Amsterdam

Amsterdam mi piace.  E’ una città verde e d’acqua. Piena di alberi, parchi e giardini. Alberi spettacolari, non pensi di trovarne di simili in città, con centinaia d’anni, di molti non conosco i nomi.

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Ci sono salici, tigli, querce, platani, betulle e degli alberi di cui conosco solo il nome dialettale, “Les Alberes” per esempio sono bellissimi, alti, hanno delle fronde che mosse dal vento hanno un suono che ricorda il tintinnio lieve di campanellini. Ti entra sotto la pelle. Da bambina mi sdraiavo sotto questi alberi, vicino all’acqua di un ruscello, ascoltavo il suono del vento tra le foglie e il suono dell’acqua che scorreva veloce e allegra nell’erba. Ancora oggi quando ascolto il vento tra le fronde delle Albere provo una sensazione bellissima, mi sento profondamente parte della natura, degli alberi e dell’acqua.

Un paio di giorni fa ero triste e molto arrabbiata, avevo ottime ragioni per esserlo.

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Camminavo in giro per Amsterdam.  Passo davanti a Sarphati Park, entro e mi trovo di fronte un laghetto con dei salici piangenti che sfiorano l’acqua, delle anitre chiaccherine, gli aironi che si avvicinano senza paura e delle papare con le piume che sembrano cesellate e dei prati verde smeraldo. Continuo la mia passeggiata e lungo il canale Reguliergracht incontro un’antica chiesa in legno del ‘600, mi pare si chiami Amstel kerk, cammino lungo un lato della chiesa, alla fine si apre uno slargo che finisce nel canale Prinsengracht con degli alberi enormi, spettacolari, mi lasciano a bocca aperta. Proseguo, mi fermo a guardare da uno dei ponti sull’ Amstel,  il fiume con i ponti mobili, i barconi ancorati alle sponde, i traghetti, le barchette e il vento di mare che soffia quasi sempre mi fa sentire bene e dimentico tutta la mia rabbia. E’ una città talmente bella che ti fa stare bene. La sera rientro verso le undici, lungo il canale ogni sera è un incontro speciale: una volta è un airone che ti osserva sul bordo di un canale, un’altra delle strane papere che ti salutano, altre volte sono le nidiate di cigni o di germani reali o qualche corvo altezzoso che si avvicina per osservarti.

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Gli olandesi sono ospitali, gente aperta, parlano minimo 3 lingue. In città si respira un’aria leggera. E non perchè sono sballati dalla puzza di hascish e marjuana che impesta le vie o i canali di fronte ai coffe shop! C’è un tenore di vita elevato, gli stipendi sono buoni anche se la vita è cara. A parte nei fine settimana dove la città  invasa da migliaia di turisti è frenetica, dal lunedì al giovedi in città si respira una sensazione di calma, di benessere calmo.

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Le ombre di Scheeveningen. Olanda

Sono arrivata alla spiaggia di Scheeveningen in tarda mattinata, beach della città olandese Den Haag.

In Italia con questo nome non la conosce nessuno, infatti per noi è l’Aia. Importante per le istituzioni Internazionali. Tribunale Criminale internazionale (Crimini di Guerra: es. ex Jugoslavia- Milosevic),  Europol (apparato repressivo europeo) e sede del governo olandese. Mi avevano detto che se proprio volevo andare a piedi ci andava un’ora.

Beh, non so’ esattamente quanto tempo ci va, perché mi sono fermata a lungo nei grandi magazzini. Tanto Amsterdam è cara quanto Den Haag ha prezzi bassi. Ho comprato un cappellino di paglia estivo a 5 euro, lo stesso in Italia l’avrei pagato 54! E senza esagerare.

L’arrivo a Scheeveningen è stata un’esperienza unica, veramente insolita.

E’ una bella giornata. Vado sempre dritto fin dove finiscono le case. Di fronte alla grande duna salgo in un punto dove si abbassa e ancora prima di arrivare in cima mi dico, ma che succede…Quando sbuco in cima alla duna il mare non c’è! Una foschia lattiginosa copre tutto. S’intravvede appena il faro. Un muro fitto, ma lieve. Mi volto, invece alle mie spalle il sole continua splendere.

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Sono lì a guardare se riesco a vedere qualcosa, alla fine giù alla base della duna comincio a vedere la sabbia. Mi avevano detto che lì la spiaggia è larga 300 metri e lunga chilometri. Scendo, la sabbia è fine e dorata. Ci sono moltissimi frammenti di conchiglie. E’ un mare vivo. M’inoltro in tutto quel bianco, dopo più di cento metri, comincio a vedere le pozze d’acqua, la ragione della foschia. C’è bassa marea. Fa caldo. La differenza di temperatura, il mare gelido e il sole caldo fanno evaporare l’acqua.

 

Continuo a camminare verso il rombo del mare, il suono è possente. Intorno a me, ad una certa distanza, scorgo delle ombre, appaiono poi scompaiono, finalmente arrivo a riva. L’acqua è gelida, molto più fredda dell’inizio d’Aprile in Liguria. Con i piedi a bagno cammino lungo la battigia. Mi vengono in mente  quadri ottocenteschi di pittori olandesi, fiamminghi o francesi. Non pensavo fossero reali. E’ fantastico mi sento in un quadro. E’ difficile spiegare le sensazioni provate immersa in quella foschia, la gente che appare e scompare. Poi man mano la foschia si dirada, si cominciano a vedere zone più luminose, più gente, prima che si sciolga passeranno forse due ore.

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