vergognavo di fronte al suo composto dolore. Cosa potevo dirgli? l’unica cosa che mi venne in mente fu di dirle che molti italiani ed europei erano contro la guerra, io con migliaia d’altri avevamo partecipato alle manifestazioni contro la guerra e per quello che poteva servire ero profondamente dispiaciuta.

 

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Prima di andare a Danzica sono stata dieci giorni a Berlino. C’ero stata nel 1991, un anno dopo la caduta del Muro. Era un cantiere, gru dappertutto. Stavano rinnovando la città. Nuovi palazzi progettati da grandi architetti come Renzo Piani. Restauro dei vecchi edifici come il Bundestag e la Brandeburgo Tor. Mi aveva entusiasmato l’isola dei musei, il viale Unter den Linden, il Museo di Pergamo e la Porta d’Ishtar. Vivevo in Germania allora. In quella occidentale.Studiavo il tedesco, amavo la Germania e la storia tedesca.

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Sono nata in un paese bruciato dai tedeschi durante la 2a Guerra Mondiale. Da bambina mio padre mi raccontava quando avevano ammassato  lui che aveva 8 anni, le donne, i bambini e i vecchi in fondo al paese con le mitragliatrici puntate, (c’era un servizio di vigilanza, all’arrivo dei soldati, ì maschi adulti erano fuggiti per non rischiare di essere spediti in Germania a lavorare come schiavi). Avevano trovato due soldati tedeschi uccisi in uno dei passaggi tra una corte e l’altra dell’antico paese fortificato e per rappresaglia volevano sterminare tutto il paese, per fortuna arrivò un contr’ordine, e i tedeschi se ne andarono senza uccidere nessuno (Scoprirono che non erano stati i partigiani, al buio i due soldati si erano sparati tra di loro o forse, dicevano in paese, la guerra era alla fine e l’ufficiale tedesco non volle caricarsi sulla coscienza tutti quei morti).

Invece qualche giorno dopo i fascisti strapparono unghie e occhi ad un povero ragazzo diciassettenne con ritardo mentale che nella sua ingenuità vestì una giacca militare trovata nei boschi intorno al paese, mentre tornava a casa, sfortuna vuole, incontrò un gruppo di fascisti, pensarono fosse un partigiano, lo torturarono e poi l’uccisero. Era lo zio di una mia amica.

Mio zio, Barba Berto, si fece 3 anni di lager, soldato sul fronte greco-albanese si era rifiutato di servire i tedeschi, era uno di quegli italiani sfigati che si fecero 10 anni di guerra.  Era di leva e fu inviato in Africa per la guerra coloniale, poi con la guerra mondiale finì prima  sul confine francese e poi si fece la guerra di Grecia e d’Albania. Nel ’43 con l’Armistizio voleva solo tornare a casa,  non aveva voluto la guerra, era stato costretto a farla.

E i fascisti della Repubblica di Salò al di là delle fesserie che si raccontavano e raccontano ancora oggi i loro epigoni avevano un unico problema salvare il “culo”, dopo vent’anni di dittatura, e conseguenti porcate, violenze, torture e repressione, dalla rabbia di chi avevano oppresso. Per questioni personali tradirono la patria di cui oggi si riempiono continuamente la bocca e furono responsabili della morte di altri milioni d’italiani, la guerra durò altri due anni.

Così mio zio finì su un treno piombato e in un lager dove soffrì la fame (perse 29 chili), diceva: “Trattavano peggio di noi solo gli ebrei e i polacchi”. Nel ’45 fu liberato dai russi, la guerra continuava e lui fu spedito verso est, in Russia. Riuscì a tornare in Italia nel ’46. Era un tipo allegro, della guerra non parlava mai davanti a noi bambini e non amava (per usare un eufemismo) i tedeschi e i fascisti, gli avevano rubato la giovinezza.

E la Croce Rossa…. Si, lui moriva di fame  e di freddo nel lager, la sua famiglia di poveri contadini si toglieva il pane di bocca, confezionava calde calze di lana e altro vestiario per inviarglielo al fronte e poi nel lager…Non ricevette mai nulla. Quello che gli apparteneva veniva girato agli ufficiali.

E poi io ho studiato e conosciuto la storia tedesca del ‘900,  la storia del Partito Socialdemocratico tedesco, la Lega di Spartaco, il rifiuto della guerra di Liebknect e di Rosa Luxemburg, l’opposizione dei lavoratori tedeschi al nazismo che non è quella degli ufficiali tedeschi che nel’44  si svegliano e tentano di uccidere Hitler, ma è quella resistenza di cui non si parla mai, ma che costò la vita ad 1 milione di lavoratori tedeschi, i lager furono inventati negli anni ’30 per reprimerli.

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A proposito di Lager:  ho scoperto anni fa e non riesco ancora oggi a farmene una ragione che nei Lager furono internati 12 milioni di persone….Vi siete mai chiesti quanti si salvarono e tornarono a casa? Beh ve lo dico io…E’ talmente enorme e mostruoso …1 milione di persone si salvò. 11 milioni morirono. 11 milioni di bambini, donne e uomini.

11 milioni di morti su 12 milioni d’internati… 

Di solito si parla dei 6 milioni di ebrei assassinati nei lager. E mi sembra giusto. Quello che non mi sta bene è che non si parla mai degli altri. E gli imbecilli che fanno del revisionismo storico per ragioni politiche, per sminuire gli ebrei, in realtà stanno nascondendo e giustificando la morte anche degli altri 5 milioni di persone. 

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