TALLIN (2). In attesa del visto per la Russia.

Dopo essere stata sull’isola di Saremaa ritorno a Tallin.

Voglio fare il visto per la Russia. Vado all’Ambasciata Russa, mi dirottano verso la loro agenzia viaggi ufficiale Travel Agency Vaatevinkel. Qui trovo una signora russa gentilissima, parla inglese e mi spiega cosa devo fare.

Per il visto turistico, durata 30 giorni:

  • consegno due copie del modulo scaricato dal sito  internet dell’Ambasciata,
  • allego una foto tessera,
  • la prenotazione dell’ostello a San Pietroburgo,
  • il passaporto con scadenza di oltre 6 mesi dopo la fine del viaggio. 
  • L’assicurazione per il viaggio la fa l’agenzia, 9 euro e qualche cent.   
  • 65 euro il costo del visto.              

Vuole sapere l’indirizzo del mio alloggio a Tallin…non glielo dò perchè ho cambiato ostello al mattino e non mi ricordo l’indirizzo. La città in agosto è piena di turisti, ho prenotato solo i primi tre giorni, in 10 giorni cambierò 3 volte di ostello!

Vuole conoscere il mio itinerario in Russia: San Pietroburgo, Mosca, Transiberiana con un paio di fermate, Vladivostok e poi Cina. Viaggio da sola, mi dice che non è proprio tanto sicuro, di fare attenzione. Mi da qualche consiglio. Con nostalgia mi dice che sono vent’anni che non torna in Russia. Ritorno dopo 10 giorni per ritirare il visto.

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Le spettacolari torri rotonde delle mura medioevali

Quando sono arrivata la prima volta a Tallin 20 giorni prima sono “fallen in love” (innamorata, quanto mi piacciono il suono e il significato di queste parole in inglese!) della città. Una città mediovale, in buona parte ricostruita, ma splendida. Le città  di Danzica, Riga, Tallin durante la 2a Guerra Mondiale furono quasi rase al suolo dai bombardamenti dell’aviazione tedesca e sovietica. Il mio è stato un vero “colpo di fulmine”, infatti quando sono tornata, guardo la città, storco il naso e penso: sembra finta! Ferma nel tempo, come possono essere altre città come Venezia o Bruges. Bellissime. Però molto simili a vecchie signore sfatte… e rifatte, con un vistoso maquillage,  un pò finte, fuori dal tempo.

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L’altissima chiesa gotica Olav’ Church al tramonto.

Decido di approfondire la conoscenza della città. Consiglio di camminare senza una meta precisa,  lungo le antiche mura, nelle vie più lontane dalla Raekoja Plats, la piazza principale; su uno dei suoi lati c’è la più antica farmacia europea ancora attiva, fu aperta nel 1422. Ci sono luoghi come le case colorate e la piazza che partono dalla chiesa gotica di St. Olav  che incantano.

Giro per le vie, entro nelle chiese, mi perdo nelle viuzze salendo verso la collina, attraverso l’antica porta che chiudeva la notte l’ingresso al quartiere dei nobili. Avevano timore della ribellione dei mercanti, dei marinai e contadini. Case eleganti, antiche, medioevali, rinascimentali, antiche chiese e l’imponente ottocentesca Alexander Nevskij  la più grande cattedrale ortodossa dei paesi baltici, proprio di fronte al Parlamento estone colorato di rosa. Tra le case una piazzetta con vista panoramica sulla città. Sono tornata più volte la sera, verso il tramonto a vedere la città riempirsi di luci.

Nel museo della Chiesa di S. Nicola (Niguliste Kirik), costruita alla fine del 1400, c’è La Danza Macabra di Bernt Notke, vale una visita solo per vedere questo grande dipinto su legno della fine del ‘400, un tempo lungo 30 metri!

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Vecchio veliero ottocentesco.

Visito tra gli altri il Museo della Marina. Molto interessante, collocato nella torre rotonda “La grassa Margherita” parte della cinta muraria medioevale e della Grande Porta Costiera, su 3 piani, è la storia navale della città di Tallin e dell’ Estonia. A piano terra c’è una mostra dedicata ai Vichinghi.

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Attrezzatura da palombaro

Dopo aver visitato il Museo Navale esco dalla Grande Porta Costiera, ad un passo dall’ingresso e vado verso il mare. Fuori dalle mura c’è un quartiere deindustrializzato, vecchie fabbriche dismesse, alcune dell’800 restaurate e portate a nuova vita. Archeologia industriale. Su tutto svetta un’altisssima ciminiera in mattoni rossi.

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Il vecchio quartiere industriale fuori dalle mura medioevali.

Nel vecchio quartiere operaio in un edificio cadente  c’è quello che pare un Centro Sociale, ma non è, è un centro culturale finanziato dal comune dove fanno concerti ed esposizioni d’arte, si beve birra, si ascolta musica e si socializza!

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Superato il quartiere, sulla destra proprio sul mare, di fronte ad un piccolo desolato imbarco per la Finlandia c’è un’ edificio immenso, del secondo novecento, completamente abbandonato, decorato da Street Art e immondizia. Cemento, Linee dritte, prospettive lineari.

Grandi scale portano in alto, il mare è lì ai suoi piedi, le navi da crociera e della guardia costiera si perdono nell’orizzonte e nel sole.

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Ingresso con colonne – simile all’ingresso di un’antico tempio

Torno più volte. Gli edifici dell’900 abbandonati sono simili ad antiche cattedrali. Mi danno una sensazione d’inquietudine profonda. Rappresentano bene la vita. I segni del tempo. Sono grandiosi,  un tempo orgogliosa espressione della grandezza umana ora nell’abbondono, nella decadenza esprimono chiaramente il senso del limite,  della vita e della morte e proprio per questo sono stupendi e mi emozionano.

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Monaco in contemplazione sulla grande scala.

 

Tra mistero, paganesimo, pendoli e cacciatori di tombe. La chiesa di S. Caterina di Karja. Isola di Saaremaa.

La Chiesa di Santa Caterina di Karja è uno dei posti più strani che mi è capitato di vedere…

Dopo aver visitato i Mulini a vento di Angla, avevo qualche ora di tempo prima di prendere l’ autobus per tornare indietro a Saaremaa. Ero indecisa se andare fino a Leisi quasi a picco sul mare, 6 km a piedi e prendere lì l’autobus, ma mi ero dimenticata l’orario di ritorno. Rischiavo di restare a piedi, e 35 km per tornare a piedi fino a Saaremaa erano un pò tanti! Troppi.

I mulini di Anglia.

Chiedo informazioni nel piccolo Museo di storia locale,  c’è qualcosa d’altro di bello da vedere qui in zona? Una donna mi dice a 2,5 km c’è la Chiesa di Karja.

La Chiesa di Karja.

Ero proprio indecisa. Arrivo in fondo al prato dei Mulini dove c’è l’incrocio per Karja, mi piazzo in mezzo all’incrocio…dove vado? La chiesa di Karja è stata costruita tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, ma chiese del genere ne ho viste in quantità nella mia vita.

Decido per Karja.

E’ una bella giornata di sole.  La strada attraversa grandi prati e campi con file di pali della luce, e boschetti; mentre con il naso per aria seguo il volo di una farfalla un grosso serpente mi passa tra i piedi, per lo spavento faccio un salto olimpionico…quando torno indietro per capire se è velenoso o no è ormai scomparso nell’erba alta.

La chiesa si vede da lontano bianca, alta, tra il verde degli alberi e nel sole. Però senza una ragione precisa più mi avvicino più mi sento inquieta. 

Karja è una località (küla) di 234 abitanti nella contea di Saaremaa, in Estonia. Fa parte del borgo di Leisi.

La chiesa di Karja, dedicata a Santa Caterina e un tempo anche a S.Nicola protettore dei naviganti, un misto di stile gotico e romanico, è una chiesa-fortezza, forse costruita alla fine del Duecento. Serviva da rifugio agli abitanti del villaggio vicino, durante invasioni, guerre e scorrerie. Sull’isola molte chiese avevano questa funzione e supportavano i baroni tedeschi, conquistatori di queste terre in epoca medioevale. Questo uso è evidenziato nella Cronaca di Henrik il Lituano, la più essenziale e completa storia delle conquiste Tedesche dei paesi Baltici nel Medioevo . 

Al mio arrivo, fuori dalla chiesa, su una panchina è seduto un uomo. Un uomo che ho già incontrato altre volte nei miei giri sull’isola. Un tipo strano. Altissimo, magro, i capelli arruffati. E ogni volta resta lì a fissarmi con insistenza.

I paesi baltici sono gli ultimi ad essere cristianizzati in Europa. Dalla 1a Crociata del Nord iniziata nel 1199 al 17°secolo, anche dopo la cristianizzazione  i popoli baltici continuarono a praticare i loro riti tradizionali, in una secolare coesistenza e sovrapposizione. Ci  furono 5 crociate, una 1206-1261 contro l’isola di Saaremaa.

Questo dà un’idea dello spirito di ribellione e della determinazione degli estoni e degli abitanti di Saaremaa in particolare a difendere la propria cultura e la propria terra! Isola quasi al centro del Mar Baltico, chiude il golfo di Riga, strategica per il controllo delle terre e della navigazione verso i Paesi Baltici, la Russia, la Finlandia e verso il Mare del Nord per millenni fu campo di battaglia e preda ambita dai vichinghi, danesi, germani, russi,  finlandesi. 

Entro nella chiesa, mi siedo su un banco a metà navata, dove c’è luce. Alte, strette bifore con vetri colorati illuminano l’interno.  Comincio a guardarmi intorno e sorpresa scopro che è un posto speciale. Normalmente le sculture, gli affreschi nelle chiese sono piene di simboli, ogni figura è legata alla teologia, alla storia della chiesa, molti sono criptici, comprensibili solo ai teologi, a specialisti di storia dell’arte.

Affresco-donna con le mani sul seno e tra le labbra un foro. Chissà cosa significa?

Ma qui ai classici simbolismi cristiani si aggiunge qualcosa di molto, molto più antico. Nei capitelli, sugli affreschi, sulle volte a crociera, sopra l’altare ci sono strane gargouille,  triscele colorate, pentagrammi o pentacoli, diavoli senza pantaloni (scoprirò  che la chiesa in cui sono finita casualmente è famosa per gli antichi affreschi apotropaici, ossia scaramantici, utili ad allontanare forze maligne) oltre ai semplici disegni decorativi medioevali sui muri in parte erosi dalla muffa e dall’umidità. Un vero peccato, rischiano di perdere una rara testimonianza di un passato remoto della storia umana di cui si è persa memoria e rimangono solo poche tracce.

Sono un miscuglio di simbolismo cristiano e simboli precristiani, indoeuropei, mediorientali. Una meraviglia!

Affresco.

Giro per la chiesa osservando curiosa e tanto per non cambiare quando trovo qualcosa di molto interessante ho giusto scaricato le batterie della macchina fotografica e del telefonino…una maledizione! Per cui ho 4 foto dell’interno e 2 dell’esterno.

Lo spilungone entra e si siede ad un banco sulla fila opposta alla mia. Mi guarda. Esce. Intanto la guardiana della chiesa, una dimessa donna di mezza età spunta  in piena luce dietro le sbarre di una porta, infondo al buio di una stanza laterale.  Sento che mi osserva, la guardo, più continua a fissarmi, più diventa agitata. Non penso, dico Boh?

Capitello.

Entrano una coppia con una bambina piccola. Io mi risiedo e quello che sento lì mi innervosisce. Penso: Boh?

Però incuriosita voglio conoscere la storia della chiesa. All’ingresso c’è un banchetto con dei libri , a parte una brossura scritta in inglese con quattro insignificanti informazioni storiche, i pochi altri sono in estone. Compro quello più corposo, dai disegni mi dice che è uno studio sui simboli. Intanto la guardiana mi gira intorno sempre più agitata. Mi chiede se sono da sola. Ad un certo punto esce dal portale dell’ingresso e chiama qualcuno, vedo nei prati dall’altra parte della strada un cane bianco correre avanti e indietro come un siluro. La guardiana mi dice che sta chiamando suo figlio.

Lo spilungone si è riseduto sulla panchina. La donna lo guarda nervosa e poi gli intima più volte di andarsene. Lui non fa una piega e poi gli dice qualcosa in finnico. Io li guardo con la faccia di una che non capisce la situazione. Lei alla fine mi dice è un bad man. Non gli do più retta, torno dentro a guardare i libri.

Entra anche lei e mi dice a gesti che deve chiudere, ok, ma fammi vedere ancora questo libro.  Comincia a chiudere un’anta del doppio portale…e in un secondo capisco che vuole chiudermi dentro. Spingo l’altro battente e M’infilo tra le due porte, lei cerca d’impedirmi d’uscire. Mi sparo fuori dalla chiesa come un bulldozer e nella stupenda luce del pomeriggio respiro. Intanto mi chiedo che cavolo di situazione è questa? La donna si allontana e continua a chiamare qualcuno.

Giro attorno alla chiesa su un lato ritrovo la coppia che discute sul significato delle antiche pietre tombali. Mentre osservo arrivo in un punto dove sento qualcosa d’inquietante, mi sposto di qualche metro…affievolisce…ritorno e riprovo per un pò di volte…sempre la stessa forte, intensissima sensazione. (Ipotesi: nel terreno,  rocce, minerali impregnate di magnetismo terrestre particolarmente intenso…Non sono un fisico).

Continuo a camminare, a un certo punto alzo gli occhi ad un’altezza di 25 metri c’è una finestra con due grosse sbarre di ferro piegate, sembra che un gigante abbia preso tra le mani le sbarre e con tutte le forze abbia cercato di piegarle per uscire…o entrare…! Rimango lì a bocca aperta.

Ho finito il giro. La coppia se ne andata. Per tornare sulla strada principale devo passare davanti allo spilungone. E’ in evidente attesa …di me…

Decido che la miglior difesa è l’attacco…non aspetto che mi parli… chiedo “Chi sta chiamando la guardiana?”…lui  ” Suo figlio.” invece spunta il cane bianco, si allontanano insieme verso delle baracche nel boschetto dietro la chiesa. L’uomo dice: “Suo figlio!” Io pensò, orca… un’altro matto!

Lo saluto cordialmente e cerco di allontanarmi…lui si alza e mi segue.

O merda… sono sola in mezzo alla campagna, non passa una macchina manco a pagarla, una squinternata con un cane-figlio ha appena cercato di chiudermi dentro un’antica chiesa piena di simboli esoterici, uno strano spilungone ha deciso che sono la cosa più interessante che ha visto da un sacco di tempo, non posso neanche scappare perchè ha le gambe lunghe il doppio delle mie….

….decido di…fare conversazione!

Quando voglio so essere amabile…soprattutto se voglio tenere le distanze!

Mi racconta che è ………(Europa occidentale),  arrivato un’estate sull’isola, vent’anni fa, e non se ne più andato. Arriviamo ad un’incrocio mi dice “Poco più avanti c’è un cimitero…se vuoi te lo faccio vedere…ho passato lì la notte!”

O cazzo, penso io…Dato che ho letto anni fa che  i matti non vanno contraddetti..con un bel sorriso gli faccio “ah però…interessante! Che ci facevi nel cimitero?”

Lui: Scavavo tombe!

Ehh!? Gli guardo le mani…effettivamente ha le mani sporche di terra…

Si, in quel cimitero ci sono almeno 4 strati di tombe antiche, l’uno sull’altro, sono sepolti gli antichi baroni tedeschi che occuparono l’isola nel medioevo.

Io, riprendo colore e la mia voce torna normale,  comincio a capire…

Rifiuto l’invito,  nonostante sono molto curiosa…non mi sembra proprio il caso! Mi propongo di tornarci da sola un’altro giorno. A curiosare…

Intanto mi racconta la storia delle conquiste medioevali tedesche dell’isola.

Sono stata per anni una libraia antiquaria, un bellissimo lavoro, affascinante, interessantissimo, impari continuamente qualcosa di nuovo, ma un lavoro altamente a rischio per i soldi che girano e per i matti. Si, i collezionisti sono dei veri matti squinternati, c’è chi si fa di cocaina e chi si fa di libri o magari tutti e due ed è disponibile a fare follie per una cosa che gli interessa, infatti ho sempre evitato con cura di acquistare e vendere certi libri come ad esempio i libri di magia ed esoterismo, avevo inquadrati i   personaggi…comunque non mi ha evitato problemi con questi pazzi da legare.

Lo spilungone mi dice che il giorno prima lui e un suo amico isolano che sa usare un pendolo sono andati a caccia di antichi reperti nei dintorni. Non hanno trovato nulla. (Non chiedetemi come sia possibile che con un pendolo da rabdomante si possono trovare antichi oggetti di metallo,non ne ho la più pallida idea…).

Anche in Italia ci sono persone che cercano oggetti antichi sui luoghi di antiche battaglie, anni fa un mio cliente mi regalò, dei bottoni di epoca napoleonica e delle palle da fucile che aveva raccolto su uno dei tanti campi di battaglia napoleoniche italiane. Vanno in giro per campi e prati con rilevatori di metalli a caccia di monete e oggetti vari.  Non ho idea se tutto questo è legale.

Poi ci sono quelli più ricchi e organizzati che fanno rilevazioni aeree e trovano oggetti preziosi. Poi ci sono i classici tombaroli, toscani, romani, calabresi, siculi…mi hanno raccontato che al Sud negli anni ’60 molta gente si è arricchita scavando tombe e vendendo anfore, oggetti vari agli americani, ai tedeschi e agli svizzeri. Questo sicuramente è illegale!

Lo spilungone mi dice che quando sono passati davanti alla chiesa il pendolo del suo amico aveva cominciato a vorticare paurosamente… “c’è una strana energia lì… sono venuto qui altre volte…”

Sono di Torino. A Torino ci sono un sacco di squinternati che fanno messe nere,  ci sono strane associazioni, e un sacco di favole sul triangolo magico Torino-Lione-Praga e il Santo Graal che pare sia nascosto chi dice alla Gran Madre chi in qualche cantina del centro storico, lì viveva Roll famoso sensitivo, e massoni che fanno orge e riti satanici per ingraziarsi qualche “spirito” e fare migliori affari e molte altre assurdità del genere.

Ogni tanto finiscono sui giornali per qualche fattaccio. Mi raccontava un vecchio collega che dopo uno di questi “incidenti” si sono immersi e sono molto cauti, viaggiano sotto traccia, è vero che sono coperti dal loro denaro, ma non devono esagerare se non vogliono finire nei guai (leggi galera) come tutti gli altri comuni mortali….

Quando leggevo qualche notizia nella cronaca cittadina ho sempre pensato : sono dei frustrati, dei veri poveracci mentalmente parlando, che o nella vita hanno combinato poco o non capisco niente del mondo in cui vivono o sono molto superstiziosi e compiono ridicoli riti per migliorare la loro misera vita. Ora penso siano anche pericolosi e fuori di testa.

Lo spilungone mi segue come un cagnolino, deciso a farsi adottare.  C’è gente che ha le pulci, io invece raccolgo cani smarriti a due zampe, di solito, con il tempo, si rivelano brutti cani rognosi, e nonostante l’esperienza di vita, in fondo mi fa un pò di tenerezza. Alla fine lo semino promettendogli che forse il giorno dopo ci rivedremo alla stazione per vedere le grandi scogliere del nord dell’isola e se invece parto per Tallin, tornerò sull’isola e verrò a cercarlo.

Lui mi invita a passare l’inverno a casa sua…è randagio ma ha una casa… Anzi al suo paese possiede un intero villaggio…il suo interesse per i baroni aveva un senso…la storia della sua famiglia.

Forse aveva solo bisogno di una coperta per l’inverno!

Meglio la Russia!! Vado a Tallin a fare il visto per la Russia.

P.s. In un prossimo post racconterò cosa penso dei Sensitivi. Della superstizione, del ciarpame costruito intorno per fare bussiness.

Dell’ignoranza e a volte credulità delle persone, il voler credere in spiriti, dei, angeli, come diceva Marx é “… il sospiro della creatura sopraffatta…” e che rinunciare a questa consolazione illusoria “esige che si deve rinunciare a una situazione che ha bisogno d’illusioni…” qui si riferisce alla religione “oppio dei popoli” e alla necessità di cambiare una società che per miliardi d’individui è sfruttamento, miseria, guerra, 12 ore di lavoro 7 giorni su 7, oppure disoccupazione, bassi salari e pressione continua per mantenere gli Standard di vita in Occidente. Le persone sopraffatte  e disperate si creano illusioni per sopportare il presente.

E si creano illusioni di fronte a fenomeni naturali che non hanno nulla di misterioso, di divino, di spirituale…come qualcuno mi ha detto qualche tempo fa …è Vita…semplicemente vita. Pura Materia e Pura Fisica.  Dna e centinaia di migliaia di anni di storia dell’Homo Sapiens.

P.s. E’ evidente da una serie di cose successe sull’isola  che lì c’è ancora gente che pratica antichi riti…(vedi: Wikipedia/neopaganesimo baltico ed europeo).

P.s. L’immagine in evidenza non è una mia fotografia. L’ho presa dal sito di Wikipedia.

Berlino (2)

A luglio vagavo per Berlino. Giravo per la città e non riuscivo ad afferrarla, a comprenderla.

Quando ero stata lì la prima volta era tutto chiaro, evidente: erano saltati i Patti di Yalta che avevano sancito la nuova spartizione del mondo dopo la 2a Guerra Mondiale, e soprattutto avevano diviso la Germania in due per ridurne la forza. L’impero Russo era crollato su se stesso. Dalle sue macerie si stava formando una nuova geografia politica.  Il Muro di Berlino era caduto e la Germania si era riunificata. E a Berlino era un ribollire…di tutto. Era un cantiere, era musica, era il mondo che cambiava…era splendida!

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Ovviamente dopo tanti anni era cambiata. La zona centrale intorno a Friedrich Strasse tirata a nuovo con i suoi grandi palazzi, i grandi e costosi negozi, piena di vita di giorno, ma desolata la sera. Come in molte altre città nel centro ci sono uffici, negozi ma la gente vive altrove.  Poi i quartieri come Kreuzberg, un pò decadente ma pieno di vita, di musica che mi ricorda un pò Barriera di Milano o San Salvario a Torino.

Per capire ho fatto chilometri a piedi, dal Memoriale degli ebrei, a Postdamer Platz ,  dalla Porta di Brandeburgo lungo il viale Unter den Linden fino ad Alexander Platz camminando per le vie che la circondano, Rosa Luxemburg Platz, Il quartiere medioevale ricostruito intorno alla Chiesa di San Nicola,i quartieri oltre la Sprea, intorno al giardino zoologico, Keuzburg,  il Museo della storia tedesca del ‘900; sono andata in autobus all’Orto Botanico uno dei più grandi nel mondo…

Cercavo di vedere la Berlino Ovest, praticamente un’isola, all’interno di Berlino, all’interno della Germania Est con un corridoio aereo per i rifornimenti, divenuta un simbolo, caposaldo dell’Occidente dietro la Cortina di Ferro. Caposaldo della democrazia contro il “socialismo reale” che non esisteva. Tutta demagogia e propaganda, ma è servita per oltre 40 anni per mistificare la Storia!!

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La Germania è il paese più ricco in Europa, però a Berlino la situazione è ben diversa. Osservi, lo vedi e lo senti. Mi trasmetteva tristezza e un senso d’inquietudine… Nel resto della Germania i lavoratori hanno i migliori salari europei, qui no. Qui è Est Europa. I salari sono bassi. La vita costa meno, anche l’ostello,  il City Hostel al centro di Berlino, è un ottimo ostello ed è uno dei meno costosi dell’Europa Occidentale!

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Un giorno sono partita dal Check Point Charlie seguendo il percorso del Muro, tra le case nuove e vecchie, attraversando giardini e ponti. Dove non c’è più il Muro. Sono arrivata fino alla Stazione di quella che era Berlino Est, ho attraversato la strada e proseguito lungo il pezzo di muro continuo conservato per la memoria storica, sarà lungo un chilometro e mezzo.

Da un lato è una galleria a cielo aperto, è coperto da opere di artisti di tutto il mondo, dall’altro, verso il fiume Sprea,  a luglio c’era una mostra fotografica temporanea sulle vittime della guerra in Siria.  Gigantografie.  Con una breve, sintetica, descrizione del momento in cui sono stati bombardati e i successivi soccorsi insufficienti tipici di una zona da anni in guerra, le operazioni chirurgiche ripetute, i mesi d’ospedale, il denaro che alcune Ong  elargiscono, del quale non ho capito il criterio.

Uomini, donne, bambini, menomati dai bombardamenti. Le foto non hanno nulla di sgradevole, non c’è compiacimento, ma sono sconvolgenti.  Sono la documentazione senza nessuna forzatura delle persone colpite dalle bombe. Non sangue, niente fasciature. Persone in piedi o sedute mutilate nei loro vestiti sobri o colorati. Ma gli occhi sono terribili.

Una ragazza, sui quindici anni,  il viso devastato, una gamba amputata sopra il ginocchio ha negli occhi il senso d’impotenza e la rabbia. Unica sopravvissuta con la zia di una famiglia di 11 persone. Per un momento mi sono messa nei suoi panni:  a quale giovane verrà mai in mente di corteggiarla, di chiederla in sposa…?

Un bambino di forse 6 anni, senza gambe, invece ha gli occhi sorridenti, lo sguardo  fa pensare che lui ce la farà, accanto due fratelli poco più grandi con lo sguardo spento.

Una donna anziana, un pò cicciona, alla quale una bomba a strappato le carni da un braccio, ha un piede malamente riattaccato (avranno pensato, nella fretta, tanto è vecchia), sembra che un grosso animale a morsi le abbia dilaniato le carni. Lo sguardo di questa donna che deve aver molto vissuto, esprime forza, neanche questa volta la vita è riuscita ad abbatterla.

Una giovane donna, bella, senza una gamba e senza un occhio, a fianco il marito che dalla postura, dallo sguardo, si capisce sarà sempre al suo fianco, ma il volto di lei è sconvolgente, ha un viso bello, la testa altera, dallo sguardo si capisce che forse non si riprenderà mai più.

E così decine di foto e di storie, intervallate da grandi vedute della loro città bombardata. Com’era la via o la strada prima e dopo i bombardamenti. Sembra impossibile che case belle, importanti di vari piani possano essere ridotti a tronconi, brandelli, mucchi enormi di macerie e nient’altro.

Quando me ne sono andata ero piena di tristezza e rabbia. Tristezza per quelle persone mutilate che di certo non hanno scelto la guerra. Rabbia contro tutti i fautori delle guerre. Rabbia per la disinformazione diffusa in Italia. E’ vergognoso il conformismo, il servilismo di certa stampa.  Da noi, mostre simili non esistono. L’altro giorno girando su facebook sono finita nella pagina di un giornalista torinese: Sosteneva, riferendosi al bimbo siriano con la maglia rossa, morto nel naufragio del suo gommone mentre attraversava il mediterraneo, non bisognasse mostrare delle foto così inquietanti. Per fortuna qualche volta qualcosa sfugge alla censura.

Eh si, bisogna mantenere la gente all’oscuro, così è più facilmente manovrabile. Gli illuministi sostenevano giustamente che il sonno della ragione genera mostri. 

Penso a tutte quelle brave persone, con i pingui conti in banca,  la pancia e il cervello coperti dal grasso dell’abbondanza, soprattutto sopra i ’50, tenute all’oscuro della realtà, sottoposti ad una propaganda massiccia che li rende timorosi per il futuro delle loro pensioni o dei loro posti di lavoro, di fronte ad un’economia che  erode i loro conti, se fossero correttamente informati inserirebbero il cervello e probabilmente sarebbero solidali invece di essere con la bava alla bocca nei confronti di quelli che identificano come nemici.

E’ dalla prima guerra del Golfo, 1991, che è cambiato il modo di fare informazione nei reportage o nelle informazioni sulle guerre. Da quando l’Italia per la prima volta dalla 2a guerra mondiale è stata coinvolta ufficialmente in una guerra. Niente immagini schioccanti, niente morti, niente feriti da quando teorizzavano “le operazioni chirurgiche” degli aerei inviati a bombardavano gli ex iugoslavi, cioè operazioni mirate che in teoria non dovevano fare morti. Invece causarono centinaia di morti e feriti.

Il caso vuole che 2 o 3 anni dopo mi trovassi in Germania in un corso intensivo di tedesco per stranieri. C’erano russi o Est europei di origini tedesca che venivano incentivati ad andare in Germania a lavorare, la vecchia madre patria aveva bisogno di manodopera ( sono troppo intelligenti questi tedeschi!); rifugiati politici curdi, turchi e siriani; pakistani, ragazze polacche e dell’ex Iugoslavia, tutti molto socievoli e disponibili fuorché una ragazza. Sentivo la sua muta ostilità, mi guardava in modo che più di una volta mi ero chiesta “questa che vuole”, avevo cercato di parlarle ma si allontanava sempre, o faceva quella che non capiva. Io non conoscevo ancora il tedesco, aspettai di avere un minimo di basi della lingua e poi con molta gentilezza l’affrontai e scoprì le ragioni della sua ostilità: quella ragazza di 22 anni era stata sotto le bombe a Sarayevo, quando gli aerei italiani facevano le “operazioni chirurgiche” e due suoi famigliari erano morti sotto le bombe.

Non sapevo cosa dire, tanto mi vergognavo di fronte al suo composto dolore. Cosa potevo dirgli? l’unica cosa che mi venne in mente fu di dirle che molti italiani ed europei erano contro la guerra, io con migliaia d’altri avevamo partecipato alle manifestazioni contro la guerra e per quello che poteva servire ero profondamente dispiaciuta.

 

Museo Van Gogh e la sua certezza della morte.

Dopo 15 giorni che ero in Olanda sono andata a vedere il Museo Van Gogh.

Quando ero una ragazzina amavo profondamente i quadri di Vincent Van Gogh. Poi sono stata attratta da altri pittori. E l’ho un pò dimenticato.

C’era qualcosa che mi impediva di andare a vedere il Museo, sono partita tre volte per andare a vederlo, alla fine giravo per la città e arrivavo sempre che era ora di chiusura.

Il percorso museale ti conduce lungo la sua vita. In dieci anni a prodotto tutta la sua opera. 900 quadri,  oltre mille disegni e altri incompiuti. La maggior parte dei suoi quadri sono stati dipinti negli ultimi due anni di vita, negli ultimi due mesi dipinse 70 quadri, eccezionali. Era frenetico, sapeva di non avere più tempo.

Ha due anni sapeva che sarebbe diventato pittore.  Io a 4 o 5 anni sapevo ciò che sarei diventata d’adulta.

La mostra con i dipinti, i tabelloni illustrativi, le foto, i manoscritti, i quadri dei pittori che amava, di quelli che hanno incrociato il suo percorso di vita, di altri che hanno lavorato sugli stessi temi, il rapporto con il fratello Teo  ti conduco per mano nei suoi quadri, in quello che era, in ciò che sentiva.

E’ qualcosa di eccezionale e terribile.

Alla fine capisci e non ti resta che piangere.

Ho passato lì 7 ore, avrei voluto restare, ma era orario di chiusura.

I suoi quadri che cambiano, la pennellata che si trasforma. Il colore. A piano terra dove inizia la mostra ci sono gli autoritratti, non avendo modelli, riproduceva se stesso, giocava con il colore. Riutilizzava le tele. Dietro agli autoritratti ci sono teste femminili, o maschili eseguite all’inizio quando dipinse i mangiatori di patate. Questi ritratti sono di una potenza, una forza pazzesca, era bravo, da subito. Un autoritratto, un vero quadro fa paura: l’intensità, la profondità, il mistero del suo sguardo è impressionante.

Nel museo c’è un quadro con uno strano colore. Ti fa pensare: questo non centra con Van Gogh, oppure il giorno che ha dipinto quel quadro è sceso dal lato sbagliato del letto!

A fianco un cartello ti spiega che il quadro a perso il suo colore originale. C’è una foto di un pezzo di tela che non è stata esposta alla luce e lì ritrovi la sua forza, il suo colore.

E sollevata, mi spiega anche cosa ho visto in un paio di quadri.

E’ nato a Zundert, Olanda, nel 1853; muore in Francia ad Auvers-sur-Oise nel 1890. Aveva 37 anni. Disegnava fin da bambino, frenato dal padre, severo pastore protestante. Diventa pittore a 27 anni, studia intensamente un anno per apprendere la tecnica. All’inizio dipingeva i contadini, il loro mondo, i colori erano scuri, neri, marroni, poca luce, nel 1885 dipinge il suo primo quadro importante “I mangiatori di patate”, poi nel 1886 va a Parigi, conosce gli impressionisti e trova ciò che cercava, i colori, la luce, che approfondisce nel sud della Francia in Provenza.

Vende in vita un un’unico quadro, bellissimo, “la vigna rossa”.

Dalla metà del XX secolo è considerato tra i più grandi pittori della storia. I suoi quadri sono tra i più cari sul mercato dell’arte, alcuni hanno superato i 100 milioni di euro!

Oggi viene considerato un pioniere dell’arte moderna.

In vita era sostenuto economicamente dal fratello Teo, mercante d’arte, credeva in lui e amava i suoi quadri.

La vedova del fratello Theo, morto nel 1891, pubblicò (1913) Le Lettere che i due fratelli si scrissero dal 1872 al 1890.

Quanto prima cercherò una copia in lingua italiana, voglio leggere cosa raccontava di sè e della sua pittura.

Scelse volontariamente di entrare in una casa di cura per malattie mentali, 150 psichiatri hanno analizzato i suoi sintomi con 30 verdetti diversi che vanno dalla schizofrenia all’epilessia alla malnutrizione (già, all’epoca l’epilessia veniva considerata malattia mentale).

Utilizzava i colori per esprimere ciò che vedeva e sentiva. Con i colori raccontava l’essenza delle persone, dei paesaggi, dei fiori, delle cose. Amava la vita.  Disperatamente.

Nell’ultimo anno e mezzo ho letto più volte un libro “La realtà non è come appare” del fisico, astronomo, studioso di fisica quantistica Carlo Revelli. Per me che ho scarse conoscenze scientifiche è un libro difficile, ma lo leggerò ancora, sono profondamente convinta che la realtà non è come ci appare. Molti fenomeni considerati misteriosi, inspiegabili, negati, sono semplicemente fenomeni fisici ancora inspiegati. Nel 1500 il Magnetismo era considerato, magia, opera del demonio e chi cercava di comprenderlo rischiava il rogo o passava per matto.

Probabilmente Van Gogh aveva delle qualità che lo portavo nell’essenza delle cose e dal poco che ho letto lì al Museo e poi su internet doveva essere una persona estremamente razionale che conviveva faticosamente con una realtà che forse non si spiegava o forse se la spiegava benissimo.

In punto di morte sembra che le sue parole siano state “Ora voglio tornare.”

 

 

 

 

Le ombre di Scheeveningen. Olanda

Sono arrivata alla spiaggia di Scheeveningen in tarda mattinata, beach della città olandese Den Haag.

In Italia con questo nome non la conosce nessuno, infatti per noi è l’Aia. Importante per le istituzioni Internazionali. Tribunale Criminale internazionale (Crimini di Guerra: es. ex Jugoslavia- Milosevic),  Europol (apparato repressivo europeo) e sede del governo olandese. Mi avevano detto che se proprio volevo andare a piedi ci andava un’ora.

Beh, non so’ esattamente quanto tempo ci va, perché mi sono fermata a lungo nei grandi magazzini. Tanto Amsterdam è cara quanto Den Haag ha prezzi bassi. Ho comprato un cappellino di paglia estivo a 5 euro, lo stesso in Italia l’avrei pagato 54! E senza esagerare.

L’arrivo a Scheeveningen è stata un’esperienza unica, veramente insolita.

E’ una bella giornata. Vado sempre dritto fin dove finiscono le case. Di fronte alla grande duna salgo in un punto dove si abbassa e ancora prima di arrivare in cima mi dico, ma che succede…Quando sbuco in cima alla duna il mare non c’è! Una foschia lattiginosa copre tutto. S’intravvede appena il faro. Un muro fitto, ma lieve. Mi volto, invece alle mie spalle il sole continua splendere.

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Sono lì a guardare se riesco a vedere qualcosa, alla fine giù alla base della duna comincio a vedere la sabbia. Mi avevano detto che lì la spiaggia è larga 300 metri e lunga chilometri. Scendo, la sabbia è fine e dorata. Ci sono moltissimi frammenti di conchiglie. E’ un mare vivo. M’inoltro in tutto quel bianco, dopo più di cento metri, comincio a vedere le pozze d’acqua, la ragione della foschia. C’è bassa marea. Fa caldo. La differenza di temperatura, il mare gelido e il sole caldo fanno evaporare l’acqua.

 

Continuo a camminare verso il rombo del mare, il suono è possente. Intorno a me, ad una certa distanza, scorgo delle ombre, appaiono poi scompaiono, finalmente arrivo a riva. L’acqua è gelida, molto più fredda dell’inizio d’Aprile in Liguria. Con i piedi a bagno cammino lungo la battigia. Mi vengono in mente  quadri ottocenteschi di pittori olandesi, fiamminghi o francesi. Non pensavo fossero reali. E’ fantastico mi sento in un quadro. E’ difficile spiegare le sensazioni provate immersa in quella foschia, la gente che appare e scompare. Poi man mano la foschia si dirada, si cominciano a vedere zone più luminose, più gente, prima che si sciolga passeranno forse due ore.

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Parigi. MAM, Museo d’Arte Moderna. La Danse di Matisse – La Danza di Matisse.

La seconda cosa eccezionale del Museo d’arte moderna di Parigi sono due versioni delle tre dipinte da Matisse de la DANSE .

La Dance inachevèe, 1931.

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la Dance de Paris, 1933.

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Nel 1930 il collezionista Barnes commissiona a Matisse un’opera per la parte superiore del Salone della sua Fondazione a Merion vicino a Philadelphia. La Danse inachevè ha una elaborazione lenta alla fine viene abbandonata per la difficoltà di lavorare su una dimensione “sovrumana”. Verrà utilizzata come supporto per costruire le altre. Fu ritrovata nel 1992.

Incomincia la Dance de Paris, ma la sospende e inizia la Dance de Merion, diversa più idilliaca. Nel 1933 riprende la Dance de Paris usando come supporto la Dance inachevè, su cui punta  papier gouachèe (carta acquarellata) e decoupèe (tagliata). Costruisce sei danzatori, sullo sfondo esaltano le figure i colori rosa, blu e nero. Sono frammenti di figure, quello che assorbe il visitatore è il ritmo. Mi sono seduta e sono rimasta li immersa nel colore e nel ritmo delle figure.

 

 

Parigi. MAM, Museo d’arte moderna. La Fée Electricitè – La Fata Elettricità.

Il MAM, Musée d’art moderne, è da vedere per la sua collezione permanente, ma soprattutto per due cose eccezionali:

L’affresco Fée Electicité eseguito per l’ Esposizione Universale del 1937 da Raoul Dufy su commissione della Compagnia parigina di distribuzione dell’elettricità.

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Per cogliere la bellezza profonda di questo affresco bisogna osservarlo con calma. Sedersi. Ruotando seguendo l’affresco. Immergersi, sprofondare nel colore. Leggere la storia che racconta. Nella parte superiore dal ribollire della natura primordiale, alla storia millenaria dell’uomo che giunge alla costruzione delle centrali idroelettriche, alla diffusione nelle capitali del mondo della “Fata elettricità”. Nella parte inferiore gli uomini che hanno fatto la storia della scienza e dello sviluppo dell’elettricità, dai filosofi dell’antichità agli scienziati del primo novecento. Miscuglio di mitologia, allegorie, esattezza storica e tecnologia incanta.