TALLIN (2). In attesa del visto per la Russia.

Dopo essere stata sull’isola di Saremaa ritorno a Tallin.

Voglio fare il visto per la Russia. Vado all’Ambasciata Russa, mi dirottano verso la loro agenzia viaggi ufficiale Travel Agency Vaatevinkel. Qui trovo una signora russa gentilissima, parla inglese e mi spiega cosa devo fare.

Per il visto turistico, durata 30 giorni:

  • consegno due copie del modulo scaricato dal sito  internet dell’Ambasciata,
  • allego una foto tessera,
  • la prenotazione dell’ostello a San Pietroburgo,
  • il passaporto con scadenza di oltre 6 mesi dopo la fine del viaggio. 
  • L’assicurazione per il viaggio la fa l’agenzia, 9 euro e qualche cent.   
  • 65 euro il costo del visto.              

Vuole sapere l’indirizzo del mio alloggio a Tallin…non glielo dò perchè ho cambiato ostello al mattino e non mi ricordo l’indirizzo. La città in agosto è piena di turisti, ho prenotato solo i primi tre giorni, in 10 giorni cambierò 3 volte di ostello!

Vuole conoscere il mio itinerario in Russia: San Pietroburgo, Mosca, Transiberiana con un paio di fermate, Vladivostok e poi Cina. Viaggio da sola, mi dice che non è proprio tanto sicuro, di fare attenzione. Mi da qualche consiglio. Con nostalgia mi dice che sono vent’anni che non torna in Russia. Ritorno dopo 10 giorni per ritirare il visto.

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Le spettacolari torri rotonde delle mura medioevali

Quando sono arrivata la prima volta a Tallin 20 giorni prima sono “fallen in love” (innamorata, quanto mi piacciono il suono e il significato di queste parole in inglese!) della città. Una città mediovale, in buona parte ricostruita, ma splendida. Le città  di Danzica, Riga, Tallin durante la 2a Guerra Mondiale furono quasi rase al suolo dai bombardamenti dell’aviazione tedesca e sovietica. Il mio è stato un vero “colpo di fulmine”, infatti quando sono tornata, guardo la città, storco il naso e penso: sembra finta! Ferma nel tempo, come possono essere altre città come Venezia o Bruges. Bellissime. Però molto simili a vecchie signore sfatte… e rifatte, con un vistoso maquillage,  un pò finte, fuori dal tempo.

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L’altissima chiesa gotica Olav’ Church al tramonto.

Decido di approfondire la conoscenza della città. Consiglio di camminare senza una meta precisa,  lungo le antiche mura, nelle vie più lontane dalla Raekoja Plats, la piazza principale; su uno dei suoi lati c’è la più antica farmacia europea ancora attiva, fu aperta nel 1422. Ci sono luoghi come le case colorate e la piazza che partono dalla chiesa gotica di St. Olav  che incantano.

Giro per le vie, entro nelle chiese, mi perdo nelle viuzze salendo verso la collina, attraverso l’antica porta che chiudeva la notte l’ingresso al quartiere dei nobili. Avevano timore della ribellione dei mercanti, dei marinai e contadini. Case eleganti, antiche, medioevali, rinascimentali, antiche chiese e l’imponente ottocentesca Alexander Nevskij  la più grande cattedrale ortodossa dei paesi baltici, proprio di fronte al Parlamento estone colorato di rosa. Tra le case una piazzetta con vista panoramica sulla città. Sono tornata più volte la sera, verso il tramonto a vedere la città riempirsi di luci.

Nel museo della Chiesa di S. Nicola (Niguliste Kirik), costruita alla fine del 1400, c’è La Danza Macabra di Bernt Notke, vale una visita solo per vedere questo grande dipinto su legno della fine del ‘400, un tempo lungo 30 metri!

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Vecchio veliero ottocentesco.

Visito tra gli altri il Museo della Marina. Molto interessante, collocato nella torre rotonda “La grassa Margherita” parte della cinta muraria medioevale e della Grande Porta Costiera, su 3 piani, è la storia navale della città di Tallin e dell’ Estonia. A piano terra c’è una mostra dedicata ai Vichinghi.

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Attrezzatura da palombaro

Dopo aver visitato il Museo Navale esco dalla Grande Porta Costiera, ad un passo dall’ingresso e vado verso il mare. Fuori dalle mura c’è un quartiere deindustrializzato, vecchie fabbriche dismesse, alcune dell’800 restaurate e portate a nuova vita. Archeologia industriale. Su tutto svetta un’altisssima ciminiera in mattoni rossi.

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Il vecchio quartiere industriale fuori dalle mura medioevali.

Nel vecchio quartiere operaio in un edificio cadente  c’è quello che pare un Centro Sociale, ma non è, è un centro culturale finanziato dal comune dove fanno concerti ed esposizioni d’arte, si beve birra, si ascolta musica e si socializza!

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Superato il quartiere, sulla destra proprio sul mare, di fronte ad un piccolo desolato imbarco per la Finlandia c’è un’ edificio immenso, del secondo novecento, completamente abbandonato, decorato da Street Art e immondizia. Cemento, Linee dritte, prospettive lineari.

Grandi scale portano in alto, il mare è lì ai suoi piedi, le navi da crociera e della guardia costiera si perdono nell’orizzonte e nel sole.

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Ingresso con colonne – simile all’ingresso di un’antico tempio

Torno più volte. Gli edifici dell’900 abbandonati sono simili ad antiche cattedrali. Mi danno una sensazione d’inquietudine profonda. Rappresentano bene la vita. I segni del tempo. Sono grandiosi,  un tempo orgogliosa espressione della grandezza umana ora nell’abbondono, nella decadenza esprimono chiaramente il senso del limite,  della vita e della morte e proprio per questo sono stupendi e mi emozionano.

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Monaco in contemplazione sulla grande scala.

 

Museo Van Gogh e la sua certezza della morte.

Dopo 15 giorni che ero in Olanda sono andata a vedere il Museo Van Gogh.

Quando ero una ragazzina amavo profondamente i quadri di Vincent Van Gogh. Poi sono stata attratta da altri pittori. E l’ho un pò dimenticato.

C’era qualcosa che mi impediva di andare a vedere il Museo, sono partita tre volte per andare a vederlo, alla fine giravo per la città e arrivavo sempre che era ora di chiusura.

Il percorso museale ti conduce lungo la sua vita. In dieci anni a prodotto tutta la sua opera. 900 quadri,  oltre mille disegni e altri incompiuti. La maggior parte dei suoi quadri sono stati dipinti negli ultimi due anni di vita, negli ultimi due mesi dipinse 70 quadri, eccezionali. Era frenetico, sapeva di non avere più tempo.

Ha due anni sapeva che sarebbe diventato pittore.  Io a 4 o 5 anni sapevo ciò che sarei diventata d’adulta.

La mostra con i dipinti, i tabelloni illustrativi, le foto, i manoscritti, i quadri dei pittori che amava, di quelli che hanno incrociato il suo percorso di vita, di altri che hanno lavorato sugli stessi temi, il rapporto con il fratello Teo  ti conduco per mano nei suoi quadri, in quello che era, in ciò che sentiva.

E’ qualcosa di eccezionale e terribile.

Alla fine capisci e non ti resta che piangere.

Ho passato lì 7 ore, avrei voluto restare, ma era orario di chiusura.

I suoi quadri che cambiano, la pennellata che si trasforma. Il colore. A piano terra dove inizia la mostra ci sono gli autoritratti, non avendo modelli, riproduceva se stesso, giocava con il colore. Riutilizzava le tele. Dietro agli autoritratti ci sono teste femminili, o maschili eseguite all’inizio quando dipinse i mangiatori di patate. Questi ritratti sono di una potenza, una forza pazzesca, era bravo, da subito. Un autoritratto, un vero quadro fa paura: l’intensità, la profondità, il mistero del suo sguardo è impressionante.

Nel museo c’è un quadro con uno strano colore. Ti fa pensare: questo non centra con Van Gogh, oppure il giorno che ha dipinto quel quadro è sceso dal lato sbagliato del letto!

A fianco un cartello ti spiega che il quadro a perso il suo colore originale. C’è una foto di un pezzo di tela che non è stata esposta alla luce e lì ritrovi la sua forza, il suo colore.

E sollevata, mi spiega anche cosa ho visto in un paio di quadri.

E’ nato a Zundert, Olanda, nel 1853; muore in Francia ad Auvers-sur-Oise nel 1890. Aveva 37 anni. Disegnava fin da bambino, frenato dal padre, severo pastore protestante. Diventa pittore a 27 anni, studia intensamente un anno per apprendere la tecnica. All’inizio dipingeva i contadini, il loro mondo, i colori erano scuri, neri, marroni, poca luce, nel 1885 dipinge il suo primo quadro importante “I mangiatori di patate”, poi nel 1886 va a Parigi, conosce gli impressionisti e trova ciò che cercava, i colori, la luce, che approfondisce nel sud della Francia in Provenza.

Vende in vita un un’unico quadro, bellissimo, “la vigna rossa”.

Dalla metà del XX secolo è considerato tra i più grandi pittori della storia. I suoi quadri sono tra i più cari sul mercato dell’arte, alcuni hanno superato i 100 milioni di euro!

Oggi viene considerato un pioniere dell’arte moderna.

In vita era sostenuto economicamente dal fratello Teo, mercante d’arte, credeva in lui e amava i suoi quadri.

La vedova del fratello Theo, morto nel 1891, pubblicò (1913) Le Lettere che i due fratelli si scrissero dal 1872 al 1890.

Quanto prima cercherò una copia in lingua italiana, voglio leggere cosa raccontava di sè e della sua pittura.

Scelse volontariamente di entrare in una casa di cura per malattie mentali, 150 psichiatri hanno analizzato i suoi sintomi con 30 verdetti diversi che vanno dalla schizofrenia all’epilessia alla malnutrizione (già, all’epoca l’epilessia veniva considerata malattia mentale).

Utilizzava i colori per esprimere ciò che vedeva e sentiva. Con i colori raccontava l’essenza delle persone, dei paesaggi, dei fiori, delle cose. Amava la vita.  Disperatamente.

Nell’ultimo anno e mezzo ho letto più volte un libro “La realtà non è come appare” del fisico, astronomo, studioso di fisica quantistica Carlo Revelli. Per me che ho scarse conoscenze scientifiche è un libro difficile, ma lo leggerò ancora, sono profondamente convinta che la realtà non è come ci appare. Molti fenomeni considerati misteriosi, inspiegabili, negati, sono semplicemente fenomeni fisici ancora inspiegati. Nel 1500 il Magnetismo era considerato, magia, opera del demonio e chi cercava di comprenderlo rischiava il rogo o passava per matto.

Probabilmente Van Gogh aveva delle qualità che lo portavo nell’essenza delle cose e dal poco che ho letto lì al Museo e poi su internet doveva essere una persona estremamente razionale che conviveva faticosamente con una realtà che forse non si spiegava o forse se la spiegava benissimo.

In punto di morte sembra che le sue parole siano state “Ora voglio tornare.”

 

 

 

 

Le ombre di Scheeveningen. Olanda

Sono arrivata alla spiaggia di Scheeveningen in tarda mattinata, beach della città olandese Den Haag.

In Italia con questo nome non la conosce nessuno, infatti per noi è l’Aia. Importante per le istituzioni Internazionali. Tribunale Criminale internazionale (Crimini di Guerra: es. ex Jugoslavia- Milosevic),  Europol (apparato repressivo europeo) e sede del governo olandese. Mi avevano detto che se proprio volevo andare a piedi ci andava un’ora.

Beh, non so’ esattamente quanto tempo ci va, perché mi sono fermata a lungo nei grandi magazzini. Tanto Amsterdam è cara quanto Den Haag ha prezzi bassi. Ho comprato un cappellino di paglia estivo a 5 euro, lo stesso in Italia l’avrei pagato 54! E senza esagerare.

L’arrivo a Scheeveningen è stata un’esperienza unica, veramente insolita.

E’ una bella giornata. Vado sempre dritto fin dove finiscono le case. Di fronte alla grande duna salgo in un punto dove si abbassa e ancora prima di arrivare in cima mi dico, ma che succede…Quando sbuco in cima alla duna il mare non c’è! Una foschia lattiginosa copre tutto. S’intravvede appena il faro. Un muro fitto, ma lieve. Mi volto, invece alle mie spalle il sole continua splendere.

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Sono lì a guardare se riesco a vedere qualcosa, alla fine giù alla base della duna comincio a vedere la sabbia. Mi avevano detto che lì la spiaggia è larga 300 metri e lunga chilometri. Scendo, la sabbia è fine e dorata. Ci sono moltissimi frammenti di conchiglie. E’ un mare vivo. M’inoltro in tutto quel bianco, dopo più di cento metri, comincio a vedere le pozze d’acqua, la ragione della foschia. C’è bassa marea. Fa caldo. La differenza di temperatura, il mare gelido e il sole caldo fanno evaporare l’acqua.

 

Continuo a camminare verso il rombo del mare, il suono è possente. Intorno a me, ad una certa distanza, scorgo delle ombre, appaiono poi scompaiono, finalmente arrivo a riva. L’acqua è gelida, molto più fredda dell’inizio d’Aprile in Liguria. Con i piedi a bagno cammino lungo la battigia. Mi vengono in mente  quadri ottocenteschi di pittori olandesi, fiamminghi o francesi. Non pensavo fossero reali. E’ fantastico mi sento in un quadro. E’ difficile spiegare le sensazioni provate immersa in quella foschia, la gente che appare e scompare. Poi man mano la foschia si dirada, si cominciano a vedere zone più luminose, più gente, prima che si sciolga passeranno forse due ore.

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Parigi. MAM, Museo d’Arte Moderna. La Danse di Matisse – La Danza di Matisse.

La seconda cosa eccezionale del Museo d’arte moderna di Parigi sono due versioni delle tre dipinte da Matisse de la DANSE .

La Dance inachevèe, 1931.

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la Dance de Paris, 1933.

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Nel 1930 il collezionista Barnes commissiona a Matisse un’opera per la parte superiore del Salone della sua Fondazione a Merion vicino a Philadelphia. La Danse inachevè ha una elaborazione lenta alla fine viene abbandonata per la difficoltà di lavorare su una dimensione “sovrumana”. Verrà utilizzata come supporto per costruire le altre. Fu ritrovata nel 1992.

Incomincia la Dance de Paris, ma la sospende e inizia la Dance de Merion, diversa più idilliaca. Nel 1933 riprende la Dance de Paris usando come supporto la Dance inachevè, su cui punta  papier gouachèe (carta acquarellata) e decoupèe (tagliata). Costruisce sei danzatori, sullo sfondo esaltano le figure i colori rosa, blu e nero. Sono frammenti di figure, quello che assorbe il visitatore è il ritmo. Mi sono seduta e sono rimasta li immersa nel colore e nel ritmo delle figure.

 

 

Parigi. MAM, Museo d’arte moderna. La Fée Electricitè – La Fata Elettricità.

Il MAM, Musée d’art moderne, è da vedere per la sua collezione permanente, ma soprattutto per due cose eccezionali:

L’affresco Fée Electicité eseguito per l’ Esposizione Universale del 1937 da Raoul Dufy su commissione della Compagnia parigina di distribuzione dell’elettricità.

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Per cogliere la bellezza profonda di questo affresco bisogna osservarlo con calma. Sedersi. Ruotando seguendo l’affresco. Immergersi, sprofondare nel colore. Leggere la storia che racconta. Nella parte superiore dal ribollire della natura primordiale, alla storia millenaria dell’uomo che giunge alla costruzione delle centrali idroelettriche, alla diffusione nelle capitali del mondo della “Fata elettricità”. Nella parte inferiore gli uomini che hanno fatto la storia della scienza e dello sviluppo dell’elettricità, dai filosofi dell’antichità agli scienziati del primo novecento. Miscuglio di mitologia, allegorie, esattezza storica e tecnologia incanta.