Trekking a Tash Rabat e dintorni.

Agosto 2018.

Sabato mattina siamo partiti per la montagna. Vivendo tra le montagne del Thian Shan c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Questa volta sono andata a vedere il  monastero nestoriano e poi caravanserraglio di Tash Rabat. A sud/est del Kirghizistan. Costruito prima del 9° secolo, si trova in una gorgia laterale del percorso dell’Antica Via della Seta, sulla strada del passo Torugart, ( a 84 km) sul confine con la Cina, passaggio obbligato per Kashgar. E’ uno dei due passi che dal Kirghizistan portano in Cina. Dall’autunno alla primavera è bene informarsi perché non sempre sono aperti a causa della neve, frane ecc.

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Tash Rabat e a sn. i gabinetti stile “Pra la Grangia”

Le strade principali sono generalmente buone, mentre le secondarie non sono asfaltate, a volte lo sterrato è buono altre volte no.

Siamo arrivati a destinazione dopo circa 8 ore di viaggio da Bishkek passando davanti al canyon Boom, si attraversa un colle a 3030 m. e si prosegue per Naryn poi dritti verso il confine cinese.

La nostra comitiva si è fermata per visitare At-Bashi (Ат Башы) centro amministrativo della regione di Naryn. La prima tappa è all’ingresso del distretto. Entrando in certi territori, sulle colline, ben in evidenza, ci sono dei monumenti, dei guerrieri o come qui a At Bashi, un cavallo, essi sono il simbolo del clan che domina su questa terra, indicano che stai entrando nel loro territorio. All’ingresso dei villaggi o cittadine ci sono delle vistose “porte” con il nome del luogo.

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Il cavallo che segna l’ingresso al distretto di At-Bashi.
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Areo e carro armato russi alle porte di At-Bashi (testa di cavallo) un tempo città con importante base e industria militare.
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“Porta” di At-Bashi, il significato è Testa di Cavallo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La testa di cavallo simboli di At Bashi.

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Monumento dedicato al Maestro di Manas il guerriero-leggenda simbolo del Kirghizistan.

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Bambine kirghise giocano lungo “la bialera” a AT-Bashi.
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Negozio al bazar di At-Bashi.

A Tash Rabat ci sono in tre punti differenti le yurte. Le tende rotonde dei nomadi kirghisi. Finalmente ho dormito in una grande tenda bianca colorata all’interno, 5 posti letto, tanti tappeti e una vecchia stufa, indispensabile per riscaldarsi nelle fredde notti dell’alta montagna.

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Tash Rabat.
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Yurte a Tash Rabat.
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Tash Rabat. Interno di una yurta a due letti.

Qui vivono due famiglie di allevatori di yak, anche d’inverno! A 3200 metri. Pensavo che ci fosse molta neve invece fa talmente freddo, che nevica “poco”. Normali sono i -50 gradi, come la Siberia! Non sono ancora riuscita a vedere uno yak, speravo, ma agosto a 3200 m. fa troppo caldo per loro, allora lì portano su sulle cime. Probabilmente riuscirò a vederli se andrò sul Pamir.

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Corridoio d’ingresso a Tash Rabat.

Lo scisma tra i cristiani di Roma, di Costantinopoli, e di Kiev con la teologia aveva poco a che vedere, il problema era il controllo di quello che rimaneva dell’Impero Romano d’Oriente. Il nocciolo teologico della questione era la figura di Cristo, per i seguaci del vescovo Nestorio (381-451), in Cristo esistevano due nature separate, una umana e l’altra divina e Maria non poteva essere definita “Madre di Dio” perchè solo madre della parte umana del Cristo. Il concilio di Efeso nel 431 condannò i nestoriani come eretici, fuggiti verso oriente, ebbero l’appoggio dei Persiani in funzione anti-bizantina e si diffusero in Persia, Asia Centrale, India e Cina. Cominciarono a perdere d’importanza con la diffusione dell’Islam.

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Tash Rabat. Dentro la grande sala centrale sotto la cupola.

Il Monastero e Caravanserraglio di Tash Rabat furono un luogo di culto e rifugio dei seguaci di Nestorio.

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Tash Rabat. La grande cupola. Alla base della cupola si vedono delle nicchie con i resti d’intonaco. L’interno doveva essere ben diverso qualche secolo fa.

Tash Rabat era il primo caravanserraglio, luogo di sosta delle carovane, sulle montagne del Thian Shan, dopo il passo Torugart e il terribile deserto Taklamakan, il deserto nel quale furono trovate le mummie del Tarim, che confermavano la presenza di popolazioni indoeuropee qualche millennio A.C. Nell’antichità vi erano città-oasi ormai scomparse, i viaggiatori temevano il passaggio in questo deserto, arido e infuocato, dove morivano a centinaia, la paura fece fiorire molte leggende sulle voci degli spiriti dei morti portate dal vento.

Noi oggi immaginiamo l’antica via delle seta, esistente tra il 3° sec. A.C. e la fine del XVI sec. D.C., come un’unica via, dalla Cina al Mediterraneo, in realtà era una rete di strade su cui fiorirono città importanti, insediamenti commerciali, bazar, caravanserragli dove si scambiavano spezie provenienti dall’India, preziosa seta dalla Cina, oro, argento dall’Iran, ceramiche da Afrosylab, animali e uccelli esotici.

Le carovane di uomini, cammelli e cavalli attraversavano deserti, il Taklamakan, l’Ak-Tala, Kara-Kum e Kuzyl-Kum, si fermavano nelle oasi, superavano i passi ghiacciati del Thien Shan o del Pamir, attraversavano fiumi come l’Oxus, o le sconfinate steppe e con le merci portavano idee e nuove religioni, l’Asia Centrale era una delle zone più tolleranti e aperte del mondo antico.

L’importanza dei commerci causò invasioni, battaglie, intere regioni ridotte in cenere, città, come Samarcanda rasa al suolo, rifiorirono tanto era strategica la loro posizione. Il Kirghizistan era la porta occidentale della Cina.

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I resti delle antiche mura di Koshoy-Korgon. Foto di Wikipedia.

A  circa 3 ore di strada, 170 km prima di Tash Rabat a  Koshoy Korgon  nel distretto di At-Bashi c’è un piccolo museo e i resti delle fortificazioni di una città lungo la via della Seta, qui si fermavano le grandi carovane che arrivavano dalla Cina e andavano verso l’Uzbekistan e il Mediterraneo o verso il Kazakistan o la Mongolia e poi verso il Nord.

I fedeli e mercanti nestoriani preferivano fermare le loro carovane a Tash Rabat. E’ affascinante questo edificio fortificato, in pietra con una cupola rotonda che sovrasta la stanza centrale, altri vani laterali accoglievano i viandanti, le derrate alimentari, due lunghe sale s’ipotizza fossero i luoghi di preghiera e c’è anche una prigione: un buco in terra, piccolissimo, dove poteva stare una sola persona, era chiuso da un’enorme pietra con un foro in mezzo, attraverso il quale veniva passato il cibo per il prigioniero.

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Tash Rabat. La pietra che copriva la cella della prigione.

Mi si sono rizzati i capelli in testa al commento di una della comitiva: “… serviva a tenerli tranquilli!”.

Sono passati più di mille anni… e l’affermazione di quella somara conferma la convinzione di un mio conoscente “…viviamo tempi in cui abbiamo di fronte un nuovo Medioevo.” La prigione come sistema di controllo degli “irrequieti”: manifestanti, dissidenti, emigranti, comunisti, neri delle periferie delle metropoli, zingari, femministe, ecc., ecc., ecc.

Dopo la visita, abbiamo iniziato a seguire il sentiero che sale a sinistra dietro il monastero nestoriano e va su dritto verso la montagna. Un paesaggio mozza fiato ci ha circondato lungo il percorso. Da 3200 metri siamo arrivati a 3700 metri. Il primo pezzo sale su deciso poi prosegue lungo le creste.

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Tash Rabat. Salendo verso le creste. Altitudine 3700 metri circa.

E’ facile, le pendenze sono lievi. Ero con gruppo di 9 francesi, il più giovane aveva 50 anni, era gente che si preparava per fare un 4100 metri in Cina. Poi siamo scesi di qualche centinaio di metri per raggiungere un pianoro che un tempo doveva essere un ghiacciaio, fino ad un torrente, l’abbiamo attraversato a cavallo per raggiungere una specie di alpeggio in un’altra gorgia. Qui abbiamo fatto un pic-nic con le vivande portate da un uomo a cavallo.

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Tash Rabat. Il cavaliere porta vivande.

Faceva un freddo cane ed eravamo bagnati marci!

Siamo partiti con un  bel sole. La gita era di circa cinque ore, dopo circa tre mentre eravamo sulle creste, ha cominciare a salire un vento di quelli forti e pungenti, si vedevano i nuvoloni neri in arrivo, la guida ha deciso di farci scendere velocemente di qualche centinaia di metri poi ha cominciato a piovere. Una pioggia sottile neanche troppo fastidiosa, ma sopra i 3000 metri quando piove fa freddo.

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Mentre scendevamo dalle creste molti gipeti, grandi avvoltoi e aquile volavano bassi sulle nostre teste in cerca di prede, le marmotte di guardia con fischi acuti lanciavano l’allarme al nostro passaggio e mentre fotografavamo gialle orchidee alpine.

Finito il pic-nic abbiamo attraversato un bellissimo pianoro, in una gorgia spettacolare. E qui ha cominciato a grandinare di brutto, raffiche violente di sassi ghiacciati che in faccia fanno un male cane, ogni tanto non si poteva più proseguire tanto era violenta la grandinata. I branchi di cavalli che ogni tanto incontravamo si tenevano vicini verso i fianchi della montagna e in cerchio per proteggere i puledri, per un’ora abbiamo proseguito a testa bassa fino alla fine della lunghissima gorgia dove ci attendeva il pulmino per riportarci a Tash Rabat.

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Siamo arrivati al mini bus,  dire: ” eravamo fradici…” è essere ottimisti!

Ho bagnato persino i cambi di vestiario che avevo nello zaino, ero infangata fino alle ginocchia, però il posto era splendido e ci tornerei domani… con un bel sole!

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Fiore di montagna. Sulle creste sopra Tash Rabat.

Afrosyob, la Samarcanda Sogdiana, la mitica Marakanda di Alessandro Magno; il complesso dei Mausolei Shihai-Zinda e il cimitero costruito sui resti dell’antica città.

L’altura di Afrosyob, la città sogdiana, costruita tra il 7° e il 5° secolo BC. a qualche centinaio di metri dalla Samarcanda ricostruita da Tamerlano tra il 1370 e l’inizio del ‘400, dopo che Gengis Khan nel 1220 l’aveva rasa al suolo, è uno dei luoghi che più mi hanno affascinato e fatto sorridere.

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La moschea Hazrat-Hizr del 7°sec., ma ricostruita sugli antichi ruderi nell’800.

Aveva un’estensione di tredici kmq, era una delle città più importanti sull’Antica Via della Seta e famosi erano i mercanti sogdiani.  Dalla madrasa di Bibi Khanoum, si vede in lontananza a sinistra la bella moschea di Hazrat-Hizr, alle sue spalle i resti della città sogdiana; di fronte la moschea, una strada che taglia di netto una collinetta, una parte dell’antica Afrosyob e sul lato destro della collinetta il cimitero.

Hanno tagliato in due parti l’antica città per far passare una strada… e su una parte dell’antica Samarcanda, abbandonata e ricostruita nella piana da Tamerlano che volle farne la capitale e perla del suo impero, sono secoli, che seppelliscono i morti. Mi è sembrato terribilmente ironico e una bella metafora della condizione umana. Per millenni città dei vivi ora è la città dei morti.

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Paesaggio. Qui inizia l’antica Afrosyob.

Se si va a destra, seguendo il muro del cimitero si arriva al bellissimo complesso di Shahi-Zinda, il cui significato è La tomba del re vivente, costruito nel XI-XII sec. attorno a quella che si crede la tomba del cugino di Maometto, Qusam ibn- Abbas, si dice abbia portato l’Islam in queste terre. Ci sono le tombe dei familiari di Timur e di Ulug-bek, di favoriti e notabili. E’ un luogo di pellegrinaggio per gli uzbeki, è necessario essere vestiti adeguatamente a un luogo religioso.

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Mausoleo a Shihai-Zinda.

Prendendo la strada che passa ai piedi della moschea Hazrat-Hizr, si arriva dopo qualche centinaio di metri al Museo di Afrosyob, all’interno gli oggetti rinvenuti nelle campagne di scavo. E’ interessante, in particolare un affresco trovato in un palazzo, con un colorato corteo di ambasciatori, una sposa su un cammello, anitre e altri animali. Uscendo sulla destra c’è uno dei passaggi per salire tra le colline in quello che resta della città sogdiana, tra i ruderi di terra grigia, muri con finestre appena accennate, colline, buchi dei tombaroli, greggi di pecore al pascolo, giovani pastori silenziosi che ti osservano, non si capisce se con curiosità o ostilità, mura di fortificazioni.

Si racconta che Alessandro Magno giunto nella città sogdiana nel 4°sec. B.C., disse che aveva sentito  molte cose sulla leggendaria Marakanda, e che in realtà era ancora più bella di come l’aveva immaginata. Qui durante un banchetto, ubriaco, uccise Clito uno dei suoi migliori generali. Clito difese dei generali macedoni sconfitti in una battaglia e gli gettò in viso una serie di verità scomode. Nei banchetti non si potevano portare armi ed era indegno anche per un Re uccidere qualcuno a un banchetto soprattutto chi come Clito gli aveva salvato la vita e con lui aveva legami di parentela. Alessandro era così addolorato per ciò che aveva fatto che tentò di suicidarsi.

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Ruderi dell’antica Marakanda.

Quando ho visitato Shihia-Zinda era una bella giornata di sole, mentre camminavo tra i mausolei ricoperti di maioliche turchesi e blu con stupendi disegni astratti di fiori, sento un profumo, mi ricorda che è ora di pranzo e ho una gran fame. Seguo il profumo, proviene da un edificio, penso forse c’è un caffè e posso pranzare, invece è una mensa dei dipendenti, non possono darmi nulla. Esco affamata, non voglio uscire dal complesso, altrimenti devo ripagare l’ingresso ed è costoso come un museo europeo… ho visitato solo una piccola parte, il sole picchia in testa feroce.

Dopo un po’ si avvicina un uomo, mi dice che ha sentito che volevo pranzare, se voglio mi accompagna dove fanno bene da mangiare. Dico Ok, ma deve essere economico. Non voglio farmi pelare solo perché sono straniera e soprattutto voglio rientrare a vedere i mausolei. Mi accompagna a circa 200 metri, di fronte, vicino alla stazione degli autobus, in un posto veramente orrendo. All’aperto ci sono dei brutti tavoli sgangherati, sotto il pavimento passa un canale, c’è un’apertura, si sente l’impetuoso rumore dell’acqua, penso, se non crolla il pavimento dissestato è perfetto, rinfresca l’aria! L’uomo che mi accompagna parla con il cuoco, mi dice che non devo dargli più di un tot. (circa 3 euro!). Lui ovviamente si prende una percentuale !

C’è in terra murato un grande pentolone e dentro cuoce il Plof, il migliore plof dell’Asia Centrale! Riso,carote, peperoni, uvetta, carne, un uova e non so’ che altro…. Squisito.

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Il miglior Plof dell’Asia Centrale.

Dopo pranzo finisco di vedere i mausolei di Shihia-Zinda, arrivo in cima al complesso, scavalco il muro, perché il cancello verso il cimitero moderno è chiuso. Mi affascina questo cimitero costruito su una città millenaria, giro un po’ tra le migliaia di tombe sotto il sole cocente, dopo un po’ vedo un uomo davanti a una tomba, ha un coltellaccio enorme in mano, lo guardo preoccupata… che intenzioni ha? Dopo qualche minuto da un sacco tira fuori… un gallo! E al gallo che si dibatte taglia la gola. Vedo uscire il sangue. Lentamente mi allontano senza perderlo di vista, mi chiedo se è matto e se rischio di fare la stessa fine del gallo!

Chissà cosa aveva da farsi perdonare dal morto che probabilmente gli tormentava il sonno?

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Sacrificio a Samarcanda.

Tempo dopo mi sono informata, non è nella religione mussulmana, ma esiste nelle tradizioni locali uzbeke e kirghise il costume di praticare riti e sacrifici di animali, per propiziarsi la buona sorte o il perdono, retaggio di religioni animistiche precedenti alla diffusione dell’islam.

Proseguendo il mio giro ho disturbato un cucciolo addormentato tra le tombe o visto un serpente e dei cespugli di capperi rigogliosi. Sulle pietre delle tombe erano impresse le foto dei defunti, mi sono stupita, gli uzbechi sono sunniti come i turchi e i kirghisi, pensavo non potessero rappresentare la figura umana.

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Cucciolo tra le tombe del cimitero moderno di Samarcanda,

 

 

 

 

Buchara.

Buchara per secoli tra le più importanti città della Transoxiana, distrutta da Gengis Khan, ritornò a essere una famosa, ricca città commerciale sulla Via della Seta e un importante centro religioso.

Tra il 1261 e il 1264 qui vissero Matteo e Marco Polo prima di andare verso la Cina! Buchara nei secoli attirò tra le sue mura importanti studiosi e poeti, tra i quali Abd Allah ibn Sina conosciuto in Occidente come Avicenna grande medico e astronomo. 

Buchara è bella. Piccolina. Il centro storico con le su madrase, le moschee, le cupole dei mercanti è Patrimonio dell’Umanità. Due o tre giorni sono sufficienti per visitarla. E’ un posto molto turistico, ma vale veramente la pena di vederla.

L’unica cosa irritante è che chi vive e lavora nel centro storico sono commercianti che campano sul turismo e sfacciatamente per loro sei un bancomat emettitore di banconote e basta!

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Mausoleo dei Samanidi.

Il Mausoleo dei Samanidi del 9° secolo, è uno dei luoghi più belli di Buchara, la stupenda armonia della sua architettura, insieme Soghdiana preislamica e innovativa, è un capolavoro dell’architettura mondiale. E’ una rappresentazione simbolica dell’universo. Ha la forma di un cubo simbolo della terra e della stabilità, la cupola semisferica che lo sormonta rappresenta il cielo. La bellezza delle sue facciate, costruite con mattoni seccati in forno che formano motivi diagonali, orizzontali, verticali, rettangoli, quadrati, rosette, e dischi, è evidenziata dalle colonne ai quattro angoli dell’edificio con piccole cupole che circondano la grande cupola centrale.E’ un luogo di pellegrinaggio musulmano, la gente entra a pregare sulla tomba, le sepolture sono nascoste nelle cripte sotterranee. Sarà l’armonia delle forme, sarà che la gente va lì a pregare e ci va con le migliori intenzioni, in questo luogo si respira, si sente qualcosa che ti trattiene lì dentro, e ti affascina.

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Madrasa Chor-Minor

L’altro luogo che mi è piaciuto particolarmente è la Madrasa Chor-Minor: “Quattro minareti”. Il corpo centrale della madrasa è circondato da quattro minareti con cupole blu una diversa dall’altra. E’ stato costruito nel 1807 grazie a un ricco mercante, però è evidente dalle pietre con antiche iscrizioni  (rune) che reggono le porte o sono inserite nei muri con altre colonne di un’epoca più antica, che è stato costruito su un antico tempio zoroastriano.

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Rune. Madrasa Chor-Minor
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Vecchie donne uzbeke sotto casa al fresco di fronte al Chor-Minor.

Ho cercato per due giorni il Chor-Minor, non riuscivo a trovarlo, è un po’ spostato rispetto a tutti gli altri edifici più importanti. Avevo una cartina illeggibile. Chiedo informazioni ad un uomo in bicicletta, mi accompagna, mi racconta che ha cinque figli e tutti studiano le lingue inglese, russo, francese, tedesco. Lui è fiero dei suoi figli. Prima di andarsene, dal sacchetto di plastica appeso alla bicicletta, prende un grande pane tondo, mi regala un pezzo del suo pane. E’ il pane più buono che ho mangiato in Uzbekistan!

A Buchara ci sono mille cose belle da vedere, conviene perdersi, girando a piede, con una carta e una guida, fermarsi ed entrare nelle madrase, dove spesso vendono, nel cortile interno o nelle celle degli antichi studenti coranici, prodotti di artigianato locale, o nelle mosche, dove si può; o sotto le antiche cupole dei mercanti dove potrete intavolare lunghe trattative per acquistare un tappeto, una tovaglia o un cappello in karakul. Mi mangio ancora le mani per non averne acquistato uno stupendo!

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Tra quei cappelli c’è il “mio cappello in karakul !”

Di fronte alla Madrasa della foto qui sopra c’è la Madrasa di Ulug-Bek, della fine del 1500, qui c’è un’iscrizione “La ricerca della conoscenza è il dovere di ogni seguace dell’Islam, uomo e donna”, conoscevo Ulug-Bek come grande astronomo, innovatore e saggio, conosciuto e apprezzato nella sua epoca e nei secoli successivi anche in Europa, dopo aver saputo di questa iscrizione, la mia ammirazione nei suoi confronti è ancora cresciuta! Consiglio a tutti la visita di quel che rimane del suo osservatorio astronomico a Samarcanda.

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Madrassa di Ulug-Bek a Buchara.

L’Ark è la fortezza-cittadella e il più antico edificio di Buchara, ricostruito più volte, ha mura imponenti. All’interno ci sono due musei e un’antica moschea e molti altri edifici, fino all’inizio del 20° secolo ospitava ancora 3000 persone.

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Leone nel cortile del trono della cittadella d’Ark.

Di fronte alla fortezza c’è la Moschea del Venerdì con il suo piccolo minareto e una delle poche vasche rimaste delle oltre 100 presenti fino all’inizio del ‘900 nell’oasi di Buchara, furono interrate perché erano diventate putridi e malsani acquitrini.

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La seconda cinta muraria della città.

A una certa distanza dall’Ark c’è la seconda cinta muraria che proteggeva la città, dell’8°sec. Le condizioni non sono buone come quelle degli altri edifici, ma di fronte c’è un piccolo mercato, dove si può comprare la frutta fresca!

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Il grande complesso del minareto Kalon, con la sua moschea, la madrasa ancora attiva e i grandi cortili interni con cupole e colonne è bello, imponente, dall’esterno sembra una fortezza inattaccabile o un nostro antico monastero.

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Il complesso del minareto Kalon visto dall’esterno.

Credo di essere una donna rispettosa delle religioni altrui, perché comprendo i meccanismi che portano le persone a credere, anche se sono atea, ma qui ho dato dello stronzo ad un fondamentalista islamico. Ero stata invitata a entrare nella moschea da un gruppo di donne islamiche, altrimenti non mi sarei permessa di entrare, dopo un po’ le donne se ne vanno, io resto. Arriva questo deficiente maleducato e con pessimi modi mi dice nella sua lingua che me ne devo andare, comincia ad agitarsi e sbraitare. Io sono esterrefatta e non mi muovo, anzi lo ignoro proprio. Telefona al guardiano che mi dice devo andarmene. Mi alzo, esco vado dal guardiano e gli spiego da incazzata la situazione. Quando capisce, ride e si scusa. 

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Cortile con il minareto Kalon.

Oltre agli splendidi edifici storici, nelle viuzze, le case sono costruite in fango secco, ma si vedono anche molte case nuove e si capisce la ricchezza prodotta dal turismo.

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Casa in fango.

Dopo il primo giorno con un sole splendido, un cielo blu, una luce eccezionale che si rifletteva si muri bianchi rendendo la città magica, poi essendo novembre, per tre giorni sempre cielo grigio.

Buchara è una città dove fare i turisti, apprezzare la storia, la bellezza e la grandezza della specie umana, ma non una città da viverci, come invece è possibile nella bella e moderna città di Taskent.

 

TALLIN (2). In attesa del visto per la Russia.

Dopo essere stata sull’isola di Saremaa ritorno a Tallin.

Voglio fare il visto per la Russia. Vado all’Ambasciata Russa, mi dirottano verso la loro agenzia viaggi ufficiale Travel Agency Vaatevinkel. Qui trovo una signora russa gentilissima, parla inglese e mi spiega cosa devo fare.

Per il visto turistico, durata 30 giorni:

  • consegno due copie del modulo scaricato dal sito  internet dell’Ambasciata,
  • allego una foto tessera,
  • la prenotazione dell’ostello a San Pietroburgo,
  • il passaporto con scadenza di oltre 6 mesi dopo la fine del viaggio. 
  • L’assicurazione per il viaggio la fa l’agenzia, 9 euro e qualche cent.   
  • 65 euro il costo del visto.              

Vuole sapere l’indirizzo del mio alloggio a Tallin…non glielo dò perchè ho cambiato ostello al mattino e non mi ricordo l’indirizzo. La città in agosto è piena di turisti, ho prenotato solo i primi tre giorni, in 10 giorni cambierò 3 volte di ostello!

Vuole conoscere il mio itinerario in Russia: San Pietroburgo, Mosca, Transiberiana con un paio di fermate, Vladivostok e poi Cina. Viaggio da sola, mi dice che non è proprio tanto sicuro, di fare attenzione. Mi da qualche consiglio. Con nostalgia mi dice che sono vent’anni che non torna in Russia. Ritorno dopo 10 giorni per ritirare il visto.

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Le spettacolari torri rotonde delle mura medioevali

Quando sono arrivata la prima volta a Tallin 20 giorni prima sono “fallen in love” (innamorata, quanto mi piacciono il suono e il significato di queste parole in inglese!) della città. Una città mediovale, in buona parte ricostruita, ma splendida. Le città  di Danzica, Riga, Tallin durante la 2a Guerra Mondiale furono quasi rase al suolo dai bombardamenti dell’aviazione tedesca e sovietica. Il mio è stato un vero “colpo di fulmine”, infatti quando sono tornata, guardo la città, storco il naso e penso: sembra finta! Ferma nel tempo, come possono essere altre città come Venezia o Bruges. Bellissime. Però molto simili a vecchie signore sfatte… e rifatte, con un vistoso maquillage,  un pò finte, fuori dal tempo.

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L’altissima chiesa gotica Olav’ Church al tramonto.

Decido di approfondire la conoscenza della città. Consiglio di camminare senza una meta precisa,  lungo le antiche mura, nelle vie più lontane dalla Raekoja Plats, la piazza principale; su uno dei suoi lati c’è la più antica farmacia europea ancora attiva, fu aperta nel 1422. Ci sono luoghi come le case colorate e la piazza che partono dalla chiesa gotica di St. Olav  che incantano.

Giro per le vie, entro nelle chiese, mi perdo nelle viuzze salendo verso la collina, attraverso l’antica porta che chiudeva la notte l’ingresso al quartiere dei nobili. Avevano timore della ribellione dei mercanti, dei marinai e contadini. Case eleganti, antiche, medioevali, rinascimentali, antiche chiese e l’imponente ottocentesca Alexander Nevskij  la più grande cattedrale ortodossa dei paesi baltici, proprio di fronte al Parlamento estone colorato di rosa. Tra le case una piazzetta con vista panoramica sulla città. Sono tornata più volte la sera, verso il tramonto a vedere la città riempirsi di luci.

Nel museo della Chiesa di S. Nicola (Niguliste Kirik), costruita alla fine del 1400, c’è La Danza Macabra di Bernt Notke, vale una visita solo per vedere questo grande dipinto su legno della fine del ‘400, un tempo lungo 30 metri!

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Vecchio veliero ottocentesco.

Visito tra gli altri il Museo della Marina. Molto interessante, collocato nella torre rotonda “La grassa Margherita” parte della cinta muraria medioevale e della Grande Porta Costiera, su 3 piani, è la storia navale della città di Tallin e dell’ Estonia. A piano terra c’è una mostra dedicata ai Vichinghi.

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Attrezzatura da palombaro

Dopo aver visitato il Museo Navale esco dalla Grande Porta Costiera, ad un passo dall’ingresso e vado verso il mare. Fuori dalle mura c’è un quartiere deindustrializzato, vecchie fabbriche dismesse, alcune dell’800 restaurate e portate a nuova vita. Archeologia industriale. Su tutto svetta un’altisssima ciminiera in mattoni rossi.

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Il vecchio quartiere industriale fuori dalle mura medioevali.

Nel vecchio quartiere operaio in un edificio cadente  c’è quello che pare un Centro Sociale, ma non è, è un centro culturale finanziato dal comune dove fanno concerti ed esposizioni d’arte, si beve birra, si ascolta musica e si socializza!

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Superato il quartiere, sulla destra proprio sul mare, di fronte ad un piccolo desolato imbarco per la Finlandia c’è un’ edificio immenso, del secondo novecento, completamente abbandonato, decorato da Street Art e immondizia. Cemento, Linee dritte, prospettive lineari.

Grandi scale portano in alto, il mare è lì ai suoi piedi, le navi da crociera e della guardia costiera si perdono nell’orizzonte e nel sole.

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Ingresso con colonne – simile all’ingresso di un’antico tempio

Torno più volte. Gli edifici dell’900 abbandonati sono simili ad antiche cattedrali. Mi danno una sensazione d’inquietudine profonda. Rappresentano bene la vita. I segni del tempo. Sono grandiosi,  un tempo orgogliosa espressione della grandezza umana ora nell’abbondono, nella decadenza esprimono chiaramente il senso del limite,  della vita e della morte e proprio per questo sono stupendi e mi emozionano.

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Monaco in contemplazione sulla grande scala.

 

RIGA (2). Tra Medioevo, Art Nouveau, passaporti rubati e neonazisti….

Rosone riflesso nell’acqua della più antica fonte battesimale della Lituania.

Circa un’anno fa sono stata a Riga.

Ogni tanto in viaggio mi capita di arrivare in una città  dove inizialmente intendo fermarmi per due giorni e poi restarci per 10 giorni o mesi…intanto continuare a chiedermi: “Che cavolo ci faccio qui!”.

Riga è una di queste città. Ora però devo renderle giustizia perché è  una bella città.

Ha belle case e piazze medioevali, come la Gilda delle Teste Nere associazione di mercanti del 1300, o le case dei Tre Fratelli in una stretta viuzza,   un quartiere Liberty (o Art Nouveau o Jugendstil) intorno alle vie Alberta Iela e Elisabeth Iela, considerato patrimonio dell’umanità, edifici moderni  tra i quali una biblioteca spettacolare, la spiaggia di Jurmala, il mare vicino. Ho scoperto alcuni locali fuori dai giri per turisti dove si mangia divinamente e con prezzi bassi. Ha sculture in plein air, antiche chiese altissime come le St. George e St. Peteris Baznica del 1200 e musei da vedere.

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La nuova Biblioteca vista dal centro storico.

Mentre ero qui sono successe alcune cose curiose che mi costringono a romanzare il mio soggiorno…

Arrivo in città da Gdanks (Danzica,Polonia) in autobus. Vado all’ostello prenotato via Internet e arrivo “Nel cortile d’Amelie” (indicazione di fantasia). L’avevo scelto affascinata dal nome. Sapeva di antico, di nostalgia, di buono… Si trova in un vecchio edificio ristrutturato in fondo ad un cortile. Sul tetto una terrazza per gli ospiti. Mi riceve un’italiano del sud. Mi aspettava. Esteriormente è un uomo del sud ma non è molto socievole. Niente feste, sta sulle sue.

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St. Peter Banzica, spettacolare architettura.

Una ragazza lituana mi accompagna al 1° piano dove c’è un bellissimo sottotetto, grandi tronchi sostengo il tetto, parquet in terra, letti a castello in legno su un lato, di fronte le finestre con qualche tavolino e delle vecchie poltrone, una porta in fondo si apre su una camera matrimoniale, l’atmosfera è calda e accogliente.  Mi assegnano un letto, scelgo la branda superiore. Si stupiscono sempre della mia scelta…si aspettano che scelga il letto inferiore…forse perchè non sono più giovanissima! Boh! In realtà in questo modo mi metto in sicurezza…non garantisce, ma è più difficile essere aggrediti se sei in alto e puoi controllare la situazione.

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Palazzo Jugendstil tra Albert Iela e Elisabeth Iela

Lascio zaino e trolley e faccio il mio primo giro in centro città, l’ostello si trova vicino al quartiere Liberty  e a 10/15 minuti a piedi dal centro storico medioevale. Riga non è una città vistosa come può essere Tallin. E’ una città elegante di cui scopri la bellezza un pò per volta. E’ immersa nel verde. Un verde scuro, deciso, lucido, di paese dove piove spesso, ci sono parchi e giardini pieni di gente, di bambini.

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Parco cittadino con ponte e lucchetti dell’amore eterno. L’internazionalizzazione delle scemenze. C’è n’è uno in ogni città europea.

Quando torno in ostello scopro piacevolmente che è pieno di giovani, ragazzi e ragazze in arrivo da tutta Europa. Simpatici, socievoli con i quali tenterò di migliorare il mio inglese. Restiamo fino a tardi a chiacchierare. Tra gli altri, una ragazza austriaca del Nord Tirolo e un ragazzo Viennese. Entrambi molto belli. Lui, 23 anni, alto, elegante, scuro di carnagione, sembra un mediorientale, infatti il padre è d’origini iraniane fuggito in Europa al tempo della rivoluzione Komeinista e poi sposato con una ragazza austriaca. Gente benestante.  Immagino i problemi che avrà avuto questo ragazzo nella Vienna razzista. E’ raffinato, molto vissuto, viziato. E simpatico.  Ha fatto un’Erasmus qui.

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Squisito dolce tradizionale Lettone con  pane di segale, panna montata, cannella e…

Conosce molto bene la città. Con la viennese con cui amoreggia (sono arrivata all’improvviso… si baciavano alla grande!) e un giovane turco ci porterà una notte a scoprire un famoso birrificio in un cortile di una vecchia fabbrica deindustrializzata.  (Accidenti, ho dimenticato il nome!).

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Fregio Art Nouveau

Qui fanno delle ottime birre aromatizzate, solo in Belgio e in certi villaggi tedeschi ho bevuto delle birre così buone. 8/9 boccali di birra, ognuno diverso dagli altri, fatti girare per la degustazione. Io avendo raggiunto l’età della ragione da un pezzo, conosco i miei limiti alcoolici  e non ho più bisogno di dimostrare nulla a nessuno onde per cui quando mi avvicino al mio limite chiudo, mentre i ragazzi devo dimostrare di essere dei duri, ecc. e bevono come delle spugne.

Al ritorno avendo scarpe con i tacchi alti in una strada dissestata di periferia, il giovane viennese mi offre il suo braccio, mi s’incolla addosso per “aiutarmi”. In realtà se non si attaccava al mio braccio dubito assai sarebbe riuscito a raggiungere l’ostello in posizione verticale, devo dire che aveva stile e reggeva bene la birra. Queste cose mi fanno crepare dal ridere!

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Simboli massonici su Palazzo Liberty

Nei giorni successivi visitiamo il Museo di Fotografia, anche perchè il giovane turco vuole fare una mostra delle sue opere nel museo. Ha un appuntamento con la direttrice.

Un paio di giorni dopo, prima di partire per la Finlandia mi accompagnano al Central Market-Central Tirgus.  In enormi Hangar rifugio e garage dei Dirigibili Zeppelin, ora c’è il più grande mercato coperto d’Europa, fornitissimo di specialità locali, erbe e frutti a cui diamo la caccia.  Giro tra i banchi affascinata.

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Interno Museo Nazionale Belle Arti
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Interni Museo Naz. d’Arte

E qui succede una cosa che attira la mia attenzione. Già nei giorni precedenti alcune allusioni tra di loro, dei sottointesi, frasi non finite… avevano fatto sorgere nella mia mente un punto interrogativo. I tre ragazzi sono diretti in Finlandia,  si danno appuntamento lì, ma prima visitano città diverse, giungono in Finlandia da percorsi differenti.

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Porta di Palazzo Art Nouveau

Quando arriva il momento dei saluti, si abbracciano, io guardo i banchi del bazar, ma li osservo con la coda dell’occhio distrattamente. L’austriaca si butta tra le braccia del turco in un caloroso abbraccio… la ragazza non pensa di essere osservata, un secondo prima, il braccio con cui gli cingerà il collo,  si alza deciso nel saluto nazista!!

Intanto nell’ostello vanno e vengono gruppi di europei di varie nazionalità, russi e finlandesi arrivano per acquistare alcolici molto più convenienti che nei loro paesi. Arriva un gruppo di 10 olandesi o belgi diretti in Russia. Una cosa che spicca in questo gruppo di maschi in viaggio e in altri che arriveranno dopo è il testosterone, sono aggressivi, arroganti, sembrano pentole sotto pressione e… vanno in Finlandia. Penso tra me e me “…dovrebbero frequentare più spesso intimamente e in modo intelligente le loro coetanee!”.

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Sculture Liberty

Una mattina mi sveglio, sento uno strano movimento nel grande sottotetto, brusii di voci e bisbigli, capisco che è successo qualcosa, scendo mezza addormentata a piano terra:  c’è il proprietario pallido, la faccia tirata, nervoso; gli olandesi seduti su un divano stanno discutendo concitati. Un poliziotto in borghese compila un modulo. C’è un nuovo ospite seduto su una poltrona, osserva sornione con uno strano sorriso. Chiedo all’italiano ma cos’è successo? Lui, pallido: “Questa notte hanno rubato 8 passaporti agli olandesi!”.

Nella parete di fronte ci sono gli armadietti di “sicurezza” dove lasciare computer, soldi, documenti. Strabuzzo gli occhi: “Cavoli, mi è andata bene ieri sera volevo lasciare il computer lì, per fortuna l’ho portato sopra.” “No”, mi dice, “hanno aperto solo l’armadietto dei passaporti!”. Huao, penso, se li sono curati.

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Sculture all’aperto

La notte la reception non funziona, per entrare c’è un codice da digitare su un tastierino esterno. C’è un ragazzo, in città per un periodo di prova per un lavoro, che gira per l’ostello con la testa bassa come un cane bastonato, scopro dopo, ha anche compiti di controllo, ma quella notte dormiva. L’italiano mi dice seccato “Dei lavoratori lituani non ti puoi fidare”. Capisco che lavora per lui.

Nel pomeriggio  il viennese se ne va. Rimane la ragazza del Nord Tirolo.

Il nuovo arrivato è argentino, dice… La sera va a fare baldoria con gli olandesi e un altro gruppo appena arrivato, aggressivi, sempre troppo testosterone. Mi invitano. No, grazie. L’austriaca accetta l’invito. Deve essere un posto particolarmente elegante, la ragazza si veste da sera…Nel cuore della notte la sento rientrare, da sola, il suo letto è di fronte al mio, ha un aspetto molto strapazzato…i vestiti in disordine…probabilmente è sbronza… non ha il viso allegro…mah?!

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Venus of Willendorf 21th century

Incrocio l’italiano, faccio due chiacchiere, nel mentre gli domando che tipo di polizia si occupa di crimini come il furto dei passaporti. L’Interpol, risponde.

Intanto qualcuno mi informa che il giorno dopo, sabato, si può visitare gratis uno dei palazzi più alti della città, è un hotel. Al 23° piano c’è un bar con grandi vetrate e una vista panoramica sulla città favolosa. Decido di andarci.

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Il bar panoramico al  23° piano.

La mattina dopo l’argentino si aggrega. Mi racconta un pò di sè. Ha viaggiato molto in tutto il mondo. In Argentina è proprietario di un ostello, gestito da una donna, lui è sempre in giro. Mi racconta di sua madre, al tempo della dittatura fascista era stata perseguitata  per le sue scelte politiche e costretta ad andare all’estero per salvarsi la vita. Gli dico che io e sua madre siamo sorelle.  Intanto s’informa sul percorso del mio viaggio, capisco da alcune sfumature della chiacchierata che conosce perfettamente le ragioni della mia partenza dall’Italia. Sta indagando. Cerca di capire se sono coinvolta.

Mi chiede informazioni sul proprietario dell’ostello di cui sò niente, a parte la regione di origine. Mi fà la battutta “Mafioso?”, io casco dalle nuvole, mi stringo nelle spalle: “…ma, non sò, non è siciliano…”. Abbiamo proprio una pessima fama…quello probabilmente è stato costretto ad emigrare a causa della mancanza di lavoro nel Sud Italia, succede un fattaccio e la prima cosa che si chiedono è se mafioso. Tra l’altro sarebbe un bel deficiente. Rubare dei passaporti nel suo ostello! E sono sicura non è stato lui, perchè ho visto la sua faccia la mattina dopo il furto.

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Antico locale in  Krisnaja Valdemara iela dove cucinano buoni  piatti lettoni per i cittadini di Riga.

Quando torno in ostello, vado in terrazzo. Piove spesso da queste parti, non perdo l’occasione per abbronzarmi le poche volte che il sole spunta tra le nuvole! Mi raggiunge l’italiano ora più socievole. Gli faccio presente che l’argentino mi ha chiesto se lui è un mafioso. Fa un lieve sorriso e commenta: “Sì, se sei italiano, è la prima cosa che pensano! Gli domando se l’argentino è dell’Interpol. Conferma.

Un paio di giorni dopo scoprirò che la domanda era pertinente! Il ragazzino, bello addormentato, mi dice che lavora per lui, nel suo CASINO’!!! Huaooo. Non credo che tutti gli emigrati italiani vadano all’estero ad aprire un casinò!

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Uno dei tanti dolci tipici buonissimi preparati nel locale di Krisnaja Valdemara iela.

Da subito, alla notizia del furto comincio a fare ipotesi su chi può aver rubato i passaporti. Mi guardo intorno, osservo la gente che gira nell’ostello, ripenso agli ospiti già partiti.

  • Escludo il proprietario dell’ostello, semplice emigrante, business man o mafioso,   perchè non è un deficiente e la mattina era paonazzo, per lui era un problema vero!
  • La porta non è stata scassinata, il ladro o i ladri conoscevano il codice per aprire la porta che da sul cortile. Quindi erano o sono ospiti dell’ostello (in questo caso bel sangue freddo!) o ex ospiti  appena partiti o qualcuno che lavora lì. Gli olandesi proprietari dei passaporti erano in ostello da soli due giorni…qualcuno ha colto l’occasione per rubare 8 bei passaporti!
  • I dati dei passaporti erano riferiti a giovani tra i venti e i trentanni anni, tutti alti, biondi e con gli occhi chiari…mi chiedo a chi potevano servire dei passaporti con una descrizione fisica simile. Di certo non ha dei mafiosi del Sud Europa o dei Turchi o dei terroristi mediorientali…
  • Mi chiedo se può essere la mafia russa, come qualcuno mi aveva suggerito, ma poi… cavolo ….
  • E lì mi ritorna in mente la Filandia… almeno 3 gruppi diversi di giovani arroganti palestrati, aggressivi, con le teste rasate e diretti in Filandia…Il saluto nazista dell’austriaca al turco; il turco che da brandelli di  discorsi e dai commenti sul tentativo di golpe in Turchia di qualche giorno prima mi aveva fatto pensare essere un militare fuggito dopo il fallito golpe o un ex militare, di sicuro non simpatizzava per Erdogan. Tra l’altro anche lui era vissuto a Riga per un periodo. Subito avevo pensato a qualche militare della Nato inviato lì a presidiare i confini europei a seguito degli attriti e le sanzioni contro la Russia. Dopo quei brandelli di discorsi avevo ipotizzato che l’Erasmus del viennese poteva essere una bugia e che anche lui fosse un soldato Nato o roba simile…. E’ risaputo che i militari spesso hanno simpatie fasciste o di  destra. Avevo anche ipotizzato ci fosse la settimana successiva un raduno di neonazisti e fasciti da tutta Europa! Troppa gente “giusta” nell’aspetto, nell’atteggiamento, nel vestiario diretta lì negli stessi giorni. Non poteva essere casuale.                                                                                                               La Finlandia è nota per i vari gruppi neonazisti e fasciti violenti, razzisti e anche assassini. Forse… rubano dei passaporti per compiere crimini per autofinanziarsi…??
  • C’è un’ultima ipotesi, ma questa la tengo per me, perchè se fosse vera, dovrei tornare all’ipotesi della mafia russa, che ha commissionato il furto a uno o più deficienti, ingenui, affamati di soldi e nel caso troppo stupidi…e se così fosse a quest’ora lì avrebbero già beccati!
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Palazzo Art Nouveau con i gatti nel centro storico.

Rimango ancora qualche giorno a Riga, vagabondando tra le antiche case medioevali e i palazzi Liberty con bei gattoni neri con la coda alzata sui tetti in gesto di disprezzo in una vecchia sfida; visitando antiche chiese protestanti con i campanili decorati da galli segnavento guardiani contro il male; ascoltando musica e passeggiando lungo la Daugava.

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Case mediovali.

Un giorno mentre cammino nelle tortuose vie del centro storico e osservo divertita una casa medioevale con all’interno un ristorante dal nome FELICITA’ ( in lingua italiana ) e con una scritta in ferro battuto “vini della tenuta di ALBANO CARRISI” proprio di fronte alla scultura dei “Tre cantori di Brema”, sento il suono di un’ organo uscire dalla porta di una chiesa minore, entro, mi siedo tra i banchi vuoti… ed ascolto uno dei più bei concerti di musica vocale mai sentiti.

Il caso vuole che un grande tenore dei Paesi Baltici quel giorno facesse le prove del suo concerto proprio lì. Brutto, basso, grasso, calvo, in tuta da ginnastica… e una voce indescrivibile, divina, sublime. Era talmente bravo e la voce così bella da commuovermi…

Poi prendo il mio zaino, il trolly e parto per Tallin, Estonia.

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Berlino (2)

A luglio vagavo per Berlino. Giravo per la città e non riuscivo ad afferrarla, a comprenderla.

Quando ero stata lì la prima volta era tutto chiaro, evidente: erano saltati i Patti di Yalta che avevano sancito la nuova spartizione del mondo dopo la 2a Guerra Mondiale, e soprattutto avevano diviso la Germania in due per ridurne la forza. L’impero Russo era crollato su se stesso. Dalle sue macerie si stava formando una nuova geografia politica.  Il Muro di Berlino era caduto e la Germania si era riunificata. E a Berlino era un ribollire…di tutto. Era un cantiere, era musica, era il mondo che cambiava…era splendida!

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Ovviamente dopo tanti anni era cambiata. La zona centrale intorno a Friedrich Strasse tirata a nuovo con i suoi grandi palazzi, i grandi e costosi negozi, piena di vita di giorno, ma desolata la sera. Come in molte altre città nel centro ci sono uffici, negozi ma la gente vive altrove.  Poi i quartieri come Kreuzberg, un pò decadente ma pieno di vita, di musica che mi ricorda un pò Barriera di Milano o San Salvario a Torino.

Per capire ho fatto chilometri a piedi, dal Memoriale degli ebrei, a Postdamer Platz ,  dalla Porta di Brandeburgo lungo il viale Unter den Linden fino ad Alexander Platz camminando per le vie che la circondano, Rosa Luxemburg Platz, Il quartiere medioevale ricostruito intorno alla Chiesa di San Nicola,i quartieri oltre la Sprea, intorno al giardino zoologico, Keuzburg,  il Museo della storia tedesca del ‘900; sono andata in autobus all’Orto Botanico uno dei più grandi nel mondo…

Cercavo di vedere la Berlino Ovest, praticamente un’isola, all’interno di Berlino, all’interno della Germania Est con un corridoio aereo per i rifornimenti, divenuta un simbolo, caposaldo dell’Occidente dietro la Cortina di Ferro. Caposaldo della democrazia contro il “socialismo reale” che non esisteva. Tutta demagogia e propaganda, ma è servita per oltre 40 anni per mistificare la Storia!!

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La Germania è il paese più ricco in Europa, però a Berlino la situazione è ben diversa. Osservi, lo vedi e lo senti. Mi trasmetteva tristezza e un senso d’inquietudine… Nel resto della Germania i lavoratori hanno i migliori salari europei, qui no. Qui è Est Europa. I salari sono bassi. La vita costa meno, anche l’ostello,  il City Hostel al centro di Berlino, è un ottimo ostello ed è uno dei meno costosi dell’Europa Occidentale!

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Un giorno sono partita dal Check Point Charlie seguendo il percorso del Muro, tra le case nuove e vecchie, attraversando giardini e ponti. Dove non c’è più il Muro. Sono arrivata fino alla Stazione di quella che era Berlino Est, ho attraversato la strada e proseguito lungo il pezzo di muro continuo conservato per la memoria storica, sarà lungo un chilometro e mezzo.

Da un lato è una galleria a cielo aperto, è coperto da opere di artisti di tutto il mondo, dall’altro, verso il fiume Sprea,  a luglio c’era una mostra fotografica temporanea sulle vittime della guerra in Siria.  Gigantografie.  Con una breve, sintetica, descrizione del momento in cui sono stati bombardati e i successivi soccorsi insufficienti tipici di una zona da anni in guerra, le operazioni chirurgiche ripetute, i mesi d’ospedale, il denaro che alcune Ong  elargiscono, del quale non ho capito il criterio.

Uomini, donne, bambini, menomati dai bombardamenti. Le foto non hanno nulla di sgradevole, non c’è compiacimento, ma sono sconvolgenti.  Sono la documentazione senza nessuna forzatura delle persone colpite dalle bombe. Non sangue, niente fasciature. Persone in piedi o sedute mutilate nei loro vestiti sobri o colorati. Ma gli occhi sono terribili.

Una ragazza, sui quindici anni,  il viso devastato, una gamba amputata sopra il ginocchio ha negli occhi il senso d’impotenza e la rabbia. Unica sopravvissuta con la zia di una famiglia di 11 persone. Per un momento mi sono messa nei suoi panni:  a quale giovane verrà mai in mente di corteggiarla, di chiederla in sposa…?

Un bambino di forse 6 anni, senza gambe, invece ha gli occhi sorridenti, lo sguardo  fa pensare che lui ce la farà, accanto due fratelli poco più grandi con lo sguardo spento.

Una donna anziana, un pò cicciona, alla quale una bomba a strappato le carni da un braccio, ha un piede malamente riattaccato (avranno pensato, nella fretta, tanto è vecchia), sembra che un grosso animale a morsi le abbia dilaniato le carni. Lo sguardo di questa donna che deve aver molto vissuto, esprime forza, neanche questa volta la vita è riuscita ad abbatterla.

Una giovane donna, bella, senza una gamba e senza un occhio, a fianco il marito che dalla postura, dallo sguardo, si capisce sarà sempre al suo fianco, ma il volto di lei è sconvolgente, ha un viso bello, la testa altera, dallo sguardo si capisce che forse non si riprenderà mai più.

E così decine di foto e di storie, intervallate da grandi vedute della loro città bombardata. Com’era la via o la strada prima e dopo i bombardamenti. Sembra impossibile che case belle, importanti di vari piani possano essere ridotti a tronconi, brandelli, mucchi enormi di macerie e nient’altro.

Quando me ne sono andata ero piena di tristezza e rabbia. Tristezza per quelle persone mutilate che di certo non hanno scelto la guerra. Rabbia contro tutti i fautori delle guerre. Rabbia per la disinformazione diffusa in Italia. E’ vergognoso il conformismo, il servilismo di certa stampa.  Da noi, mostre simili non esistono. L’altro giorno girando su facebook sono finita nella pagina di un giornalista torinese: Sosteneva, riferendosi al bimbo siriano con la maglia rossa, morto nel naufragio del suo gommone mentre attraversava il mediterraneo, non bisognasse mostrare delle foto così inquietanti. Per fortuna qualche volta qualcosa sfugge alla censura.

Eh si, bisogna mantenere la gente all’oscuro, così è più facilmente manovrabile. Gli illuministi sostenevano giustamente che il sonno della ragione genera mostri. 

Penso a tutte quelle brave persone, con i pingui conti in banca,  la pancia e il cervello coperti dal grasso dell’abbondanza, soprattutto sopra i ’50, tenute all’oscuro della realtà, sottoposti ad una propaganda massiccia che li rende timorosi per il futuro delle loro pensioni o dei loro posti di lavoro, di fronte ad un’economia che  erode i loro conti, se fossero correttamente informati inserirebbero il cervello e probabilmente sarebbero solidali invece di essere con la bava alla bocca nei confronti di quelli che identificano come nemici.

E’ dalla prima guerra del Golfo, 1991, che è cambiato il modo di fare informazione nei reportage o nelle informazioni sulle guerre. Da quando l’Italia per la prima volta dalla 2a guerra mondiale è stata coinvolta ufficialmente in una guerra. Niente immagini schioccanti, niente morti, niente feriti da quando teorizzavano “le operazioni chirurgiche” degli aerei inviati a bombardavano gli ex iugoslavi, cioè operazioni mirate che in teoria non dovevano fare morti. Invece causarono centinaia di morti e feriti.

Il caso vuole che 2 o 3 anni dopo mi trovassi in Germania in un corso intensivo di tedesco per stranieri. C’erano russi o Est europei di origini tedesca che venivano incentivati ad andare in Germania a lavorare, la vecchia madre patria aveva bisogno di manodopera ( sono troppo intelligenti questi tedeschi!); rifugiati politici curdi, turchi e siriani; pakistani, ragazze polacche e dell’ex Iugoslavia, tutti molto socievoli e disponibili fuorché una ragazza. Sentivo la sua muta ostilità, mi guardava in modo che più di una volta mi ero chiesta “questa che vuole”, avevo cercato di parlarle ma si allontanava sempre, o faceva quella che non capiva. Io non conoscevo ancora il tedesco, aspettai di avere un minimo di basi della lingua e poi con molta gentilezza l’affrontai e scoprì le ragioni della sua ostilità: quella ragazza di 22 anni era stata sotto le bombe a Sarayevo, quando gli aerei italiani facevano le “operazioni chirurgiche” e due suoi famigliari erano morti sotto le bombe.

Non sapevo cosa dire, tanto mi vergognavo di fronte al suo composto dolore. Cosa potevo dirgli? l’unica cosa che mi venne in mente fu di dirle che molti italiani ed europei erano contro la guerra, io con migliaia d’altri avevamo partecipato alle manifestazioni contro la guerra e per quello che poteva servire ero profondamente dispiaciuta.

 

Le cicogne di Copernico.

Polonia.

Volevo vedere Danzica, città ricca di storia antica e recente, ma soprattutto volevo andare a Frombork  il villaggio in cui Niccolò Copernico  (nato a Torun 1473-1543 morto a Frombork) astronomo, visse gli ultimi vent’anni della sua vita. Qui scrisse la sua opera, fondamentale per la  storia della scienza, il De Revolutionibus orbium celestium (Delle rivoluzioni dei corpi celesti) in cui affermava e dimostrava l’eliocentrismo contro le tesi geocentriche dominanti che sostenevano la terra fosse al centro dell’universo e sulle quali la Chiesa e la filosofia fondavano i loro principi.

Il De Revolutionibus fu pubblicato l’anno della sua morte, grazie all’insistenza di Georg Joachim Rethicus (1514-1574).

Nel 1514, Copernico aveva distribuito tra gli amici astronomi il Commentariolus, ebbe immediata notorietà negli ambienti accademici, e attirò l’attenzione della Chiesa. Copernico si spaventò al punto che continuò a lavorarci per i successivi 30 anni senza mai pubblicare nulla.

Porto di Danzica
Porto di Danzica
Porto di Danzica
Porto di Danzica

Vado alla Stazione degli autobus di Gdansk (Danzica), dietro alla stazione centrale. Chiedo informazioni e ottengo un biglietto da un’antipatica dipendente statale, disturbata dal fatto che, appunto, chiedevo un biglietto.  Evidentemente non si è ancora accorta che i tempi sono cambiati, che il Blocco dell’Est Europa non esiste più, il 1989 è finito da un pò e sono 12 anni che sono entrati in Europa.

Notturno a Danzica
Notturno a Danzica

Salgo al “perron 10”. Luogo buio in una giornata di sole con 32 gradi. Folla. Richiedo informazioni, ma qui, nessuno parla inglese o altre lingue, solo polacco.  Alla fine trovo una studentessa russa di Kaliningrad che conferma.  Aspetto. In orario arriva un autobus che per un secondo mi proietta nella Guerra Fredda. Solo per un secondo, anche i colori erano gli stessi! Piccolo, tozzo, color caffè-latte. Salgo, l’autista non capisce e io non capisco lui, parla russo! Alla fine capisco che il pulman è quello giusto. Un uomo a cui chiedo quanto dura il viaggio, mi dice 2 ore. Ancora un pò casco per terra! Ma, oso obiettare, sono solo 55 km! Lui spazientito mi dice che dipende dal traffico. Per tutto il viaggio ogni tanto mi dico, ma va, si sarà sbagliato. Sbagliato un’accidente ci abbiamo messo 2 ore e 10!

La strada è una statale a due corsie, ristrette. Stanno costruendo una grande autostrada, un’ investimento economico enorme, non ho mai visto tanti camion, gru, e macchinario vario neanche sulla Torino-Milano mentre costruivano l’Alta Velocità.

Attraversiamo la pianura polacca, immensi campi di grano e cereali fino ad Elblag, poi lentamente si comincia salire su alte terre ondulate che in alcuni punti diventano basse colline come a Frambork, passiamo in mezzo a boschi, campi, laghetti e piccoli villaggi di villette nuovissime immerse nel verde.

Boschi polacchi
Boschi polacchi
Cigni selvatici in Polonia
Cigni selvatici in Polonia

Nella pianura incolonnati, avevo incolpato il traffico per la lentezza. Giunti in mezzo ai boschi ho scoperto che per quanta buona volontà l’autista applicasse, “la corriera” arrivata direttamente dal capitalismo di stato est europeo, non poteva andare più veloce. E da brivido, appena aumentava la velocità cominciava ad ondeggiare. Lo stesso rollio di una barca con il mare mosso! L’autista aumentava la velocità fintanto che stava per capovolgersi poi rallentava…però sapeva il fatto suo, non ci siamo capovolti nei canali o giù per le rive!!!

Poco prima di Frombork, le vedo…incredibile… sono due cicogne!! Poi un’altra.

Bianche e nere, lunghe zampe come trampoli. Camminano in modo buffo.

E’ dall’Olanda in poi mi chiedo: dove sono le cicogne? Nel mio immaginario infantile le cicogne “portavano i bambini” nelle famiglie, non erano ancora i tempi dei fiori e delle api, e i semini erano ancora lontani! Nelle favole nordiche protagoniste erano le cicogne. Per cui associavo senza pensarci troppo le cicogne all’Olanda o Germania, invece niente manco una. Fino ai campi intorno a Frombork.

Campagna polacca vista dall'autobus.
Campagna polacca vista dall’autobus.

Al mio arrivo a Frombork, prima di scendere chiedo all’autista russo a che ora passa l’ultimo autobus per tornare a Danzica. Lui serafico mi dice tra 3 quarti d’ora. Lo guardo, non capisco. Mi prende per i fondelli? mi chiedo. Ho fatto 2 ore e 10 di viaggio per arrivare fin qui e ora dovrei tornare indietro subito!! E Fromboork? La Cattedrale…Copernico… il mare…

Insisto, gli dico non è possibile. Mi fa vedere l’orario. Effettivamente non ci sono altre corse. Intanto si forma una lunga coda di gente che deve salire. Mi decido a scendere, brontolano ostili.

Comincio a chiedere a tutti quelli che incontro se c’è un altro autobus più tardi, nulla. Una coppia di tedeschi sono nella mia stessa situazione. Allora penso, cavoli, voglio almeno vedere la cattedrale, vedo lì di fronte a me le mura delle fortificazioni. Salgo di corsa verso la collinetta. Entro nel grande cortile. Ci sono vari edifici, al centro la cattedrale, in fondo la torre dell’osservatorio.

Entro nella cattedrale, all’ingresso mi dicono che non si può entrare, il concerto è già iniziato! Il concerto!? Ma che mi frega del concerto… sono qui per Copernico! Impreco mentalmente, due ore di pulman ex sovietico, mi è rimasta mezzora di tempo e non mi fanno entrare nella cattedrale…

Guardo le due ragazze. Indifferenti. Hanno stampato in faccia il pensiero ” ma, che vuole questa rompiscatole” Per fortuna parlano inglese. Con il mio pessimo inglese spiego la situazione, insisto è impossibile non ci sia un altro mezzo. Si consultano alla fine,  cercano via Internet e infatti c’è un’autobus che va fino ad Elblag! Da lì ci sono varie corse per Danzica. Ho due ore di tempo!

E le due ragazze, alla fine gentili e solidali mi fanno entrare nella Cattedrale anche se c’è il concerto e mi fanno anche uno sconto sul biglietto d’ingresso.

Entro, è una strana chiesa, un pò diversa dalle nostre. Gli altari delle famiglie nobili non sono nei transetti laterali, ma su due file al centro della chiesa. Senza disturbare vado alla ricerca della tomba di Copernico. Ci sono molte pietre tombali sul pavimento e sui muri, anche recenti. Intanto ascolto la musica, l’organista è bravo, il suono della musica di Bach, Beethoven e altri si diffonde nella cattedrale. Mi fermo ad ascoltare.

Alla fine trovo l’urna con i resti di Copernico. C’è un cartellone con fotografie che racconta l’identificazione dei suoi resti. E’ proprio lui.

Sono emozionata di essere qui di fronte ai resti mortali di questo astronomo…. Da quando ho letto il libro di Owen Gingeric “Alla ricerca del libro perduto…..” sono affascinata dalla vita di Copernico e dalla storia delle edizioni del suo libro.

Esco dalla cattedrale e vorrei vedere l’Osservatorio astronomico, non lo vedrò, faranno di tutto per scoraggiarmi. La motivazione dichiarata è che tutto è scritto in polacco e io non capirei niente, la motivazione occulta credo sia che manca mezzora all’ora di chiusura e… stanno già chiudendo!

Vado a vedere il museo, interessante. Gli ultimi due piani erano già chiusi e con le luci spente. Riaprono e non mi mollano un attimo per accelerare la mia uscita. Esco, faccio un giro nel cortile del castello vescovile  e poi guardo l’ora, mancano 15 minuti all’arrivo dell’autobus, devo scendere. Invece di fare la stessa strada scendo verso la via principale, voglio vedere l’antico ospedale dei pellegrini,

Arrivo in fondo alla via, trovo l’edificio, mentre l’osservo alzo gli occhi, sul tetto, un nido enorme alto due metri, e dentro 3 cicogne, due adulti  e un cucciolo di cicogna!

Sono lì da sola non c’è nessuno. E io vorrei baciare il mondo intero.

Forse è una fortuna, perchè ero talmente felice che avrei abbracciato la prima persona che passava! E poi chiamavano la neurodeliri…

Un nido enorme sul tetto, rimango incantata, lo guardo da tutte le angolazioni e maledico la mia macchina fotografica e il mio cellulare scarichi. Poi mi ricordo del pulman. Porco schifo, corro, sono in ritardo, per fortuna l’autobus è in ritardo. Lo prendo. Sulla via del ritorno, sempre nei dintorni di Frombok, vedo altri nidi di cicogna, più piccoli, costruiti  sui tetti, altri addirittura all’incrocio di tre pali!

Tornerò a Frombork.

Le cicogne esistono, non sono un sogno infantile. Allora i sogni possono diventare realtà.

Museo Solidarnosc negli ex Cantieri Lenin a Danzica. Ossia come non deve essere un Sindacato dei Lavoratori.
Museo Solidarnosc negli ex Cantieri Lenin a Danzica. Ossia come non deve essere un Sindacato dei Lavoratori.

 

Grandi stampatori tra Leiden e Antwerpen

Leiden.

Passeggiavo nelle vie e sui canali di Leida, una piccola città, (molto diversa da Amsterdam, qui la vita scorre più lenta) quando uscendo dall’HORTUS BOTANICUS e dal cortile dell’Antica sede dell’ Università di Leida mi sono trovata di fronte un cartello che indicava la casa dall’ altra parte del canale come la sede della stamperia della famiglia Elzevirius, gli Elzeviri, grandi stampatori del ‘600 olandese.

Sono stata felice di sapere che c’era ancora.

Qui, gli Elzeviri, aggirando la censura papale,  mentre Galileo Galilei era prigioniero della Chiesa,  stamparono la sua ultima opera “I Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la matematica e i moti locali”, grazie ai quali è considerato il padre della scienza moderna. I Discorsi furono stampati tra il 1638 e il 1639, sono forse la sua opera scientifica più importante.

Antwerpen.

Una delle ragioni per le quali ho deciso di andare ad Anversa, antica città e porto commerciale sulla Schelda (L’Escout per i francofoni),  oggi dedita al commercio dei diamanti, alla produzione automobilistica, alla moda e al turismo, è rivedere il Museo Plantin-Moretus, La più importante stamperia del ‘500 e ‘600 esistente in Belgio. Dalla fine dell’800 è diventato un museo ed oggi è considerato patrimonio dell’umanità dall’Onu.

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La tipografia è perfettamente conservata con gli edifici costruiti dal 500 in poi, all’interno c’è la più antica macchina da stampa conosciuta, della fine ‘400;  altre 8 stampavano ancora a metà ‘800. Sono tuttora funzionanti. Ci sono i contenitori dove venivano depositati i caratteri mobili e ordinati per formare le righe dei testi da stampare. La camera dove erano corrette le bozze, la sala dove erano ricevuti gli ospiti o i clienti importanti. In una delle camera centrali lavorava Justo Lipsio, letterato, umanista; accanto l’ufficio di Plantin, con i vetri rinforzati, perché lì teneva il denaro. Ci sono le cucine per i dipendenti e molto altro. Nella bottega dove vendevano i libri, oggi, sono raccolti centinaia di tipi diversi di caratteri.

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Qui è esposta la lista dei libri messi “all’Indice”: i libri proibiti, non si potevano stampare o vendere, più di uno stampatore nel corso di 3 secoli finì in carcere o al rogo per aver stampato libri non graditi, non solo alla Chiesa, ma anche ai re e all’aristocrazia.

Esposti si possono vedere incunaboli, libri stampati nel ‘500 e ‘600, oltre ad alcuni manoscritti dell’inizio del ‘500 con le annotazioni a margine ( le correzioni dei refusi prima della stampa).

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Il Museo è molto interessante, perché è uno spaccato di quella che era una fiorente attività internazionale tra il ‘500 e la fine del ‘700 e anche abitazione delle famiglie Plantin e poi Moretus, divenuti ricchi e illustri personaggi conosciuti in tutta Europa. Disponevano di una notevole biblioteca.  Spesso i grandi stampatori del ‘500 erano dei letterati,  professori universitari, legati alle università di cui stampavano i libri.  E’ interessante la storia delle scelte editoriali. A causa della guerra contro gli spagnoli per qualche anno Plantin emigrò a Leida, dove fu nominato stampatore ufficiale dell’Università. Qui Plantin stampò il suo primo libro in ebraico. Con il genero Franciscus Raphalengius furono tra i pionieri della stampa nel nord dell’Olanda.

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Una parte degli edifici è in restauro. Il museo è chiuso dal 30 maggio. Saranno riaperte tutte le sale dal 1° ottobre 2016.(link a www.museumplantinmoretus.be)

 

Parigi. MAM, Museo d’Arte Moderna. La Danse di Matisse – La Danza di Matisse.

La seconda cosa eccezionale del Museo d’arte moderna di Parigi sono due versioni delle tre dipinte da Matisse de la DANSE .

La Dance inachevèe, 1931.

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la Dance de Paris, 1933.

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Nel 1930 il collezionista Barnes commissiona a Matisse un’opera per la parte superiore del Salone della sua Fondazione a Merion vicino a Philadelphia. La Danse inachevè ha una elaborazione lenta alla fine viene abbandonata per la difficoltà di lavorare su una dimensione “sovrumana”. Verrà utilizzata come supporto per costruire le altre. Fu ritrovata nel 1992.

Incomincia la Dance de Paris, ma la sospende e inizia la Dance de Merion, diversa più idilliaca. Nel 1933 riprende la Dance de Paris usando come supporto la Dance inachevè, su cui punta  papier gouachèe (carta acquarellata) e decoupèe (tagliata). Costruisce sei danzatori, sullo sfondo esaltano le figure i colori rosa, blu e nero. Sono frammenti di figure, quello che assorbe il visitatore è il ritmo. Mi sono seduta e sono rimasta li immersa nel colore e nel ritmo delle figure.

 

 

Ancora…Parigi

Per tutti quelli che amano l’arte:  SABATO 21 MAGGIO 2016  – NUIT EUROPEENNE DES MUSEES – NOTTE EUROPEA DEI MUSEI

A Parigi e in tutta L’ile de France come nel resto dell’Europa dalle 18 a mezzanotte, in qualche museo già dalle 16 e 30 porte aperte, ingresso gratuito a mostre, esposizioni, concerti, performance, visite commentate, giochi per le famiglie, piece teatrali, video e molto altro ancora nei musei.

A Parigi un’altro museo da vedere assolutamente è il MUSEO Du QUAI BRANLY , il Museo dell’ Arte e Cultura di  Asia, Oceania, Africa e delle Americhe, dedicato alle culture non-europee . Si trova vicino alla Tour Eiffel, ha una collezione di 450.000 oggetti, 3500 vengono esposti a rotazione ogni sei mesi. La facciata del museo è un muro verde vivente, costituito da 15.000 piante di 150 varietà diverse provenienti da Cina, America, Europa centrale e Giappone creato dal botanico Patrick Blanch. L’edificio è circondato da una vera e propria oasi verde  di 169 alberi e 72.000 piante. l’Interno, gli oggetti esposti sono indescrivibili, dalle pitture degli aborigeni australiani, alle maschere delle isole oceaniche, agli abiti marocchini, indiani d’america e d’asia o vietnamiti, gli ornamenti,  ai totem delle popolazioni americane, alle maschere africane. E’ da vedere.

 

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Ho visto la mostra “Sciamani e divinità in epoca precolombiana in Ecuador” molto interessante analizzava il ruolo sociale degli sciamani e il loro far da tramite con le divinità.