Buchara.

Buchara per secoli tra le più importanti città della Transoxiana, distrutta da Gengis Khan, ritornò a essere una famosa, ricca città commerciale sulla Via della Seta e un importante centro religioso.

Tra il 1261 e il 1264 qui vissero Matteo e Marco Polo prima di andare verso la Cina! Buchara nei secoli attirò tra le sue mura importanti studiosi e poeti, tra i quali Abd Allah ibn Sina conosciuto in Occidente come Avicenna grande medico e astronomo. 

Buchara è bella. Piccolina. Il centro storico con le su madrase, le moschee, le cupole dei mercanti è Patrimonio dell’Umanità. Due o tre giorni sono sufficienti per visitarla. E’ un posto molto turistico, ma vale veramente la pena di vederla.

L’unica cosa irritante è che chi vive e lavora nel centro storico sono commercianti che campano sul turismo e sfacciatamente per loro sei un bancomat emettitore di banconote e basta!

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Mausoleo dei Samanidi.

Il Mausoleo dei Samanidi del 9° secolo, è uno dei luoghi più belli di Buchara, la stupenda armonia della sua architettura, insieme Soghdiana preislamica e innovativa, è un capolavoro dell’architettura mondiale. E’ una rappresentazione simbolica dell’universo. Ha la forma di un cubo simbolo della terra e della stabilità, la cupola semisferica che lo sormonta rappresenta il cielo. La bellezza delle sue facciate, costruite con mattoni seccati in forno che formano motivi diagonali, orizzontali, verticali, rettangoli, quadrati, rosette, e dischi, è evidenziata dalle colonne ai quattro angoli dell’edificio con piccole cupole che circondano la grande cupola centrale.E’ un luogo di pellegrinaggio musulmano, la gente entra a pregare sulla tomba, le sepolture sono nascoste nelle cripte sotterranee. Sarà l’armonia delle forme, sarà che la gente va lì a pregare e ci va con le migliori intenzioni, in questo luogo si respira, si sente qualcosa che ti trattiene lì dentro, e ti affascina.

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Madrasa Chor-Minor

L’altro luogo che mi è piaciuto particolarmente è la Madrasa Chor-Minor: “Quattro minareti”. Il corpo centrale della madrasa è circondato da quattro minareti con cupole blu una diversa dall’altra. E’ stato costruito nel 1807 grazie a un ricco mercante, però è evidente dalle pietre con antiche iscrizioni  (rune) che reggono le porte o sono inserite nei muri con altre colonne di un’epoca più antica, che è stato costruito su un antico tempio zoroastriano.

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Rune. Madrasa Chor-Minor
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Vecchie donne uzbeke sotto casa al fresco di fronte al Chor-Minor.

Ho cercato per due giorni il Chor-Minor, non riuscivo a trovarlo, è un po’ spostato rispetto a tutti gli altri edifici più importanti. Avevo una cartina illeggibile. Chiedo informazioni ad un uomo in bicicletta, mi accompagna, mi racconta che ha cinque figli e tutti studiano le lingue inglese, russo, francese, tedesco. Lui è fiero dei suoi figli. Prima di andarsene, dal sacchetto di plastica appeso alla bicicletta, prende un grande pane tondo, mi regala un pezzo del suo pane. E’ il pane più buono che ho mangiato in Uzbekistan!

A Buchara ci sono mille cose belle da vedere, conviene perdersi, girando a piede, con una carta e una guida, fermarsi ed entrare nelle madrase, dove spesso vendono, nel cortile interno o nelle celle degli antichi studenti coranici, prodotti di artigianato locale, o nelle mosche, dove si può; o sotto le antiche cupole dei mercanti dove potrete intavolare lunghe trattative per acquistare un tappeto, una tovaglia o un cappello in karakul. Mi mangio ancora le mani per non averne acquistato uno stupendo!

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Tra quei cappelli c’è il “mio cappello in karakul !”

Di fronte alla Madrasa della foto qui sopra c’è la Madrasa di Ulug-Bek, della fine del 1500, qui c’è un’iscrizione “La ricerca della conoscenza è il dovere di ogni seguace dell’Islam, uomo e donna”, conoscevo Ulug-Bek come grande astronomo, innovatore e saggio, conosciuto e apprezzato nella sua epoca e nei secoli successivi anche in Europa, dopo aver saputo di questa iscrizione, la mia ammirazione nei suoi confronti è ancora cresciuta! Consiglio a tutti la visita di quel che rimane del suo osservatorio astronomico a Samarcanda.

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Madrassa di Ulug-Bek a Buchara.

L’Ark è la fortezza-cittadella e il più antico edificio di Buchara, ricostruito più volte, ha mura imponenti. All’interno ci sono due musei e un’antica moschea e molti altri edifici, fino all’inizio del 20° secolo ospitava ancora 3000 persone.

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Leone nel cortile del trono della cittadella d’Ark.

Di fronte alla fortezza c’è la Moschea del Venerdì con il suo piccolo minareto e una delle poche vasche rimaste delle oltre 100 presenti fino all’inizio del ‘900 nell’oasi di Buchara, furono interrate perché erano diventate putridi e malsani acquitrini.

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La seconda cinta muraria della città.

A una certa distanza dall’Ark c’è la seconda cinta muraria che proteggeva la città, dell’8°sec. Le condizioni non sono buone come quelle degli altri edifici, ma di fronte c’è un piccolo mercato, dove si può comprare la frutta fresca!

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Il grande complesso del minareto Kalon, con la sua moschea, la madrasa ancora attiva e i grandi cortili interni con cupole e colonne è bello, imponente, dall’esterno sembra una fortezza inattaccabile o un nostro antico monastero.

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Il complesso del minareto Kalon visto dall’esterno.

Credo di essere una donna rispettosa delle religioni altrui, perché comprendo i meccanismi che portano le persone a credere, anche se sono atea, ma qui ho dato dello stronzo ad un fondamentalista islamico. Ero stata invitata a entrare nella moschea da un gruppo di donne islamiche, altrimenti non mi sarei permessa di entrare, dopo un po’ le donne se ne vanno, io resto. Arriva questo deficiente maleducato e con pessimi modi mi dice nella sua lingua che me ne devo andare, comincia ad agitarsi e sbraitare. Io sono esterrefatta e non mi muovo, anzi lo ignoro proprio. Telefona al guardiano che mi dice devo andarmene. Mi alzo, esco vado dal guardiano e gli spiego da incazzata la situazione. Quando capisce, ride e si scusa. 

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Cortile con il minareto Kalon.

Oltre agli splendidi edifici storici, nelle viuzze, le case sono costruite in fango secco, ma si vedono anche molte case nuove e si capisce la ricchezza prodotta dal turismo.

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Casa in fango.

Dopo il primo giorno con un sole splendido, un cielo blu, una luce eccezionale che si rifletteva si muri bianchi rendendo la città magica, poi essendo novembre, per tre giorni sempre cielo grigio.

Buchara è una città dove fare i turisti, apprezzare la storia, la bellezza e la grandezza della specie umana, ma non una città da viverci, come invece è possibile nella bella e moderna città di Taskent.

 

Tashkent. Come partire per Samarcanda e ritrovarsi a Buchara… in piena notte!

Novembre 2016.

Sono arrivata ieri sera che era quasi mezzanotte. Il treno da Andijan a Tashkent aveva quasi tre ore di ritardo… il viaggio in treno tra i campi di cotone, i frutteti e le vigne della Valle di Fergana è bello. Mi sono proposta di tornare in un’altra stagione e fermarmi nella valle.

La Valle di Fergana in tempi recenti è stata tormentata da sanguinose repressioni, rivolte, problemi territoriali con i vicini kirghisi e tagiki. I controlli sono severi. Si è obbligati ha registrarsi ogni notte in hotel, mentre in altre zone dell’Uzbekistan ti puoi registrare ogni tre giorni. Sono gli hotel a registrarti, è meglio ricordarglielo evitando così arresti e multe salate. Chi viaggia in bicicletta e vuole fermarsi a dormire sotto le stelle, nella Valle non può.

Non avevo prenotato l’hotel, alla partenza ero incerta se fermarmi in qualche città della Valle di Fergana o andare direttamente a Samarcanda. Nel 2° caso pensavo: arrivo a Tashkent, faccio il biglietto e proseguo. Non sapevo ancora come funzionano i treni, le biglietterie e i ritardi in Uzbekistan!

I treni sono sempre in ritardo… vai a capire perché, hanno poche linee, pochi  treni… bei treni, simili alla Freccia rossa.

Sul treno sono l’unica occidentale e tutti sono curiosi, una donna, una cantante lirica sta andando in ospedale a Tashkent per una delicata operazione, chiacchieriamo un po’, prima di scendere mi regala una forma di pane tradizionale e della frutta secca. Vorrei rifiutare, non so dove metterli, ma è impossibile, i vicini di sedile mi dicono che devo accettare, è di buon augurio per lei che va ad affrontare una difficile operazione. La ringrazio tantissimo.

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Arrivo nella notte e non so dove andare a dormire, vicino alla stazione non vedo hotel, per fortuna in treno avevo chiacchierato con molta gente, tra queste una donna e la sua bambina, le chiedo informazioni, lei con i suoi amici mi accompagnano in un hotel della città, piuttosto lontano dalla stazione. Costo 26 euro. In realtà il primo hotel dove mi hanno accompagnato costava quasi 200 euro! Pensano che gli occidentali siano tutti ricchi…

Mi alzo alle 6,30. L’impiegato dell’hotel mi accompagna alla stazione, saranno 5 km e si fa pagare 8000 sum, la stessa cifra pagata per fare 70 km!

Arrivo alla stazione pensando di prendere il treno delle 8.45, avevo visto l’orario su internet, invece partiva alle 7.45! C’è folla, la coda è molto lunga, coda, si fa per dire… centinaia di persone ammassate davanti agli sportelli, tutti che ci provano a passarti davanti, gli uomini sono particolarmente stronzi…tutti usano falsi privilegi per superare gli altri, tirano fuori tessere, si fanno accompagnare da un poliziotto, parlano all’orecchio dell’impiegato che controlla tutto questo casino e che li agevola se paghi, la gente in coda brontola seccata, ma fanno poco per impedirlo.

Ci sono varie possibilità: ore 8.45 treno di lusso, 124.000 sum=37 euro; ore 17.15, 57.000 sum=17 euro oppure 18,45 posto economico 37.000 sum=11 euro. Scelgo quest’ultimo treno, così posso vedere la città di Tashkent.

E’ un’ottima idea e una bella esperienza.

L’oasi di Tashkent ha 2,2 milioni di abitanti, capitale dell’Uzbekistan si trova in uno stato in cui tre quarti del territorio è desertico, ha una storia antica, ci sono dei riferimenti a questa città in testi cinesi del II°secolo a.C. (all’epoca si chiamava Beitan).

Non avevo preso in considerazione una visita della città. Se non perdevo il treno del mattino, non mi sarei fermata. Credo sia sottovalutata dal turismo internazionale. E’ una bellissima città. La parte moderna mi è piaciuta moltissimo. Sulla cupola del Forum dei congressi c’è un gruppo di cicogne! Un paese che usa le cicogne come simbolo non può che essere un bel posto.

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Cicogne sul Palazzo dei Forum

Tashkent fu quasi completamente distrutta da un tremendo terremoto nel 1966. Completamente ricostruita ha grandi viali, parchi, giardini, bei palazzi e intorno al Bazar Chorsu quel poco che si è salvato della città vecchia.

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Arrivo in metro alla piazza Timur Amir Maydan, spiccano l’immenso Hotel Uzbekistan e lo spettacolare Palazzo dei Forum Internazionali, costruito come palazzo di rappresentanza della nazione, ospita cerimonie di stato, congressi, conferenze e momenti culturali che riguardano tutta la nazione.

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La Biblioteca Nazionale

Dalla città nuova al Bazar Choursu cammino lungo un viale alberato per qualche km, intorno begli edifici monumentali moderni come la Biblioteca nazionale, parchi, bei palazzi, poi prendo l’autobus e qui conosco una coppia di giovani, lui di origini kazake, lei uzbeka. Mi accompagnano in giro per il bazar Choursu, il più grande della città. Uno dei più bei bazar che ho visto in Asia Centrale. Grande, alcuni padiglioni sono posti in suggestivi edifici rotondi di epoca sovietica. Ordinati e puliti.

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Uno degli edifici del Bazar Choursu

Vicino all’ingresso del bazar c’è l’antica e bella Màdrasa Kukeldash costruita nel XVI° secolo e la Moschea Jami del XV° secolo.

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La madressa e sullo sfondo le cupole della moschea.

Usciamo dal bazar, andiamo in un caffè a bere tè e a mangiare la torta comprata nel padiglione dei dolci e del pane. Buonissima!

Visitiamo la màdrasa Kukeldash e il suo giardino interno. I due ragazzi devono tornare a casa, per non lasciarmi sola telefonano a un loro amico, che arriva con un altro amico turco, insieme andiamo a visitare il complesso religioso di Sheikhantaur, tre antichi mausolei del XVI°, in uno di essi c’è il più antico Corano dell’Asia centrale, non posso vederlo perché sono un’occidentale! C’e’ una festa religiosa. Essendo una libraia antiquaria mi secca un po’, amo i libri antichi. Una cosa è certa gli uzbechi sono un po’ fissati ed estremisti sulla questione religiosa, lo verificherò in più di un’occasione.

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L’edificio del Circo costruito in epoca sovietica.

COME PARTIRE DA TASHKENT PER SAMARKAND E FINIRE A BUCHARA (Buxoro in uzbeco) in piena notte!
Acquisto il biglietto per Samarkand, 37000 sum uzbeki. Km 344. Sono tre giorni che viaggio senza una pausa… sono stanchissima. In più sul treno c’è una persona che disturba la parte più profonda di me. MI ADDORMENTO. Dopo tre ore mi sveglio, vedo una grande stazione… chiedo a una donna è Samarcanda? No, è la prossima (era mezza addormentata anche lei, infatti quella era la stazione di Samarcanda! Il mio sensore interno non sbaglia mai… peccato che spesso non lo ascolto!).
Mi riaddormento, passano un’altra ora, mi sveglio, guardo l’orologio, mi dico non è possibile… è vero che i treni uzbeki sono sempre in ritardo, ma questo è troppo.
Vado dalla ferroviera, quando capisce, vuole farmi scendere alla prima stazione, così posso prendere il 1° treno per tornare indietro. Mi rifiuto. Sono le 23,30 di sera. Sono sfinita e visto che ormai manca solo un’ora a Buchara tanto vale che cambio il mio piano di viaggio.

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Tappeti uzbechi al vento a Buchara.

Mi ci vorrà un bel pò a farle capire perché non voglio scendere, credo sia un problema tipico di gente che vive in paesi dove ci sono dittature o poche libertà e povertà. Se dici che vai lì devi andare lì, altrimenti ti guardano con sospetto. “Chissà che cosa ha in mente questa? Sarà una spia?”.

Questa è una delle cose che da un lato fa ridere, dall’altra è demenziale… 

A metà novembre, a Samarcanda, un pomeriggio sul tardi è buio pesto e mi sono persa! Il mio hotel è trenta minuti dal Registan, sto tornando, ci sono pochissime luci, è talmente buio che non riesco a leggere la cartina, ad un incrocio c’è una fermata d’autobus con un sacco di gente, io con la mia cartina in mano cerco di fermare qualcuno, niente… è gente di corsa che torna a casa dal lavoro, sono straniera, mi guardano con diffidenza e se ne vanno,  finché non m’incazzo e alla fermata con decine di persone, in perfetto italiano e sventolando la mia cartina, alzo la voce e gli dicono che sono una turista e non una spia che non so’ come fare a tornare in hotel, e il loro paese è uno dei più poveri dell’Asia, non so’ cosa cazzo c’è da spiare… e magia… tutti si fanno intorno e mi spiegano come tornare!

Provate un po’ voi a trovarvi da soli, in un paese asiatico, di notte, al buio, con male ai piedi  boia, dopo aver camminato tutto il giorno e senza sapere come fare a tornare in hotel, come improvvisamente diventate “socievoli”!

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Le mura imponenti dell’Ark, la fortezza di Buchara.

Il giorno prima cercavo un museo, succede la stessa cosa: chiedo informazionie a tre persone diverse,  perché non c’è un cartello con il nome della via in cui mi trovo, manco a pagarlo, e non c’è un indicazione in nessuna via del centro, tutti e tre mi guardano e non mi rispondono e vedo che hanno timore e un punto interrogativo stampato negli occhi, se ne vanno svelti senza darmi informazioni. Il posto che cercavo era dall’altra parte della strada. Non vado in giro vestita come una barbona, sono vestita normale, ho capito cosa gli frullava nella mente, gli chiedevo  a 20 metri dal museo, dov’era… questi vivendo in un paese dove ci sono state violente repressioni ed è evidente lo stretto controllo poliziesco (sono proprio arroganti) si chiedevano se ero proprio una straniera o se ero qualcuno dell’apparato repressivo del paese che li metteva alla prova, se svelavano qualcosa di segreto…

Stessa cosa per le fotografie, non puoi fotografare le stazioni, dicono che hanno problemi con il terrorismo. L’obiezione, potrebbe essere, non sono asiatica e neanche mussulmana e se fossi asiatica sono anche un po’ avanti negli anni per andare in giro a fare simili bestialità, cose che di solito fanno dei giovani indottrinati a dovere.

Non puoi fotografare le metropolitane, ministeri, palazzi o dei cessi di fabbriche che da noi sarebbero chiuse da 40 anni, un giorno mi hanno ripreso perché fotografavo un muro… in realtà stavo fotografando l’albero sopra il muro. Questo mi è successo in 3 paesi differenti e mi hanno spiegato che oltre il terrorismo temono la concorrenza, secondo me bisognerebbe un’attimino inserire il cervello: ma cosa vuoi che mi freghi di fotografare delle fabbriche o dei palazzi mezzi in disuso se non perché da noi li hanno già tirati giù 30 anni fa e sono caratteristici per la loro architettura o perché appartengono ad un periodo storico ormai finito. Potrei, forse, capire se fossero delle nuove Sillicon Valley o qualche altro posto del genere, ma sono economie arretrate…

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Muro kirghiso che vai a sapere perchè non avrei dovuto fotografare.

Ora che mi sono tolta un sassolino da una scarpa torniamo al treno!

La ferroviera, quando capisce la mia stanchezza, mi fa sedere nel suo scompartimento e mi offre il te. E poi lei e altre due persone mi saranno di grande aiuto. E’ gente che sa’ cos’è la solidarietà. In paesi come l’Uzbekistan, il Kazakistan dove esiste una condizione delle donne pessima (molto peggio che da noi) ho trovato una solidarietà tra le donne che non ho mai visto da nessun’altra parte…

Sono meravigliose. Ero sfinita. Stavo per svenire dalla stanchezza. Mi hanno fatto dormire, di nascosto, nell’Hotel dei dipendenti delle ferrovie… alle 6.30 prima del cambio turno, una di loro mi ha svegliata, entro le 7 sono uscita, fresca e riposata. 

In questi mesi, mi sono fermata in ostelli o in guest house, più raramente in hotel, in Uzbekistan invece sono stata quasi sempre in Hotel, i prezzi di novembre erano buoni, i costi quelli di un ostello. Avevo visto su internet dei prezzi alti…
A Buchara sono arrivata in taxi dalla stazione ferroviaria, 10 km a piedi non li potevo fare trascinando il mio trolley. Spesso in Asia Centrale le stazioni sono a molti km dal centro città. Mi sono fermata al primo hotel, mi hanno chiesto 80 euro da 150 del listino. Saluto, passo al successivo 60, a quello dopo 45 però dopo una trattativa erano diventati 35 euro…

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Cammello davanti all’Ark a Buchara.

Stavo per fermarmi lì… fortuna vuole che il taxista gentile, ma un po’ impiccione, tutte le volte entrava con me in un nuovo hotel, quando va per prendere le valigie, trova la macchina chiusa e con le chiavi nel cruscotto.

Passerà mezzora a scassinare la sua macchina! Con l’aiuto di colleghi e passanti alla fine riuscirà ad aprirla…

Intanto che aspetto di recuperare trolley e zaino mi guardo intorno e punto su un’altro hotel, questa volta 35 euro, alla fine pagherò 23 euro al giorno ( su internet è a 90 euro) cioè 80.000 sum,  PERCHE’ HO CAMBIATO la valuta IN BANCA. Mentre a Samarcanda, Tashkent, Kokand, pagherò la stessa cifra 80.000 sum ma visto che AVRO’ IMPARATO A CAMBIARE AL MERCATO NERO LA STESSA CIFRA CORRISPONDERA’ A SOLI 12 EURO SCARSI!!
Concludendo in Uzbekistan si cambia solo al mercato nero altrimenti paghi tutto doppio! No, una volta in banca serve per avere una ricevuta per giustificare i sum che hai in tasca, se mai qualcuno te lo chiedesse, ma non credo. (vedi Post scriptum).

Il giorno dopo mi sveglio… e quello che vedo m’incanta c’è un cielo blu estivo, la luce e il contrasto con il colore degli edifici e qualcosa che è difficile da descrivere. Faccio centinaia di fotografie. Stupende.
Mi sveglio il giorno dopo il cielo è grigiastro, la magia e finita. E PORCA P. le foto dal mio telefonino sono sparite…

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Il mio hotel a Buchara.

PS. Dopo le elezioni del dicembre 2016, seguite alla morte del Presidente Karimov, al potere da vent’anni, un po’ di cose sono cambiate. Il cambio al mercato nero non e’ piu’ favorevole come nel 2016. E pare che sia obligatorio per gli stranieri pagare gli hotel, in valuta pregiata, dollari o euro. Se partite con un viaggio organizzato da una agenzia la questione non si pone, mentre per chi viaggia da solo o con un viaggio fai da te e’ bene informarsi. E’ bene avere un po’ di contante. Continuano ad esserci problemi a prelevare con carta di credito o bancomat anche in banca. Un giorno, finito il contante, ho dovuto girare 6 banche a Buchara prima di trovarne una che mi facesse prelevare. Avevo i capelli dritti in testa, neanche in Hotel era possibile pagare con la carta di credito, mi chiedevo come cavolo avrei fatto!

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Uzbekistan arrivo!

Fine Ottobre 2016. 

Per giorni perdo tempo girando per la città di Bishkek, alla fine mi decido a fare il visto per l’Uzbekistan. E accidenti a me, di venerdì, e proprio il giorno che riprende a nevicare! Qui quando nevica, nevica sul serio.

Voglio andare a piedi all’Ambasciata Uzbeka. E’ lontanuccio. Sei chilometri. Fa un freddo cane. Mentre sono per strada, comincia a nevicare. Arrivo all’ambasciata coperta dalla neve e congelata. Suono. Non vogliono ricevermi. Dovevo prendere un appuntamento telefonico. Penso col cavolo che me ne vado senza visto dopo questa scarpinata. Mi attacco al campanello della porta blindata. Alla fine aprono. Sulla porta un uomo con sguardo severo mi guarda, ho il piumino pieno di neve, tremo dal freddo, sorrido… non sapevo che serviva l’appuntamento… mi fa entrare, chiama un’impiegata che parla un buon inglese. Spiego perché voglio andare in Uzbekistan… Samarcanda, Buchara, Gengis Khan, Tamerlano, sogno da una vita di visitare il loro paese… Dopo dieci minuti, ok mi fa il visto. “Vai in banca a pagare”. Torno dopo un’ora e mezza e il mio visto è pronto!

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Strada di montagna nei dintorni di Bishkek.

Uzbekistan arrivo!

Samarcanda il sogno di una vita. Mi sembra quasi incredibile… ho il visto per Samarcanda… per anni ho letto libri, ho sognato questo viaggio sui disegni di antichi viaggiatori, sono bellissimi, soprattutto quelli inglesi e francesi nei libri ottocenteschi.

Non ululo di gioia, solo perché in mezzo alla fitta nevicata non vorrei mi scambiassero per un lupo e mi sparassero. Qui intorno sulle montagne ci sono i lupi.

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Parco al centro di Bishkek.

La mia idea iniziale era prendere un mashrutka, un minivan, attraversare il Kirghizistan, i passi a 4000 metri, vedere le montagne e i laghi, arrivare a Osh, passare lì il confine ed entrare in Uzbekistan. Strada seguita da molti viaggiatori in estate e in autunno.

Ma ora è la fine di ottobre e negli ultimi giorni ci sono state grandi nevicate. Tutti mi sconsigliano, per i metri di neve che troverei in montagna, per le strade dissestate e perché sono una donna che viaggia da sola.

Altra possibilità è l’autobus da Bishkek a Tashkent, si esce dal confine a 25 km da qui, il viaggio è quasi tutto in territorio Kazako, le strade sono migliori, si passa nelle antiche città di Taraz e Shimkent.

Seccata, scelgo questa seconda soluzione. Vado alla Stazione Nuova degli autobus, prendo tutte le informazioni necessarie. Ci sono due autobus alle 19,30 e alle 20,30. Si viaggia tutta la notte, l’arrivo a Tashkent è circa 14 ore dopo. Costo 720 sum kirghisi, meno di 10 euro per 670 km.

La sera dopo mi presento alla stazione alle 18.00… Sono puntualissima nelle cose che reputo importanti, altrimenti sono sempre in ritardo. Sono una ritardataria cronica, nella mia vita ho perso mille treni, autobus, anche qualche aereo, ma a quell’appuntamento con l’autobus sono arrivata in anticipo… così ho potuto capire la situazione ed evitare un sequestro… ma questa è un’altra storia.

 

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Monumento alla Rivoluzione, il popolo kirghiso in armi.

 

Durante il tentato sequestro non mi sono spaventata subito, quando lo spirito di sopravvivenza è impegnato a salvarti la vita non hai paura, non ne hai il tempo… quando sei fuori pericolo, ti casca addosso la paura.

Mi guardo intorno, i soffitti bassi della stazione e la fioca luce gialla sono opprimenti, la gente raggomitolata nei cappotti sulle poltrone di legno, indifferente. Ho paura a uscire dalla stazione, e se mi aspettano fuori? “No, non credo ci riproveranno questa sera, oramai, la loro “sorpresa” è sfumata”. Esco, nel buio osservo se qualcuno del gruppo è ancora in giro… ritorno dentro, vorrei prendere l’autobus, non mi fido a prendere un taxi… sono le 21.00, il poliziotto che involontariamente mi ha salvato, mi dice che lì a quell’ora non passano più autobus.

Volevo cercarmi un hotel, alla fine decido di tornare in ostello, era l’unica soluzione… il poliziotto mi trova un taxi, il taxista mi chiede un prezzo esagerato per la corsa, tanto che il poliziotto in kirghiso lo guarda stupito e gli dice “non ti sembra di esagerare” … non tratto il prezzo… il che, a chi mi conosce dà un’idea di quanto fossi spaventata!

Torno in ostello e per tre-quattro giorni sono paralizzata dalla paura, non riesco a decidermi, vorrei proprio attraversare le montagne del Kirghizistan, ma a questo punto è troppo rischioso, alla fine faccio un biglietto aereo per Osh, la seconda città del paese, a sud-ovest, a 10 km dal confine con l’Uzbekistan.

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Tra le montagne del Tian Shian. Non mi stupisce che le chiamano le Montagne Celesti.

L’agenzia mi prenota un taxi per le 5.30 del mattino, dopo due giorni…

Ieri mattina alle 5.00 un taxista con l’aria giuliva si presenta per portarmi all’aeroporto… con un giorno d’anticipo?

Comincio a preoccuparmi… è un caso?

Non ho ben chiaro perché hanno tentato di sequestrarmi qualche giorno fa…

Ho tre ipotesi:

  1. Sul treno russo che mi portava verso il Kazakistan, un uomo, un kazako mi aveva detto di fare attenzione che in Kirghizistan sequestravano le donne europee a scopo di riscatto! Chiedono allo stato di origine un lauto pagamento per il rilascio. Avevo pensato che stava scherzando… e tra me e me avevo sogghignato, se mi capitasse una cosa simile, viste le mie idee politiche, stringerebbero la mano ai rapitori, gli darebbero una pacca sulla spalla e con un bel sorriso, gli direbbero: “Auguri”. “Tenetevela!”. Altri viaggiatori dello scompartimento mi dissero che non era vero.
  2. In ostello avevo avuto un problema con i mutandoni di un tagiko… si era offeso per un’osservazione… Al tagiko piacevo assai… mi aveva invitato a fare il viaggio con lui. Avevo rifiutato. Mi era venuto un dubbio… siamo in Asia Centrale, qui, una donna può valere meno di una mucca… (senza generalizzare, perché ho visto molto rispetto per le donne in Kirghizistan, forse proprio grazie alla lotta delle donne per migliorare la loro condizione), fino al 2013 si poteva rapire una donna, violentarla e costringerla al matrimonio; ora è illegale, la pena sono 6 anni di carcere… se rubi una mucca, ti prendi 7 anni!  Non è che il tagiko avesse deciso di risolvere la questione dei miei rifiuti alle sue attenzioni con un rapimento…?! Forse nel suo paese è ancora legale…
  3. L’altra ipotesi è la più spinosa… Non parlo mai o quasi mai delle ragioni del mio viaggio per il mondo che ormai dura da due anni… Sono ragioni politiche. Incautamente, avevo chiesto a un uomo conosciuto in ostello, un ingegnere informatico. (Chissà chi era?), se poteva provare ad aprirmi un file-video che qualcuno mi aveva inviato. Non riuscivo ad aprirlo, a volte sono un po’ imbranata… Spiegandogli brevemente le ragioni del mio viaggio, il tentativo di denunciare chi mi aveva massacrato per le mie idee politiche, finito miseramente con minacce di morte e altre “amenità” del genere e che il file era importante in un eventuale processo futuro. Poi cambiai idea e con una scusa non gli feci vedere il file… (due mesi dopo qualcuno mi farà sparire il file dal telefonino! Rubandomi anche una serie di chiavette usb e i chip di tre gestori differenti!) E poiché il tentativo di sequestro era organizzato come un’operazione da “commando” e  mi sono salvata per pura fortuna…

Questa mattina all’alba, un freddo boia e buio pesto, prendo il taxi “incrociando le dita”…

Non succede nulla. Ed è logico, perchè se mi fosse successo qualcosa, esclusa la prima ipotesi che era proprio scema, sono decenni che non accade nulla di simile, sarebbe successo in ostello. Dopo mezzora di viaggio in mezzo ai campi coperti di neve gelata, senza traffico e con me che continuo a guardare dal finestrino se qualcuno ci segue, arrivo senza problemi in aeroporto e finalmente parto per l’Uzbekistan.

 

Che tristezza… ho passato l’estate in un Rifugio Alpino.

Fine settembre 2014.

E’ finita la stagione estiva in montagna…

Ho lavorato in due rifugi. Ho lavorato per 16 ore al giorno senza un’ora di pausa, se non la mezz’ora scarsa del pranzo e della cena, a 60 euro al giorno! Ho abbandonato il 1° rifugio per varie ragioni: mi chiamavano a lavorare nei week-end, o per quattro giorni la settimana, a causa delle pessime condizioni meteo qualche settimana non ho lavorato per niente e… per la follia dei gestori del rifugio.

Poi dopo aver vagato in giro per le Alpi a cercare lavoro in altri rifugi, ho lavorato dall’inizio d’agosto fino al 15 settembre in un altro rifugio. Qui condizioni “più umane” 12,5 ore il giorno, poi pausa della colazione, pranzo, cena e due ore di pausa vera e otto ore di sonno. “Naturalmente” tutto in nero… per 1000 euro al mese.

I gestori in questo caso erano delle persone gentili con cui si poteva lavorare e vi garantisco che non è scontato.

A proposito non sto parlando dal profondo dell’Africa nera, o della lontana Asia e nemmeno dell’Est Europa, e neanche del profondo sud dell’Italia, bensì dal Piemonte… dal profondo nord dell’Italia. E non sono nera. E neanche immigrata.

Sono una donna piemontese, non giovanissima, alla quale la crisi economica iniziata nell’agosto del 2007 ha distrutto l’attività imprenditoriale, il tutto sommato ad altri problemi. Vedi la legge di Murphy “Se qualcosa può andare male, sicuro che andrà male “!

Reggere una crisi per sette anni o hai le spalle economicamente molto coperte da quantità notevoli di capitali o s’impongono inesorabilmente le leggi che regolano il sistema economico in cui viviamo.

Sono profondamente delusa. E molto arrabbiata.

Sono nata in montagna. Amo la montagna. Da sempre ho fatto escursioni, arrampicate, passeggiate in giro per i monti. Non avevo mai pensato prima di andare a lavorare in un rifugio… anche perché avevo di meglio da fare.

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Causa crisi lavorativa e desiderio di passare un periodo in montagna per “chiarirmi le idee” su cosa fare nel prossimo futuro – ossia pensare a come riuscire a mettere insieme il primo con il secondo e magari anche il dolce – sono partita a cercare lavoro nei rifugi come molti altri “pollastri”, e come tutti (verificato da varie chiacchierate con colleghi di altri rifugi) con una visione molto romantica e per niente realistica. In testa avevo come tutti i ”pollastri”: la montagna, la disponibilità che trovi di solito in montagna, la solidarietà che esiste tra gli alpinisti, ebbene….scordatevela! Non ha nulla a che fare con il lavoro in un rifugio alpino.

Qui c’è una cosa molto simile alla schiavitù, mascherata da “… qui, ci si deve adattare, siamo a 2000 metri” “si dorme tutti nella stessa stanza” o buco che sia, “si fa una vita comune”, “si lavora quanto serve”, “stare in rifugio è come in barca vela”. Il che sottintendo che c’è un negriero, che non hai un momento libero (non esiste proprio), lavori di continuo, la montagna non la vedi mai…

Tra l’altro, un giorno, mi sono fermata a guardare la montagna da una finestra e quando sono scesa la moglie del gestore, si stava lamentando che mi aveva beccato alla finestra – non me n’ero neanche accorta. Il marito le ripeteva: “Sì, ma ti rendi conto tutto il lavoro che ha fatto?”. Effettivamente non mi ero fermata un attimo da almeno dieci ore. E, urka… avevo osato guardare dalla finestra!

Un’altra cosa assurda è il cibo: lavori sedici o tredici ore al giorno, per poterlo fare hai bisogno di energia e quindi di cibo e invece vorrebbero darti da mangiare un piatto di pasta, magari abbondante, anzi neanche quello, perché un giorno a cui al gestore giravano particolarmente le scatole con la moglie, si siede a tavola, guarda nella padella che il cuoco stava mettendo in tavola e esclama “Poi, io e te, rivediamo le porzioni eh, è una quantità esagerata”, il cuoco esterrefatto, a bassa voce dice, ma c’è Carlo che ne mangia sempre due piatti”.  Infatti, non rimase neanche un filo di pasta nella padella e non solo, …io avevo una fame boia, perché un piatto di pasta se lavori 16 ore non ti fa neanche il solletico allo stomaco…! Ed ho scoperto parlando con gente che ha lavorato in montagna che più di un gestore, magari sottovoce oppure detto alla moglie pensando di essere inascoltati diceva “Eh qui si mangiano tutto!!!”. Da mettersi le mani nei capelli!

I gestori si lamentano di continuo, il tempo, il governo, le tasse. Le tasse… sono una lagna disgustosa, e sembra sempre che sono al centro del mondo, i puntelli della società, in realtà sono quattro gatti, sono evasori fiscali, pagano in nero  i loro dipendenti (non tutti) e li pagano con stipendi da fame.

, al colloquio ti dicono lo stipendio mensile è di 1800 euro, tu pensi, “Non male”, soprattutto se il lavoro che fai da anni è andato “a ramengo”, praticamente defunto. Ti accennano che c’è molto da lavorare, ma non ti dicono che lavorerai 16 ore al giorno. Lavorando 6 giorni su 7 significa che ti pagano 4,7 euro l’ora lordi. Una miseria!

E poi qualcuno parla di libertà di scelta. Questi sono i peggiori ipocriti. Raramente in questo sistema c’è la possibilità di scegliere. Esistono momenti storici, dove,  i lavoratori  in generale hanno un forte potere contrattuale, ma di solito non esiste nessuna scelta, esiste la NON scelta : accettare condizioni di lavoro capestro o morire di fame. 

La scelta è se lottare per migliorare i propri salari e condizioni di vita oppure no. Quando è possibile.

Ha metà ‘800, Marx sosteneva la lotta per la riduzione d’orario alle otto ore. La sua necessità. Famosa è la frase:  8 ore per lavorare, 8 ore per riposare, 8 ore per dormire. Ho provato, fino in fondo questa estate, la validità di questa tesi.

Ho compreso perché più di un gestore di rifugi, in chiacchierate informali, sostenevano o si lamentavano che “I giovani non reggono il lavoro in montagna!” oppure  “I ragazzi reggono al massimo un mese” (io, pensavo: sarà l’altitudine!) oppure “si, sono ragazzi che vanno in montagna, però poi dopo una settimana o due scoppiano e se ne vanno!” o ipocritamente “Si, amano la montagna, poi però in montagna spesso il tempo è brutto e leggere un libro per un po’ va bene, poi se ne vanno…” (il problema non è la noia, lavori talmente tanto e a lungo che il libro non riuscirai mai ad aprirlo…).

Oppure “Preferiamo gente giovane”, io ingenuamente pensavo: “Sarà per le agevolazioni fiscali…”. Poi scopro che le agevolazioni centrano fino ad un certo punto, tanto, pagano con voucher o in nero tutti quanti, la questione è che un giovane di solito, non sempre,  ha più energie (nelle due ore di pausa i miei colleghi ventenni andavano a dormire, io facevo una passeggiata sulle cime, lì intorno) e almeno un mese dura prima di crollare.

Questa esperienza mi ha rammentato un libro, letto molti anni fa, nel quale si ricordava che all’inizio dell’ottocento, a causa della giornata lavorativa di 14-16-18 ore, venne distrutta una generazione di lavoratori. Distrussero fisicamente, uccisero, nel vero senso della parola, migliaia di lavoratori, l’età media era scesa a 22 anni tra i lavoratori delle fabbriche inglesi. Lavoravano 6-7 giorni su sette, dormivano pochissimo, si nutrivano malamente perché avevano salari miserrimi, spesso si stordivano con alcool dalla disperazione, e le donne erano così sfinite che non riuscivano più a occuparsi dei figli. Figli malnutriti, a causa dei bassi salari , che crescevano in ambiente malsano, (erano i quartieri operai ottocenteschi nella fumosa Londra) con una mortalità infantile altissima.

Furono gli industriali più illuminati e meno idioti che compresero la necessità di ridurre la giornata lavorativa, qualcuno per spirito umanitario, altri perché sapevano farsi i conti. Non potevano continuare con simili condizioni semplicemente perché gli sarebbe mancata la manodopera che serviva al lavoro di fabbrica. E fecero approvare dal Parlamento inglese il “Job act”.

E ora anche noi abbiamo il “Job act”, (con la differenza che fa il percorso inverso) appena approvato, che mette nero su bianco una prassi che va avanti più o meno apertamente da un po’ di anni. Il massimo di precarietà, peggioramento delle condizioni di lavoro, aumento dell’orario e riduzione del salario e di conseguenza peggioramento delle condizioni di vita.

Sì, questa estate in montagna è stata molto utile: mi ha chiarito le idee!

Soprattutto su cosa è oggi il mondo del lavoro.

 

 

 

TALLIN (2). In attesa del visto per la Russia.

Dopo essere stata sull’isola di Saremaa ritorno a Tallin.

Voglio fare il visto per la Russia. Vado all’Ambasciata Russa, mi dirottano verso la loro agenzia viaggi ufficiale Travel Agency Vaatevinkel. Qui trovo una signora russa gentilissima, parla inglese e mi spiega cosa devo fare.

Per il visto turistico, durata 30 giorni:

  • consegno due copie del modulo scaricato dal sito  internet dell’Ambasciata,
  • allego una foto tessera,
  • la prenotazione dell’ostello a San Pietroburgo,
  • il passaporto con scadenza di oltre 6 mesi dopo la fine del viaggio. 
  • L’assicurazione per il viaggio la fa l’agenzia, 9 euro e qualche cent.   
  • 65 euro il costo del visto.              

Vuole sapere l’indirizzo del mio alloggio a Tallin…non glielo dò perchè ho cambiato ostello al mattino e non mi ricordo l’indirizzo. La città in agosto è piena di turisti, ho prenotato solo i primi tre giorni, in 10 giorni cambierò 3 volte di ostello!

Vuole conoscere il mio itinerario in Russia: San Pietroburgo, Mosca, Transiberiana con un paio di fermate, Vladivostok e poi Cina. Viaggio da sola, mi dice che non è proprio tanto sicuro, di fare attenzione. Mi da qualche consiglio. Con nostalgia mi dice che sono vent’anni che non torna in Russia. Ritorno dopo 10 giorni per ritirare il visto.

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Le spettacolari torri rotonde delle mura medioevali

Quando sono arrivata la prima volta a Tallin 20 giorni prima sono “fallen in love” (innamorata, quanto mi piacciono il suono e il significato di queste parole in inglese!) della città. Una città mediovale, in buona parte ricostruita, ma splendida. Le città  di Danzica, Riga, Tallin durante la 2a Guerra Mondiale furono quasi rase al suolo dai bombardamenti dell’aviazione tedesca e sovietica. Il mio è stato un vero “colpo di fulmine”, infatti quando sono tornata, guardo la città, storco il naso e penso: sembra finta! Ferma nel tempo, come possono essere altre città come Venezia o Bruges. Bellissime. Però molto simili a vecchie signore sfatte… e rifatte, con un vistoso maquillage,  un pò finte, fuori dal tempo.

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L’altissima chiesa gotica Olav’ Church al tramonto.

Decido di approfondire la conoscenza della città. Consiglio di camminare senza una meta precisa,  lungo le antiche mura, nelle vie più lontane dalla Raekoja Plats, la piazza principale; su uno dei suoi lati c’è la più antica farmacia europea ancora attiva, fu aperta nel 1422. Ci sono luoghi come le case colorate e la piazza che partono dalla chiesa gotica di St. Olav  che incantano.

Giro per le vie, entro nelle chiese, mi perdo nelle viuzze salendo verso la collina, attraverso l’antica porta che chiudeva la notte l’ingresso al quartiere dei nobili. Avevano timore della ribellione dei mercanti, dei marinai e contadini. Case eleganti, antiche, medioevali, rinascimentali, antiche chiese e l’imponente ottocentesca Alexander Nevskij  la più grande cattedrale ortodossa dei paesi baltici, proprio di fronte al Parlamento estone colorato di rosa. Tra le case una piazzetta con vista panoramica sulla città. Sono tornata più volte la sera, verso il tramonto a vedere la città riempirsi di luci.

Nel museo della Chiesa di S. Nicola (Niguliste Kirik), costruita alla fine del 1400, c’è La Danza Macabra di Bernt Notke, vale una visita solo per vedere questo grande dipinto su legno della fine del ‘400, un tempo lungo 30 metri!

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Vecchio veliero ottocentesco.

Visito tra gli altri il Museo della Marina. Molto interessante, collocato nella torre rotonda “La grassa Margherita” parte della cinta muraria medioevale e della Grande Porta Costiera, su 3 piani, è la storia navale della città di Tallin e dell’ Estonia. A piano terra c’è una mostra dedicata ai Vichinghi.

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Attrezzatura da palombaro

Dopo aver visitato il Museo Navale esco dalla Grande Porta Costiera, ad un passo dall’ingresso e vado verso il mare. Fuori dalle mura c’è un quartiere deindustrializzato, vecchie fabbriche dismesse, alcune dell’800 restaurate e portate a nuova vita. Archeologia industriale. Su tutto svetta un’altisssima ciminiera in mattoni rossi.

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Il vecchio quartiere industriale fuori dalle mura medioevali.

Nel vecchio quartiere operaio in un edificio cadente  c’è quello che pare un Centro Sociale, ma non è, è un centro culturale finanziato dal comune dove fanno concerti ed esposizioni d’arte, si beve birra, si ascolta musica e si socializza!

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Superato il quartiere, sulla destra proprio sul mare, di fronte ad un piccolo desolato imbarco per la Finlandia c’è un’ edificio immenso, del secondo novecento, completamente abbandonato, decorato da Street Art e immondizia. Cemento, Linee dritte, prospettive lineari.

Grandi scale portano in alto, il mare è lì ai suoi piedi, le navi da crociera e della guardia costiera si perdono nell’orizzonte e nel sole.

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Ingresso con colonne – simile all’ingresso di un’antico tempio

Torno più volte. Gli edifici dell’900 abbandonati sono simili ad antiche cattedrali. Mi danno una sensazione d’inquietudine profonda. Rappresentano bene la vita. I segni del tempo. Sono grandiosi,  un tempo orgogliosa espressione della grandezza umana ora nell’abbondono, nella decadenza esprimono chiaramente il senso del limite,  della vita e della morte e proprio per questo sono stupendi e mi emozionano.

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Monaco in contemplazione sulla grande scala.

 

Tra mistero, paganesimo, pendoli e cacciatori di tombe. La chiesa di S. Caterina di Karja. Isola di Saaremaa.

La Chiesa di Santa Caterina di Karja è uno dei posti più strani che mi è capitato di vedere…

Dopo aver visitato i Mulini a vento di Angla, avevo qualche ora di tempo prima di prendere l’ autobus per tornare indietro a Saaremaa. Ero indecisa se andare fino a Leisi quasi a picco sul mare, 6 km a piedi e prendere lì l’autobus, ma mi ero dimenticata l’orario di ritorno. Rischiavo di restare a piedi, e 35 km per tornare a piedi fino a Saaremaa erano un pò tanti! Troppi.

I mulini di Anglia.

Chiedo informazioni nel piccolo Museo di storia locale,  c’è qualcosa d’altro di bello da vedere qui in zona? Una donna mi dice a 2,5 km c’è la Chiesa di Karja.

La Chiesa di Karja.

Ero proprio indecisa. Arrivo in fondo al prato dei Mulini dove c’è l’incrocio per Karja, mi piazzo in mezzo all’incrocio…dove vado? La chiesa di Karja è stata costruita tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, ma chiese del genere ne ho viste in quantità nella mia vita.

Decido per Karja.

E’ una bella giornata di sole.  La strada attraversa grandi prati e campi con file di pali della luce, e boschetti; mentre con il naso per aria seguo il volo di una farfalla un grosso serpente mi passa tra i piedi, per lo spavento faccio un salto olimpionico…quando torno indietro per capire se è velenoso o no è ormai scomparso nell’erba alta.

La chiesa si vede da lontano bianca, alta, tra il verde degli alberi e nel sole. Però senza una ragione precisa più mi avvicino più mi sento inquieta. 

Karja è una località (küla) di 234 abitanti nella contea di Saaremaa, in Estonia. Fa parte del borgo di Leisi.

La chiesa di Karja, dedicata a Santa Caterina e un tempo anche a S.Nicola protettore dei naviganti, un misto di stile gotico e romanico, è una chiesa-fortezza, forse costruita alla fine del Duecento. Serviva da rifugio agli abitanti del villaggio vicino, durante invasioni, guerre e scorrerie. Sull’isola molte chiese avevano questa funzione e supportavano i baroni tedeschi, conquistatori di queste terre in epoca medioevale. Questo uso è evidenziato nella Cronaca di Henrik il Lituano, la più essenziale e completa storia delle conquiste Tedesche dei paesi Baltici nel Medioevo . 

Al mio arrivo, fuori dalla chiesa, su una panchina è seduto un uomo. Un uomo che ho già incontrato altre volte nei miei giri sull’isola. Un tipo strano. Altissimo, magro, i capelli arruffati. E ogni volta resta lì a fissarmi con insistenza.

I paesi baltici sono gli ultimi ad essere cristianizzati in Europa. Dalla 1a Crociata del Nord iniziata nel 1199 al 17°secolo, anche dopo la cristianizzazione  i popoli baltici continuarono a praticare i loro riti tradizionali, in una secolare coesistenza e sovrapposizione. Ci  furono 5 crociate, una 1206-1261 contro l’isola di Saaremaa.

Questo dà un’idea dello spirito di ribellione e della determinazione degli estoni e degli abitanti di Saaremaa in particolare a difendere la propria cultura e la propria terra! Isola quasi al centro del Mar Baltico, chiude il golfo di Riga, strategica per il controllo delle terre e della navigazione verso i Paesi Baltici, la Russia, la Finlandia e verso il Mare del Nord per millenni fu campo di battaglia e preda ambita dai vichinghi, danesi, germani, russi,  finlandesi. 

Entro nella chiesa, mi siedo su un banco a metà navata, dove c’è luce. Alte, strette bifore con vetri colorati illuminano l’interno.  Comincio a guardarmi intorno e sorpresa scopro che è un posto speciale. Normalmente le sculture, gli affreschi nelle chiese sono piene di simboli, ogni figura è legata alla teologia, alla storia della chiesa, molti sono criptici, comprensibili solo ai teologi, a specialisti di storia dell’arte.

Affresco-donna con le mani sul seno e tra le labbra un foro. Chissà cosa significa?

Ma qui ai classici simbolismi cristiani si aggiunge qualcosa di molto, molto più antico. Nei capitelli, sugli affreschi, sulle volte a crociera, sopra l’altare ci sono strane gargouille,  triscele colorate, pentagrammi o pentacoli, diavoli senza pantaloni (scoprirò  che la chiesa in cui sono finita casualmente è famosa per gli antichi affreschi apotropaici, ossia scaramantici, utili ad allontanare forze maligne) oltre ai semplici disegni decorativi medioevali sui muri in parte erosi dalla muffa e dall’umidità. Un vero peccato, rischiano di perdere una rara testimonianza di un passato remoto della storia umana di cui si è persa memoria e rimangono solo poche tracce.

Sono un miscuglio di simbolismo cristiano e simboli precristiani, indoeuropei, mediorientali. Una meraviglia!

Affresco.

Giro per la chiesa osservando curiosa e tanto per non cambiare quando trovo qualcosa di molto interessante ho giusto scaricato le batterie della macchina fotografica e del telefonino…una maledizione! Per cui ho 4 foto dell’interno e 2 dell’esterno.

Lo spilungone entra e si siede ad un banco sulla fila opposta alla mia. Mi guarda. Esce. Intanto la guardiana della chiesa, una dimessa donna di mezza età spunta  in piena luce dietro le sbarre di una porta, infondo al buio di una stanza laterale.  Sento che mi osserva, la guardo, più continua a fissarmi, più diventa agitata. Non penso, dico Boh?

Capitello.

Entrano una coppia con una bambina piccola. Io mi risiedo e quello che sento lì mi innervosisce. Penso: Boh?

Però incuriosita voglio conoscere la storia della chiesa. All’ingresso c’è un banchetto con dei libri , a parte una brossura scritta in inglese con quattro insignificanti informazioni storiche, i pochi altri sono in estone. Compro quello più corposo, dai disegni mi dice che è uno studio sui simboli. Intanto la guardiana mi gira intorno sempre più agitata. Mi chiede se sono da sola. Ad un certo punto esce dal portale dell’ingresso e chiama qualcuno, vedo nei prati dall’altra parte della strada un cane bianco correre avanti e indietro come un siluro. La guardiana mi dice che sta chiamando suo figlio.

Lo spilungone si è riseduto sulla panchina. La donna lo guarda nervosa e poi gli intima più volte di andarsene. Lui non fa una piega e poi gli dice qualcosa in finnico. Io li guardo con la faccia di una che non capisce la situazione. Lei alla fine mi dice è un bad man. Non gli do più retta, torno dentro a guardare i libri.

Entra anche lei e mi dice a gesti che deve chiudere, ok, ma fammi vedere ancora questo libro.  Comincia a chiudere un’anta del doppio portale…e in un secondo capisco che vuole chiudermi dentro. Spingo l’altro battente e M’infilo tra le due porte, lei cerca d’impedirmi d’uscire. Mi sparo fuori dalla chiesa come un bulldozer e nella stupenda luce del pomeriggio respiro. Intanto mi chiedo che cavolo di situazione è questa? La donna si allontana e continua a chiamare qualcuno.

Giro attorno alla chiesa su un lato ritrovo la coppia che discute sul significato delle antiche pietre tombali. Mentre osservo arrivo in un punto dove sento qualcosa d’inquietante, mi sposto di qualche metro…affievolisce…ritorno e riprovo per un pò di volte…sempre la stessa forte, intensissima sensazione. (Ipotesi: nel terreno,  rocce, minerali impregnate di magnetismo terrestre particolarmente intenso…Non sono un fisico).

Continuo a camminare, a un certo punto alzo gli occhi ad un’altezza di 25 metri c’è una finestra con due grosse sbarre di ferro piegate, sembra che un gigante abbia preso tra le mani le sbarre e con tutte le forze abbia cercato di piegarle per uscire…o entrare…! Rimango lì a bocca aperta.

Ho finito il giro. La coppia se ne andata. Per tornare sulla strada principale devo passare davanti allo spilungone. E’ in evidente attesa …di me…

Decido che la miglior difesa è l’attacco…non aspetto che mi parli… chiedo “Chi sta chiamando la guardiana?”…lui  ” Suo figlio.” invece spunta il cane bianco, si allontanano insieme verso delle baracche nel boschetto dietro la chiesa. L’uomo dice: “Suo figlio!” Io pensò, orca… un’altro matto!

Lo saluto cordialmente e cerco di allontanarmi…lui si alza e mi segue.

O merda… sono sola in mezzo alla campagna, non passa una macchina manco a pagarla, una squinternata con un cane-figlio ha appena cercato di chiudermi dentro un’antica chiesa piena di simboli esoterici, uno strano spilungone ha deciso che sono la cosa più interessante che ha visto da un sacco di tempo, non posso neanche scappare perchè ha le gambe lunghe il doppio delle mie….

….decido di…fare conversazione!

Quando voglio so essere amabile…soprattutto se voglio tenere le distanze!

Mi racconta che è ………(Europa occidentale),  arrivato un’estate sull’isola, vent’anni fa, e non se ne più andato. Arriviamo ad un’incrocio mi dice “Poco più avanti c’è un cimitero…se vuoi te lo faccio vedere…ho passato lì la notte!”

O cazzo, penso io…Dato che ho letto anni fa che  i matti non vanno contraddetti..con un bel sorriso gli faccio “ah però…interessante! Che ci facevi nel cimitero?”

Lui: Scavavo tombe!

Ehh!? Gli guardo le mani…effettivamente ha le mani sporche di terra…

Si, in quel cimitero ci sono almeno 4 strati di tombe antiche, l’uno sull’altro, sono sepolti gli antichi baroni tedeschi che occuparono l’isola nel medioevo.

Io, riprendo colore e la mia voce torna normale,  comincio a capire…

Rifiuto l’invito,  nonostante sono molto curiosa…non mi sembra proprio il caso! Mi propongo di tornarci da sola un’altro giorno. A curiosare…

Intanto mi racconta la storia delle conquiste medioevali tedesche dell’isola.

Sono stata per anni una libraia antiquaria, un bellissimo lavoro, affascinante, interessantissimo, impari continuamente qualcosa di nuovo, ma un lavoro altamente a rischio per i soldi che girano e per i matti. Si, i collezionisti sono dei veri matti squinternati, c’è chi si fa di cocaina e chi si fa di libri o magari tutti e due ed è disponibile a fare follie per una cosa che gli interessa, infatti ho sempre evitato con cura di acquistare e vendere certi libri come ad esempio i libri di magia ed esoterismo, avevo inquadrati i   personaggi…comunque non mi ha evitato problemi con questi pazzi da legare.

Lo spilungone mi dice che il giorno prima lui e un suo amico isolano che sa usare un pendolo sono andati a caccia di antichi reperti nei dintorni. Non hanno trovato nulla. (Non chiedetemi come sia possibile che con un pendolo da rabdomante si possono trovare antichi oggetti di metallo,non ne ho la più pallida idea…).

Anche in Italia ci sono persone che cercano oggetti antichi sui luoghi di antiche battaglie, anni fa un mio cliente mi regalò, dei bottoni di epoca napoleonica e delle palle da fucile che aveva raccolto su uno dei tanti campi di battaglia napoleoniche italiane. Vanno in giro per campi e prati con rilevatori di metalli a caccia di monete e oggetti vari.  Non ho idea se tutto questo è legale.

Poi ci sono quelli più ricchi e organizzati che fanno rilevazioni aeree e trovano oggetti preziosi. Poi ci sono i classici tombaroli, toscani, romani, calabresi, siculi…mi hanno raccontato che al Sud negli anni ’60 molta gente si è arricchita scavando tombe e vendendo anfore, oggetti vari agli americani, ai tedeschi e agli svizzeri. Questo sicuramente è illegale!

Lo spilungone mi dice che quando sono passati davanti alla chiesa il pendolo del suo amico aveva cominciato a vorticare paurosamente… “c’è una strana energia lì… sono venuto qui altre volte…”

Sono di Torino. A Torino ci sono un sacco di squinternati che fanno messe nere,  ci sono strane associazioni, e un sacco di favole sul triangolo magico Torino-Lione-Praga e il Santo Graal che pare sia nascosto chi dice alla Gran Madre chi in qualche cantina del centro storico, lì viveva Roll famoso sensitivo, e massoni che fanno orge e riti satanici per ingraziarsi qualche “spirito” e fare migliori affari e molte altre assurdità del genere.

Ogni tanto finiscono sui giornali per qualche fattaccio. Mi raccontava un vecchio collega che dopo uno di questi “incidenti” si sono immersi e sono molto cauti, viaggiano sotto traccia, è vero che sono coperti dal loro denaro, ma non devono esagerare se non vogliono finire nei guai (leggi galera) come tutti gli altri comuni mortali….

Quando leggevo qualche notizia nella cronaca cittadina ho sempre pensato : sono dei frustrati, dei veri poveracci mentalmente parlando, che o nella vita hanno combinato poco o non capisco niente del mondo in cui vivono o sono molto superstiziosi e compiono ridicoli riti per migliorare la loro misera vita. Ora penso siano anche pericolosi e fuori di testa.

Lo spilungone mi segue come un cagnolino, deciso a farsi adottare.  C’è gente che ha le pulci, io invece raccolgo cani smarriti a due zampe, di solito, con il tempo, si rivelano brutti cani rognosi, e nonostante l’esperienza di vita, in fondo mi fa un pò di tenerezza. Alla fine lo semino promettendogli che forse il giorno dopo ci rivedremo alla stazione per vedere le grandi scogliere del nord dell’isola e se invece parto per Tallin, tornerò sull’isola e verrò a cercarlo.

Lui mi invita a passare l’inverno a casa sua…è randagio ma ha una casa… Anzi al suo paese possiede un intero villaggio…il suo interesse per i baroni aveva un senso…la storia della sua famiglia.

Forse aveva solo bisogno di una coperta per l’inverno!

Meglio la Russia!! Vado a Tallin a fare il visto per la Russia.

P.s. In un prossimo post racconterò cosa penso dei Sensitivi. Della superstizione, del ciarpame costruito intorno per fare bussiness.

Dell’ignoranza e a volte credulità delle persone, il voler credere in spiriti, dei, angeli, come diceva Marx é “… il sospiro della creatura sopraffatta…” e che rinunciare a questa consolazione illusoria “esige che si deve rinunciare a una situazione che ha bisogno d’illusioni…” qui si riferisce alla religione “oppio dei popoli” e alla necessità di cambiare una società che per miliardi d’individui è sfruttamento, miseria, guerra, 12 ore di lavoro 7 giorni su 7, oppure disoccupazione, bassi salari e pressione continua per mantenere gli Standard di vita in Occidente. Le persone sopraffatte  e disperate si creano illusioni per sopportare il presente.

E si creano illusioni di fronte a fenomeni naturali che non hanno nulla di misterioso, di divino, di spirituale…come qualcuno mi ha detto qualche tempo fa …è Vita…semplicemente vita. Pura Materia e Pura Fisica.  Dna e centinaia di migliaia di anni di storia dell’Homo Sapiens.

P.s. E’ evidente da una serie di cose successe sull’isola  che lì c’è ancora gente che pratica antichi riti…(vedi: Wikipedia/neopaganesimo baltico ed europeo).

P.s. L’immagine in evidenza non è una mia fotografia. L’ho presa dal sito di Wikipedia.

Saaremaa. I crateri del meteorite di Kaali.

Sono arrivata a Kaali con l’autobus dalla stazione di Saaremaa.  Le corse giornaliere non sono molte, però in orari buoni per visitare con comodo l’isola.   http://visitestonia.com

A Kaali, all’interno dell’isola di Saaremaa, caddero dei meteoriti.  I crateri di diverse dimensioni sono sparsi tra i prati e i boschi. Sono 9. Il più grande, è il secondo al mondo per dimensioni, 150 metri di diametro, con all’interno un piccolo lago.

Secondo recenti studi, l’energia dell’impatto ebbe lo stesso effetto della Bomba di Hiroshima, per 6 km intorno al luogo dell’impatto le foreste furono incenerite.

Considerato un luogo sacro, sul bordo del cratere vi sono resti di antiche mura ed edifici probabili luogo di culto di antiche religioni animiste del passato, pare che nella prima Età del ferro il cratere fosse circondato da un muro lungo 450 m., profondo 2,5 m. e alto 2 m.

Tutti i visitatori vanno a vedere quello più grande, gli altri sono un pò nascosti.

Ho passato due ore sotto la pioggia battente seduta su un tronco al riparo degli alberi all’interno del 2° cratere. Ho attraversato un boschetto, ho seguito un sentiero che finiva tra due fattorie, stavo per tornare indietro quando a 300 metri ho visto un cerchio di alberi e ho capito che non poteva che essere lì, alla fine ho attraversato un orto e ho individuato tra due campi un piccolo sentiero, in fondo c’erano gli alberi in cerchio, ho cercato un passaggio tra la sterpaglia e sono entrata all’interno del cratere…

Non mi stupisce che fossero considerati luoghi sacri. Entri nel cerchio circondato dagli alberi,  le fronde verdi chiudono quasi completamente l’apertura verso il cielo, muschio verde sugli alberi, sulle pietre, in terra, ti sembra di entrare in un tempio.  Anche qui muri diroccati… una sorgente…un albero cresciuto proprio al centro del cratere…E un pò per il suono della pioggia che cade sulle foglie, gli uccellini che cinguettano al riparo, le farfalle che volano lievi, i fiori selvatici, provo una piacevole sensazione di pace.

 

 

L’isola di Saaremaa.

I love Saaremma.

Per me l’Estonia è quest’isola immersa nel mar Baltico. E’ un luogo apparentemente quieto, ma dopo qualche ora che sei lì cominci a sentire il suo mistero, senti l’intensità delle forze che ribollono sotto quell’apparente calma…E’ un’isola antica, i primi insediamenti umani dell’Estonia sono qui. Sono state ritrovate tombe antiche di 7000 anni…2500 anni fa aveva rapporti commerciali con l’Oriente!  E’ un’isola tormentata, la sua posizione geografica ne ha fatto un campo di battaglia per secoli.  Qui sono corsi fiumi di sangue.

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Per la sua posizione strategica fino al crollo dell’impero russo e conseguente indipendenza estone nel 1991, era una delle zone speciali dell’Unione Sovietica, solo gli abitanti e i militari delle basi potevano arrivare sull’isola.

E’ la più grande isola estone, circondata dal mar Baltico, chiude il golfo di Riga. E’ coperta da boschi e foreste, basse spiagge e alte scogliere, minuscoli villaggi, colkoz abbandonati, fattorie, nei prati si vedono mucche e pecore, cavalli… cigni e cicogne!

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Sono arrivata con il traghetto da Virtsu, sotto la pioggia, mezzora circa l’attraversata. Intorno isole. Un cielo nero con nuvole basse. Sullo sfondo il verde scuro dell’isola di Saaremaa.

Dopo 150 km in autobus in mezzo ai boschi, arrivo a Kuressaare, il capoluogo. Scendo “accompagnata” da una signora conosciuta in autobus che a tutti costi vuole che soggiorni a casa del figlio, finalmente dopo 1,5 km a piedi mi sistemo nell’ostello … all’interno di un edificio della scuola elementare locale, aperto solo d’estate.

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Vado a fare un giro per la cittadina di 15.000 abitanti per capire dove sono finita. Mi piace subito. Arrivo al Castello costruito nel 1300 dai Cavalieri Teutonici, passeggio sulle antiche mura, e nel cortile. L’interno dell’edificio principale lo visiterò il giorno dopo. Esco dal castello dalla parte opposta da cui sono entrata,  prati, spiaggetta con campo di pallavolo e il mare. Mi siedo su un muretto con i piedi nella sabbia ed osservo il mare… una distesa calma, isole all’orizzonte, erba nel mare, cigni selvatici e silenzio…vengo invasa da un senso di quiete che non sentivo da anni…

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Ho prenotato per due notti, rimango  lì 8 giorni…

Se si arriva senza auto come me non ci sono grossi problemi, dalla stazione degli autobus c’è un servizio regolare per i villaggi e i luoghi più noti dell’isola.

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L’isola è splendida per chi ama la bicicletta, ho fatto chilometri girovagando tra i boschi, le dune, seguendo le deviazioni per le spiaggette lungo la costa…tra gli alberi ci sono dei campeggi favolosi. Pochissime case…e natura.

Non ho visto tutta l’isola, non ho visto le alte scogliere del nord e la costa ad ovest. Un ciclista conosciuto lì mi disse che sono la parte più bella.

Non ho fatto tutto il giro dell’isola perchè mi sono sfasciata un ginocchio il primo giorno…cadendo dalla bicicletta! E non c’è niente da ridere…perquanto mi sentissi un’idiota…seduta in terra in mezzo ad un cortile senza potermi muovere…Un male cane e un brutto taglio profondo e sbucciature in quantità!

Sono caduta perchè sono alta 1 metro e 65… quando baro un pò! Sull’isola quelli che vanno in bicicletta sono alti…

Io, orgogliosa figlia del Sud Europa quando ho visto quelle biciclette enormi ed altissime ho pensato “merda, ma quanto sono alti sti’ qua” però impavida scelgo la bici più bassa e provo, riesco a salirci, ma non tocco terra, faccio qualche giro nel cortile, alla fine urlo al donnone alto un metro e 90, “ok la prendo”, un secondo dopo mi ritrovo per terra sanguinante!

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Pronta assistenza. Non voglio un medico, per mia fortuna ho notevoli capacità di autoguarigione, dopo un’ora zoppicante me ne vado. Però non demordo, m’informo, mi dicono che forse l’unico che affitta biciclette “normali” è un bellissimo locale di fronte al castello. Ci vado. Il giorno dopo, tutta dolorante, alle 10, affitto la bici per 9 euro, la riporto la sera alle 18 dopo aver fatto una cinquantina di km. Stanca, ma profondamente soddisfatta.

img_4165 A Kaali all’interno dell’isola si possono vedere  i 9 crateri prodotti qualche millenio fa dalla caduta di un meteorite. Ci sono antichi  mulini a vento visitabili ad Angla.

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Molte chiese antiche sono sparse tra i boschi e il mare, ma la più misteriosa è l’antichissima chiesa di Karja.

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Lungo la costa c’è un piccolo cimitero, un sacrario militare e un monumento dell’ex USSR ai caduti su una insignificante spiaggetta, centinaia di  morti per difendere un quadratino di terra dall’invasione tedesca. IL mare, la spiaggia, i prati che scendono verso il mare, le dune, la pineta, la bellezza del luogo, il silenzio sono quasi insopportabili di fronte a quei morti, stridono, rendono evidente l’insensatezza delle guerre.

Sono talmente affascinata dall’isola che vado via pensando che forse tornerò e passerò lì l’inverno. Sull’isola e nei villaggi di Saaremaa fioriscono molte leggende, non mi stupisce… l’isola è uno di quei posti che se non stai attento non ti lascia più andare… Ho conosciuto lì un uomo, un tedesco, arrivato vent’anni fa non è più riuscito ad andarsene.

Nei prati davanti al piccolo porto di Kuressaare ci sono le statue dedicate al gigante Suur Toll e alla moglie Piret soccorritori dei pescatori in pericolo protagonisti di una leggenda locale.

Me ne  vado solo perchè non riesco più a dormire la notte, non sono stanca, ma le forze che sento lì sull’isola, umane e della natura sono notevoli… e devo decidere cosa fare…restare lì o andare in Russia?

 

 

Berlino (2)

A luglio vagavo per Berlino. Giravo per la città e non riuscivo ad afferrarla, a comprenderla.

Quando ero stata lì la prima volta era tutto chiaro, evidente: erano saltati i Patti di Yalta che avevano sancito la nuova spartizione del mondo dopo la 2a Guerra Mondiale, e soprattutto avevano diviso la Germania in due per ridurne la forza. L’impero Russo era crollato su se stesso. Dalle sue macerie si stava formando una nuova geografia politica.  Il Muro di Berlino era caduto e la Germania si era riunificata. E a Berlino era un ribollire…di tutto. Era un cantiere, era musica, era il mondo che cambiava…era splendida!

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Ovviamente dopo tanti anni era cambiata. La zona centrale intorno a Friedrich Strasse tirata a nuovo con i suoi grandi palazzi, i grandi e costosi negozi, piena di vita di giorno, ma desolata la sera. Come in molte altre città nel centro ci sono uffici, negozi ma la gente vive altrove.  Poi i quartieri come Kreuzberg, un pò decadente ma pieno di vita, di musica che mi ricorda un pò Barriera di Milano o San Salvario a Torino.

Per capire ho fatto chilometri a piedi, dal Memoriale degli ebrei, a Postdamer Platz ,  dalla Porta di Brandeburgo lungo il viale Unter den Linden fino ad Alexander Platz camminando per le vie che la circondano, Rosa Luxemburg Platz, Il quartiere medioevale ricostruito intorno alla Chiesa di San Nicola,i quartieri oltre la Sprea, intorno al giardino zoologico, Keuzburg,  il Museo della storia tedesca del ‘900; sono andata in autobus all’Orto Botanico uno dei più grandi nel mondo…

Cercavo di vedere la Berlino Ovest, praticamente un’isola, all’interno di Berlino, all’interno della Germania Est con un corridoio aereo per i rifornimenti, divenuta un simbolo, caposaldo dell’Occidente dietro la Cortina di Ferro. Caposaldo della democrazia contro il “socialismo reale” che non esisteva. Tutta demagogia e propaganda, ma è servita per oltre 40 anni per mistificare la Storia!!

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La Germania è il paese più ricco in Europa, però a Berlino la situazione è ben diversa. Osservi, lo vedi e lo senti. Mi trasmetteva tristezza e un senso d’inquietudine… Nel resto della Germania i lavoratori hanno i migliori salari europei, qui no. Qui è Est Europa. I salari sono bassi. La vita costa meno, anche l’ostello,  il City Hostel al centro di Berlino, è un ottimo ostello ed è uno dei meno costosi dell’Europa Occidentale!

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Un giorno sono partita dal Check Point Charlie seguendo il percorso del Muro, tra le case nuove e vecchie, attraversando giardini e ponti. Dove non c’è più il Muro. Sono arrivata fino alla Stazione di quella che era Berlino Est, ho attraversato la strada e proseguito lungo il pezzo di muro continuo conservato per la memoria storica, sarà lungo un chilometro e mezzo.

Da un lato è una galleria a cielo aperto, è coperto da opere di artisti di tutto il mondo, dall’altro, verso il fiume Sprea,  a luglio c’era una mostra fotografica temporanea sulle vittime della guerra in Siria.  Gigantografie.  Con una breve, sintetica, descrizione del momento in cui sono stati bombardati e i successivi soccorsi insufficienti tipici di una zona da anni in guerra, le operazioni chirurgiche ripetute, i mesi d’ospedale, il denaro che alcune Ong  elargiscono, del quale non ho capito il criterio.

Uomini, donne, bambini, menomati dai bombardamenti. Le foto non hanno nulla di sgradevole, non c’è compiacimento, ma sono sconvolgenti.  Sono la documentazione senza nessuna forzatura delle persone colpite dalle bombe. Non sangue, niente fasciature. Persone in piedi o sedute mutilate nei loro vestiti sobri o colorati. Ma gli occhi sono terribili.

Una ragazza, sui quindici anni,  il viso devastato, una gamba amputata sopra il ginocchio ha negli occhi il senso d’impotenza e la rabbia. Unica sopravvissuta con la zia di una famiglia di 11 persone. Per un momento mi sono messa nei suoi panni:  a quale giovane verrà mai in mente di corteggiarla, di chiederla in sposa…?

Un bambino di forse 6 anni, senza gambe, invece ha gli occhi sorridenti, lo sguardo  fa pensare che lui ce la farà, accanto due fratelli poco più grandi con lo sguardo spento.

Una donna anziana, un pò cicciona, alla quale una bomba a strappato le carni da un braccio, ha un piede malamente riattaccato (avranno pensato, nella fretta, tanto è vecchia), sembra che un grosso animale a morsi le abbia dilaniato le carni. Lo sguardo di questa donna che deve aver molto vissuto, esprime forza, neanche questa volta la vita è riuscita ad abbatterla.

Una giovane donna, bella, senza una gamba e senza un occhio, a fianco il marito che dalla postura, dallo sguardo, si capisce sarà sempre al suo fianco, ma il volto di lei è sconvolgente, ha un viso bello, la testa altera, dallo sguardo si capisce che forse non si riprenderà mai più.

E così decine di foto e di storie, intervallate da grandi vedute della loro città bombardata. Com’era la via o la strada prima e dopo i bombardamenti. Sembra impossibile che case belle, importanti di vari piani possano essere ridotti a tronconi, brandelli, mucchi enormi di macerie e nient’altro.

Quando me ne sono andata ero piena di tristezza e rabbia. Tristezza per quelle persone mutilate che di certo non hanno scelto la guerra. Rabbia contro tutti i fautori delle guerre. Rabbia per la disinformazione diffusa in Italia. E’ vergognoso il conformismo, il servilismo di certa stampa.  Da noi, mostre simili non esistono. L’altro giorno girando su facebook sono finita nella pagina di un giornalista torinese: Sosteneva, riferendosi al bimbo siriano con la maglia rossa, morto nel naufragio del suo gommone mentre attraversava il mediterraneo, non bisognasse mostrare delle foto così inquietanti. Per fortuna qualche volta qualcosa sfugge alla censura.

Eh si, bisogna mantenere la gente all’oscuro, così è più facilmente manovrabile. Gli illuministi sostenevano giustamente che il sonno della ragione genera mostri. 

Penso a tutte quelle brave persone, con i pingui conti in banca,  la pancia e il cervello coperti dal grasso dell’abbondanza, soprattutto sopra i ’50, tenute all’oscuro della realtà, sottoposti ad una propaganda massiccia che li rende timorosi per il futuro delle loro pensioni o dei loro posti di lavoro, di fronte ad un’economia che  erode i loro conti, se fossero correttamente informati inserirebbero il cervello e probabilmente sarebbero solidali invece di essere con la bava alla bocca nei confronti di quelli che identificano come nemici.

E’ dalla prima guerra del Golfo, 1991, che è cambiato il modo di fare informazione nei reportage o nelle informazioni sulle guerre. Da quando l’Italia per la prima volta dalla 2a guerra mondiale è stata coinvolta ufficialmente in una guerra. Niente immagini schioccanti, niente morti, niente feriti da quando teorizzavano “le operazioni chirurgiche” degli aerei inviati a bombardavano gli ex iugoslavi, cioè operazioni mirate che in teoria non dovevano fare morti. Invece causarono centinaia di morti e feriti.

Il caso vuole che 2 o 3 anni dopo mi trovassi in Germania in un corso intensivo di tedesco per stranieri. C’erano russi o Est europei di origini tedesca che venivano incentivati ad andare in Germania a lavorare, la vecchia madre patria aveva bisogno di manodopera ( sono troppo intelligenti questi tedeschi!); rifugiati politici curdi, turchi e siriani; pakistani, ragazze polacche e dell’ex Iugoslavia, tutti molto socievoli e disponibili fuorché una ragazza. Sentivo la sua muta ostilità, mi guardava in modo che più di una volta mi ero chiesta “questa che vuole”, avevo cercato di parlarle ma si allontanava sempre, o faceva quella che non capiva. Io non conoscevo ancora il tedesco, aspettai di avere un minimo di basi della lingua e poi con molta gentilezza l’affrontai e scoprì le ragioni della sua ostilità: quella ragazza di 22 anni era stata sotto le bombe a Sarayevo, quando gli aerei italiani facevano le “operazioni chirurgiche” e due suoi famigliari erano morti sotto le bombe.

Non sapevo cosa dire, tanto mi vergognavo di fronte al suo composto dolore. Cosa potevo dirgli? l’unica cosa che mi venne in mente fu di dirle che molti italiani ed europei erano contro la guerra, io con migliaia d’altri avevamo partecipato alle manifestazioni contro la guerra e per quello che poteva servire ero profondamente dispiaciuta.

 

Berlino (1)

Prima di andare a Danzica sono stata dieci giorni a Berlino. C’ero stata nel 1991, un anno dopo la caduta del Muro. Era un cantiere, gru dappertutto. Stavano rinnovando la città. Nuovi palazzi progettati da grandi architetti come Renzo Piani. Restauro dei vecchi edifici come il Bundestag e la Brandeburgo Tor. Mi aveva entusiasmato l’isola dei musei, il viale Unter den Linden, il Museo di Pergamo e la Porta d’Ishtar. Vivevo in Germania allora. In quella occidentale.Studiavo il tedesco, amavo la Germania e la storia tedesca.

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Sono nata in un paese bruciato dai tedeschi durante la 2a Guerra Mondiale. Da bambina mio padre mi raccontava quando avevano ammassato  lui che aveva 8 anni, le donne, i bambini e i vecchi in fondo al paese con le mitragliatrici puntate, (c’era un servizio di vigilanza, all’arrivo dei soldati, ì maschi adulti erano fuggiti per non rischiare di essere spediti in Germania a lavorare come schiavi). Avevano trovato due soldati tedeschi uccisi in uno dei passaggi tra una corte e l’altra dell’antico paese fortificato e per rappresaglia volevano sterminare tutto il paese, per fortuna arrivò un contr’ordine, e i tedeschi se ne andarono senza uccidere nessuno (Scoprirono che non erano stati i partigiani, al buio i due soldati si erano sparati tra di loro o forse, dicevano in paese, la guerra era alla fine e l’ufficiale tedesco non volle caricarsi sulla coscienza tutti quei morti).

Invece qualche giorno dopo i fascisti strapparono unghie e occhi ad un povero ragazzo diciassettenne con ritardo mentale che nella sua ingenuità vestì una giacca militare trovata nei boschi intorno al paese, mentre tornava a casa, sfortuna vuole, incontrò un gruppo di fascisti, pensarono fosse un partigiano, lo torturarono e poi l’uccisero. Era lo zio di una mia amica.

Mio zio, Barba Berto, si fece 3 anni di lager, soldato sul fronte greco-albanese si era rifiutato di servire i tedeschi, era uno di quegli italiani sfigati che si fecero 10 anni di guerra.  Era di leva e fu inviato in Africa per la guerra coloniale, poi con la guerra mondiale finì prima  sul confine francese e poi si fece la guerra di Grecia e d’Albania. Nel ’43 con l’Armistizio voleva solo tornare a casa,  non aveva voluto la guerra, era stato costretto a farla.

E i fascisti della Repubblica di Salò al di là delle fesserie che si raccontavano e raccontano ancora oggi i loro epigoni avevano un unico problema salvare il “culo”, dopo vent’anni di dittatura, e conseguenti porcate, violenze, torture e repressione, dalla rabbia di chi avevano oppresso. Per questioni personali tradirono la patria di cui oggi si riempiono continuamente la bocca e furono responsabili della morte di altri milioni d’italiani, la guerra durò altri due anni.

Così mio zio finì su un treno piombato e in un lager dove soffrì la fame (perse 29 chili), diceva: “Trattavano peggio di noi solo gli ebrei e i polacchi”. Nel ’45 fu liberato dai russi, la guerra continuava e lui fu spedito verso est, in Russia. Riuscì a tornare in Italia nel ’46. Era un tipo allegro, della guerra non parlava mai davanti a noi bambini e non amava (per usare un eufemismo) i tedeschi e i fascisti, gli avevano rubato la giovinezza.

E la Croce Rossa…. Si, lui moriva di fame  e di freddo nel lager, la sua famiglia di poveri contadini si toglieva il pane di bocca, confezionava calde calze di lana e altro vestiario per inviarglielo al fronte e poi nel lager…Non ricevette mai nulla. Quello che gli apparteneva veniva girato agli ufficiali.

E poi io ho studiato e conosciuto la storia tedesca del ‘900,  la storia del Partito Socialdemocratico tedesco, la Lega di Spartaco, il rifiuto della guerra di Liebknect e di Rosa Luxemburg, l’opposizione dei lavoratori tedeschi al nazismo che non è quella degli ufficiali tedeschi che nel’44  si svegliano e tentano di uccidere Hitler, ma è quella resistenza di cui non si parla mai, ma che costò la vita ad 1 milione di lavoratori tedeschi, i lager furono inventati negli anni ’30 per reprimerli.

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A proposito di Lager:  ho scoperto anni fa e non riesco ancora oggi a farmene una ragione che nei Lager furono internati 12 milioni di persone….Vi siete mai chiesti quanti si salvarono e tornarono a casa? Beh ve lo dico io…E’ talmente enorme e mostruoso …1 milione di persone si salvò. 11 milioni morirono. 11 milioni di bambini, donne e uomini.

11 milioni di morti su 12 milioni d’internati… 

Di solito si parla dei 6 milioni di ebrei assassinati nei lager. E mi sembra giusto. Quello che non mi sta bene è che non si parla mai degli altri. E gli imbecilli che fanno del revisionismo storico per ragioni politiche, per sminuire gli ebrei, in realtà stanno nascondendo e giustificando la morte anche degli altri 5 milioni di persone. 

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