SONO MORTA. Ecco come mi hanno ucciso. P.S. NON SONO MORTA PER NIENTE.

SONO MORTA. 

Sono almeno sei mesi che mi rifiuto di affrontare la questione, un po’ per orgoglio personale, un po’ per non dargliela vinta.

Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 mi hanno ucciso. Qui, all’hotel Alpinist. Ho avuto anche un vero e proprio crollo fisico.

Ora credo sia necessario che affronti la questione. Devo elaborare la mia morte.

UCCIDONO LE PERSONE LASCIANDOLE VIVE. Vive, si fa per dire. Le lasciano che respirano.

Lo so da molto tempo. Non mi ricordo se era il 2011 o già prima. E’ difficile ricordare se sei … faccio ancora fatica a dirlo, ad ammetterlo… se sei morto. Ho usato la “O” come se non riguardasse me, non la “A”. E’ proprio dura… Io sono una donnA. “A“. Lo sono sempre stata, la donna più femminile che ci poteva essere in giro, nonostante ho sempre fatto delle scelte molto maschili. Già, non ho mai rinunciato a essere quella che sono per competere con i maschi. Senza malizia. Né pose, né ridicole maschere per soddisfare l’immaginario distorto di un maschio che vive nella putrefazione imperialista. Solo l’orgoglio, la felicità di essere quello che sono, una donna.

Una donna intelligente, orgogliosa e determinata nelle sue scelte.

Capii che chi non aveva tradito, chi non l’avrebbe mai fatto, chi era moralmente e intellettualmente onesto era stato ucciso. Ero in stato confusionale, avevo difficoltà a esprimermi, a organizzare le idee, a parlare, ma ero viva e osservavo i compagni di una vita di lotte e quelli che se ne erano andati dal partito, già la prima cosa che avevano fatto era cercare di causare una scissione, per indebolire il partito, per dividerci. Avevano lavorato sul malcontento, l’insoddisfazione. Sull’ambizione. Non c’è nessuno più ambizioso di un Comunista. Noi vogliamo cambiare il mondo, far fare un passo in avanti all’umanità. A testa alta. Vogliamo che l’umanità alzi la testa, si metta in piedi e prosegua la sua strada verso un futuro che eliminati i lacciuoli, le catene di una società come questa, sarà grandioso. Non esiste ambizione più grande e più sana.

Questo compito storico c’è l’ha il proletariato internazionale. I lavoratori.

Non sarei mai diventata comunista se non mi fosse stato chiaro che la società futura sarà composta da persone che possono esprimere il meglio di se stessi in un lavoro collettivo e in una società ricca.  Se qualcuno storce il naso, usi il cervello e si guardi intorno, già oggi il lavoro è sociale, collettivo. Chi costruisce le case, le macchine, i televisori, chi cuce i nostri abiti e ogni cosa, non lo fa da solo, ma lo fa accanto un altro lavoratore in un lavoro collettivo.

Marx nel Capitale scrive che l’uomo medio sarà a livello di Leonardo, di Galilei… e poi ci saranno i geni. E non sarà necessario a ognuno più di due ore al giorno di lavoro. Liberate le persone e le forze produttive dalle catene che ne frenano lo sviluppo, l’umanità sarà composta di giganti. Giganti sazi. La ricchezza prodotta, immensa, già oggi potrebbe risolvere tutti i problemi legati alla povertà se non fosse sprecata, da chi se ne appropria, in armamenti, guerre, droga, e mille altre cose dannose e inutili. Amo le cose belle, i quadri, i libri antichi, i vestiti, l’architettura, il design, il buon cibo, non sarei mai stata disponibile a lottare per … la miseria.

Osservavo i compagni, sembravano degli zombi. Gente brillante, intelligente a cui avevano tolto ogni speranza, moralmente, psicologicamente distrutti. Oppure corrotti.

Quando sono arrivata qui, un uomo, aveva evidentemente il compito di controllarmi, mi disse con un certo stupore: “Pensavo eri morta tanto tempo fa. Tu sei viva. Tu ami la vita.”.

Peccato che se ne sono accorti.

La persecuzione di oltre un quindicennio era finalizzata a questo scopo. Uccidermi. Uccidermi moralmente e se non fosse bastato, forse anche fisicamente.

Distruggere l’immenso amore che avevo per la vita, la grade empatia verso il resto dell’umanità e che nonostante tutte le efferate violenze che ho subito mi aveva permesso di non morire come persona.

Un altro uomo incontrato qui, probabilmente dell’Intelligence inglese o americano, un liberale, mi disse: “Dobbiamo togliere la speranza ai lavoratori. La speranza genera malcontento…!” Rimasi senza parole, non avevo mai sentito un’enormità simile. Neanche i preti sono così bestie, crudeli e scemi. Le religioni alimentano la speranza, speranze fasulle, ma speranze.

Io ho passato la vita a diffondere speranze. Era bello, quando spiegavo a un lavoratore che cambiare questa società non era solo storicamente necessario, ma anche possibile, cosa vedevo accendere nei loro occhi, la luce della comprensione e sì, della speranza. Ma non c’erano ancora tutte le condizioni necessarie. Se fosse solo una semplice questione di volontà, accendo o spengo la speranza, il mondo l’avremmo cambiato da un pezzo!

Peccato per il “teorico” liberale, che nella sua testa vuota, piena d’ideologie borghesi, (ideologia=falsa visione del mondo) non sa che quello che genera il malcontento non è la speranza, ma le reali condizioni di vita e di lavoro, il rapporto capitale-lavoro, le relazioni internazionali che mutano, le guerre, i duri fatti materiali sono quelli che muovono le masse, quelli che fanno pensare, non le idee più o meno campate per aria o qualche emozione.

Oltretutto, tu puoi togliere la speranza a una persona, a 100, a 1000, a 10000, ma non puoi toglierla a miliardi di lavoratori, si può togliere la speranza a qualcuno per un po’, ma non per sempre, perché le condizioni materiali cambiano. Tutto è in movimento e in continua mutazione, dalle cellule del nostro corpo alla storia. Pantarei. Tutto scorre. 

“Se sottoponiamo alla considerazione del nostro pensiero la natura o la storia umana o la nostra specifica attività spirituale, ci si offre anzitutto il quadro di un infinito intreccio di nessi, di azioni reciproche, in cui nulla rimane quel che era, dove era e come era, ma tutto si muove, si cambia, nasce e muore.

Questa visione primitiva, ingenua, ma sostanzialmente giusta del mondo è quella dell’antica filosofia greca e fu espressa chiaramente per la prima volta da Eraclito:
tutto è ed anche non è, perché tutto scorre, è in continuo cambiamento, in continuo nascere e morire.

(Engels, Anti-Dühring)

Puoi corrompere 10, 100, 1000 lavoratori, ma non tutti i lavoratori anche solo di un’azienda, perché non te lo puoi permettere, ti costerebbe troppo e il gioco non varrebbe più la pena. Puoi illudere qualche lavoratore, anche migliaia, come è successo negli anni ’80/90 in momenti di grande ricchezza e forza del Capitale, che la soluzione è individuale, che ti puoi arricchire, che tutti possono diventare dei borghesi, una stupidaggine, è impossibile, chi produce la ricchezza sono i lavoratori… e da allora sono passati quarant’anni e di lavoratori diventati borghesi, borghesi veri, non lavoratori con la partita IVA, un altro bel sistema per illudere e fregare i lavoratori, ne ho visti ben pochi..

Puoi distruggere, uccidere moralmente o anche fisicamente persone come me, ma non hai risolto nulla. Sono le condizioni materiali stesse della società capitalista che generano, producono continuamente altre persone che hanno chiaro la necessità di cambiare.

Io sono una donna espressione del mio tempo. Lo sono veramente, non come mi disse un compagno, un traditore, all’inizio de 2016 “…siamo uomini del nostro tempo” evidentemente tra di loro cercavano di giustificare il tradimento. No, voi siete dei traditori e stop. Nel vostro tempo c’è un sacco di gente che non ha tradito, alcuni non hanno capito niente, ma non hanno tradito. 

C’è una poesia scritta da Primo Levi, è la denuncia della ferocia borghese e delle paure subite nel lager, paure che non possono essere dimenticate, paure che vivranno per sempre in chi le ha vissute. Per chi ha subito le torture, le aberrazioni, le privazioni dei lager, non c’è modo di dimenticare, neppure al caldo, tra gli affetti, con il ventre sazio. Chi ha visto e subito l’orrore, chi ha conosciuto il lato oscuro, disumano, impietoso dell’animo umano, sa che non c’è tregua che tenga, che guerra è sempre, che finito il racconto si ricomincerà a sentire il grido nemico. L’unico modo per prolungare la tregua è continuare a ricordare.

E’ esattamente quello che voglio continuare a fare. Una mia zia, sconvolta, mi disse che ero pazza quando affermai che non volevo dimenticare. No, non voglio dimenticare, ho lo stesso dovere della memoria di Primo Levi.

Qualcuno anni fa, un miserabile, affermò: “… anche dalle cose peggiori si può imparare”. Può ringraziare che ero uno zombi, con una lentezza spaventosa a elaborare ciò che ascoltavo, ci arrivai ore dopo. E m’infuriai, quanto m’infuriai… negai per anni: da una schifezza simili non s’impara nulla è solo merda, distruzione, annientamento umano, dicevo a me stessa.

Ora dopo anni di riflessione o capito che c’è un fondo di verità. Non quella che pensava chi lo affermava. No. Quello che mi è successo, tutte le violenze che ho subito, i traumi continui, la disperazione, mi hanno tolto solamente le poche illusioni che avevo ancora su una società come questa.

E’ come mi avessero levato un velo dagli occhi, ora la realtà è più chiara.

E non sono morta. Sono una donna ferita che guarda al mondo con maggiore lucidità. Con disincanto. Con la certezza di Eraclito e di Engels: “Tutto scorre, tutto muta e si trasforma, in continuo  nascere e morire”.

Il tradimento di chi sarebbe dovuto restare al mio fianco, mi ha ferito, ma non mi annientato, perché non mi sono mai fatta illusioni sugli individui singoli, ho sempre avuto fiducia nella specie umana nel suo complesso. Al di là delle illusioni dei singoli, religiose, materiali, sentimentali o ideali, noi apparteniamo ad una specie sociale e quello che conta alla fine è la produzione e la riproduzione della vita, della specie umana e le forme economiche, politiche e sociali se diventano un freno allo sviluppo delle forze produttive, è solo una questione di tempo, saranno spazzate vie dalla storia e come diceva Marx finiranno nella pattumiera della storia con le società ormai inutili che le hanno precedute.

Amo la vita come l’ho sempre amata.  La luce i colori, la neve di questi giorni, il sole di oggi, i bimbi della scuola materna che due giorni fa, dalla mia finestra guardavo rotolare felici nella neve, sono la vita che ogni giorno urla la sua bellezza e mi fa sorridere e guardare al futuro della specie umana con fiducia.

 

 

 

 

 

Primo Levi, l’Holocaust e la repressione dei lavoratori durante il Nazismo e Fascismo.

31 gennaio 2018

Negli ultimi giorni ho guardato su youtube una serie di video dedicati a Primo Levi, soprattutto interviste.

Il 27 gennaio ogni anno si ricorda la Shoah, lo sterminio degli ebrei nei lager nazisti E in sott’ordine qualche giornale evidenzia la morte di Rom, omossessuali e disabili. Sono anni che com’è stata impostata la Memoria del massacro compiuto dai nazisti e fascisti, mi irrita e molto, perché falsificano parte della storia. E non sto parlando dei Revisionisti di destra, quelli che negano la Shoah.

Primo Levi era torinese come me. Non l’ho mai conosciuto personalmente. E’ uno scrittore che amo molto e per molte ragioni. Un suo libro anni fa mi salvò la vita.

Ho letto molte sue opere, ne preferisco tre in particolare: Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947, sulla sua vita di prigioniero nel lager di Auschwitz, vittima e testimone dello sterminio nazista.  E’ un libro che ogni persona dovrebbe leggere, se vuole restare tale. Ho letto più volte questo libro, non mi ricordo se la prima volta ero alle scuole medie o già alle superiori. L’ho riletto vent’enne, poi ancora un’altra volta. L’ultima 7/8 anni fa mentre ero perseguitata per le mie idee politiche e lì mi salvò la vita. In quel libro ci sono degli insegnamenti terribili, alcuni sono fondamentali per la sopravvivenza in condizioni estreme come può esserlo la vita in un lager o la sopravvivenza a una feroce persecuzione politica.

Il secondo è La Tregua, dedicato al lungo viaggio di ritorno verso casa, dura un anno, dopo la liberazione dal Lager grazie ai soldati dell’Armata Rossa.

Il terzo è La chiave a stella, bello e divertente libro dedicato all’orgoglio per il lavoro, la soddisfazione per il lavoro ben fatto, in cui racconta la storia dell’operaio specializzato Giovanni Fausone, piemontese e trasfertista in cantieri italiani in giro per il mondo. L’ho letto mentre ero in Germania e seguivo il mio ex compagno, tecnico specializzato e trasfertista in giro per l’Europa.  In quel libro vedevo i colleghi del mio ex. La descrizione è precisa, ho riso molto mentre leggevo. Levi descrive esattamente il tipo “medio” di questi lavoratori!

C’è un quarto libro molto interessante, Il sistema periodico. In una bella mostra, se non sbaglio nel 2007, a Palazzo Madama in Torino, dedicata a Primo Levi, su dei pannelli c’era la trascrizione di uno degli elementi del sistema periodico Il Carbonio, è una delle cose più belle che ho letto, la conoscenza, l’ironia e la lucidità nell’osservare il mondo di Levi, ebreo e ateo, mi ha incantato.

Tra l’altro proprio mentre ascoltavo la prima intervista a Primo Levi una persona che ho conosciuto qui, è passata da casa e mi ha annunciato che tra un mese parte per Israele. E’ un ebreo del Caucaso, si trasferisce per varie ragioni, problemi famigliari e per un senso d’insicurezza che sente qui. Mi ha solo detto: “E’ meglio che vada”. Mi sono stupita, pensavo che qui gli ebrei potessero sentirsi al sicuro. Anche perché in questo momento trasferirsi in Israele con i problemi che ci sono lì e in Medio Oriente non credo sia una grande idea. Sicuramente qui ci sono dei neonazisti, ma pensavo che… comincio a credere seriamente che non capisco niente di questo paese. Parlo pochissimo la lingua e questo m’impedisce di comprenderne le sfumature.

In un’intervista, Levi parla dell’urgenza di scrivere subito dopo la sua liberazione, in realtà aveva già iniziato nel lager, mettendo a rischio la sua vita, perché scrivere era considerato spionaggio ed era proibito. È liberato dal lager di Auschwitz il 27 gennaio 1945 dai russi dell’Armata Rossa e portato verso Est, perché a Ovest c’era ancora la guerra. Comincia così un avventuroso viaggio in treno e a piedi con altri ex deportati che durerà quasi un anno, raccontato vent’anni dopo nel suo secondo libro  La Tregua. Ritorna a casa, a Torino, nell’ottobre del 1945. Mio zio, Barba Berto, soldato e prigioniero militare dopo il settembre del 1943, fece un viaggio ancora più lungo e ritornò a casa nel 1946 dopo 7 anni di guerra e 2 anni di lager.

Mi sono chiesta per decenni com’era stato possibile, non me lo spiegavo, non capivo com’era stato possibile condurre al macello 6 milioni di ebrei nei lager nazisti. Lasciando un momento sullo sfondo gli altri, i milioni di lavoratori morti nei campi. Me lo sono spiegato dopo quello che è successo a me, dopo la persecuzione di cui sono stata soggetta. La causa è il tradimento dei capi e il fideismo dei molti, la fede politica che diventa cecità e stupidità.

Sono comunista e internazionalista, il mondo è diviso formalmente in popoli, la divisione reale è un’altra: la divisione in classi. Esistono una borghesia e un proletariato internazionale con interessi contrapposti. Oggi e da decenni la questione posta a molti: difendo lo stato ebraico o lo stato palestinese?  Non ha più nessun senso. 

I comunisti da Marx a Lenin e fino alla decolonizzazione degli anni ’60 del Novecento hanno appoggiato l’autodeterminazione dei popoli. Le lotte di liberazione nazionale. Le rivoluzioni democratico-borghesi. Lo facevano con uno scopo preciso, appoggiavano le borghesie nazionali nella conquista del loro potere politico perché questo avrebbe significato la formazione di un mercato nazionale, lo sviluppo industriale e quindi l’aumento di milioni di proletari in quel paese in ogni settore. Aumentava l’esercito dei lavoratori nel mondo, era un passo verso l’emancipazione dell’umanità, la possibilità concreta di costruire una società futura, senza classi, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, senza guerre e miseria. Appoggiavano consapevolmente i loro nemici. Ora quel tempo è finito. Il capitalismo, l’imperialismo è diffuso in ogni paese, le lotte nazionali sono un elemento di divisione e servono ad arricchire pochi predoni. Oggi serve l’unità del proletariato internazionale: lavoratori ebrei con lavoratori palestinesi, lavoratori russi con lavoratori americani e cinesi, lavoratori europei con lavoratori africani e così per ogni lavoratore nel mondo.

Detto questo, la storia degli ebrei prima e poi anche la storia dei valdesi mi ha sempre affascinato, fin da bambina li guardavo con ammirazione per il loro coraggio e le difficoltà affrontate nei secoli per difendere le loro idee religiose contro il dominio della chiesa cattolica.

In una delle interviste, Levi rimarca la necessità di testimoniare la barbarie vissuta. Il dovere della memoria.

Credo sia doveroso ricordare la Shoah e l’Holocaust, e gli ebrei hanno tutta la mia solidarietà, ma è il com’è fatto che non condivido, perché maschera le ragioni di fondo di quel macello. La causa. La causa è la crisi profonda del Capitale. Nel Novecento le due crisi profonde del capitalismo causarono le due Guerre Mondiali, la prima costò venticinque milioni di morti, la seconda cinquanta milioni di morti. Studi di Think-Tank ipotizzano per la futura Guerra Mondiale tra i 500 e gli 800 milioni di morti, nella prima metà del Novecento il mondo economicamente sviluppato era piccolo, ora il “materiale infiammabile” è esteso a tutti i paesi.

Se guardate su Internet, o se leggete i giornali quando affrontano la questione, mettono in evidenza i 6 milioni di ebrei, poi come comunità più colpite i rom, poi gli omossessuali e poi i disabili. Sembra che nei lager non ci fosse nessun altro. Mai una volta che qualcuno scriva i morti totali. Questa divisione puzza lontano di falso. Il 27 gennaio dopo aver letto un po’ di articoli su internet ho deciso di togliermi la curiosità di chi erano realmente i morti e quanti erano.

Ho fatto una breve ricerca, senza neanche andare lontano: Wikipedia e qualche sito specifico sull’argomento.

Fino a prima di questo post pensavo che i morti del Nazismo e Fascismo nei lager fossero circa 11milioni su 12 milioni d’internati, solo 1 milione era sopravvissuto, avevo letto questo dato negli anni ’80.

Ora ho letto in Internet che L’ United State Memorial Museum stima tra i 15 e i 20 milioni i morti nell’ Holocaust dal 1933 al 1945. E può essere che il dato degli 11 milioni sia comunque esatto, perché il nuovo dato 15/20 milioni include i morti fuori dai campi, ad esempio quelli gasati su speciali autocarri nell’Est Europa o sparati con un colpo in testa a centinaia di migliaia e sepolti nelle fosse comuni.

Inventarono la morte con il gas perché era meno traumatico per gli assassini. Sparare un colpo in testa a centinaia di migliaia di persone, credo possa far venir dei dubbi sulla bellezza, la giustezza e la necessità di un’idea che stermina parte della specie umana anche al peggiore imbecille fanatico nazista o fascista o simpatizzante liberale.

Il primo campo di concentramento fu aperto nel 1933 a Dachau, vicino a Monaco di Baviera, fu aperto per reprimere comunisti e socialisti oppositori politici del Nazismo, morì oltre un milione di lavoratori tedeschi. Nei campi, gli ebrei furono internati dal 1938. 

Tornando alla conta dei morti: 6 milioni di ebrei, 400 mila disabili, dai 220 ai 300 mila Rom/Zingari, dai 3 ai 9 mila omosessuali, questa è il conto che fanno quando parlano dell’Olocausto. Siamo “solo” a sei milioni e 700 mila morti… e gli altri 10/15 milioni di morti, dove sono finiti? Chi sono? Perché non se ne parla mai? E i tre milioni di prigionieri di guerra russi, lavoratori e contadini? E i quattro milioni di lavoratori e contadini Polacchi? E quanti lavoratori Ucraini, Serbi e di altri paesi dell’Est Europa?

E il 1,5/2 milioni di lavoratori  oppositori politici al nazismo/fascismo, di cui 1 milione di comunisti e socialisti tedeschi che negli anni ’20/’30 si opposero strenuamente al nazismo dove sono finiti? Dov’è finita la Resistenza dei lavoratori tedeschi al nazismo? L’altro milione era composto dagli oppositori politici degli altri paesi europei, tra cui 20/30 mila italiani.

Se si evidenziasse anche questo dato, non reggerebbe più la favola del “popolo” tedesco, in massa complice con Hitler. Quando parlano di Resistenza tedesca di solito descrivono il tentativo di uccidere Hitler organizzato da un gruppo di ufficiali nel 1944, momento in cui era ormai evidente che la guerra era persa. Nel 1944! I lavoratori erano dagli anni ’20 che si opponevano al nazismo! Circa 200 persone tra gli ufficiali tedeschi, figli dell’aristocrazia o della borghesia finirono nelle mani del boia, contro un milione di lavoratori tedeschi assassinati e chissà quanti erano quelli che non hanno ucciso, ma torturato e internato per la loro opposizione al nazismo. E’ evidente la mistificazione.

Serviva un capro espiatorio, il “popolo” tedesco, per nascondere i veri colpevoli: Chi organizzò e volle la guerra per ridefinire le fette da spartire del mercato europeo e mondiale. Cioè le borghesie di tutti i paesi coinvolti nella guerra.

Le vittime sono per la maggioranza lavoratori e contadini. Tra i Tedeschi, gli Ebrei, i Polacchi, i Russi, gli Ucraini, tra i soldati, tutta gente che prima della guerra e dopo sarebbe tornata a lavorare nelle fabbriche, negli uffici e nei campi. Mio zio, soldato italiano sopravvissuto a sette anni di guerra e a due anni di lager, era un ferroviere. 

Qualcuno potrebbe domandarsi perché questa conta dei morti? Perché sono così sensibile di fronte allo Sterminio e alla 2a Guerra Mondiale?

Per amore della verità storica.

Per onorare la memoria delle decine di milioni di lavoratori di ogni paese morti, feriti, costretti alla guerra, ad uccidere i loro simili, oltre tutto per interessi non loro, ma per l’accumulazione del Capitale. Per i lavoratori comunisti deportati nei lager di cui, in questi tempi sempre più tetri, nessuno mai parla.

Perché è parte della storia della mia famiglia: non solo mio zio fu costretto alla guerra e poi fu deportato in un lager nazista; il paese d’origine e la casa della mia famiglia furono bruciati dai nazi-fascisti; ho passato l’infanzia ad ascoltare i racconti degli anziani su cosa furono costretti a subire sotto il fascismo;  famigliari di gente che conoscevo bene, furono torturati e assassinati; parecchia gente del paese fu costretta ad andarsene all’estero perché socialisti, anarchici, antifascisti; mio padre quando aveva 8 anni fu ammassato con centinaia di donne e anziani in fondo al paese con le mitragliatrici puntate, stavano per essere tutti assassinati, poi un contrordine… forse la fine della guerra alle porte, o forse il cervello e il cuore di un ufficiale tedesco gli salvò la vita, si limitarono a bruciare il paese. La stessa fortuna non toccò a centinaia di persone in altri paesi del Piemonte, della Liguria e della Toscana. Mia nonna, vedova con 5 figli, un maresciallo di ferro in gonnella, fu così traumatizzata dalla guerra che prima di morire, quasi 45 anni dopo, a seguito di un ictus, la sera voleva andare a dormire vestita perché “Doveva essere pronta a scappare quando arrivavano i soldati tedeschi”. Nel suo cervello danneggiato dall’ictus, il ricordo e il terrore della guerra sepolto per decenni, tornava prepotente a galla rendendo amare e spaventose le ultime notti della sua vita.

Perché sono una sopravvissuta alla feroce repressione borghese avvenuta in Italia e in Europa negli ultimi venti anni.

E perché ci siamo di nuovo…

 

*La foto in evidenza è del sito Cultura.biografieonline.it

Giro del Monviso: Alla ricerca di un lavoro in un Rifugio Alpino.

La foto del Monviso in evidenza è di Michele Rosso

I prossimi 3 post sono stati scritti nel 2014. Credo siano ancora attuali. Quell’estate, a causa della crisi economica senza fine, il lavoro che avevo da vent’anni era giunto quasi al capolinea. Piena d’entusiasmo, pensai di cercarmi un lavoro per la stagione estiva, tanto il mio lavoro d’estate era fermo. I seguenti tre post raccontano i mesi da metà maggio a metà settembre 2014, passati prima alla ricerca di un lavoro, poi al lavoro tra le montagne piemontesi nell’estate più piovosa degli ultimi due secoli. Non pioveva così tanto dal 1803!

Estate 2014.

Sto cercando lavoro nei rifugi alpini. Ho deciso di fare una parte del Giro del Monviso toccando 5 rifugi e sentire se hanno bisogno di personale.

Scendo dal pullman dopo 3 ore di viaggio  a Castello di Pontechianale, 1603 metri di quota, due passi dal confine francese. Torno indietro di qualche decina di metri, attraverso un ponte sull’impetuoso torrente Vallanta, raggiungo il rifugio dell’Alevè, sono gentili, ma non hanno bisogno di personale, ci sono pochi clienti.

Poco prima del rifugio parte il ripido sentiero che porta verso  il vallone di Vallanta e al Rifugio Vallanta a 2450 metri di quota, alla base del Viso e della punta Gastaldi. Sono fresca e riposata, parto con un buon passo. Il cartello all’inizio del sentiero indica  2 ore e 30 per raggiungere il rifugio.

Comincio a salire alle 10 del mattino, tardissimo, infatti incontro parecchi alpinisti che stanno scendendo dalla montagna!

Fino ai 1912 metri delle Grange Gheit il sentiero sale ripido poi la salita è più dolce fino ad un centinaio di metri sotto il Vallanta, dove si riprende decisamente a salire. Incontro un gruppo di donne, che faticosamente salgono, chiedo informazioni: dopo il Vallanta voglio raggiungere il Quintino Sella,  sono indecisa se fermarmi a dormire al bivacco delle Forciolline, dedicato ad Alessandra Boarelli, la prima donna che scalò il Monviso nel 1864, modernissimo e attrezzato, oppure salire al bivacco Bertoglio decisamente spartano.

maggio 2014 016

Non conosco la zona. Prima di partire ho visto su Internet percorsi e foto, ma salendo mi sono resa conto che c’è ancora molta neve e il tempo è instabile, le previsioni non sono buone.

Come capita spesso in montagne la nebbia sale all’improvviso, per ora il sole tiene, ma mentre cammino, mi volto e la vedo salire. Le cime più alte appaiono e poi scompaiono tra le nuvole.

Il paesaggio è spettacolare e la Natura rigogliosa. I prati sono verdi e pieni di fiori alpini, dominano i gialli, i blu, i rosa. Salendo vedo le stelle alpine, anzi incrocio una francese estasiata che continua a ripetermi “Edelweiss, Edelweiss”, effettivamente trovarle così vicino al sentiero e in un luogo così facile è raro.

Faccio un pezzo di sentiero chiacchierando con il gruppetto di donne, una di loro è un’alpinista, conosce bene i luoghi che voglio raggiungere, ma quest’ anno non c’è ancora stata, mi consiglia di chiedere al gestore del Vallanta. Dopo un po’ le saluto, salgono troppo lentamente.

Riprendo a salire con passo rapido, e dopo una mezzora incontro una finlandese, mi fermo a chiacchierare, non capita tutti i giorni d’incontrare qualcuno che viene da così lontano! Parla sei lingue, mi racconta che sono quattro settimane che cammina tra le montagne. Mi dice che su al passo c’è molta neve, ed è ghiacciata.

Ha un’attrezzatura molto leggera e mi fa notare che la mia è troppo pesante, effettivamente ho due zaini! …ma se voglio risparmiare è bene che evito di dormire nei rifugi o di fare lauti pranzi a caro prezzo.

Attualmente, anche se non ancora ufficialmente, sono praticamente disoccupata. E l’attrezzatura che ho sulle spalle mi salverà la vita la notte stessa!

Intanto il gruppetto di donne ci raggiunge e una sfotticchiando mi dice “ …ma come? Sei ancora qua, ti vedevamo lontana salire rapidissima…”. Dopo un po’ saluto la finlandese. Riparto, raggiungo le signore, le superò e salgo veloce verso il rifugio, anche se quando riprendo a salire faccio una notevole fatica, sembro scoppiata, non ci si deve mai fermare a lungo come ho fatto io con la finlandese, perché si perde il ritmo e ci va un po’ a riprenderlo. Finalmente dopo 2 ore e 15 arrivo al rifugio Vallanta. Prima di entrare mi fermo a mangiare i panini e la frutta che ho nello zaino.

maggio 2014 008

 

Dopo trenta minuti arriva il gruppetto di donne con la lingua di fuori! Entriamo nel rifugio, una è la madre di due giovani dipendenti, chiamano il gestore, un uomo burbero come sono spesso i gestori dei rifugi. Sono arrivata alla conclusione che alcuni sono veri e propri asociali. Sarà l’altitudine? Vivere per mesi sopra i 2000 o i 3000 metri forse rende un po’ orsi! O forse è solo un’atteggiamento che rientra nel mito del Gestore di rifugi: di solito una guida alpina, un uomo tosto, duro, solitario e scorbutico che sfida la montagna. 

Alla mia domanda: “Ha bisogno di personale? Cerco lavoro.” Mi risponde con un No categorico. “Piove sempre.” “Non ci sono clienti.” E comincia a lamentarsi dei giovani, che non sono più quelli di una volta, “Non resistono un mese”.

Il gestore mi sconsiglia il passo delle Forciolline per la neve e per la difficoltà del percorso, in buona parte su roccia e attrezzato con corde di ferro per non volare giù. Io sono da sola e il tempo non promette nulla di buono. Decido di andare al Bivacco Bertoglio.

Scendendo incontro una donna alpinista simpaticissima, facciamo un pezzo di strada insieme parlando di montagna e a 1900 metri ci lasciamo, perché lei non è attrezzata per passare la notte in bivacco, anche se è molto dispiaciuta di dover scendere a valle.

In questa giro in montagna incontro quasi solo donne, gli uomini sembrano una specie in via d’estinzione!

Sulla destra orografica del torrente Vallanta, a un bivio, il sentiero attraversa il bosco dell’Alevè, l’unico fitto bosco esistente in Italia con il puro Pino Cimbro, splendido pino sempreverde dall’aspetto tormentato e maestoso, residuo di antiche ere, e prosegue nel Vallone delle Giargiatte verso il bivacco Bertoglio, il passo S.Chiaffredo e il passo Gallarino verso il Rifugio Quintino Sella punto di partenza per raggiungere il Monviso per la via normale.

Prendo il sentiero che attraversa il bosco di pini, è molto bello, ma sale bruscamente. Comincio a sentire la stanchezza, e devo salire per altre due ore e mezza! Non sono allenatissima e dopo un po’ lo sento.

Faccio una tappa dopo una mezz’oretta per mangiare una tavoletta di cioccolata. Intanto sale la nebbia. Più salgo, più diventa fitta. E pioviggina.

E’ tardo pomeriggio, la luce nel bosco sotto la pioggerellina e nella nebbia fluttuante diventa sempre più fioca. Cammino ascoltando i rumori e i suoni che provengono dalla profondità del bosco, ogni tanto si apre una radura. Salendo la vegetazione si dirada e cominciano le rocce.

Sono sempre più stanca e comincia a dolermi il ginocchio, tanto da impedirmi quasi di camminare. Ad un certo punto mi chiedo se è il caso di tornare indietro, ma sono ormai troppo in alto e a scendere con un ginocchio come il mio è anche peggio. Mi guardo intorno, cerco un ramo da usare come bastone e anche se siamo al limitare del bosco, lo trovo. E provo un vero sollievo, senza quel bastone non credo sarei riuscita a camminare ancora per molto. Perché accidenti non ciò pensato prima!

Poi spariscono i pini ed è solo nuda roccia. Si sale su una ripida pietraia con il sentiero tracciato benissimo e anche i segnavia che seguo con attenzione sono visibili. Per fortuna, ogni tanto la nebbia di dissolve, posso vedere dove sono e capire la direzione, poi si richiude. A metà pietraia incontro due alpinisti, ci salutiamo, pensavo di essere a mezzora dal bivacco, invece mi dicono che arrivano da lì e manca ancora quasi un’ora. Sono così stanca che penso: ma no, si sbagliano. Invece non si sbagliano per niente. Un’alpinista mi spiega che il bivacco si trova a sinistra su un roccione sopra al sentiero, dove c’è una strettoia tra le rocce prima del lago Bertin e i due laghi successivi in una specie di “valle” glaciale che sale dolcemente verso il passo S.Chiaffredo. Continuo a osservare le rocce e le cime intorno a me… e del bivacco non c’è ombra.

Sono sfinita e non me ne rendo conto.

Quando raggiungo la strettoia, non vedo il bivacco, ma vedo l’indicazione verso l’alto, 10 minuti. Sono stati tra i più lunghi minuti della mia vita. Salgo sulle rocce scoscese, bagnate, tanto che scivolo, cado sulle rocce e non vedo il bivacco. Ho maledetto i “deficienti” che chissà per quale ragione erano andati a costruire un bivacco in un posto così inaccessibile! Finalmente vedo il bivacco spuntare tra le nebbie, sfinita lo raggiungo. Sono infreddolita. Mi guardo intorno, ogni tanto le veloci nubi di montagna si alzano e si vede il paesaggio. Spettacolare! Sono lì tra i picchi, c’è solo roccia, guardo verso il basso…quanta strada o fatto! Sono le 6 di sera. Sono a 2770 metri.

Apro il bivacco, una piccola costruzione in lamiera, colorata  di giallo e rosso, dentro ci sono nove posti letto, cioè 3 letti a castello rudimentali e un piccolissimo spazio tra i letti. Faccio una cena frugale con il cibo che ho nello zaino. Il freddo aumenta. Pioviggina. Desolata mi accorgo di aver perso l’ombrello. Rimango un po’ fuori a guardare il paesaggio, ma fa troppo freddo.

Mi preparo velocemente il letto, apro il mio sacco a pelo, prendo 5 coperte dagli altri letti e le metto una sull’altra sopra il mio sacco a pelo. Sta diventando buio e piove sempre più forte. La lampadina della mia pila fa pochissima luce. Per fortuna c’è una finestra. Apro la persiana di ferro. Tremo dal freddo. Mi metto il pigiama, mi rimetto i pantaloni, tre maglie, più il pile uno sull’altro, mi infilo nel sacco a pelo sotto 5 coperte e continuo ad avere freddo. C’è un’umidità bestiale. Tuona e piove sempre più forte, si alza anche il vento. Sembra il diluvio universale.  

E’ una vera tempesta.

Sono lì, da sola. Il rifugio più vicino è a 2 ore di distanza! Comincio ad avere un cerchio alla testa. Soffro l’altitudine. Ho forse è la paura! Piove sempre di più. E’ impressionante. Di solito mi piace la pioggia… me lo ripeto, ma piove talmente forte che mi fa paura, finché mi addormento. Mi sveglio alle due di notte, sto morendo di caldo, comincio a svestirmi sempre chiusa nel sacco a pelo, un po’ per volta mi levo tutto anche il pigiama. Evidentemente mi sono riposata e il mio corpo sfinito dalla stanchezza è tornato  in condizioni normali e così la mia temperatura.

Piove sempre. Fatico a riaddormentarmi. Alle tre mi risveglio di botto con tutti i sensi all’erta. Vedo con gli occhi della mente un animale fuori dal bivacco, sembra una cerva (no, siamo troppo in altro) o una pecora (ma, no è troppo grande), la visione sparisce e comincio a sentire un animale che si muove e cammina intorno al bivacco, gira un po’ lì intorno e poi se ne va. Guardo l’ora sono le tre e mezza. Avevo messo la sveglia alle cinque, la sposto alle sei. Voglio dormire.

Il mattino mi sveglio, fa freddo. Esco dal bivacco. E osservo la montagna intorno a me. Non c’è nebbia. Osservo il percorso che devo seguire per superare i passi e girare intorno alla punta Trento.

 Grigia roccia nell’alba.

Bellissimo e struggente. Il paesaggio delle cime rocciose è tanto bello da far male.

Ci sono tre laghi in successione e c’è neve ma nulla di pericoloso. Mentre sto osservando il paesaggio, mi accorgo che sul passo c’è un velo di nubi, nel giro di pochi minuti cominciano a salire velocissime, mi volto e vedo che la stessa cosa sta succedendo sul versate opposto da dove sono salita. In un attimo capisco che passerà poco tempo prima di essere immersi nella nebbia e non posso permettermi di scendere dalle rocce, su cui si trova il bivacco, nella nebbia, perché rischio di ammazzarmi. Corro nel bivacco, velocissima arrotolo il sacco a pelo, rimetto tutte le mie cose negli zaini, chiudo la finestra, chiudo il bivacco e comincio a scendere.

Intanto la nebbia sta avvolgendo tutto.  Arriva quando raggiungo il sentiero alla base della roccia.

Sono al sicuro, mi rendo anche conto di quanto è stato facile scendere dal bivacco e dello sfinimento fisico della sera precedente. Ora devo solo seguire i segnavia e fare un po’ d’attenzione e la nebbia non è così fitta. Sale e scende, si scioglie un po’, poi si richiude. Comincio a salire verso il primo passo seguendo il sentiero, sono nella nebbia, ma non mi preoccupo. Ho impresso in mente il paesaggio visto dall’alto del bivacco, non cammino alla cieca. Passo accanto al lago Bertin e al lago Lungo, c’è neve ma non troppa. Subito faccio fatica a salire, sono  in alto, ma presto riprendo ad andare su decisa, sono scesa a 2700 metri, ora devo salire fino a 2770 del passo S. Chiaffredo, poi a 2730 del passo Gallarino e poi scendere a 2640 al rifugio Quintino Sella. Mi hanno detto che è solo lunga, non difficile, infatti così è.

Riprende a piovere, scendendo dal bivacco ho ritrovato l’ombrello, mi riparo. Mi bagno lo stesso. Sotto la pioggia fitta e sottile faccio colazione. Cammino e sembra non arrivare mai. Quando sono quasi al rifugio che non vedo perché immerso nella nebbia comincio a incrociare qualche alpinista che sale. Me la prendo comoda. Arrivo dopo due ore. Al rifugio ordino  un’abbondante colazione con del tè bollente, finalmente qualcosa di caldo!

Rimango lì a riposarmi qualche ora, intanto smette di piovere e anche la nebbia si dirada. Chiedo del ghiaccio per il ginocchio dolente e gonfio. Decido di scendere a Pian del Re, a 2000 metri, dove nasce il Po’.

Il tempo migliora velocemente, esce il sole.

Attraverso alcuni nevai, intanto mi godo il paesaggio, scendo lentamente anche per non forzare il ginocchio. Infatti, non ho problemi.

Incontro parecchia gente che sale.

Arrivo al lago Fiorenza a mezzora da Pian del Re, c’è il sole, mi sdraio hai bordi del  laghetto alpino e me la godo un sacco, pranzo e poi mi addormento. Sto benissimo. Scendo.

Domando ancora a tre rifugi se hanno bisogno di personale e tutti mi danno la stessa risposta: piove sempre, ci sono pochissimi clienti, sarà per il prossimo anno.

Prendo la navetta che scende al Pian della Regina, dovrò prendere altri tre autobus per arrivare a Torino.

A posteriori direi che non potevo scegliere anno peggiore. E’ dal 1803 che non piove così tanto nei mesi di giugno e luglio!

 

P.S. Vedi l’articolo scritto prima di cominciare a lavorare in rifugio: Urrà! Passerò l’estate in un rifugio alpino.

Altro P.S. Vedi articolo successivo: Ho lavorato in un rifugio alpini….la miseria che delusione!!

 

 

 

TALLIN (2). In attesa del visto per la Russia.

Dopo essere stata sull’isola di Saremaa ritorno a Tallin.

Voglio fare il visto per la Russia. Vado all’Ambasciata Russa, mi dirottano verso la loro agenzia viaggi ufficiale Travel Agency Vaatevinkel. Qui trovo una signora russa gentilissima, parla inglese e mi spiega cosa devo fare.

Per il visto turistico, durata 30 giorni:

  • consegno due copie del modulo scaricato dal sito  internet dell’Ambasciata,
  • allego una foto tessera,
  • la prenotazione dell’ostello a San Pietroburgo,
  • il passaporto con scadenza di oltre 6 mesi dopo la fine del viaggio. 
  • L’assicurazione per il viaggio la fa l’agenzia, 9 euro e qualche cent.   
  • 65 euro il costo del visto.              

Vuole sapere l’indirizzo del mio alloggio a Tallin…non glielo dò perchè ho cambiato ostello al mattino e non mi ricordo l’indirizzo. La città in agosto è piena di turisti, ho prenotato solo i primi tre giorni, in 10 giorni cambierò 3 volte di ostello!

Vuole conoscere il mio itinerario in Russia: San Pietroburgo, Mosca, Transiberiana con un paio di fermate, Vladivostok e poi Cina. Viaggio da sola, mi dice che non è proprio tanto sicuro, di fare attenzione. Mi da qualche consiglio. Con nostalgia mi dice che sono vent’anni che non torna in Russia. Ritorno dopo 10 giorni per ritirare il visto.

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Le spettacolari torri rotonde delle mura medioevali

Quando sono arrivata la prima volta a Tallin 20 giorni prima sono “fallen in love” (innamorata, quanto mi piacciono il suono e il significato di queste parole in inglese!) della città. Una città mediovale, in buona parte ricostruita, ma splendida. Le città  di Danzica, Riga, Tallin durante la 2a Guerra Mondiale furono quasi rase al suolo dai bombardamenti dell’aviazione tedesca e sovietica. Il mio è stato un vero “colpo di fulmine”, infatti quando sono tornata, guardo la città, storco il naso e penso: sembra finta! Ferma nel tempo, come possono essere altre città come Venezia o Bruges. Bellissime. Però molto simili a vecchie signore sfatte… e rifatte, con un vistoso maquillage,  un pò finte, fuori dal tempo.

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L’altissima chiesa gotica Olav’ Church al tramonto.

Decido di approfondire la conoscenza della città. Consiglio di camminare senza una meta precisa,  lungo le antiche mura, nelle vie più lontane dalla Raekoja Plats, la piazza principale; su uno dei suoi lati c’è la più antica farmacia europea ancora attiva, fu aperta nel 1422. Ci sono luoghi come le case colorate e la piazza che partono dalla chiesa gotica di St. Olav  che incantano.

Giro per le vie, entro nelle chiese, mi perdo nelle viuzze salendo verso la collina, attraverso l’antica porta che chiudeva la notte l’ingresso al quartiere dei nobili. Avevano timore della ribellione dei mercanti, dei marinai e contadini. Case eleganti, antiche, medioevali, rinascimentali, antiche chiese e l’imponente ottocentesca Alexander Nevskij  la più grande cattedrale ortodossa dei paesi baltici, proprio di fronte al Parlamento estone colorato di rosa. Tra le case una piazzetta con vista panoramica sulla città. Sono tornata più volte la sera, verso il tramonto a vedere la città riempirsi di luci.

Nel museo della Chiesa di S. Nicola (Niguliste Kirik), costruita alla fine del 1400, c’è La Danza Macabra di Bernt Notke, vale una visita solo per vedere questo grande dipinto su legno della fine del ‘400, un tempo lungo 30 metri!

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Vecchio veliero ottocentesco.

Visito tra gli altri il Museo della Marina. Molto interessante, collocato nella torre rotonda “La grassa Margherita” parte della cinta muraria medioevale e della Grande Porta Costiera, su 3 piani, è la storia navale della città di Tallin e dell’ Estonia. A piano terra c’è una mostra dedicata ai Vichinghi.

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Attrezzatura da palombaro

Dopo aver visitato il Museo Navale esco dalla Grande Porta Costiera, ad un passo dall’ingresso e vado verso il mare. Fuori dalle mura c’è un quartiere deindustrializzato, vecchie fabbriche dismesse, alcune dell’800 restaurate e portate a nuova vita. Archeologia industriale. Su tutto svetta un’altisssima ciminiera in mattoni rossi.

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Il vecchio quartiere industriale fuori dalle mura medioevali.

Nel vecchio quartiere operaio in un edificio cadente  c’è quello che pare un Centro Sociale, ma non è, è un centro culturale finanziato dal comune dove fanno concerti ed esposizioni d’arte, si beve birra, si ascolta musica e si socializza!

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Superato il quartiere, sulla destra proprio sul mare, di fronte ad un piccolo desolato imbarco per la Finlandia c’è un’ edificio immenso, del secondo novecento, completamente abbandonato, decorato da Street Art e immondizia. Cemento, Linee dritte, prospettive lineari.

Grandi scale portano in alto, il mare è lì ai suoi piedi, le navi da crociera e della guardia costiera si perdono nell’orizzonte e nel sole.

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Ingresso con colonne – simile all’ingresso di un’antico tempio

Torno più volte. Gli edifici dell’900 abbandonati sono simili ad antiche cattedrali. Mi danno una sensazione d’inquietudine profonda. Rappresentano bene la vita. I segni del tempo. Sono grandiosi,  un tempo orgogliosa espressione della grandezza umana ora nell’abbondono, nella decadenza esprimono chiaramente il senso del limite,  della vita e della morte e proprio per questo sono stupendi e mi emozionano.

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Monaco in contemplazione sulla grande scala.

 

Berlino (2)

A luglio vagavo per Berlino. Giravo per la città e non riuscivo ad afferrarla, a comprenderla.

Quando ero stata lì la prima volta era tutto chiaro, evidente: erano saltati i Patti di Yalta che avevano sancito la nuova spartizione del mondo dopo la 2a Guerra Mondiale, e soprattutto avevano diviso la Germania in due per ridurne la forza. L’impero Russo era crollato su se stesso. Dalle sue macerie si stava formando una nuova geografia politica.  Il Muro di Berlino era caduto e la Germania si era riunificata. E a Berlino era un ribollire…di tutto. Era un cantiere, era musica, era il mondo che cambiava…era splendida!

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Ovviamente dopo tanti anni era cambiata. La zona centrale intorno a Friedrich Strasse tirata a nuovo con i suoi grandi palazzi, i grandi e costosi negozi, piena di vita di giorno, ma desolata la sera. Come in molte altre città nel centro ci sono uffici, negozi ma la gente vive altrove.  Poi i quartieri come Kreuzberg, un pò decadente ma pieno di vita, di musica che mi ricorda un pò Barriera di Milano o San Salvario a Torino.

Per capire ho fatto chilometri a piedi, dal Memoriale degli ebrei, a Postdamer Platz ,  dalla Porta di Brandeburgo lungo il viale Unter den Linden fino ad Alexander Platz camminando per le vie che la circondano, Rosa Luxemburg Platz, Il quartiere medioevale ricostruito intorno alla Chiesa di San Nicola,i quartieri oltre la Sprea, intorno al giardino zoologico, Keuzburg,  il Museo della storia tedesca del ‘900; sono andata in autobus all’Orto Botanico uno dei più grandi nel mondo…

Cercavo di vedere la Berlino Ovest, praticamente un’isola, all’interno di Berlino, all’interno della Germania Est con un corridoio aereo per i rifornimenti, divenuta un simbolo, caposaldo dell’Occidente dietro la Cortina di Ferro. Caposaldo della democrazia contro il “socialismo reale” che non esisteva. Tutta demagogia e propaganda, ma è servita per oltre 40 anni per mistificare la Storia!!

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La Germania è il paese più ricco in Europa, però a Berlino la situazione è ben diversa. Osservi, lo vedi e lo senti. Mi trasmetteva tristezza e un senso d’inquietudine… Nel resto della Germania i lavoratori hanno i migliori salari europei, qui no. Qui è Est Europa. I salari sono bassi. La vita costa meno, anche l’ostello,  il City Hostel al centro di Berlino, è un ottimo ostello ed è uno dei meno costosi dell’Europa Occidentale!

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Un giorno sono partita dal Check Point Charlie seguendo il percorso del Muro, tra le case nuove e vecchie, attraversando giardini e ponti. Dove non c’è più il Muro. Sono arrivata fino alla Stazione di quella che era Berlino Est, ho attraversato la strada e proseguito lungo il pezzo di muro continuo conservato per la memoria storica, sarà lungo un chilometro e mezzo.

Da un lato è una galleria a cielo aperto, è coperto da opere di artisti di tutto il mondo, dall’altro, verso il fiume Sprea,  a luglio c’era una mostra fotografica temporanea sulle vittime della guerra in Siria.  Gigantografie.  Con una breve, sintetica, descrizione del momento in cui sono stati bombardati e i successivi soccorsi insufficienti tipici di una zona da anni in guerra, le operazioni chirurgiche ripetute, i mesi d’ospedale, il denaro che alcune Ong  elargiscono, del quale non ho capito il criterio.

Uomini, donne, bambini, menomati dai bombardamenti. Le foto non hanno nulla di sgradevole, non c’è compiacimento, ma sono sconvolgenti.  Sono la documentazione senza nessuna forzatura delle persone colpite dalle bombe. Non sangue, niente fasciature. Persone in piedi o sedute mutilate nei loro vestiti sobri o colorati. Ma gli occhi sono terribili.

Una ragazza, sui quindici anni,  il viso devastato, una gamba amputata sopra il ginocchio ha negli occhi il senso d’impotenza e la rabbia. Unica sopravvissuta con la zia di una famiglia di 11 persone. Per un momento mi sono messa nei suoi panni:  a quale giovane verrà mai in mente di corteggiarla, di chiederla in sposa…?

Un bambino di forse 6 anni, senza gambe, invece ha gli occhi sorridenti, lo sguardo  fa pensare che lui ce la farà, accanto due fratelli poco più grandi con lo sguardo spento.

Una donna anziana, un pò cicciona, alla quale una bomba a strappato le carni da un braccio, ha un piede malamente riattaccato (avranno pensato, nella fretta, tanto è vecchia), sembra che un grosso animale a morsi le abbia dilaniato le carni. Lo sguardo di questa donna che deve aver molto vissuto, esprime forza, neanche questa volta la vita è riuscita ad abbatterla.

Una giovane donna, bella, senza una gamba e senza un occhio, a fianco il marito che dalla postura, dallo sguardo, si capisce sarà sempre al suo fianco, ma il volto di lei è sconvolgente, ha un viso bello, la testa altera, dallo sguardo si capisce che forse non si riprenderà mai più.

E così decine di foto e di storie, intervallate da grandi vedute della loro città bombardata. Com’era la via o la strada prima e dopo i bombardamenti. Sembra impossibile che case belle, importanti di vari piani possano essere ridotti a tronconi, brandelli, mucchi enormi di macerie e nient’altro.

Quando me ne sono andata ero piena di tristezza e rabbia. Tristezza per quelle persone mutilate che di certo non hanno scelto la guerra. Rabbia contro tutti i fautori delle guerre. Rabbia per la disinformazione diffusa in Italia. E’ vergognoso il conformismo, il servilismo di certa stampa.  Da noi, mostre simili non esistono. L’altro giorno girando su facebook sono finita nella pagina di un giornalista torinese: Sosteneva, riferendosi al bimbo siriano con la maglia rossa, morto nel naufragio del suo gommone mentre attraversava il mediterraneo, non bisognasse mostrare delle foto così inquietanti. Per fortuna qualche volta qualcosa sfugge alla censura.

Eh si, bisogna mantenere la gente all’oscuro, così è più facilmente manovrabile. Gli illuministi sostenevano giustamente che il sonno della ragione genera mostri. 

Penso a tutte quelle brave persone, con i pingui conti in banca,  la pancia e il cervello coperti dal grasso dell’abbondanza, soprattutto sopra i ’50, tenute all’oscuro della realtà, sottoposti ad una propaganda massiccia che li rende timorosi per il futuro delle loro pensioni o dei loro posti di lavoro, di fronte ad un’economia che  erode i loro conti, se fossero correttamente informati inserirebbero il cervello e probabilmente sarebbero solidali invece di essere con la bava alla bocca nei confronti di quelli che identificano come nemici.

E’ dalla prima guerra del Golfo, 1991, che è cambiato il modo di fare informazione nei reportage o nelle informazioni sulle guerre. Da quando l’Italia per la prima volta dalla 2a guerra mondiale è stata coinvolta ufficialmente in una guerra. Niente immagini schioccanti, niente morti, niente feriti da quando teorizzavano “le operazioni chirurgiche” degli aerei inviati a bombardavano gli ex iugoslavi, cioè operazioni mirate che in teoria non dovevano fare morti. Invece causarono centinaia di morti e feriti.

Il caso vuole che 2 o 3 anni dopo mi trovassi in Germania in un corso intensivo di tedesco per stranieri. C’erano russi o Est europei di origini tedesca che venivano incentivati ad andare in Germania a lavorare, la vecchia madre patria aveva bisogno di manodopera ( sono troppo intelligenti questi tedeschi!); rifugiati politici curdi, turchi e siriani; pakistani, ragazze polacche e dell’ex Iugoslavia, tutti molto socievoli e disponibili fuorché una ragazza. Sentivo la sua muta ostilità, mi guardava in modo che più di una volta mi ero chiesta “questa che vuole”, avevo cercato di parlarle ma si allontanava sempre, o faceva quella che non capiva. Io non conoscevo ancora il tedesco, aspettai di avere un minimo di basi della lingua e poi con molta gentilezza l’affrontai e scoprì le ragioni della sua ostilità: quella ragazza di 22 anni era stata sotto le bombe a Sarayevo, quando gli aerei italiani facevano le “operazioni chirurgiche” e due suoi famigliari erano morti sotto le bombe.

Non sapevo cosa dire, tanto mi vergognavo di fronte al suo composto dolore. Cosa potevo dirgli? l’unica cosa che mi venne in mente fu di dirle che molti italiani ed europei erano contro la guerra, io con migliaia d’altri avevamo partecipato alle manifestazioni contro la guerra e per quello che poteva servire ero profondamente dispiaciuta.

 

Grandi stampatori tra Leiden e Antwerpen

Leiden.

Passeggiavo nelle vie e sui canali di Leida, una piccola città, (molto diversa da Amsterdam, qui la vita scorre più lenta) quando uscendo dall’HORTUS BOTANICUS e dal cortile dell’Antica sede dell’ Università di Leida mi sono trovata di fronte un cartello che indicava la casa dall’ altra parte del canale come la sede della stamperia della famiglia Elzevirius, gli Elzeviri, grandi stampatori del ‘600 olandese.

Sono stata felice di sapere che c’era ancora.

Qui, gli Elzeviri, aggirando la censura papale,  mentre Galileo Galilei era prigioniero della Chiesa,  stamparono la sua ultima opera “I Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la matematica e i moti locali”, grazie ai quali è considerato il padre della scienza moderna. I Discorsi furono stampati tra il 1638 e il 1639, sono forse la sua opera scientifica più importante.

Antwerpen.

Una delle ragioni per le quali ho deciso di andare ad Anversa, antica città e porto commerciale sulla Schelda (L’Escout per i francofoni),  oggi dedita al commercio dei diamanti, alla produzione automobilistica, alla moda e al turismo, è rivedere il Museo Plantin-Moretus, La più importante stamperia del ‘500 e ‘600 esistente in Belgio. Dalla fine dell’800 è diventato un museo ed oggi è considerato patrimonio dell’umanità dall’Onu.

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La tipografia è perfettamente conservata con gli edifici costruiti dal 500 in poi, all’interno c’è la più antica macchina da stampa conosciuta, della fine ‘400;  altre 8 stampavano ancora a metà ‘800. Sono tuttora funzionanti. Ci sono i contenitori dove venivano depositati i caratteri mobili e ordinati per formare le righe dei testi da stampare. La camera dove erano corrette le bozze, la sala dove erano ricevuti gli ospiti o i clienti importanti. In una delle camera centrali lavorava Justo Lipsio, letterato, umanista; accanto l’ufficio di Plantin, con i vetri rinforzati, perché lì teneva il denaro. Ci sono le cucine per i dipendenti e molto altro. Nella bottega dove vendevano i libri, oggi, sono raccolti centinaia di tipi diversi di caratteri.

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Qui è esposta la lista dei libri messi “all’Indice”: i libri proibiti, non si potevano stampare o vendere, più di uno stampatore nel corso di 3 secoli finì in carcere o al rogo per aver stampato libri non graditi, non solo alla Chiesa, ma anche ai re e all’aristocrazia.

Esposti si possono vedere incunaboli, libri stampati nel ‘500 e ‘600, oltre ad alcuni manoscritti dell’inizio del ‘500 con le annotazioni a margine ( le correzioni dei refusi prima della stampa).

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Il Museo è molto interessante, perché è uno spaccato di quella che era una fiorente attività internazionale tra il ‘500 e la fine del ‘700 e anche abitazione delle famiglie Plantin e poi Moretus, divenuti ricchi e illustri personaggi conosciuti in tutta Europa. Disponevano di una notevole biblioteca.  Spesso i grandi stampatori del ‘500 erano dei letterati,  professori universitari, legati alle università di cui stampavano i libri.  E’ interessante la storia delle scelte editoriali. A causa della guerra contro gli spagnoli per qualche anno Plantin emigrò a Leida, dove fu nominato stampatore ufficiale dell’Università. Qui Plantin stampò il suo primo libro in ebraico. Con il genero Franciscus Raphalengius furono tra i pionieri della stampa nel nord dell’Olanda.

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Una parte degli edifici è in restauro. Il museo è chiuso dal 30 maggio. Saranno riaperte tutte le sale dal 1° ottobre 2016.(link a www.museumplantinmoretus.be)

 

Un viaggio di mille miglia comincia con un passo…..Lao tze.

Ho messo in pratica il famoso aforisma di Lao tze, filosofo cinese del 6° secolo A.C.

Ho fatto il primo passo.

Ho cominciato a Spotorno… No forse il vero primo passo è stato il viaggio ad Istanbul…

SPOTORNO. Sabato, il cielo è coperto da nuvoloni neri, passeggio nel budello e tra i carrugi. C’è nessuno in giro. Verso le 14 inizia a piovere, in spiaggia cammino sulla battigia , un onda mi bagna i pantaloni fino al ginocchio, continuo a camminare sotto la pioggia battente, dopo una serie di altre ondate decido che è il caso di tornare in Hotel. Arrivo nell’accogliente camera dell’hotel Giongo, dove preparano una torta alle mele con pinoli ed uvetta squisita così come le prugne con la buccia dei limoni. Mi sdraio come un gatto sul letto e mi addormento, devo recuperare due notti in bianco.

Mi alzo alle 19, rintronata, perché non sono abituata a dormire al pomeriggio. Esco, fa un freddo polare, ceno con un Calzone megagalattico  al Black Bull, e dopo aver mangiato un gelato alla pera e cioccolato, torno di corsa in hotel al caldo.

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Domenica, c’è il sole. M’incammino a piedi lungo il mare, poi lungo la strada, verso Noli, è piacevole camminare guardando il paesaggio e il mare  che luccica sotto il sole. Antica Repubblica marinara, fondata nel 1192,  si trova in una bella insenatura. Cammino tra i carrugi (vicoli) del centro storico. Le antiche torri medioevali svettano sui tetti delle case dai vivaci colori, gialli, rosa, rossastri,  le torri mozzate trasformate in abitazioni hanno le basi in blocchi verdi di  pietra locale mentre la parte superiore è in mattoni. Nel medioevo si contavano 70 torri.

Cammino verso il Monte Ursino e il Castello dei Marchesi del Carretto, una bella passeggiata con una vista sul mare da cartolina.

Scendo, attraverso i carrugi e le piazzette fino all’antica Cattedrale San Paragorio costruita nel XI secolo al di fuori della cinta muraria, in stile romanico, si trova andando verso Capo Noli, non ho potuto visitare l’interno perché l’orario di visita è dalle 10 alle 12, sono arrivata quando era di già chiusa.

P.S. A Noli e lungo la strada per Varigotti ho fatto delle belle foto, peccato che ha causa del mio rapporto conflittuale con il mio nuovo cellulare smart phone, momentaneamente non posso recuperare le fotografie! Ma prossimamente riuscirò a domarlo!

Dal 1572 divenne cattedrale della repubblica la chiesa di San Pietro dei Pescatori essendo all’interno delle mura e quindi più sicura. Il suo altare è un antico sarcofago romano.

Il 2 dicembre del 1797 con l’occupazione Napoleonica si estinse l’autonomia della piccola repubblica ormai da secoli in decadenza, un tempo abitata da ricchi mercati divenuta borgo di pescatori.

Tuttora, Noli è uno dei pochi borghi costieri con una piccola flottiglia di barche da pesca a motore. Tutte le notti i pescatori escono in  mare e ritorno al mattino a vendere il pesce nel minuscolo mercato del pesce sul lungo mare.

Noli mi affascina non solo per il suo antico borgo ben conservato ma per i personaggi che sono parte della sua storia,  come Antonio de Noli (1419-…) navigatore, scopritore delle Isole di Capo Verde e tra i primi esploratori dell’Africa. Giordano Bruno (Nola 1548-Roma 1600) si rifugiò per qualche mese a Noli dove insegnò grammatica e cosmografia. A Roma condannato come eretico per la sua visione del mondo, fu bruciato sul rogo in Campo de’ Fiori.

E il genovese Cristoforo Colombo (Genova 1451-Valladolid 1506) sognatore e grande navigatore  s’imbarcò qui per l’Olanda, fece naufragio di fronte alle coste spagnole e lì cominciò la sua avventura, cercando una nuova via per raggiungere le terre produttrici delle rare, costose e favolose Spezie, scoprì l’America, un nuovo continente. Per essere parte di  grandi cambiamenti epocali si deve essere sognatori con i piedi per terra, ancorati al proprio tempo con uno sguardo nel futuro.

Tempo fa comprai un libro antico scritto da Joseph Marie Lequinio, “Le préjugés detruits “ stampato nel 1792.

Il rivoluzionario Lequinio  partecipò alla  Rivoluzione Francese, da vero repubblicano congiurò contro Napoleone affossatore della repubblica nata dalla rivoluzione, considerato uno dei fondatori della Repubblica Napoleone non osò toccarlo. Nella prefazione evidenzia la sua visione del mondo: è uno di quegli uomini, completamente disinteressati, a volte definiti “visionari” che andando al di là della contingenza del presente riescono a vedere il futuro e lottano per il miglioramento delle condizioni della specie umana.

Mi sdraio al sole sulla spiaggia di Noli, quando le nubi tornano a coprire il sole riprendo la mia camminata sul lungo mare, poi lungo la statale, uno stupendo balcone sul mare e la bianca scogliera e le rocce verso terra friabili, coperte da protezioni metalliche contro la caduta di massi. Per raggiungere Varigotti si attraversano due gallerie, al Malpasso, c’è una spiaggia libera sempre affollata, supero l’ultima galleria e m’infilo in un carrugio poco dopo sono sulla spiaggia di quello che un tempo era un  paese di pescatori ed ora è un lussoso luogo di villeggiatura.

Nonostante questo, il posto è splendido, le case colorate di giallo, rosso,  bruno.

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La passeggiata da Spotorno a Varigotti sono circa 8 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno, osservando il paesaggio, prendendo un po’ di sole, visitando i carrugi e le chiese non è faticosa, anzi è piacevolissima.