L’isola di Saaremaa.

I love Saaremma.

Per me l’Estonia è quest’isola immersa nel mar Baltico. E’ un luogo apparentemente quieto, ma dopo qualche ora che sei lì cominci a sentire il suo mistero, senti l’intensità delle forze che ribollono sotto quell’apparente calma…E’ un’isola antica, i primi insediamenti umani dell’Estonia sono qui. Sono state ritrovate tombe antiche di 7000 anni…2500 anni fa aveva rapporti commerciali con l’Oriente!  E’ un’isola tormentata, la sua posizione geografica ne ha fatto un campo di battaglia per secoli.  Qui sono corsi fiumi di sangue.

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Per la sua posizione strategica fino al crollo dell’impero russo e conseguente indipendenza estone nel 1991, era una delle zone speciali dell’Unione Sovietica, solo gli abitanti e i militari delle basi potevano arrivare sull’isola.

E’ la più grande isola estone, circondata dal mar Baltico, chiude il golfo di Riga. E’ coperta da boschi e foreste, basse spiagge e alte scogliere, minuscoli villaggi, colkoz abbandonati, fattorie, nei prati si vedono mucche e pecore, cavalli… cigni e cicogne!

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Sono arrivata con il traghetto da Virtsu, sotto la pioggia, mezzora circa l’attraversata. Intorno isole. Un cielo nero con nuvole basse. Sullo sfondo il verde scuro dell’isola di Saaremaa.

Dopo 150 km in autobus in mezzo ai boschi, arrivo a Kuressaare, il capoluogo. Scendo “accompagnata” da una signora conosciuta in autobus che a tutti costi vuole che soggiorni a casa del figlio, finalmente dopo 1,5 km a piedi mi sistemo nell’ostello … all’interno di un edificio della scuola elementare locale, aperto solo d’estate.

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Vado a fare un giro per la cittadina di 15.000 abitanti per capire dove sono finita. Mi piace subito. Arrivo al Castello costruito nel 1300 dai Cavalieri Teutonici, passeggio sulle antiche mura, e nel cortile. L’interno dell’edificio principale lo visiterò il giorno dopo. Esco dal castello dalla parte opposta da cui sono entrata,  prati, spiaggetta con campo di pallavolo e il mare. Mi siedo su un muretto con i piedi nella sabbia ed osservo il mare… una distesa calma, isole all’orizzonte, erba nel mare, cigni selvatici e silenzio…vengo invasa da un senso di quiete che non sentivo da anni…

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Ho prenotato per due notti, rimango  lì 8 giorni…

Se si arriva senza auto come me non ci sono grossi problemi, dalla stazione degli autobus c’è un servizio regolare per i villaggi e i luoghi più noti dell’isola.

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L’isola è splendida per chi ama la bicicletta, ho fatto chilometri girovagando tra i boschi, le dune, seguendo le deviazioni per le spiaggette lungo la costa…tra gli alberi ci sono dei campeggi favolosi. Pochissime case…e natura.

Non ho visto tutta l’isola, non ho visto le alte scogliere del nord e la costa ad ovest. Un ciclista conosciuto lì mi disse che sono la parte più bella.

Non ho fatto tutto il giro dell’isola perchè mi sono sfasciata un ginocchio il primo giorno…cadendo dalla bicicletta! E non c’è niente da ridere…perquanto mi sentissi un’idiota…seduta in terra in mezzo ad un cortile senza potermi muovere…Un male cane e un brutto taglio profondo e sbucciature in quantità!

Sono caduta perchè sono alta 1 metro e 65… quando baro un pò! Sull’isola quelli che vanno in bicicletta sono alti…

Io, orgogliosa figlia del Sud Europa quando ho visto quelle biciclette enormi ed altissime ho pensato “merda, ma quanto sono alti sti’ qua” però impavida scelgo la bici più bassa e provo, riesco a salirci, ma non tocco terra, faccio qualche giro nel cortile, alla fine urlo al donnone alto un metro e 90, “ok la prendo”, un secondo dopo mi ritrovo per terra sanguinante!

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Pronta assistenza. Non voglio un medico, per mia fortuna ho notevoli capacità di autoguarigione, dopo un’ora zoppicante me ne vado. Però non demordo, m’informo, mi dicono che forse l’unico che affitta biciclette “normali” è un bellissimo locale di fronte al castello. Ci vado. Il giorno dopo, tutta dolorante, alle 10, affitto la bici per 9 euro, la riporto la sera alle 18 dopo aver fatto una cinquantina di km. Stanca, ma profondamente soddisfatta.

img_4165 A Kaali all’interno dell’isola si possono vedere  i 9 crateri prodotti qualche millenio fa dalla caduta di un meteorite. Ci sono antichi  mulini a vento visitabili ad Angla.

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Molte chiese antiche sono sparse tra i boschi e il mare, ma la più misteriosa è l’antichissima chiesa di Karja.

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Lungo la costa c’è un piccolo cimitero, un sacrario militare e un monumento dell’ex USSR ai caduti su una insignificante spiaggetta, centinaia di  morti per difendere un quadratino di terra dall’invasione tedesca. IL mare, la spiaggia, i prati che scendono verso il mare, le dune, la pineta, la bellezza del luogo, il silenzio sono quasi insopportabili di fronte a quei morti, stridono, rendono evidente l’insensatezza delle guerre.

Sono talmente affascinata dall’isola che vado via pensando che forse tornerò e passerò lì l’inverno. Sull’isola e nei villaggi di Saaremaa fioriscono molte leggende, non mi stupisce… l’isola è uno di quei posti che se non stai attento non ti lascia più andare… Ho conosciuto lì un uomo, un tedesco, arrivato vent’anni fa non è più riuscito ad andarsene.

Nei prati davanti al piccolo porto di Kuressaare ci sono le statue dedicate al gigante Suur Toll e alla moglie Piret soccorritori dei pescatori in pericolo protagonisti di una leggenda locale.

Me ne  vado solo perchè non riesco più a dormire la notte, non sono stanca, ma le forze che sento lì sull’isola, umane e della natura sono notevoli… e devo decidere cosa fare…restare lì o andare in Russia?

 

 

Berlino (1)

Prima di andare a Danzica sono stata dieci giorni a Berlino. C’ero stata nel 1991, un anno dopo la caduta del Muro. Era un cantiere, gru dappertutto. Stavano rinnovando la città. Nuovi palazzi progettati da grandi architetti come Renzo Piani. Restauro dei vecchi edifici come il Bundestag e la Brandeburgo Tor. Mi aveva entusiasmato l’isola dei musei, il viale Unter den Linden, il Museo di Pergamo e la Porta d’Ishtar. Vivevo in Germania allora. In quella occidentale.Studiavo il tedesco, amavo la Germania e la storia tedesca.

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Sono nata in un paese bruciato dai tedeschi durante la 2a Guerra Mondiale. Da bambina mio padre mi raccontava quando avevano ammassato  lui che aveva 8 anni, le donne, i bambini e i vecchi in fondo al paese con le mitragliatrici puntate, (c’era un servizio di vigilanza, all’arrivo dei soldati, ì maschi adulti erano fuggiti per non rischiare di essere spediti in Germania a lavorare come schiavi). Avevano trovato due soldati tedeschi uccisi in uno dei passaggi tra una corte e l’altra dell’antico paese fortificato e per rappresaglia volevano sterminare tutto il paese, per fortuna arrivò un contr’ordine, e i tedeschi se ne andarono senza uccidere nessuno (Scoprirono che non erano stati i partigiani, al buio i due soldati si erano sparati tra di loro o forse, dicevano in paese, la guerra era alla fine e l’ufficiale tedesco non volle caricarsi sulla coscienza tutti quei morti).

Invece qualche giorno dopo i fascisti strapparono unghie e occhi ad un povero ragazzo diciassettenne con ritardo mentale che nella sua ingenuità vestì una giacca militare trovata nei boschi intorno al paese, mentre tornava a casa, sfortuna vuole, incontrò un gruppo di fascisti, pensarono fosse un partigiano, lo torturarono e poi l’uccisero. Era lo zio di una mia amica.

Mio zio, Barba Berto, si fece 3 anni di lager, soldato sul fronte greco-albanese si era rifiutato di servire i tedeschi, era uno di quegli italiani sfigati che si fecero 10 anni di guerra.  Era di leva e fu inviato in Africa per la guerra coloniale, poi con la guerra mondiale finì prima  sul confine francese e poi si fece la guerra di Grecia e d’Albania. Nel ’43 con l’Armistizio voleva solo tornare a casa,  non aveva voluto la guerra, era stato costretto a farla.

E i fascisti della Repubblica di Salò al di là delle fesserie che si raccontavano e raccontano ancora oggi i loro epigoni avevano un unico problema salvare il “culo”, dopo vent’anni di dittatura, e conseguenti porcate, violenze, torture e repressione, dalla rabbia di chi avevano oppresso. Per questioni personali tradirono la patria di cui oggi si riempiono continuamente la bocca e furono responsabili della morte di altri milioni d’italiani, la guerra durò altri due anni.

Così mio zio finì su un treno piombato e in un lager dove soffrì la fame (perse 29 chili), diceva: “Trattavano peggio di noi solo gli ebrei e i polacchi”. Nel ’45 fu liberato dai russi, la guerra continuava e lui fu spedito verso est, in Russia. Riuscì a tornare in Italia nel ’46. Era un tipo allegro, della guerra non parlava mai davanti a noi bambini e non amava (per usare un eufemismo) i tedeschi e i fascisti, gli avevano rubato la giovinezza.

E la Croce Rossa…. Si, lui moriva di fame  e di freddo nel lager, la sua famiglia di poveri contadini si toglieva il pane di bocca, confezionava calde calze di lana e altro vestiario per inviarglielo al fronte e poi nel lager…Non ricevette mai nulla. Quello che gli apparteneva veniva girato agli ufficiali.

E poi io ho studiato e conosciuto la storia tedesca del ‘900,  la storia del Partito Socialdemocratico tedesco, la Lega di Spartaco, il rifiuto della guerra di Liebknect e di Rosa Luxemburg, l’opposizione dei lavoratori tedeschi al nazismo che non è quella degli ufficiali tedeschi che nel’44  si svegliano e tentano di uccidere Hitler, ma è quella resistenza di cui non si parla mai, ma che costò la vita ad 1 milione di lavoratori tedeschi, i lager furono inventati negli anni ’30 per reprimerli.

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A proposito di Lager:  ho scoperto anni fa e non riesco ancora oggi a farmene una ragione che nei Lager furono internati 12 milioni di persone….Vi siete mai chiesti quanti si salvarono e tornarono a casa? Beh ve lo dico io…E’ talmente enorme e mostruoso …1 milione di persone si salvò. 11 milioni morirono. 11 milioni di bambini, donne e uomini.

11 milioni di morti su 12 milioni d’internati… 

Di solito si parla dei 6 milioni di ebrei assassinati nei lager. E mi sembra giusto. Quello che non mi sta bene è che non si parla mai degli altri. E gli imbecilli che fanno del revisionismo storico per ragioni politiche, per sminuire gli ebrei, in realtà stanno nascondendo e giustificando la morte anche degli altri 5 milioni di persone. 

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La penisola di Hel.

Da Danzica dopo un’ora e 50  di ferryboat si raggiunge il porticciolo della penisola di Hel.

La penisola chiude la baia di Puck, all’interno della grande baia di Danzica. Il nome Puck mi ricorda l’opera di Shakespeare “Il sogno di una notte di mezza estate” e tutte le leggende sui folletti dei boschi dispettosi raccontate dai vecchi nella mia infanzia. Ce n’era uno che mi piaceva particolarmente. Dimorava sotto il castello medioevale,vicino al ruscello dove un tempo, molto…molto tempo fa, le donne del paese andavano a lavare la biancheria. Era un po’ fuori dal paese, però…lì l’acqua era più calda… Portavano i bambini nelle piccole culle di legno. I bimbi dormivano mentre le donne lavavano e sbattevano i panni sulle pietre in riva al ruscello, intanto chiacchieravano. Mentre erano distratte dai pettegolezzi, e dalle risate, il folletto (al fulatun) prendeva una culla, la portava in alto nel cielo blu e poi la lasciava cadere. Le madri urlavano, ma prima che la culla si sfracellasse in terra il folletto ridendo come un matto la raccoglieva e depositava sul prato!

La penisola di Hel è larga massimo 200 metri a parte nella piccola cittadina che da il nome alla penisola dove arriva ai 3 km di larghezza. Hel è un tipico posto balneare, una passeggiata con un ristorante dopo l’altro. Acchiappaturisti. Infatti l’attraverso senza fermarmi, vado diritta alla spiaggia. Arrivo al bosco, chiedo informazioni: posso scegliere il sentiero che passa nel bosco dritto di fronte a me e dopo 850 m. arriva alla spiaggia oppure 1200 m per arrivare alla punta della penisola.

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Scelgo il Bosco. E non sbaglio. E’ bellissimo. Pini marittimi, betulle e altri alberi. Morbido muschio verdissimo. Resto lì più di due ore. Più avanti nascoste nel bosco e tra le dune ci sono le fortificazioni, strutture anticarro, bunker, in questo paradiso ci sono state cruente battaglie da Napoleone alla 2 Guerra Mondiale. Tuttora è un punto strategico con strutture militari lungo la costa.

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Negli ultimi trecento metri ci sono le dune un po’ nascoste dai pini marittimi e dalla bassa vegetazione, poi sbuco sulla spiaggia. Bianca, finissima, sembra cipria. E’ domenica, siamo a fine luglio, c’è un po’ di gente appena si scende dalle dune, ma è comunque una spiaggia semi selvaggia. Cammino per qualche chilometro sotto il sole cocente e incontro qualche coppia o gruppo di amici arrivati con la bicicletta passando attraverso le dune. Chissà che faticaccia!

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I pini sulla duna mentre giro tra i ruderi delle fortificazioni mi danno sollievo alla calura, siedo sotto un pino  e osservo il mare, i fiori che crescono rigogliosi.  La duna in alcuni punti e così vicina a riva che il mare la sta erodendo, dei pini sono caduti sulla spiaggia sottostante, è successo da poco sono ancora verdi, altri sono al limite del bordo della duna, alla prima tempesta crolleranno. Quando riprendo il cammino immergo i piedi nell’acqua, non è fredda, certo non è il Mar Mediterraneo, ma si può fare il bagno e l’acqua è pulita.

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Per centinaia di metri non c’è un’impronta, non è ancora passato nessuno. Cammino sulla sabbia, è intatta, nonostante sia finissima ad ogni passo fa uno strano rumore,  scricchiola.  E’ ricoperta da una patina sottilissima, forse è salsedine. Nella luce accecante, con la gola riarsa, senza un’anima in giro, nel silenzio accompagnata dallo scricchiolio della sabbia mi sembra di camminare in un deserto.

Sto morendo di sete, m’informo, il primo bar è a 2,5 km! E’ il caso che riattraverso il bosco. Dove inizia c’è un gruppo di 4 betulle isolate, piantate nella sabbia, cosa faranno lì? Poco più in là un cartello raccomanda di non disturbare le foche…le foche!? Si, e anche una specie di balenottero.

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Speranzosa chiedo informazioni ad un nativo. Dove posso vedere le foche? Lui mi guarda con aria compassionevole e poi con un verso in polacco che non ha bisogno di traduzioni mi dice che me le posso scordare. Ci sono, ad ottobre, ma su un’isola 5 km al largo! Ahi me, niente foche… Invece no.

Attraverso il bosco, incontro una donna che parla solo polacco, però capisce che sto cercando un ristorante dove si mangi bene  spendendo poco, mi indica un locale che non trovo, perché sono accecata dalla sete e dalla fame, infatti cerco un po’ e poi mi scoccio e mi infilo in un ristorante. Dopo pranzo il mio cervello ricomincia a funzionare così ricordo che la donna incontrata nel bosco mi aveva detto che il locale è vicino al Focario! Vado, trovo il ristorante dove cucinano il pesce appena pescato, dalla folla e dalle facce felice comprendo che il consiglio era buono e finalmente vedo le foche. 7 foche, ad una certa ora gli addetti tra cui una veterinaria le fanno giocare con palle e cerchi intanto danno le medicine a quelle che ne hanno bisogno.

Al tramonto vado verso il porticciolo, arriva il ferryboat, si torna a Danzica.

Il porto di Danzica.

Sono partita da Danzica sul ferryboat che porta alla penisola di Hel in una giornata di sole. Costo andata e ritorno 8 euro. La motonave percorre tutto il canale o fiume Motlawa, fino alla confluenza con il grande fiume Vistola. Sulle sponde della Motlawa si sviluppa, per chilometri, il porto di Danzica (GDanks). Primo porto polacco.

E’ affascinante questo passaggio in mezzo al fiume tra le due sponde del porto. Grandi navi  alla fonda sono in costruzione o in riparazione. I cantieri si susseguono uno dopo l’altro. Si vedono le gru al lavoro, grandi tubi raggiungo le navi e le riempiono di sabbia, cereali, e chissà quante altre cose. I rimorchiatori ruotano le navi tra le sponde. Le fiamme ossidriche  saldano l’acciaio delle navi. Gli operai si fermano ad osservare le navi dei turisti di passaggio.

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Dal 1200 importante porto commerciale e per la pesca, fu tra le più importanti città della Lega Anseatica, la potente alleanza tra le città mercantili che controllavano il commercio nell’Europa Settentrionale e nel Mar Baltico. Nel XVI secolo divenne il più importante porto del Mar Baltico. Danzica e il suo porto contesi per secoli tra principi polacchi, cavalieri teutonici, russi e prussiani videro sparare qui il colpo di cannone che diede inizio alla 2a Guerra Mondiale. Il 1° settembre del 1939 alle 4.45 la vecchia corazzata tedesca Schleswig-Holstein con una cannonata sparata nel porto diede inizio all’occupazione della Polonia e alle ostilità che nel mondo in 5 anni causarono la morte di 50 milioni di uomini e donne. Oggi sulla penisola di Westernplatte, verso la foce, alle spalle del porto, c’è un monumento ai caduti polacchi e un museo a cielo aperto delle fortificazioni che ressero l’assedio di una settimana dell’esercito tedesco.

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Il porto di Danzica nei decenni successivi alla 2a guerra mondiale è stato più volte al centro di lotte di un forte e coraggioso gruppo di  lavoratori che pur rischiando la vita, la prigione e il posto di lavoro hanno saputo lottare per difendere i loro interessi sul luogo di lavoro. I Cantieri Lenin restano nella memoria dei lavoratori di tutto il mondo. Poi su questo è stata fatta grande demagogia. Solidarnosc il sindacato espresso dalle lotte è finito col diventare uno strumento di controllo dei lavoratori, ma questo non toglie nulla al coraggio e al valore dei lavoratori polacchi.