Il diritto delle donne alla maternità, l’ipocrisia della propaganda politica e l’immigrazione.

7 dicembre 2018.

Ieri su internet scopro che con un emendamento approvato dalla commissione di Bilancio, il Governo attuale abolisce l’obbligo all’astensione di due mesi dal lavoro prima del parto esistente finora a tutela della salute delle donne e del nascituro.

Mi sembrava impossibile, la notizia di tre righe non era chiara, ho pensato forse non ho capito io. Comincio a cercare in internet, non una parola o una riga in proposito. Ah respiro! Penso ho capito male, forse qualche cretino irresponsabile ha fatto la proposta e nessuno l’ha preso in considerazione.

Per scrupolo, guardo sul sito della CGIL, se mai avessero approvato una simile bestialità, lì, dovrei trovare qualcosa… Infatti un misero comunicato di neanche dieci righe annuncia la manovra. Con un tono dimesso, soft per non disturbare il governo al lavoro e il padronato che starà gongolando e facendo salti di gioia.

 “… in una nota, Loredana Taddei, responsabile Politiche di genere della Cgil nazionale”.

“Quanto proposto – incalza la dirigente sindacale – mina la libertà delle donne, soprattutto di quelle più precarie e meno tutelate, che in Italia, purtroppo, sono sempre più numerose e rischierebbero così di trovarsi di fronte a veri e propri ricatti del datore di lavoro”.

“Quanto previsto in merito al congedo per le neomamme lavoratrici – conclude Taddei – è un ulteriore colpo ai diritti delle donne, alle loro tutele, per questo chiediamo che nel passaggio al Senato questa norma venga modificata”.

Sono senza parole, se non è il sindacato a difendere il diritto delle donne all’astensione dal lavoro durante la maternità, chi deve farlo?

Passeranno quattro o cinque anni o meno prima che le statistiche cominceranno a rilevare l’aumento delle morti per parto delle madri e dei bambini?

Leggevo sul sito del Ministero della Sanità che la prima causa di morte sono le emorragie, 43,6% dei decessi, poi disordini ipertensivi e trombo-embolie.

Sicuramente la gravidanza non è una malattia, ma certamente è un momento della vita in cui è necessario avere particolare cura di se stesse.

Avete mai guardato le donne negli ultimi due mesi di gravidanza con che difficoltà si muovono?

Provate a mettervi nei panni di una donna incinta all’ottavo o al nono mese costretta a lavorare 8 ore in fabbrica o in un ufficio cosa può significare per il suo fisico e per il bambino che porta in grembo.

Inoltre questo è un momento di particolare debolezza dei lavoratori, un simile emendamento alla legge mette le lavoratrici in condizioni di essere ricattate. Per conservare il posto di lavoro rischiano di mettere in pericolo la propria vita e quella del nascituro.

In Kirghizistan le donne hanno diritto a due anni d’astensione dal lavoro senza perdere il posto di lavoro. Quel che rimane della legislazione per la tutela delle donne in epoca sovietica.

Qui in realtà la situazione è tragica: muoiono 48 donne ogni centomila nati vivi. In Italia muoiono 9 donne ogni centomila nati. Sempre troppo, ma per nostra fortuna da noi la sanità per certi versi funziona. In Kirghizistan la Sanità è disastrosa.

L’anno scorso cadendo sul ghiaccio sono finita due volte in ospedale e mi sono fatta un’idea: da un lato un medico scrupoloso, dall’altro personale non molto sveglio o tipico impiegato dell’amministrazione pubblica uguale in tutto il mondo, della serie facciamo il meno possibile,  se non fosse che si occupano di esseri umani e non di sassi, visti i loro stipendi avrebbero anche ragione.

Essendo io un’ affezionata (!) cliente del CTO (Centro Traumatologico) di Torino e ospedali limitrofi a causa della quantità industriale di fratture e distorsioni avute nel corso del tempo, sono rimasta impressionata dalle attrezzature obsolete.

In una delle visite ho assistito a una cosa assurda: era gennaio, tutto il mondo ghiacciato, spessi lastroni di ghiaccio sui marciapiedi, ghiaccio fino alla porta dell’ospedale. Avevo pensato, va bè che forse non hanno i soldi per pulire i marciapiedi, ma almeno il sentiero che porta all’ingresso della Traumatologia dell’ospedale potrebbero pulirlo. Ghignando avevo pensato, forse è il metodo per procurarsi altri clienti. Con il mio braccio ingessato entro facendo ben attenzione dove metto i piedi, è tutto bagnato e scivoloso. Nella sala un ragazzo accompagna la madre con un braccio fratturato, sempre il ghiaccio. Entro per la visita di controllo. Esco e trovo il ragazzo tutto sporco di sangue, con il naso rotto e si tiene il braccio, forse rotto anche quello… è caduto salendo le scale per andare al piano superiore! Una scala interna, marcia d’acqua e di ghiaccio.  Tutto questo spiega perché 48 donne muoiono di parto su centomila nati vivi.

Personalmente non sono per niente interessata a chi va al governo. Da molti decenni in Parlamento non si decide più nulla, si limitano a rettificare decisioni prese altrove: nei consiglio d’amministrazione delle aziende, delle banche e ha livello europeo. Chi vince le elezioni (momento utile a comprendere la tenuta delle idee dominanti) se vuole mantenere il “cadreghino” in Parlamento e tenersi stretti stipendi d’oro, privilegi e relative pensioni a spese dei lavoratori devono portare avanti ciò che serve in quel momento alla classe dominante.

Però dovrebbero esserci dei limiti alla sfrontatezza. Che la propaganda politica dei vari partiti è, uno sbraitare slogan e “un gioco a chi le spara più grosse” e un “dagli agli immigrati”, per spaventare la gente preda dell’incertezza, distrarla dai problemi reali: peggioramento delle condizioni di vita, salari bassi, riduzioni delle libertà in nome del terrorismo.

Salvini nelle interviste si preoccupa delle culle vuote… e poi il suo governo fa passare un emendamento che limita il diritto delle donne alla salute e alla maternità è veramente una faccia di bronzo rappresentativo della diffusa ipocrisia.

Lo è, perché sostiene nell’intervista riportata dalla testata LINKiesta e da altri giornali che la precarietà svuota le culle, cosa verissima, e altrettanto vero che ogni culla vuota è un immigrato in più. Infatti, da noi c’è un tasso di fertilità di 1,37 figli per donna, e gli immigrati vengono a riempire i vuoti lasciati tra le file dei lavoratori dalla crisi demografica. Sono necessari e lo saranno sempre di più in futuro, quindi tutta la demagogia contro gli immigrati è semplicemente funzionale a raccogliere consenso tra piccoli commercianti, imprenditori, pensionati, lavoratori, spaventati e frustrati di fronte all’erosione dei loro conti in banca, alla disoccupazione e alla precarietà.

Senza dimenticare che l’umanità è storia di emigrazioni, dalla fine dell’800 e per un secolo oltre 18 milioni di italiani  furono costretti a emigrare per dar da vivere a se stessi e ai loro figli. Nel mondo ci sono dai 60 agli 80 milioni di loro discendenti. Mio nonno, dei prozii, e mezzo paese di dove sono originaria, migrò nelle Americhe e in Francia. Qualcuno emigrò per problemi politici, perché erano antifascisti e perseguitati, ma la maggior parte emigrò per migliorare le proprie condizioni vita.  Con il loro lavoro arricchirono il paese d’adozione e con le rimesse alle famiglie svilupparono il paese d’origine.

Io sono fiera di esse la nipote di un uomo che lasciò la sua terra, la sua famiglia, per andare a lavorare a decine di migliaia di chilometri lontano per migliorare la sua vita e quella dei suoi figli. 

Non mi ricordo chi l’ha scritto ma è indubbiamente vero: Chi parte, chi emigra è tra gli elementi migliori di un paese e della specie umana. Sono i più coraggiosi, i più determinati, quelli che amano le sfide, quelle vere, quelli che si mettono in gioco, quelli che sono disponibili ad affrontare mille difficoltà per migliorare se stessi e garantire un futuro migliore alle loro famiglie.

E’ la precarietà che svuota le culle. Giusto, quindi migliori salari, migliori condizioni di lavoro, asili e scuole materne gratis, tutela della salute nei luoghi di lavoro.

Questo riguarda tutti i lavoratori  uomini e donne, i figli si fanno insieme, e quello che svuota le culle è la precarietà d’entrambi.

 

La bufala dell’archetipo della Grande Madre, libro di cucina e repressione.

Venere di Willendorf

Devo ammetterlo sono stata sempre affascinata dalle statuette paleolitiche delle Veneri o dee o donne tettone, panciute e con dei fianchi che neanche mia nonna aveva. Non da sempre, ma da quando cercavo di avere un figlio, mi intenerivano, erano l’antichissima rappresentazione della maternità, della riproduzione della specie.

Mi piacevano i megaliti maltesi con le sculture femminili ciccione, sospetto che Botero per le sue figure sia partito da lì! La Venere di Willendorf, la Venere di Lespugue, mi parevano bellissime. Passavo quasi ogni giorno in una viuzza del centro storico, mi fermavo sempre davanti alle vetrine di un negozio d’oggettistica che aveva in vetrina una piccola Venere, non so quale, era stupenda.

E quando lessi, molti anni fa, dell’archetipo della Grande Madre mi piaceva un sacco. Non avevo capito gran chè su quali ideologie si appoggiava il mito. Più o meno consapevolmente mi sembrava una rivincita delle donne e una conferma del Matriarcato. Di quella fase della storia umana in cui il ruolo della donna era centrale nelle società di cacciatori e raccoglitori. Con lo sviluppo della proprietà privata le donne non ebbero mai più un ruolo simile. Non fa testo la singola donna. La questione femminile irrisolta non è la soluzione individuale più o meno vincente di una singola donna, ma il ruolo delle donne in generale in una società.

Quando su internet ho letto che la storiella dell’Archetipo della Grande Madre era una bufala e che l’archeologa Marija Gimbutas nascondeva o faceva sparire le statuette maschili per evidenziare la scoperta delle Veneri o figure femminili paleolitiche o neolitiche per confermare le sue tesi, un po’ ci sono rimasta male… alla faccia della serietà scientifica!

Se è vero, gli mancava qualche rotella o era una donna disgustosa.

Credo di aver capito e rifiutato il ruolo che questa società impone alle donne a sei anni, quando mia nonna mi prese dalle mani un libro che mi avevano regalato, e di cui ero fierissima, per darlo a mio cugino, maschio, di tre anni più vecchio di me. Io strillai, protestai, lei mi disse: “Lui è un maschio”. Andai piangendo da mia madre, che per mia fortuna s’incazzo come una belva con mia nonna e mandò mio padre a recuperare il libro.

In quel momento capiì alcune cose fondamentali: I maschi erano dei privilegiati. Io valevo quanto loro se non di più.

Mi confrontavo con mio cugino di cui ero segretamente innamorata e concludevo che lui per quanto bello e simpatico di sicuro non valeva più di me e di sicuro non avrei permesso un’altra volta che mi portassero via un libro. Potevano portarmi via una bambola, ma mi strapparono dalle mani un libro… avevo una curiosità e una sete di conoscenza infinita e mia nonna fece il più grosso errore della sua vita nel cercare di tarparmi le ali. Mi confermò con forza e determinazione ad andare per la mia strada. E capii che ci sono donne che accettano la loro oppressione, per ignoranza, per cultura, per paura.

Intorno ai vent’anni avevo letto diversi libri sull’origine della famiglia, delle forme sociali, sul ruolo della donna, sull’oppressione femminile e ne avevo tratto una serie di conclusioni. La questione femminile non è solo un problema femminile, ma di classe. La condizione femminile è il risultato dello sviluppo storico e ed è legato strettamente alla forma sociale in cui viviamo, quindi o cambi la società o non risolvi la condizione di oppressione delle donne. Per cui mi ci sono dedicata tutta la vita. Sono diventata marxista-leninista partendo dalla condizione femminile, e dal dolore che sentivo nella gente intorno a me (ma questa è ancora un’altra storia). E se per un po’, pur consapevole di questo, mi ero detta: ”Va bè, la condizione femminile non è risolta, ma io la mia personale condizione di donna me la risolvo” E così feci. Vita interessante, attività politica, bel lavoro, viaggi, crescita personale senza grandi limiti.

Poi FULLSTOP.

Finisco nelle maglie dell’apparato repressivo del mio paese perchè membro di un partito di lavoratori e la prima cosa che fanno mi massacrano come donna. Violenze, torture fisiche e psicologiche, calunnie, terra bruciata intorno  perchè mi sono rifiutata di tradire i miei ideali.

Dopo decenni la conferma: ho passato la vita a fare quello che pensavo fosse giusto e che volevo, per qualche decennio non le donne in generale, ma alcune donne come me, molte donne, si sono tenute strette una serie di conquiste e libertà ottenute con le lotte degli anni ’60, poi cambiano i tempi storici e la prima cosa che fanno con la scusa che sei un oppositore del sistema, ti massacrano, cercano di annientarti come donna. Su di te si accaniscono particolarmente, come mi ha detto qualcuno “con te hanno proprio esagerato un po’….” perchè vuoi cambiare il mondo, ma soprattutto sei una donna ribelle, che non vuol dire sei una che fa casino, sei arrogante, No: SEI UNA CHE VA PER LA SUA STRADA e non te ne importa un fico di cosa dice un uomo, se non ti dimostra che le sue affermazioni sono intelligenti e motivate.

Sei doppiamente colpevole: donna e comunista.

Sto scrivendo un libro di cucina, o perlomeno era iniziato così, dopo avever scoperto che qui in Kirghizistan non c’è un libro di cucina italiana, veramente ci sono pochi libri in generale. Credo sia da imputare all’origine nomade di questa gente. Bishkek la capitale ha solo 125 anni di vita, ci sono biblioteche, ma quelle che ho visto sono scarsine. Non so cosa diventerà questo libro, cucina, memorie, diario di vita e di viaggio, però sicuramente è un buon sistema per riflettere.

Volevo scrivere le ricette tradizionali italiane, descrivere i piatti semplici della cucina di montagna della mia infanzia, i piatti che ho mangiato in giro per l’Italia  e in questo viaggio. Questa mattina volevo cucinare gli gnocchi alla sorrentina per farli conoscere alla mia coinquilina kirghisa e perché sto provando tutti i piatti che inserisco nel libro. Alcuni non li cucino da anni, altri non li ho mai cucinati e solo mangiati, ma ne ho memoria del gusto, dei profumi e dei colori.

Ho cominciato a preparare gli gnocchi, mi mancava il basilico fresco, quello secco non mi piace, al grande supermercato sotto casa, tra i più forniti della città, non avevano il Parmigiano, poi la cucina a gas a cominciato a crearmi problemi, alla fine ho messo il sedano e le erbe di Provenza, mozzarella e un formaggio russo non abbastanza stagionato, ho spento il forno e li ho rimessi in padella e alla faccia della ricetta originale sono venuti buoni!

Ho sempre pensato di avere un fondo di me tradizionalista, conservatore, la cosa fa ridere visto la vita che ho condotto. Questa parte per fortuna finisce in mare alla prima occasione, quando mi limita. Come la ricetta degli gnocchi. Ho sempre messo in discussione tutto. Senza risparmiare niente a me e a tutti gli altri che ho incrociato nella vita. Ho sempre pensato che la verità è rivoluzionaria, chi vuole cambiare il mondo, non ha niente da perdere a solo da guadagnare da un mondo nuovo, e non ha bisogno di nascondere niente a se stesso e agli altri, non ha niente da conservare di una società  come questa che mistifica tutto, storia, idee, realtà per la sua conservazione. In cui la gente senza prospettive si stordisce in mille modi per non vedere lo schifo che la circonda. E visto che una come me fa quello che crede giusto, incredibile ma vero, non ha niente da nascondere, ne da vergognarsi. E sa inquadrare cosa le capita nella vita per quello che sono,  non una questione personale, ma politica.

Sì, sono una di quelle stronze coerenti. E pensavo fosse doveroso e normale, fino a due o tre anni fa, poi ho compreso che non lo era e che la mia coerenza a fatto incazzare un sacco di gente e non sto parlando solo di nemici.

Nella specie umana c’è un forte istinto alla conservazione dell’esistente, superato solo nei momenti in cui l’esistente mette a rischio la sopravvivenza della specie, o ne frena lo sviluppo e allora ci sono i grandi ribaltoni storici come la Rivoluzione francese o l’Ottobre russo.

Ho letto molti libri, tra quelli di narrativa che mi sono piaciuti molto, c’è il libro di Roy Lewis “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, nell’introduzione un diplomatico inglese dice che per il gran ridere ha rischiato di cadere dal cammello mentre viaggia in un deserto dell’Africa settentrionale! Avevo vent’anni quando lo letto, non sono caduta da un cammello, perché ero a Torino, seduta sul mio letto, ma mi sono scompisciata dalle risate.

Quel libro raccontava con ironia lo sviluppo della specie e mi rappresentava. Descriveva il confronto/scontro tra il conservatore e l’innovatore. Com’è accaduto spesso nei momenti cruciali della specie umana ha vinto l’innovatore, ma appena ha compiuto il suo ruolo di far progredire la specie umana: scopre il fuoco e mille altre cose, i suoi stessi figli lo uccidono perché lui vorrebbe andare ancora avanti, ma per il momento il traguardo raggiunto è sufficiente all’Orda; mi viene in mente Robespierre, rivoluzionario borghese conseguente, dopo il cosiddetto Periodo del Terrore che costo 2000 morti all’Aristocrazia, fu fermato dalla stessa borghesia che aveva ormai raggiunto il suo scopo: conquistare il potere politico, e liquidare l’aristocrazia. Per togliersi dai piedi chi guardava al futuro e cominciava a intravvedere un’altra prospettiva fece più di 15000 morti.

Tornando al Matriarcato, non so esattamente come in futuro risolveremo nella pratica la questione femminile, ma so che è necessario e urgente. E’ indecente e pura barbarie ciò che succede ogni giorno alle donne nel mondo.

Non si tratta solo degli omicidi, le violenze, gli stupri, le percosse, il terrore in cui vivono molte donne, o i salari più bassi di quelli degli uomini, la sottomissione a cui sono soggette, considerate esseri inferiori e con pochi diritti, quello che mi fa veramente incazzare è che oltre metà della popolazione umana deve chinare la testa di fronte a delle condizioni umilianti e completamente sbagliate.

Sono queste donne intelligenti che accettano la loro sottomissione, schiave non dubitano che la loro condizione sia sbagliata e non si ribellano, non rivendicano quelli che sono diritti fondamentali, buoni per qualsiasi essere umano, ma non per le donne.

E non è solo il velo mussulmano che nasconde la schiavitù mentale e culturale di molte donne. Qui in Asia le peggiori bestialità che ho sentito dalle donne, spesso simili a quelle europee, parole che pensavo non avrei mai più sentito nella mia vita, mi sono state dette da donne “emancipate”, bel lavoro, studi giusti, viaggi in Europa, vestiti europei, niente velo, ma come da noi molte donne, hanno scambiato il diventare oggetti sessuali, bambolone a disposizione di maschi ritardati, con l’emancipazione.

Non stupisce neanche troppo, viviamo in un mondo, dove spesso la licenza è spacciata per libertà: ti droghi sei libero, tratti le donne come pezze da piedi o come giocattoli perché sei libero, corri dietro le mode più sceme e sei libero, ripeti come un robot le quattro idee dominanti diffuse da giornali e televisioni e credi di essere un libero pensatore, anzi pensi di essere originale. Giustifichi la violenza sulle donne e  pensi di essere un uomo come si deve. No, non lo sei. Sei complice.

Il 25 novembre c’era su internet una quantità di post di uomini incazzati, uomini che dicono di essere dalla parte delle donne, come quelli che dicono “… non sono razzista, ma…” e appena aprono la bocca viene fuori tutto il loro razzismo, incazzati perché se ne parla “troppo”.

Non è mai troppo denunciare le violenze, la condizione di oppressione.

Le chiacchere degli ultimi mesi sulle attrici, vittime di violenze, o avance non desiderate possono essere un problema marginale perché le attrici sono un’infima minoranza, ma in questo periodo sono state la punta dell’ iceberg delle milioni di donne che subiscono violenza, hanno bassi salari e pessime condizioni nel luogo di lavoro.

Ed è significativo che in un momento in cui le condizioni delle donne sono particolarmente gravi, i giornali si occupano delle attrici, è la stessa cosa di qualche anno fa, dove c’era il problema della legalizzazione delle coppie e famiglie di fatto, e i giornali si occupavano delle coppie gay e dei diritti dei gay e si guardavano bene di affrontare la questione reale che coinvolgeva centinaia di migliaia di persone e metteva in discussione la famiglia cattolica.

Fai una gran cagnara per un problema minimo, un ottimo sistema per distogliere l’attenzione da una questione grave e importante che non vuoi affrontare.

Non mi passa neanche lontanamente nel cervello il pensiero che per gli uomini oggi sia rose e fiori, ma vorrei ricordare che le donne subiscono una doppia oppressione, una come donne e l’altra come lavoratrici. Ed è fondamentale il sostegno degli uomini in una lotta che li riguarda entrambi.

 

 

Trekking a Tash Rabat e dintorni.

Agosto 2018.

Sabato mattina siamo partiti per la montagna. Vivendo tra le montagne del Thian Shan c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Questa volta sono andata a vedere il  monastero nestoriano e poi caravanserraglio di Tash Rabat. A sud/est del Kirghizistan. Costruito prima del 9° secolo, si trova in una gorgia laterale del percorso dell’Antica Via della Seta, sulla strada del passo Torugart, ( a 84 km) sul confine con la Cina, passaggio obbligato per Kashgar. E’ uno dei due passi che dal Kirghizistan portano in Cina. Dall’autunno alla primavera è bene informarsi perché non sempre sono aperti a causa della neve, frane ecc.

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Tash Rabat e a sn. i gabinetti stile “Pra la Grangia”

Le strade principali sono generalmente buone, mentre le secondarie non sono asfaltate, a volte lo sterrato è buono altre volte no.

Siamo arrivati a destinazione dopo circa 8 ore di viaggio da Bishkek passando davanti al canyon Boom, si attraversa un colle a 3030 m. e si prosegue per Naryn poi dritti verso il confine cinese.

La nostra comitiva si è fermata per visitare At-Bashi (Ат Башы) centro amministrativo della regione di Naryn. La prima tappa è all’ingresso del distretto. Entrando in certi territori, sulle colline, ben in evidenza, ci sono dei monumenti, dei guerrieri o come qui a At Bashi, un cavallo, essi sono il simbolo del clan che domina su questa terra, indicano che stai entrando nel loro territorio. All’ingresso dei villaggi o cittadine ci sono delle vistose “porte” con il nome del luogo.

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Il cavallo che segna l’ingresso al distretto di At-Bashi.
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Areo e carro armato russi alle porte di At-Bashi (testa di cavallo) un tempo città con importante base e industria militare.
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“Porta” di At-Bashi, il significato è Testa di Cavallo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La testa di cavallo simboli di At Bashi.

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Monumento dedicato al Maestro di Manas il guerriero-leggenda simbolo del Kirghizistan.

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Bambine kirghise giocano lungo “la bialera” a AT-Bashi.
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Negozio al bazar di At-Bashi.

A Tash Rabat ci sono in tre punti differenti le yurte. Le tende rotonde dei nomadi kirghisi. Finalmente ho dormito in una grande tenda bianca colorata all’interno, 5 posti letto, tanti tappeti e una vecchia stufa, indispensabile per riscaldarsi nelle fredde notti dell’alta montagna.

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Tash Rabat.
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Yurte a Tash Rabat.
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Tash Rabat. Interno di una yurta a due letti.

Qui vivono due famiglie di allevatori di yak, anche d’inverno! A 3200 metri. Pensavo che ci fosse molta neve invece fa talmente freddo, che nevica “poco”. Normali sono i -50 gradi, come la Siberia! Non sono ancora riuscita a vedere uno yak, speravo, ma agosto a 3200 m. fa troppo caldo per loro, allora lì portano su sulle cime. Probabilmente riuscirò a vederli se andrò sul Pamir.

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Corridoio d’ingresso a Tash Rabat.

Lo scisma tra i cristiani di Roma, di Costantinopoli, e di Kiev con la teologia aveva poco a che vedere, il problema era il controllo di quello che rimaneva dell’Impero Romano d’Oriente. Il nocciolo teologico della questione era la figura di Cristo, per i seguaci del vescovo Nestorio (381-451), in Cristo esistevano due nature separate, una umana e l’altra divina e Maria non poteva essere definita “Madre di Dio” perchè solo madre della parte umana del Cristo. Il concilio di Efeso nel 431 condannò i nestoriani come eretici, fuggiti verso oriente, ebbero l’appoggio dei Persiani in funzione anti-bizantina e si diffusero in Persia, Asia Centrale, India e Cina. Cominciarono a perdere d’importanza con la diffusione dell’Islam.

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Tash Rabat. Dentro la grande sala centrale sotto la cupola.

Il Monastero e Caravanserraglio di Tash Rabat furono un luogo di culto e rifugio dei seguaci di Nestorio.

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Tash Rabat. La grande cupola. Alla base della cupola si vedono delle nicchie con i resti d’intonaco. L’interno doveva essere ben diverso qualche secolo fa.

Tash Rabat era il primo caravanserraglio, luogo di sosta delle carovane, sulle montagne del Thian Shan, dopo il passo Torugart e il terribile deserto Taklamakan, il deserto nel quale furono trovate le mummie del Tarim, che confermavano la presenza di popolazioni indoeuropee qualche millennio A.C. Nell’antichità vi erano città-oasi ormai scomparse, i viaggiatori temevano il passaggio in questo deserto, arido e infuocato, dove morivano a centinaia, la paura fece fiorire molte leggende sulle voci degli spiriti dei morti portate dal vento.

Noi oggi immaginiamo l’antica via delle seta, esistente tra il 3° sec. A.C. e la fine del XVI sec. D.C., come un’unica via, dalla Cina al Mediterraneo, in realtà era una rete di strade su cui fiorirono città importanti, insediamenti commerciali, bazar, caravanserragli dove si scambiavano spezie provenienti dall’India, preziosa seta dalla Cina, oro, argento dall’Iran, ceramiche da Afrosylab, animali e uccelli esotici.

Le carovane di uomini, cammelli e cavalli attraversavano deserti, il Taklamakan, l’Ak-Tala, Kara-Kum e Kuzyl-Kum, si fermavano nelle oasi, superavano i passi ghiacciati del Thien Shan o del Pamir, attraversavano fiumi come l’Oxus, o le sconfinate steppe e con le merci portavano idee e nuove religioni, l’Asia Centrale era una delle zone più tolleranti e aperte del mondo antico.

L’importanza dei commerci causò invasioni, battaglie, intere regioni ridotte in cenere, città, come Samarcanda rasa al suolo, rifiorirono tanto era strategica la loro posizione. Il Kirghizistan era la porta occidentale della Cina.

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I resti delle antiche mura di Koshoy-Korgon. Foto di Wikipedia.

A  circa 3 ore di strada, 170 km prima di Tash Rabat a  Koshoy Korgon  nel distretto di At-Bashi c’è un piccolo museo e i resti delle fortificazioni di una città lungo la via della Seta, qui si fermavano le grandi carovane che arrivavano dalla Cina e andavano verso l’Uzbekistan e il Mediterraneo o verso il Kazakistan o la Mongolia e poi verso il Nord.

I fedeli e mercanti nestoriani preferivano fermare le loro carovane a Tash Rabat. E’ affascinante questo edificio fortificato, in pietra con una cupola rotonda che sovrasta la stanza centrale, altri vani laterali accoglievano i viandanti, le derrate alimentari, due lunghe sale s’ipotizza fossero i luoghi di preghiera e c’è anche una prigione: un buco in terra, piccolissimo, dove poteva stare una sola persona, era chiuso da un’enorme pietra con un foro in mezzo, attraverso il quale veniva passato il cibo per il prigioniero.

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Tash Rabat. La pietra che copriva la cella della prigione.

Mi si sono rizzati i capelli in testa al commento di una della comitiva: “… serviva a tenerli tranquilli!”.

Sono passati più di mille anni… e l’affermazione di quella somara conferma la convinzione di un mio conoscente “…viviamo tempi in cui abbiamo di fronte un nuovo Medioevo.” La prigione come sistema di controllo degli “irrequieti”: manifestanti, dissidenti, emigranti, comunisti, neri delle periferie delle metropoli, zingari, femministe, ecc., ecc., ecc.

Dopo la visita, abbiamo iniziato a seguire il sentiero che sale a sinistra dietro il monastero nestoriano e va su dritto verso la montagna. Un paesaggio mozza fiato ci ha circondato lungo il percorso. Da 3200 metri siamo arrivati a 3700 metri. Il primo pezzo sale su deciso poi prosegue lungo le creste.

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Tash Rabat. Salendo verso le creste. Altitudine 3700 metri circa.

E’ facile, le pendenze sono lievi. Ero con gruppo di 9 francesi, il più giovane aveva 50 anni, era gente che si preparava per fare un 4100 metri in Cina. Poi siamo scesi di qualche centinaio di metri per raggiungere un pianoro che un tempo doveva essere un ghiacciaio, fino ad un torrente, l’abbiamo attraversato a cavallo per raggiungere una specie di alpeggio in un’altra gorgia. Qui abbiamo fatto un pic-nic con le vivande portate da un uomo a cavallo.

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Tash Rabat. Il cavaliere porta vivande.

Faceva un freddo cane ed eravamo bagnati marci!

Siamo partiti con un  bel sole. La gita era di circa cinque ore, dopo circa tre mentre eravamo sulle creste, ha cominciare a salire un vento di quelli forti e pungenti, si vedevano i nuvoloni neri in arrivo, la guida ha deciso di farci scendere velocemente di qualche centinaia di metri poi ha cominciato a piovere. Una pioggia sottile neanche troppo fastidiosa, ma sopra i 3000 metri quando piove fa freddo.

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Mentre scendevamo dalle creste molti gipeti, grandi avvoltoi e aquile volavano bassi sulle nostre teste in cerca di prede, le marmotte di guardia con fischi acuti lanciavano l’allarme al nostro passaggio e mentre fotografavamo gialle orchidee alpine.

Finito il pic-nic abbiamo attraversato un bellissimo pianoro, in una gorgia spettacolare. E qui ha cominciato a grandinare di brutto, raffiche violente di sassi ghiacciati che in faccia fanno un male cane, ogni tanto non si poteva più proseguire tanto era violenta la grandinata. I branchi di cavalli che ogni tanto incontravamo si tenevano vicini verso i fianchi della montagna e in cerchio per proteggere i puledri, per un’ora abbiamo proseguito a testa bassa fino alla fine della lunghissima gorgia dove ci attendeva il pulmino per riportarci a Tash Rabat.

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Siamo arrivati al mini bus,  dire: ” eravamo fradici…” è essere ottimisti!

Ho bagnato persino i cambi di vestiario che avevo nello zaino, ero infangata fino alle ginocchia, però il posto era splendido e ci tornerei domani… con un bel sole!

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Fiore di montagna. Sulle creste sopra Tash Rabat.

Trekking a Saimaluu Tach. Kirghizistan.

Ho passato tre giorni tra le montagne del Sud del Kirghizistan.

Abbiamo attraversato il paese da Bishkek, la capitale, fino a Naryn, poi invece di proseguire per il confine cinese siamo andate ad ovest, verso Kazarman a circa 150 km da Zalalabad ( o Jalalabad) confine con l’Uzbekistan. Eravamo quattro donne, dovevamo controllare il percorso verso Saimaluu Tach, uno dei trekking di preparazione, di acclimatazione, prima di affrontare il Pamir e il picco Domachii alto 5130 metri.

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Dintorni di Naryn.

Andando verso sud il paesaggio cambia continuamente, si passa attraverso zone climatiche molto diverse, è quasi incredibile per un’europea come me la varietà delle montagne, degli altopiani, i colori, i deserti e le vallate verdi circondate da montagne di varie forme completamente brulle, secche. Sono evidenti i movimenti della terra, ci sono alte montagne, montagne basse tondeggianti, altre sembrano dei cappelli appoggiati uno a fianco all’altro, altre sono morene lunghissime perfettamente tronche, come fosse passato un falegname con una pialla! Ci sono dei canyon sotto il livello del terreno, formazioni carsiche, onde di terra tagliate e colorate, valli verdissime nel deserto. Abbiano attraversato tutto il deserto di Ak-Tala, il deserto bianco… in realtà l’altopiano era verde, perché quest’anno ha piovuto tanto, dove di solito c’è erba secca e gialla c’erano distese di erba verde!

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Sullo sfondo la città di Naryn. Il fiume Naryn è uno dei due fiumi che va a formare il Syr-Daria.

Mi ha entusiasmato vedere cosa a prodotto il movimento della crosta terreste…

Devo ringraziare quattro cretini che ci hanno dato un’indicazione sbagliata, se ho visto un percorso tra le montagne bellissimo. I deficienti ci hanno fatto allungare il percorso di oltre 6 ore… tutto su sterrato, il viaggio doveva durare otto ore invece ne abbiamo fatte quattordici di ore. Mentre ci allontanavamo con il fuori strada mi ero voltata, avevo visto che stavano sghignazzando… Bisogna avere le pigne in testa per fare una cosa simile. Centinaia di chilometri tra le montagne, dove s’incontrano solo cavalli, qualche mucca e piccoli asinelli che stanno comodamente in mezzo alla strada e qualche rara yurta con tanti bambini curiosi che corrono felici a vedere e a dare il benvenuto a chi arriva.

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Una piccola moschea tra le montagne

Il nostro percorso in fuoristrada e stato tutto tra i 2000 e i 3030 metri.

Fino a Naryn, le strade sono asfaltate, poi sono dei begli sterrati, quando ci siamo accorte dell’errore, erano le 7 di sera, Natacha, la nostra guida e autista, tostissima donna, nascosta dietro un aspetto di delicato fiore femminile,  guidava da 10 ore, eravamo vicini a una miniera d’oro, un tempo importante, ora il villaggio nato intorno alla miniera è in decadenza. Grandi camion diretti alla miniera ci sfioravano nel tramonto.

Arrivati a Kazarman, abbiamo cenato e poi veloci a dormire, alle 6 dopo colazione siamo partite verso la nostra meta: Saimaluu Tasch.

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La nostra meta là sullo sfondo.

Abbiamo raggiuto dopo qualche chilometro tra le montagne delle yurte, dove ci attendevano le guide con i cavalli.

Dalle yurte siamo scese di qualche centinaio di metri verso un impetuoso torrente di montagna, lo abbiamo attraversato una prima volta su un traballante ponte tibetano, accomodato al momento dalle guide, poi di nuovo più avanti, questa volta a cavallo, perché era impossibile farlo a piedi. Poi per un’ora e mezza il sentiero saliva lentamente prima di diventare ripido.

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Io ero scoppiata. Non riuscivo a respirare, mai successo prima nella mia vita… ma dopo  quasi un anno senza muovermi, non è strano. Non ero allenata, ero stata in montagna solo due volte, e una volta per buona parte del tempo l’avevo passata a mangiare trote!

Sono partita dai circa 800 metri di Bishkek per arrivare intorno ai 2000 m. di Kazarman e poi cominciare a salire. Ho resistito un’ora e mezza, poi per non essere d’intralcio alle altre che erano lì per lavoro, ho deciso di montare a cavallo, non avevo mai fatto un trekking a cavallo… mi è piaciuto un sacco!

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Sul nevaio.

I cavalli in fila erano tranquilli, ho fatto delle belle foto, per tre ore mi sono goduta il paesaggio comodamente dall’alto di una sella. Siamo passati in mezzo all’erba alta, la flora che da noi è alta cinquanta centimetri, qui è alta 2 metri, abbiamo attraversato un grande nevaio, ripidi pendii erbosi e alla fine siamo arrivati a 3600 m. su un piccolo pianoro circondato dalle cime.

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Il “mio” cavallo può finalmente mangiare l’erba senza essere strattonato.

A metà strada abbiamo incontrato altre guide con i cavalli che stavano pulendo il sentiero e tagliando l’erba e abbiamo cambiato le guide.

In tre abbiamo fatto buona parte del percorso a cavallo, solo la nostra chef, Natacha, responsabile dell’agenzia la maison du voyager   ha fatto tutto il percorso a piedi.

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Famosa questa pietra simbolo degli antichi riti in onore del sole.

Arrivati a 3600 metri abbiamo lasciato i cavalli, di fronte a noi una pietraia saliva verso il colle, abbiamo passato l’ora successiva tra i pietroni alla ricerca dei Petroglifi, le iscrizioni rupestri, le più antiche hanno migliaia di anni e testimoniano il culto del sole degli antichi abitanti della regione, Sciti. Ci sono incisioni evidentemente di varie epoche successive: cervi con le grandi corna ricurve,  ghepardi delle nevi,  i serpenti simbolo della vita, scene di caccia, il ragazzo con attorno al capo i raggi del sole, ho visto su una pietra un animale identico a quelli della grotta di Altamira, scatto una foto ma si scarica la batteria, cerco un telefonino in prestito, torno indietro e in mezzo a tutti quei pietroni… non trovo più la pietra! Le iscrizioni più antiche sono anche le più belle, fatte con cura, eleganti e precise.

Al ritorno ho percorso il sentiero tutto a piedi. A parte i dieci minuti di una salita dove la guida dei cavalli ha voluto a tutti costi farmi salire a cavallo, perché riteneva che in un punto avrei avuto problemi con le scarpe che avevo…

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Nella pietraia a caccia di petroglifi.

Effettivamente ho fatto un’idiozia, sono andata in montagna con le scarpe da ginnastica, dopo aver passato la vita a criticare “gli scemi” che andavano in montagna con scarpe inadatte e poi cadevano o si ammazzavano rotolando giù dalle scarpate!

Ho attraversato il grande nevaio con le scarpe da ginnastica e come logica vuole ho rischiato di brutto di farlo tutto con il sedere, scivolavo da maledetti e non solo, raggiunta la terra era di quelle friabili che non teneva, e rischiavo continuamente di scivolare… un’idiozia, ma quando sono partita non avevo ben capito dove andavamo, pensavo fosse una passeggiatina… Accidenti alle lingue straniere! Era lo studio del percorso per l’ultimo trekking di preparazione prima di andare sulle cime del Pamir !

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Nei prati pieni di fiori blu oltre i 3000 metri.

Non ho avuto nessun problema a salire, mi hanno spiegato che salendo i cavalli in fila non possono che andare avanti, a scendere la questione cambia, bisogna saperli controllare con le redini. Cosa che non so fare. A salire non avevo nessun timore e il cavallo sentiva la mia sicurezza. A scendere, ho cambiato cavallo, sentivo che non era sicuro di se, o forse lui sentiva che non ero troppo tranquilla, anche perché pochi minuti prima avevo rischiato di scivolare sul nevaio.  Il sentiero era strettissimo, da un lato lo strapiombo di centinaia di metri, dall’altro il muro d’erba della montagna. Il cavallo ha fatto un movimento brusco con il corpo, io ero sbilanciata a sinistra verso la montagna, sono scivolata, potevo tenermi, ma nella frazione di secondo in cui è avvenuto il tutto, non ho capito bene cosa stava avvenendo e ho deciso che era meglio lasciarmi andare verso la montagna che cadere nello strapiombo, essendo strettissimo sono scivolata sotto il cavallo che mi ha scavalcato e … ho continuato a piedi!

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Petroglifi. Scena di caccia e serpente.

Intanto i kirghisi a cavallo che avevamo incontrato salendo avevano fatto un ottimo lavoro per chi sarebbe passato di lì dopo … due giorni, mentre per me con le scarpe scivolose, è stato faticoso, l’erba appena tagliata si agganciava ai piedi … ho fatto dei voli olimpionici!

Dopo quattro ore di discesa al torrente abbiamo trovato altri cavalieri ad attenderci per farci passare.

Dopo dieci minuti, il mio cavallo comincia a scalciare, infastidito dal cavallo che ci seguiva, forse erano stanchi e nervosi. L’ultimo pezzo l’ho fatto a piedi. Se voglio andare a cavallo devo imparare un po’ a conoscerli. I cavalli kirghisi sono molto quieti, ma comunque sono cavalli e un’idea di come si controllano è bene averla.

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Masha e la nostra guida dei cavalli.

Raggiunte le yurte abbiamo ripreso il fuori strada e raggiunto Kazarman per la cena. Stanche e contente abbiamo chiacchierato con altri escursionisti europei e poi a nanna. 

Il terzo giorno alle sei abbiamo fatto colazione e siamo partite in direzione di Naryn, poi Koch Kor, abbiamo fatto varie tappe per pranzare, vedere magazzini di prodotti locali, visitare guest house e dopo 16 ore abbiamo raggiunto Bishkek.

Io stanca e felice di aver fatto il mio primo vero trekking kirghiso.

 

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Afrosyob, la Samarcanda Sogdiana, la mitica Marakanda di Alessandro Magno; il complesso dei Mausolei Shihai-Zinda e il cimitero costruito sui resti dell’antica città.

L’altura di Afrosyob, la città sogdiana, costruita tra il 7° e il 5° secolo BC. a qualche centinaio di metri dalla Samarcanda ricostruita da Tamerlano tra il 1370 e l’inizio del ‘400, dopo che Gengis Khan nel 1220 l’aveva rasa al suolo, è uno dei luoghi che più mi hanno affascinato e fatto sorridere.

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La moschea Hazrat-Hizr del 7°sec., ma ricostruita sugli antichi ruderi nell’800.

Aveva un’estensione di tredici kmq, era una delle città più importanti sull’Antica Via della Seta e famosi erano i mercanti sogdiani.  Dalla madrasa di Bibi Khanoum, si vede in lontananza a sinistra la bella moschea di Hazrat-Hizr, alle sue spalle i resti della città sogdiana; di fronte la moschea, una strada che taglia di netto una collinetta, una parte dell’antica Afrosyob e sul lato destro della collinetta il cimitero.

Hanno tagliato in due parti l’antica città per far passare una strada… e su una parte dell’antica Samarcanda, abbandonata e ricostruita nella piana da Tamerlano che volle farne la capitale e perla del suo impero, sono secoli, che seppelliscono i morti. Mi è sembrato terribilmente ironico e una bella metafora della condizione umana. Per millenni città dei vivi ora è la città dei morti.

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Paesaggio. Qui inizia l’antica Afrosyob.

Se si va a destra, seguendo il muro del cimitero si arriva al bellissimo complesso di Shahi-Zinda, il cui significato è La tomba del re vivente, costruito nel XI-XII sec. attorno a quella che si crede la tomba del cugino di Maometto, Qusam ibn- Abbas, si dice abbia portato l’Islam in queste terre. Ci sono le tombe dei familiari di Timur e di Ulug-bek, di favoriti e notabili. E’ un luogo di pellegrinaggio per gli uzbeki, è necessario essere vestiti adeguatamente a un luogo religioso.

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Mausoleo a Shihai-Zinda.

Prendendo la strada che passa ai piedi della moschea Hazrat-Hizr, si arriva dopo qualche centinaio di metri al Museo di Afrosyob, all’interno gli oggetti rinvenuti nelle campagne di scavo. E’ interessante, in particolare un affresco trovato in un palazzo, con un colorato corteo di ambasciatori, una sposa su un cammello, anitre e altri animali. Uscendo sulla destra c’è uno dei passaggi per salire tra le colline in quello che resta della città sogdiana, tra i ruderi di terra grigia, muri con finestre appena accennate, colline, buchi dei tombaroli, greggi di pecore al pascolo, giovani pastori silenziosi che ti osservano, non si capisce se con curiosità o ostilità, mura di fortificazioni.

Si racconta che Alessandro Magno giunto nella città sogdiana nel 4°sec. B.C., disse che aveva sentito  molte cose sulla leggendaria Marakanda, e che in realtà era ancora più bella di come l’aveva immaginata. Qui durante un banchetto, ubriaco, uccise Clito uno dei suoi migliori generali. Clito difese dei generali macedoni sconfitti in una battaglia e gli gettò in viso una serie di verità scomode. Nei banchetti non si potevano portare armi ed era indegno anche per un Re uccidere qualcuno a un banchetto soprattutto chi come Clito gli aveva salvato la vita e con lui aveva legami di parentela. Alessandro era così addolorato per ciò che aveva fatto che tentò di suicidarsi.

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Ruderi dell’antica Marakanda.

Quando ho visitato Shihia-Zinda era una bella giornata di sole, mentre camminavo tra i mausolei ricoperti di maioliche turchesi e blu con stupendi disegni astratti di fiori, sento un profumo, mi ricorda che è ora di pranzo e ho una gran fame. Seguo il profumo, proviene da un edificio, penso forse c’è un caffè e posso pranzare, invece è una mensa dei dipendenti, non possono darmi nulla. Esco affamata, non voglio uscire dal complesso, altrimenti devo ripagare l’ingresso ed è costoso come un museo europeo… ho visitato solo una piccola parte, il sole picchia in testa feroce.

Dopo un po’ si avvicina un uomo, mi dice che ha sentito che volevo pranzare, se voglio mi accompagna dove fanno bene da mangiare. Dico Ok, ma deve essere economico. Non voglio farmi pelare solo perché sono straniera e soprattutto voglio rientrare a vedere i mausolei. Mi accompagna a circa 200 metri, di fronte, vicino alla stazione degli autobus, in un posto veramente orrendo. All’aperto ci sono dei brutti tavoli sgangherati, sotto il pavimento passa un canale, c’è un’apertura, si sente l’impetuoso rumore dell’acqua, penso, se non crolla il pavimento dissestato è perfetto, rinfresca l’aria! L’uomo che mi accompagna parla con il cuoco, mi dice che non devo dargli più di un tot. (circa 3 euro!). Lui ovviamente si prende una percentuale !

C’è in terra murato un grande pentolone e dentro cuoce il Plof, il migliore plof dell’Asia Centrale! Riso,carote, peperoni, uvetta, carne, un uova e non so’ che altro…. Squisito.

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Il miglior Plof dell’Asia Centrale.

Dopo pranzo finisco di vedere i mausolei di Shihia-Zinda, arrivo in cima al complesso, scavalco il muro, perché il cancello verso il cimitero moderno è chiuso. Mi affascina questo cimitero costruito su una città millenaria, giro un po’ tra le migliaia di tombe sotto il sole cocente, dopo un po’ vedo un uomo davanti a una tomba, ha un coltellaccio enorme in mano, lo guardo preoccupata… che intenzioni ha? Dopo qualche minuto da un sacco tira fuori… un gallo! E al gallo che si dibatte taglia la gola. Vedo uscire il sangue. Lentamente mi allontano senza perderlo di vista, mi chiedo se è matto e se rischio di fare la stessa fine del gallo!

Chissà cosa aveva da farsi perdonare dal morto che probabilmente gli tormentava il sonno?

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Sacrificio a Samarcanda.

Tempo dopo mi sono informata, non è nella religione mussulmana, ma esiste nelle tradizioni locali uzbeke e kirghise il costume di praticare riti e sacrifici di animali, per propiziarsi la buona sorte o il perdono, retaggio di religioni animistiche precedenti alla diffusione dell’islam.

Proseguendo il mio giro ho disturbato un cucciolo addormentato tra le tombe o visto un serpente e dei cespugli di capperi rigogliosi. Sulle pietre delle tombe erano impresse le foto dei defunti, mi sono stupita, gli uzbechi sono sunniti come i turchi e i kirghisi, pensavo non potessero rappresentare la figura umana.

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Cucciolo tra le tombe del cimitero moderno di Samarcanda,

 

 

 

 

Childrens targeted shocking scale. Nelle guerre attuali sparse per il mondo i bambini sono obiettivi di guerra.

* La foto in evidenza non è una mia foto. Ho scritto il post il 29 dicembre 2017, mi spiace, ma ora non mi ricordo in quale sito ho preso la foto, era free, gratuita.

29 Dicembre 2017.

Questa mattina accendo il televisore per sentire le notizie. Scelgo Al Jazeera (Emirati arabi), di solito guardo o questo canale o la BBC (Inglese) o Rtd (Russo), perché sono in inglese e perché mi permettono di confrontare le notizie e cercare di capire cosa succede nel mondo. Mi piace particolarmente Al Jazeera, mi sembrano più seri e lì trovo molte più informazioni che negli altri telegiornali. Nei Tg occidentali le informazioni sono molto più filtrate, tante notizie non passano o sono appena accennate.

Non so se ogni tanto scopro l’acqua calda, ma questa mattina ho capito, anche perché era scritto bello chiaro, che i bambini sono target – obiettivi di guerra.

Finora pensavo che fosse casuale, un effetto “collaterale” delle guerre: i bambini soldati di Boko Haram, (in un documentario uno di quei bambini, avrà avuto tredici anni, ora in un centro di rieducazione, raccontava che drogato con la cocaina, uccideva le persone come fossero animali…); le bambine o ragazzine rapite costrette a matrimoni forzati o ridotte a schiave sessuali; i bambini morti sotto i bombardamenti insieme ai parenti, quest’anno 700 solo in Afghanistan; 5000 bambini morti o feriti in Yemen dall’inizio della guerra per le sue conseguenze, bombe, colera, fame; i bambini morti nel Mediterraneo mentre fuggivano dalla guerra in Siria, o dall’Afghanistan e da altre guerre degli ultimi venticinque anni; i ragazzini rivestiti di esplosivo e obbligati a farsi saltare in aria in qualche mercato dei paesi mussulmani.

L’Unicef denuncia: i bambini sono targeted shocking scale nelle guerre moderne.

Sono obiettivi e poiché suppongo ci siano delle scale di gravità nell’attacco al nemico, i bambini stanno nella scala dello shock, cioè devono essere scioccati, così alla fine della guerra saranno dei sopravvissuti con seri problemi a riprendersi e questo sarà un’ulteriore danno per la nazione in cui vivono… Sono stuprati, usati come bombe viventi, come soldati, come schiavi, costretti a vivere per anni in campi profughi in condizioni estreme e senza frequentare la scuola.

E’ un vero attacco alla specie umana… se tocchi i bambini… vai a distruggere le basi della sopravvivenza della specie… la vita.

L’umanitarismo non serve a niente e l’indignazione pure, serve l’organizzazione per cambiare il mondo, ma questa mattina sono così incazzata… e poi non è vero che non serve l’indignazione, è il primo passo sulla strada della presa di coscienza, perché c’è un sacco di gente, totalmente indifferente, come assuefatta. Hanno il cervello talmente coperto dal grasso dell’abbondanza, intorpidito,  da non porsi domande e quando se le pongono le risposte, sono da brivido…

Gli animalisti che su vari siti di viaggio s’indignano dell’uso improprio fatto degli animali per sollazzare i turisti, come gli elefanti costretti a scarrozzare i viaggiatori, o le tigri o altri animali sedati per le foto con i turisti, sono un esempio di cosa significa avere il cervello coperto dal grasso dell’abbondanza.

Vanno nei paesi asiatici e africani, dove c’è uno sfruttamento bestiale delle persone, orari di lavoro senza fine, stipendi miserrimi, bambini costretti a lavorare per aiutare le famiglie invece che frequentare la scuola, bambine e bambini venduti come schiavi sessuali, bambini scheletrici con la pancia gonfia per la fame e questi …….. si preoccupano degli animali…

Sì, perché il passo è breve, da questa cecità passare alla giustificazione delle atrocità… 

Qualche mese fa dei video su Facebook denunciavano le atrocità della guerra in Siria.

Un video, mostrava un ospedale nel quale dei bambini feriti, scampati a un bombardamento, non piangevano più, in mezzo ad altra gente ferita, alle urla di una madre che aveva perso tutti i suoi figli, consolata da un ragazzo di 14 anni, allucinato, con il suo fratellino di pochi mesi tra le braccia, morto soffocato dalla polvere insieme a tutti i suoi famigliari e che lui non voleva abbandonare ai becchini. I bambini non piangevano più, annientati dall’orrore, avevano smesso di piangere. Si guardavano intorno smarriti, era talmente enorme quello cui assistevano che non riuscivano più a piangere.

L’altro video documentava le atrocità delle carceri siriane, le torture, gli stupri, in particolare delle donne, raccontava di una ragazza sedicenne incarcerata, massacrata, violentata talmente tanto dai soldati del governo siriano da indurla al suicidio spaccandosi la testa contro il muro della sua cella. La storia di questa ragazzina la sentii raccontare un po’ di tempo dopo in un documentario di Al Jazeera dalle donne siriane compagne di cella di quella ragazza. Era quasi impossibile stare ad ascoltare le atrocità subite da quelle donne.

Quello che mi lasciò allibita, in un sito per viaggiatori, di fronte ai pochi commenti a questo 2° filmato, tutti dello stesso tenore, fu la risposta di una ragazza italiana, tanto ignobile da indurmi a visitare la sua pagina. Giovane, una ventina d’anni, studentessa universitaria, tanto carina, pulitina, un viso da ragazza “per bene”.

La miserabile mentecatta non scrisse una sola parola sulla ragazzina violentata e  uccisa dai soldati nel carcere siriano, ma disquisì se la notizia era vera o falsa, per lei era falsa. Non si sarebbe capito il perché di quest’affermazione se non fosse che negli stessi giorni in Italia c’era un dibattito causato da Salvini sulla falsità delle notizie dei bombardamenti dell’aviazione di Assad con il gas su Khan Saykhun, che aveva causato settantaquattro morti, quasi tutti bambini e dopo qualche mese confermato ampiamente non solo dai russi, ma anche dall’ONU e da tutti i testimoni oculari.

Salvini e soci sostenevano che erano propaganda entrambi i filmati.

Prendendo per buona l’ipotesi (non lo è) di Salvini e soci, se anche fossero stati di propaganda contro la guerra o di una delle parti in conflitto, non tolgono nulla al fatto che quello che si vedeva e si sentiva raccontare nei video accade ogni giorno nelle zone di guerra in modo più o meno efferato: Siria, Africa, Iraq, Afghanistan e in ogni guerra moderna.

Mi chiedevo come poteva, la ragazza italiana essere  totalmente priva di empatia, forse era stupida… evidentemente schierata nel centro destra o nell’estrema destra, ha fatto 1+1 = 3. La sua parte politica sostiene una tesi sugli avvenimenti in Siria, lei in modo acritico la conferma.

Quella ragazza “tanto per benino” mi ha profondamente indignato:

  1. In quanto donna disprezzo le donne complici morali con gli uomini che stuprano le donne.
  2. In quanto “madre simbolica”, non riesco a sopportare il dolore di quella giovane creatura che poteva essere mia figlia.
  3. In quanto essere umano, ritengo intollerabili, disumane, simili bestialità. Odio profondamente una società che alimenta, giustifica, tollera tali atrocità, condotte da persone che hanno perso la loro umanità, su altre persone indifese, per mantenere i privilegi di pochi a scapito della maggioranza.

Guardavo la foto dell’insensibile ragazza italiana e mi chiedevo com’era possibile?

Mi sono venuti in mente due libri: “La banalità del male” di Hannah Arendt, libro mai letto, mi propongo da anni di leggerlo, ma avendo altre priorità e la giornata di ventiquattr’ore ho sempre rimandato. Non so se dopo averlo letto condividerò le sue tesi, ma dai commenti  e dalle frasi che ho sentito citare nel corso degli anni sono certa che varrà la pena di leggerlo. Lei, ebrea, fuggita negli USA, seguiva il processo a Eichmann gerarca nazista e scriveva articoli per il New Yorker, giornale americano, riflettendo sugli aspetti politici e morali, su com’era possibile che un uomo avesse potuto compiere simili orrori.

Brano preso dal sito Robe di donne: “La Arendt sostiene che la società civile aveva creato un nuovo tipo di criminale caratterizzato dalla mancanza di idee, ma non stupido, quanto senza spirito critico, e ubbidiente: un uomo che vive attraverso i condizionamenti esterni che gli sono dati dalla società, o da un capo politico, un uomo mediocre che vive per inerzia.

Eppure, questo criminale solerte, fa più paura di un mostro inumano, perché Eichmann, alla fine, avrebbe potuto essere chiunque: bastava non avere idee che potessero aiutare a comprendere che cosa era giusto e cosa sbagliato; bastava essere ligi al dovere, ubbidienti ai comandi impartiti, grandi lavoratori, e si era Eichmann, un uomo che viveva, ma non era calato nel reale e nelle sue implicazioni, che faceva parte di uno stato totalitario che plasmava le personalità a suo vantaggio.”

Di sicuro non sono d’accordo sull’affermazione che è uno stato totalitario a plasmare simili individui a suo vantaggio, oggi questo avviene nella democratica Europa, in tutto l’Occidente, nei cosiddetti paesi “liberi”. Infatti, l’affermazione della ragazza italiana è spiegata, appunto nel suo essere una persona senza spirito critico, ignorante (= mancanza di conoscenza) e manipolata dalla propaganda.

L’altro libro è “Le Benevole” di Jonathan Littell, libro di oltre 1000 pagine, interessante, avvincente, documentatissimo, ma così terribile che non sono riuscita a finire di leggere le ultime cinquanta pagine. Tra le altre, sostiene la stessa tesi, la manipolazione degli individui da parte della società. E’ stato per me impossibile finire di leggere quel libro perché in quel momento stavo vivendo in prima persona la repressione feroce e mascherata che in Europa ha disintegrato varie organizzazioni dei lavoratori e per me era chiaro che quello che era descritto nel libro stava di nuovo avvenendo, la disinformazione, la manipolazione degli individui, la repressione, avveniva lì sotto i miei occhi e il rimanente non è lontano da accadere.

… Sul controllo ideologico delle masse e degli individui, dai “Persuasori occulti” di Vance Packard scritto nel 1957 in poi sono stati scritti molti libri. Dalle facoltà di psicologia, alle ricerche delle neuroscienze nelle Università, alle aziende che cercano nuovi metodi per vendere i loro prodotti, agli strateghi delle campagne elettorali, delle campagne stampa e televisive, ai vari partiti che per mantenere un “cadreghino” (leggi poltrona in qualche comune, regione o in parlamento) sono disponibili a “fare monete false”,  agli apparati repressivi dediti a destrutturare le persone che vogliono cambiare il mondo, i cosiddetti “sovversivi”, sono tutti impegnati, spesso partendo da basi reali o dalle paure immaginarie ha falsificare la realtà, ad alimentare l’odio verso l’altro, a creare nemici immaginari, un “nemico” che una volta può essere l’emigrato, il nero, l’ebreo, il profugo, un’altra volta, il sindacato, il comunista… e così via.

Stanno desensibilizzando la gente, per prepararla alla futura guerra per la spartizione del mercato mondiale, esattamente come è successo due volte nel ‘900, al punto che di fronte alle foto del bimbo siriano dalla maglia rossa in fuga dalla guerra su un gommone, morto annegato e  arenato su una spiaggia del Mediterraneo nel 2016, ho sentito una persona dire: “…tanto gli immigrati sono solo “rumenta” (spazzatura)… (significa che non è un essere umano e da lì alla repressione, alle botte, allo sterminio il passo è breve…) e un giornalista di “sinistra” sul suo blog affermare che non si dovrebbero far vedere foto simili, “turbano”, questi sono un esempio della complicità, dell’uniformarsi ai luoghi comuni, della mancanza di senso critico, di mediocrità, della “banalità del male” ben descritta nei due libri che ho citato e della brutta china ideologica su cui stanno scivolando i paesi europei.

Se di fronte ai bambini divenuti obiettivi di guerra, ad una ragazzina stuprata e uccisa dalle violenze, ad un bambino morto annegato in fuga dalla guerra,  rimani indifferente, o peggio provi soddisfazione perché è morto un “nemico”,e se di fronte a simili tragedie un giornalista neanche di destra ma “di sinistra” ha come unica preoccupazione, non la denuncia ma la mistificazione… se un sacco di gente con la pancia piena si preoccupa delle tigri e degli elefanti invece che delle condizioni dei bambini e dei lavoratori dei paesi che allegramente visitano ….direi che siamo proprio malmessi.

E le conseguenze, conoscendo la storia del Novecento, delle crisi e delle guerre del capitalismo sono facilmente prevedibili…

 

 

 

 

 

 

 

Samarcanda

Novembre 2016.

Ho desiderato per molto tempo di andare a Samarcanda. Leggevo i libri illustrati sull’Asia dell’800, i libri scritti dai viaggiatori, guardavo le foto color seppia di inizio novecento. Poi mentre ero in viaggio mentre pensavo dove andare, guardavo su internet le immagini del Registan, altrimenti ero sicura sarei rimasta delusa. Non pensavo facesse parte del mio viaggio. La mia direzione era un altra, invece un cambio di percorso mi ha condotto lì.

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Il Registan.

Non sono rimasta delusa. Samarcanda è bella. Sono stupendi i suoi colori, i turchesi, gli azzurri in tutte le sfumature, i minareti, le cupole scanalate, i riflessi dalla luce sulle piastrelle colorate della Samarcanda di Tamerlano.

Il verde dei suoi giardini, le aiuole curatissime mi hanno sorpreso. Samarcanda è un’oasi in mezzo al deserto eppure è verdissima!

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Le mura dell’antica Afrosyob vicino alla tomba del profeta Daniele.

Afrosyob, dell’8° sec. A.C., l’antica Maracanda dei greci, la Samarcanda sogdiana, distesa su un’altura di loess, grigiastra, con anche dieci strati di città e epoche diverse sovrapposti e il suo museo con i resti di affreschi di un antico palazzo del 7° secolo che ti lasciano lì incantata. E il suo cimitero, la sua città dei morti sovrapposta alle altre, un tempo città dei vivi.

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Il cimitero, città dei morti, costruito sull’antica città di Afrosyob.

La tomba di Timur lo zoppo, del grande e sanguinario Tamerlano, luogo santo per gli uzbeki e uno dei luoghi più belli e affascinanti della città.

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Interno della tomba di Tamerlano il Grande.

La madrasa e quel che resta dell’Osservatorio Astronomico di suo nipote Ulug-Bek.

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La madrasa e moschea di Bibi Khanoum con la storia e le leggende che ancora adesso non ho ben chiare, a parte la rabbia di Tamerlano.

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Una delle cupole di Bibi Khanoum.

I colori della necropoli Shahi-Zinda costruita da Ulug-Bek e il Plof più buono dell’Asia Centrale.

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Le tombe della necropoli di Shahi-Zinda.

Ho girato a piedi per giorni. Sono tornata più volte nei luoghi che mi avevano particolarmente colpita: La Moschea di Bibi Khanuom e la sua storia d’amore e di morte con Tamerlano; la tomba di Tamerlano, oggi luogo sacro per gli uzbeki; la città dei morti costruita sull’antica Afrosyob e l’Osservatorio Astronomico di Ulug Bek che descriverò nei prossimi post.

Buchara.

Buchara per secoli tra le più importanti città della Transoxiana, distrutta da Gengis Khan, ritornò a essere una famosa, ricca città commerciale sulla Via della Seta e un importante centro religioso.

Tra il 1261 e il 1264 qui vissero Matteo e Marco Polo prima di andare verso la Cina! Buchara nei secoli attirò tra le sue mura importanti studiosi e poeti, tra i quali Abd Allah ibn Sina conosciuto in Occidente come Avicenna grande medico e astronomo. 

Buchara è bella. Piccolina. Il centro storico con le su madrase, le moschee, le cupole dei mercanti è Patrimonio dell’Umanità. Due o tre giorni sono sufficienti per visitarla. E’ un posto molto turistico, ma vale veramente la pena di vederla.

L’unica cosa irritante è che chi vive e lavora nel centro storico sono commercianti che campano sul turismo e sfacciatamente per loro sei un bancomat emettitore di banconote e basta!

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Mausoleo dei Samanidi.

Il Mausoleo dei Samanidi del 9° secolo, è uno dei luoghi più belli di Buchara, la stupenda armonia della sua architettura, insieme Soghdiana preislamica e innovativa, è un capolavoro dell’architettura mondiale. E’ una rappresentazione simbolica dell’universo. Ha la forma di un cubo simbolo della terra e della stabilità, la cupola semisferica che lo sormonta rappresenta il cielo. La bellezza delle sue facciate, costruite con mattoni seccati in forno che formano motivi diagonali, orizzontali, verticali, rettangoli, quadrati, rosette, e dischi, è evidenziata dalle colonne ai quattro angoli dell’edificio con piccole cupole che circondano la grande cupola centrale.E’ un luogo di pellegrinaggio musulmano, la gente entra a pregare sulla tomba, le sepolture sono nascoste nelle cripte sotterranee. Sarà l’armonia delle forme, sarà che la gente va lì a pregare e ci va con le migliori intenzioni, in questo luogo si respira, si sente qualcosa che ti trattiene lì dentro, e ti affascina.

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Madrasa Chor-Minor

L’altro luogo che mi è piaciuto particolarmente è la Madrasa Chor-Minor: “Quattro minareti”. Il corpo centrale della madrasa è circondato da quattro minareti con cupole blu una diversa dall’altra. E’ stato costruito nel 1807 grazie a un ricco mercante, però è evidente dalle pietre con antiche iscrizioni  (rune) che reggono le porte o sono inserite nei muri con altre colonne di un’epoca più antica, che è stato costruito su un antico tempio zoroastriano.

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Rune. Madrasa Chor-Minor
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Vecchie donne uzbeke sotto casa al fresco di fronte al Chor-Minor.

Ho cercato per due giorni il Chor-Minor, non riuscivo a trovarlo, è un po’ spostato rispetto a tutti gli altri edifici più importanti. Avevo una cartina illeggibile. Chiedo informazioni ad un uomo in bicicletta, mi accompagna, mi racconta che ha cinque figli e tutti studiano le lingue inglese, russo, francese, tedesco. Lui è fiero dei suoi figli. Prima di andarsene, dal sacchetto di plastica appeso alla bicicletta, prende un grande pane tondo, mi regala un pezzo del suo pane. E’ il pane più buono che ho mangiato in Uzbekistan!

A Buchara ci sono mille cose belle da vedere, conviene perdersi, girando a piede, con una carta e una guida, fermarsi ed entrare nelle madrase, dove spesso vendono, nel cortile interno o nelle celle degli antichi studenti coranici, prodotti di artigianato locale, o nelle mosche, dove si può; o sotto le antiche cupole dei mercanti dove potrete intavolare lunghe trattative per acquistare un tappeto, una tovaglia o un cappello in karakul. Mi mangio ancora le mani per non averne acquistato uno stupendo!

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Tra quei cappelli c’è il “mio cappello in karakul !”

Di fronte alla Madrasa della foto qui sopra c’è la Madrasa di Ulug-Bek, della fine del 1500, qui c’è un’iscrizione “La ricerca della conoscenza è il dovere di ogni seguace dell’Islam, uomo e donna”, conoscevo Ulug-Bek come grande astronomo, innovatore e saggio, conosciuto e apprezzato nella sua epoca e nei secoli successivi anche in Europa, dopo aver saputo di questa iscrizione, la mia ammirazione nei suoi confronti è ancora cresciuta! Consiglio a tutti la visita di quel che rimane del suo osservatorio astronomico a Samarcanda.

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Madrassa di Ulug-Bek a Buchara.

L’Ark è la fortezza-cittadella e il più antico edificio di Buchara, ricostruito più volte, ha mura imponenti. All’interno ci sono due musei e un’antica moschea e molti altri edifici, fino all’inizio del 20° secolo ospitava ancora 3000 persone.

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Leone nel cortile del trono della cittadella d’Ark.

Di fronte alla fortezza c’è la Moschea del Venerdì con il suo piccolo minareto e una delle poche vasche rimaste delle oltre 100 presenti fino all’inizio del ‘900 nell’oasi di Buchara, furono interrate perché erano diventate putridi e malsani acquitrini.

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La seconda cinta muraria della città.

A una certa distanza dall’Ark c’è la seconda cinta muraria che proteggeva la città, dell’8°sec. Le condizioni non sono buone come quelle degli altri edifici, ma di fronte c’è un piccolo mercato, dove si può comprare la frutta fresca!

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Il grande complesso del minareto Kalon, con la sua moschea, la madrasa ancora attiva e i grandi cortili interni con cupole e colonne è bello, imponente, dall’esterno sembra una fortezza inattaccabile o un nostro antico monastero.

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Il complesso del minareto Kalon visto dall’esterno.

Credo di essere una donna rispettosa delle religioni altrui, perché comprendo i meccanismi che portano le persone a credere, anche se sono atea, ma qui ho dato dello stronzo ad un fondamentalista islamico. Ero stata invitata a entrare nella moschea da un gruppo di donne islamiche, altrimenti non mi sarei permessa di entrare, dopo un po’ le donne se ne vanno, io resto. Arriva questo deficiente maleducato e con pessimi modi mi dice nella sua lingua che me ne devo andare, comincia ad agitarsi e sbraitare. Io sono esterrefatta e non mi muovo, anzi lo ignoro proprio. Telefona al guardiano che mi dice devo andarmene. Mi alzo, esco vado dal guardiano e gli spiego da incazzata la situazione. Quando capisce, ride e si scusa. 

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Cortile con il minareto Kalon.

Oltre agli splendidi edifici storici, nelle viuzze, le case sono costruite in fango secco, ma si vedono anche molte case nuove e si capisce la ricchezza prodotta dal turismo.

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Casa in fango.

Dopo il primo giorno con un sole splendido, un cielo blu, una luce eccezionale che si rifletteva si muri bianchi rendendo la città magica, poi essendo novembre, per tre giorni sempre cielo grigio.

Buchara è una città dove fare i turisti, apprezzare la storia, la bellezza e la grandezza della specie umana, ma non una città da viverci, come invece è possibile nella bella e moderna città di Taskent.

 

Tashkent. Come partire per Samarcanda e ritrovarsi a Buchara… in piena notte!

Novembre 2016.

Sono arrivata ieri sera che era quasi mezzanotte. Il treno da Andijan a Tashkent aveva quasi tre ore di ritardo… il viaggio in treno tra i campi di cotone, i frutteti e le vigne della Valle di Fergana è bello. Mi sono proposta di tornare in un’altra stagione e fermarmi nella valle.

La Valle di Fergana in tempi recenti è stata tormentata da sanguinose repressioni, rivolte, problemi territoriali con i vicini kirghisi e tagiki. I controlli sono severi. Si è obbligati ha registrarsi ogni notte in hotel, mentre in altre zone dell’Uzbekistan ti puoi registrare ogni tre giorni. Sono gli hotel a registrarti, è meglio ricordarglielo evitando così arresti e multe salate. Chi viaggia in bicicletta e vuole fermarsi a dormire sotto le stelle, nella Valle non può.

Non avevo prenotato l’hotel, alla partenza ero incerta se fermarmi in qualche città della Valle di Fergana o andare direttamente a Samarcanda. Nel 2° caso pensavo: arrivo a Tashkent, faccio il biglietto e proseguo. Non sapevo ancora come funzionano i treni, le biglietterie e i ritardi in Uzbekistan!

I treni sono sempre in ritardo… vai a capire perché, hanno poche linee, pochi  treni… bei treni, simili alla Freccia rossa.

Sul treno sono l’unica occidentale e tutti sono curiosi, una donna, una cantante lirica sta andando in ospedale a Tashkent per una delicata operazione, chiacchieriamo un po’, prima di scendere mi regala una forma di pane tradizionale e della frutta secca. Vorrei rifiutare, non so dove metterli, ma è impossibile, i vicini di sedile mi dicono che devo accettare, è di buon augurio per lei che va ad affrontare una difficile operazione. La ringrazio tantissimo.

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Arrivo nella notte e non so dove andare a dormire, vicino alla stazione non vedo hotel, per fortuna in treno avevo chiacchierato con molta gente, tra queste una donna e la sua bambina, le chiedo informazioni, lei con i suoi amici mi accompagnano in un hotel della città, piuttosto lontano dalla stazione. Costo 26 euro. In realtà il primo hotel dove mi hanno accompagnato costava quasi 200 euro! Pensano che gli occidentali siano tutti ricchi…

Mi alzo alle 6,30. L’impiegato dell’hotel mi accompagna alla stazione, saranno 5 km e si fa pagare 8000 sum, la stessa cifra pagata per fare 70 km!

Arrivo alla stazione pensando di prendere il treno delle 8.45, avevo visto l’orario su internet, invece partiva alle 7.45! C’è folla, la coda è molto lunga, coda, si fa per dire… centinaia di persone ammassate davanti agli sportelli, tutti che ci provano a passarti davanti, gli uomini sono particolarmente stronzi…tutti usano falsi privilegi per superare gli altri, tirano fuori tessere, si fanno accompagnare da un poliziotto, parlano all’orecchio dell’impiegato che controlla tutto questo casino e che li agevola se paghi, la gente in coda brontola seccata, ma fanno poco per impedirlo.

Ci sono varie possibilità: ore 8.45 treno di lusso, 124.000 sum=37 euro; ore 17.15, 57.000 sum=17 euro oppure 18,45 posto economico 37.000 sum=11 euro. Scelgo quest’ultimo treno, così posso vedere la città di Tashkent.

E’ un’ottima idea e una bella esperienza.

L’oasi di Tashkent ha 2,2 milioni di abitanti, capitale dell’Uzbekistan si trova in uno stato in cui tre quarti del territorio è desertico, ha una storia antica, ci sono dei riferimenti a questa città in testi cinesi del II°secolo a.C. (all’epoca si chiamava Beitan).

Non avevo preso in considerazione una visita della città. Se non perdevo il treno del mattino, non mi sarei fermata. Credo sia sottovalutata dal turismo internazionale. E’ una bellissima città. La parte moderna mi è piaciuta moltissimo. Sulla cupola del Forum dei congressi c’è un gruppo di cicogne! Un paese che usa le cicogne come simbolo non può che essere un bel posto.

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Cicogne sul Palazzo dei Forum

Tashkent fu quasi completamente distrutta da un tremendo terremoto nel 1966. Completamente ricostruita ha grandi viali, parchi, giardini, bei palazzi e intorno al Bazar Chorsu quel poco che si è salvato della città vecchia.

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Arrivo in metro alla piazza Timur Amir Maydan, spiccano l’immenso Hotel Uzbekistan e lo spettacolare Palazzo dei Forum Internazionali, costruito come palazzo di rappresentanza della nazione, ospita cerimonie di stato, congressi, conferenze e momenti culturali che riguardano tutta la nazione.

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La Biblioteca Nazionale

Dalla città nuova al Bazar Choursu cammino lungo un viale alberato per qualche km, intorno begli edifici monumentali moderni come la Biblioteca nazionale, parchi, bei palazzi, poi prendo l’autobus e qui conosco una coppia di giovani, lui di origini kazake, lei uzbeka. Mi accompagnano in giro per il bazar Choursu, il più grande della città. Uno dei più bei bazar che ho visto in Asia Centrale. Grande, alcuni padiglioni sono posti in suggestivi edifici rotondi di epoca sovietica. Ordinati e puliti.

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Uno degli edifici del Bazar Choursu

Vicino all’ingresso del bazar c’è l’antica e bella Màdrasa Kukeldash costruita nel XVI° secolo e la Moschea Jami del XV° secolo.

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La madressa e sullo sfondo le cupole della moschea.

Usciamo dal bazar, andiamo in un caffè a bere tè e a mangiare la torta comprata nel padiglione dei dolci e del pane. Buonissima!

Visitiamo la màdrasa Kukeldash e il suo giardino interno. I due ragazzi devono tornare a casa, per non lasciarmi sola telefonano a un loro amico, che arriva con un altro amico turco, insieme andiamo a visitare il complesso religioso di Sheikhantaur, tre antichi mausolei del XVI°, in uno di essi c’è il più antico Corano dell’Asia centrale, non posso vederlo perché sono un’occidentale! C’e’ una festa religiosa. Essendo una libraia antiquaria mi secca un po’, amo i libri antichi. Una cosa è certa gli uzbechi sono un po’ fissati ed estremisti sulla questione religiosa, lo verificherò in più di un’occasione.

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L’edificio del Circo costruito in epoca sovietica.

COME PARTIRE DA TASHKENT PER SAMARKAND E FINIRE A BUCHARA (Buxoro in uzbeco) in piena notte!
Acquisto il biglietto per Samarkand, 37000 sum uzbeki. Km 344. Sono tre giorni che viaggio senza una pausa… sono stanchissima. In più sul treno c’è una persona che disturba la parte più profonda di me. MI ADDORMENTO. Dopo tre ore mi sveglio, vedo una grande stazione… chiedo a una donna è Samarcanda? No, è la prossima (era mezza addormentata anche lei, infatti quella era la stazione di Samarcanda! Il mio sensore interno non sbaglia mai… peccato che spesso non lo ascolto!).
Mi riaddormento, passano un’altra ora, mi sveglio, guardo l’orologio, mi dico non è possibile… è vero che i treni uzbeki sono sempre in ritardo, ma questo è troppo.
Vado dalla ferroviera, quando capisce, vuole farmi scendere alla prima stazione, così posso prendere il 1° treno per tornare indietro. Mi rifiuto. Sono le 23,30 di sera. Sono sfinita e visto che ormai manca solo un’ora a Buchara tanto vale che cambio il mio piano di viaggio.

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Tappeti uzbechi al vento a Buchara.

Mi ci vorrà un bel pò a farle capire perché non voglio scendere, credo sia un problema tipico di gente che vive in paesi dove ci sono dittature o poche libertà e povertà. Se dici che vai lì devi andare lì, altrimenti ti guardano con sospetto. “Chissà che cosa ha in mente questa? Sarà una spia?”.

Questa è una delle cose che da un lato fa ridere, dall’altra è demenziale… 

A metà novembre, a Samarcanda, un pomeriggio sul tardi è buio pesto e mi sono persa! Il mio hotel è trenta minuti dal Registan, sto tornando, ci sono pochissime luci, è talmente buio che non riesco a leggere la cartina, ad un incrocio c’è una fermata d’autobus con un sacco di gente, io con la mia cartina in mano cerco di fermare qualcuno, niente… è gente di corsa che torna a casa dal lavoro, sono straniera, mi guardano con diffidenza e se ne vanno,  finché non m’incazzo e alla fermata con decine di persone, in perfetto italiano e sventolando la mia cartina, alzo la voce e gli dicono che sono una turista e non una spia che non so’ come fare a tornare in hotel, e il loro paese è uno dei più poveri dell’Asia, non so’ cosa cazzo c’è da spiare… e magia… tutti si fanno intorno e mi spiegano come tornare!

Provate un po’ voi a trovarvi da soli, in un paese asiatico, di notte, al buio, con male ai piedi  boia, dopo aver camminato tutto il giorno e senza sapere come fare a tornare in hotel, come improvvisamente diventate “socievoli”!

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Le mura imponenti dell’Ark, la fortezza di Buchara.

Il giorno prima cercavo un museo, succede la stessa cosa: chiedo informazionie a tre persone diverse,  perché non c’è un cartello con il nome della via in cui mi trovo, manco a pagarlo, e non c’è un indicazione in nessuna via del centro, tutti e tre mi guardano e non mi rispondono e vedo che hanno timore e un punto interrogativo stampato negli occhi, se ne vanno svelti senza darmi informazioni. Il posto che cercavo era dall’altra parte della strada. Non vado in giro vestita come una barbona, sono vestita normale, ho capito cosa gli frullava nella mente, gli chiedevo  a 20 metri dal museo, dov’era… questi vivendo in un paese dove ci sono state violente repressioni ed è evidente lo stretto controllo poliziesco (sono proprio arroganti) si chiedevano se ero proprio una straniera o se ero qualcuno dell’apparato repressivo del paese che li metteva alla prova, se svelavano qualcosa di segreto…

Stessa cosa per le fotografie, non puoi fotografare le stazioni, dicono che hanno problemi con il terrorismo. L’obiezione, potrebbe essere, non sono asiatica e neanche mussulmana e se fossi asiatica sono anche un po’ avanti negli anni per andare in giro a fare simili bestialità, cose che di solito fanno dei giovani indottrinati a dovere.

Non puoi fotografare le metropolitane, ministeri, palazzi o dei cessi di fabbriche che da noi sarebbero chiuse da 40 anni, un giorno mi hanno ripreso perché fotografavo un muro… in realtà stavo fotografando l’albero sopra il muro. Questo mi è successo in 3 paesi differenti e mi hanno spiegato che oltre il terrorismo temono la concorrenza, secondo me bisognerebbe un’attimino inserire il cervello: ma cosa vuoi che mi freghi di fotografare delle fabbriche o dei palazzi mezzi in disuso se non perché da noi li hanno già tirati giù 30 anni fa e sono caratteristici per la loro architettura o perché appartengono ad un periodo storico ormai finito. Potrei, forse, capire se fossero delle nuove Sillicon Valley o qualche altro posto del genere, ma sono economie arretrate…

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Muro kirghiso che vai a sapere perchè non avrei dovuto fotografare.

Ora che mi sono tolta un sassolino da una scarpa torniamo al treno!

La ferroviera, quando capisce la mia stanchezza, mi fa sedere nel suo scompartimento e mi offre il te. E poi lei e altre due persone mi saranno di grande aiuto. E’ gente che sa’ cos’è la solidarietà. In paesi come l’Uzbekistan, il Kazakistan dove esiste una condizione delle donne pessima (molto peggio che da noi) ho trovato una solidarietà tra le donne che non ho mai visto da nessun’altra parte…

Sono meravigliose. Ero sfinita. Stavo per svenire dalla stanchezza. Mi hanno fatto dormire, di nascosto, nell’Hotel dei dipendenti delle ferrovie… alle 6.30 prima del cambio turno, una di loro mi ha svegliata, entro le 7 sono uscita, fresca e riposata. 

In questi mesi, mi sono fermata in ostelli o in guest house, più raramente in hotel, in Uzbekistan invece sono stata quasi sempre in Hotel, i prezzi di novembre erano buoni, i costi quelli di un ostello. Avevo visto su internet dei prezzi alti…
A Buchara sono arrivata in taxi dalla stazione ferroviaria, 10 km a piedi non li potevo fare trascinando il mio trolley. Spesso in Asia Centrale le stazioni sono a molti km dal centro città. Mi sono fermata al primo hotel, mi hanno chiesto 80 euro da 150 del listino. Saluto, passo al successivo 60, a quello dopo 45 però dopo una trattativa erano diventati 35 euro…

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Cammello davanti all’Ark a Buchara.

Stavo per fermarmi lì… fortuna vuole che il taxista gentile, ma un po’ impiccione, tutte le volte entrava con me in un nuovo hotel, quando va per prendere le valigie, trova la macchina chiusa e con le chiavi nel cruscotto.

Passerà mezzora a scassinare la sua macchina! Con l’aiuto di colleghi e passanti alla fine riuscirà ad aprirla…

Intanto che aspetto di recuperare trolley e zaino mi guardo intorno e punto su un’altro hotel, questa volta 35 euro, alla fine pagherò 23 euro al giorno ( su internet è a 90 euro) cioè 80.000 sum,  PERCHE’ HO CAMBIATO la valuta IN BANCA. Mentre a Samarcanda, Tashkent, Kokand, pagherò la stessa cifra 80.000 sum ma visto che AVRO’ IMPARATO A CAMBIARE AL MERCATO NERO LA STESSA CIFRA CORRISPONDERA’ A SOLI 12 EURO SCARSI!!
Concludendo in Uzbekistan si cambia solo al mercato nero altrimenti paghi tutto doppio! No, una volta in banca serve per avere una ricevuta per giustificare i sum che hai in tasca, se mai qualcuno te lo chiedesse, ma non credo. (vedi Post scriptum).

Il giorno dopo mi sveglio… e quello che vedo m’incanta c’è un cielo blu estivo, la luce e il contrasto con il colore degli edifici e qualcosa che è difficile da descrivere. Faccio centinaia di fotografie. Stupende.
Mi sveglio il giorno dopo il cielo è grigiastro, la magia e finita. E PORCA P. le foto dal mio telefonino sono sparite…

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Il mio hotel a Buchara.

PS. Dopo le elezioni del dicembre 2016, seguite alla morte del Presidente Karimov, al potere da vent’anni, un po’ di cose sono cambiate. Il cambio al mercato nero non e’ piu’ favorevole come nel 2016. E pare che sia obligatorio per gli stranieri pagare gli hotel, in valuta pregiata, dollari o euro. Se partite con un viaggio organizzato da una agenzia la questione non si pone, mentre per chi viaggia da solo o con un viaggio fai da te e’ bene informarsi. E’ bene avere un po’ di contante. Continuano ad esserci problemi a prelevare con carta di credito o bancomat anche in banca. Un giorno, finito il contante, ho dovuto girare 6 banche a Buchara prima di trovarne una che mi facesse prelevare. Avevo i capelli dritti in testa, neanche in Hotel era possibile pagare con la carta di credito, mi chiedevo come cavolo avrei fatto!

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Dal confine Uzbeko scendendo verso Andijan.

Novembre 2016.

Dopo tre giorni in giro per Osh, prendo un taxi che mi porta al confine a Dostok, 250 sum, sono meno di 10 km da Osh.

Entro negli edifici, c’è coda. Compilo un modulo: dichiaro le motivazioni del mio viaggio, e quanto denaro porto con me, è necessario essere precisi perché al ritorno se le cifre non concordano, ti sequestrano tutto il denaro. Si dichiararono anche telefonini e computer. Il modulo timbrato va conservato e riconsegnato al ritorno.

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Qui i controlli sono severi.  Aprono e perquisiscono zaino e trolley. Mi fanno aprire il computer e guardano i file. Mi chiedono se ho medicinali e libri religiosi. Non ne ho. Alcuni medicinali,  sono considerate droghe, ed è bene evitare libri religiosi.

Ed è vivamente sconsigliato tentare di corrompere i doganieri con denaro, magari per saltare la coda. Ci sono dei cartelli istruttivi e a colori che se anche non capisci la lingua ti fanno chiaramente intendere che se osi, finisci in carcere per mesi!

Sono comunque molto gentili, quando scoprono che sono italiana, diventano ancora più gentili, usano tutte le parole che conoscono, Juventus, Celentano, Toto Cotugno, accennano alla canzone “Io sono un’italiano, sono un’italiano vero..”! Totti, Roma, ecc. 

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Comunque da subito si percepisce che qui tira un’aria diversa, non è il Kirghizistan, dove ci sono istituzioni democratiche…

In coda faccio conoscenza con una ragazza russa, il padre lavora in Uzbekistan. Chiacchierando scopro che moltissimi uzbechi o russi, o uzbechi emigrati arrivano in aereo a Osh o a Bishkek perchè costa molto meno che arrivare direttamente a Tashkent.

Importante: controllare sempre se il confine è aperto. Le frontiere sono soggette a chiusure improvvise per feste nazionali, festività o tensioni con i paesi confinanti.

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Esco. Circondata da taxisti che sono dei mastini e delle facce di bronzo, dopo varie trattative, io “parlo” inglese loro uzbeko, grazie anche all’aiuto di un russo indignato dalle cifre esorbitanti che mi chiedono per portarmi alla stazione di Andijan, dai 20000 sum iniziali pattuisco con un taxista 8000 sum (sempre troppo, ma sono europea, viaggio da sola e soprattutto sono donna = pollastra da spennare!). L’autista mi prende le valige, le chiude a chiave nella sua macchina e se ne va. Nello stesso tempo altri taxisti ci riprovano a trattare.

In questa terra di nessuno, in mezzo a camion, macchine e pulmini, strade dissestate e buche mi chiedo dov’è finito…
Dopo un po’ ricompare con un giovane uzbeko emigrato in Russia che torna a casa. Sparisce di nuovo.
Ora siamo in due ad aspettare. Cerco di fare conversazione.
Sembra un uomo solido con dei problemi. Sta sulle sue, però è gentile, visto che ostinatamente cerco di farlo chiacchierare, per capire la situazione. Parlare la stessa lingua è meglio, in ogni caso per le cose essenziali ci si capisce lo stesso. Altrimenti mi sarei persa da un pezzo in mezzo all’Asia Centrale!

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Ingresso ad un borgo. lungo la strada per Andijan.

Torna il taxista, penso si va… no, ci spostiamo solo di 500 metri. E’ chiaro che il taxista vuole riempire la macchina prima di partire, aspettiamo… riceve una telefonata, andiamo a prendere a casa un altro uomo in un borgo a qualche km da lì. Si va…

Scendendo dal confine, all’inizio le strade non sono asfaltate, ci sono molte case in costruzione, immagino le stiano costruendo con le rimesse degli emigrati. Il paesaggio a novembre è brullo, spoglio. Ci sono vigneti, campi, alberi da frutta e campi di cotone.

Arriviamo ad Andijan la prima città, la distanza tra Osh e Andijan è di 79 km, circa due ore in macchina, ma non ho idea di quanto tempo ho impiegato ad arrivarci, tra la coda al confine, le trattative per il taxi, l’attesa mentre il taxista cercava altri passeggeri, la deviazione in un paese a prelevare il terzo passeggero, le deviazioni o fughe improvvise in mezzo ai campi per evitare i posti di blocco, probabilmente non era autorizzato a fare il taxista… qualcuno lo avvisava quando più avanti c’era un controllo. Non mi sono mai preoccupata, gli altri passeggeri uzbeki erano tranquilli, perché dovevo preoccuparmi io?

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Il mio primo te in terra uzbeka.

Mi faccio accompagnare alla stazione dei treni. All’ingresso delle stazioni e nelle metropolitane ci sono controlli severi, poliziotti dappertutto. Acquisto il biglietto e vado a pranzo al ristorante/caffetteria della stazione, dove mangio un plof buonissimo cucinato all’aperto e bevo il mio primo tè uzbeko. Secondo me in Uzbekistan cucinano il miglior plof dell’Asia Centrale, mettono anche l’uvetta sultanina!

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Cucina all’aperto a Andijan.

In attesa fotografo il paesaggio urbano, e scopro che non è formale il divieto di fotografare stazioni e edifici governativi. Proprio non si può! Si rischia l’arresto. Alla fine il poliziotto che mi ha bloccata, controllato i documenti, perquisito trolly e zaino, sorridendo mi dice “Se fa in fretta, una foto la può fare”. E io fotografo e viene una schifezza di foto.

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Stazione di Andijan.