Trekking a Tash Rabat e dintorni.

Agosto 2018.

Sabato mattina siamo partiti per la montagna. Vivendo tra le montagne del Thian Shan c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Questa volta sono andata a vedere il  monastero nestoriano e poi caravanserraglio di Tash Rabat. A sud/est del Kirghizistan. Costruito prima del 9° secolo, si trova in una gorgia laterale del percorso dell’Antica Via della Seta, sulla strada del passo Torugart, ( a 84 km) sul confine con la Cina, passaggio obbligato per Kashgar. E’ uno dei due passi che dal Kirghizistan portano in Cina. Dall’autunno alla primavera è bene informarsi perché non sempre sono aperti a causa della neve, frane ecc.

 

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Tash Rabat e a sn. i gabinetti stile “Pra la Grangia”

Le strade principali sono generalmente buone, mentre le secondarie non sono asfaltate, a volte lo sterrato è buono altre volte no.

Siamo arrivati a destinazione dopo circa 8 ore di viaggio da Bishkek passando davanti al canyon Boom, si attraversa un colle a 3030 m. e si prosegue per Naryn poi dritti verso il confine cinese.

La nostra comitiva si è fermata per visitare At-Bashi (Ат Башы) centro amministrativo della regione di Naryn. La prima tappa è all’ingresso del distretto. Entrando in certi territori, sulle colline, ben in evidenza, ci sono dei monumenti, dei guerrieri o come qui a At Bashi, un cavallo, essi sono il simbolo del clan che domina su questa terra, indicano che stai entrando nel loro territorio. All’ingresso dei villaggi o cittadine ci sono delle vistose “porte” con il nome del luogo.

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Il cavallo che segna l’ingresso al distretto di At-Bashi.
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Areo e carro armato russi alle porte di At-Bashi (testa di cavallo) un tempo città con importante base e industria militare.
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“Porta” di At-Bashi, il significato è Testa di Cavallo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Testa di Cavallo simbolo di At-Bashi.

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Monumento dedicato al Maestro di Manas il guerriero-leggenda simbolo del Kirghizistan.

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Bambine kirghise giocano lungo “la bialera” a AT-Bashi.
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Negozio al bazar di At-Bashi.

A Tash Rabat ci sono in tre punti differenti le yurte. Le tende rotonde dei nomadi kirghisi. Finalmente ho dormito in una grande tenda bianca colorata all’interno, 5 posti letto, tanti tappeti e una vecchia stufa, indispensabile per riscaldarsi nelle fredde notti dell’alta montagna.

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Tash Rabat.
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Yurte a Tash Rabat.
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Tash Rabat. Interno di una yurta a due letti.

Qui vivono due famiglie di allevatori di yak, anche d’inverno! A 3200 metri. Pensavo che ci fosse molta neve invece fa talmente freddo, che nevica “poco”. Normali sono i -50 gradi, come la Siberia! Non sono ancora riuscita a vedere uno yak, speravo, ma agosto a 3200 m. fa troppo caldo per loro, allora lì portano su sulle cime. Probabilmente riuscirò a vederli se andrò sul Pamir.

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Corridoio d’ingresso a Tash Rabat.

Lo scisma tra i cristiani di Roma, di Costantinopoli, e di Kiev con la teologia aveva poco a che vedere, il problema era il controllo di quello che rimaneva dell’Impero Romano d’Oriente. Il nocciolo teologico della questione era la figura di Cristo, per i seguaci del vescovo Nestorio (381-451), in Cristo esistevano due nature separate, una umana e l’altra divina e Maria non poteva essere definita “Madre di Dio” perchè solo madre della parte umana del Cristo. Il concilio di Efeso nel 431 condannò i nestoriani come eretici, fuggiti verso oriente, ebbero l’appoggio dei Persiani in funzione anti-bizantina e si diffusero in Persia, Asia Centrale, India e Cina. Cominciarono a perdere d’importanza con la diffusione dell’Islam.

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Tash Rabat. Dentro la grande sala centrale sotto la cupola.

Il Monastero e Caravanserraglio di Tash Rabat furono un luogo di culto e rifugio dei seguaci di Nestorio.

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Tash Rabat. La grande cupola. Alla base della cupola si vedono delle nicchie con i resti d’intonaco. L’interno doveva essere ben diverso qualche secolo fa.

Tash Rabat era il primo caravanserraglio, luogo di sosta delle carovane, sulle montagne del Thian Shan, dopo il passo Torugart e il terribile deserto Taklamakan, il deserto nel quale furono trovate le mummie del Tarim, che confermavano la presenza di popolazioni indoeuropee qualche millennio A.C. Nell’antichità vi erano città-oasi ormai scomparse, i viaggiatori temevano il passaggio in questo deserto, arido e infuocato, dove morivano a centinaia, la paura fece fiorire molte leggende sulle voci degli spiriti dei morti portate dal vento.

Noi oggi immaginiamo l’antica via delle seta, esistente tra il 3° sec. A.C. e la fine del XVI sec. D.C., come un’unica via, dalla Cina al Mediterraneo, in realtà era una rete di strade su cui fiorirono città importanti, insediamenti commerciali, bazar, caravanserragli dove si scambiavano spezie provenienti dall’India, preziosa seta dalla Cina, oro, argento dall’Iran, ceramiche da Afrosylab, animali e uccelli esotici.

Le carovane di uomini, cammelli e cavalli attraversavano deserti, il Taklamakan, l’Ak-Tala, Kara-Kum e Kuzyl-Kum, si fermavano nelle oasi, superavano i passi ghiacciati del Thien Shan o del Pamir, attraversavano fiumi come l’Oxus, o le sconfinate steppe e con le merci portavano idee e nuove religioni, l’Asia Centrale era una delle zone più tolleranti e aperte del mondo antico.

L’importanza dei commerci causò invasioni, battaglie, intere regioni ridotte in cenere, città, come Samarcanda rasa al suolo, rifiorirono tanto era strategica la loro posizione. Il Kirghizistan era la porta occidentale della Cina.

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I resti delle antiche mura di Koshoy-Korgon. Foto di Wikipedia.

A  circa 3 ore di strada, 170 km prima di Tash Rabat a  Koshoy Korgon  nel distretto di At-Bashi c’è un piccolo museo e i resti delle fortificazioni di una città lungo la via della Seta, qui si fermavano le grandi carovane che arrivavano dalla Cina e andavano verso l’Uzbekistan e il Mediterraneo o verso il Kazakistan o la Mongolia e poi verso il Nord.

I fedeli e mercanti nestoriani preferivano fermare le loro carovane a Tash Rabat. E’ affascinante questo edificio fortificato, in pietra con una cupola rotonda che sovrasta la stanza centrale, altri vani laterali accoglievano i viandanti, le derrate alimentari, due lunghe sale s’ipotizza fossero i luoghi di preghiera e c’è anche una prigione: un buco in terra, piccolissimo, dove poteva stare una sola persona, era chiuso da un’enorme pietra con un foro in mezzo, attraverso il quale veniva passato il cibo per il prigioniero.

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Tash Rabat. La pietra che copriva la cella della prigione.

Mi si sono rizzati i capelli in testa al commento di una della comitiva: “… serviva a tenerli tranquilli!”.

Sono passati più di mille anni… e l’affermazione di quella somara conferma la convinzione di un mio conoscente “…viviamo tempi in cui abbiamo di fronte un nuovo Medioevo.” La prigione come sistema di controllo degli “irrequieti”: manifestanti, dissidenti, emigranti, comunisti, neri delle periferie delle metropoli, zingari, femministe, ecc., ecc., ecc.

Dopo la visita, abbiamo iniziato a seguire il sentiero che sale a sinistra dietro il monastero nestoriano e va su dritto verso la montagna. Un paesaggio mozza fiato ci ha circondato lungo il percorso. Da 3200 metri siamo arrivati a 3700 metri. Il primo pezzo sale su deciso poi prosegue lungo le creste.

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Tash Rabat. Salendo verso le creste. Altitudine 3700 metri circa.

E’ facile, le pendenze sono lievi. Ero con gruppo di 9 francesi, il più giovane aveva 50 anni, era gente che si preparava per fare un 4100 metri in Cina. Poi siamo scesi di qualche centinaio di metri per raggiungere un pianoro che un tempo doveva essere un ghiacciaio, fino ad un torrente, l’abbiamo attraversato a cavallo per raggiungere una specie di alpeggio in un’altra gorgia. Qui abbiamo fatto un pic-nic con le vivande portate da un uomo a cavallo.

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Tash Rabat. Il cavaliere porta vivande.

Faceva un freddo cane ed eravamo bagnati marci!

Siamo partiti con un  bel sole. La gita era di circa cinque ore, dopo circa tre mentre eravamo sulle creste, ha cominciare a salire un vento di quelli forti e pungenti, si vedevano i nuvoloni neri in arrivo, la guida ha deciso di farci scendere velocemente di qualche centinaia di metri poi ha cominciato a piovere. Una pioggia sottile neanche troppo fastidiosa, ma sopra i 3000 metri quando piove fa freddo.

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Mentre scendevamo dalle creste molti gipeti, grandi avvoltoi e aquile volavano bassi sulle nostre teste in cerca di prede, le marmotte di guardia con fischi acuti lanciavano l’allarme al nostro passaggio e mentre fotografavamo gialle orchidee alpine.

Finito il pic-nic abbiamo attraversato un bellissimo pianoro, in una gorgia spettacolare. E qui ha cominciato a grandinare di brutto, raffiche violente di sassi ghiacciati che in faccia fanno un male cane, ogni tanto non si poteva più proseguire tanto era violenta la grandinata. I branchi di cavalli che ogni tanto incontravamo si tenevano vicini verso i fianchi della montagna e in cerchio per proteggere i puledri, per un’ora abbiamo proseguito a testa bassa fino alla fine della lunghissima gorgia dove ci attendeva il pulmino per riportarci a Tash Rabat.

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Siamo arrivati al mini bus,  dire: ” eravamo fradici…” è essere ottimisti!

Ho bagnato persino i cambi di vestiario che avevo nello zaino, ero infangata fino alle ginocchia, però il posto era splendido e ci tornerei domani… con un bel sole!

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Fiore di montagna. Sulle creste sopra Tash Rabat.

Trekking a Saimaluu Tach. Kirghizistan.

Ho passato tre giorni tra le montagne del Sud del Kirghizistan.

Abbiamo attraversato il paese da Bishkek, la capitale, fino a Naryn, poi invece di proseguire per il confine cinese siamo andate ad ovest, verso Kazarman a circa 150 km da Zalalabad ( o Jalalabad) confine con l’Uzbekistan. Eravamo quattro donne, dovevamo controllare il percorso verso Saimaluu Tach, uno dei trekking di preparazione, di acclimatazione, prima di affrontare il Pamir e il picco Domachii alto 5130 metri.

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Dintorni di Naryn.

Andando verso sud il paesaggio cambia continuamente, si passa attraverso zone climatiche molto diverse, è quasi incredibile per un’europea come me la varietà delle montagne, degli altopiani, i colori, i deserti e le vallate verdi circondate da montagne di varie forme completamente brulle, secche. Sono evidenti i movimenti della terra, ci sono alte montagne, montagne basse tondeggianti, altre sembrano dei cappelli appoggiati uno a fianco all’altro, altre sono morene lunghissime perfettamente tronche, come fosse passato un falegname con una pialla! Ci sono dei canyon sotto il livello del terreno, formazioni carsiche, onde di terra tagliate e colorate, valli verdissime nel deserto. Abbiano attraversato tutto il deserto di Ak-Tala, il deserto bianco… in realtà l’altopiano era verde, perché quest’anno ha piovuto tanto, dove di solito c’è erba secca e gialla c’erano distese di erba verde!

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Sullo sfondo la città di Naryn. Il fiume Naryn è uno dei due fiumi che va a formare il Syr-Daria.

Mi ha entusiasmato vedere cosa a prodotto il movimento della crosta terreste…

Devo ringraziare quattro cretini che ci hanno dato un’indicazione sbagliata, se ho visto un percorso tra le montagne bellissimo. I deficienti ci hanno fatto allungare il percorso di oltre 6 ore… tutto su sterrato, il viaggio doveva durare otto ore invece ne abbiamo fatte quattordici di ore. Mentre ci allontanavamo con il fuori strada mi ero voltata, avevo visto che stavano sghignazzando… Bisogna avere le pigne in testa per fare una cosa simile. Centinaia di chilometri tra le montagne, dove s’incontrano solo cavalli, qualche mucca e piccoli asinelli che stanno comodamente in mezzo alla strada e qualche rara yurta con tanti bambini curiosi che corrono felici a vedere e a dare il benvenuto a chi arriva.

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Una piccola moschea tra le montagne

Il nostro percorso in fuoristrada e stato tutto tra i 2000 e i 3030 metri.

Fino a Naryn, le strade sono asfaltate, poi sono dei begli sterrati, quando ci siamo accorte dell’errore, erano le 7 di sera, Natacha, la nostra guida e autista, tostissima donna, nascosta dietro un aspetto di delicato fiore femminile,  guidava da 10 ore, eravamo vicini a una miniera d’oro, un tempo importante, ora il villaggio nato intorno alla miniera è in decadenza. Grandi camion diretti alla miniera ci sfioravano nel tramonto.

Arrivati a Kazarman, abbiamo cenato e poi veloci a dormire, alle 6 dopo colazione siamo partite verso la nostra meta: Saimaluu Tasch.

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La nostra meta là sullo sfondo.

Abbiamo raggiuto dopo qualche chilometro tra le montagne delle yurte, dove ci attendevano le guide con i cavalli.

Dalle yurte siamo scese di qualche centinaio di metri verso un impetuoso torrente di montagna, lo abbiamo attraversato una prima volta su un traballante ponte tibetano, accomodato al momento dalle guide, poi di nuovo più avanti, questa volta a cavallo, perché era impossibile farlo a piedi. Poi per un’ora e mezza il sentiero saliva lentamente prima di diventare ripido.

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Io ero scoppiata. Non riuscivo a respirare, mai successo prima nella mia vita… ma dopo  quasi un anno senza muovermi, non è strano. Non ero allenata, ero stata in montagna solo due volte, e una volta per buona parte del tempo l’avevo passata a mangiare trote!

Sono partita dai circa 800 metri di Bishkek per arrivare intorno ai 2000 m. di Kazarman e poi cominciare a salire. Ho resistito un’ora e mezza, poi per non essere d’intralcio alle altre che erano lì per lavoro, ho deciso di montare a cavallo, non avevo mai fatto un trekking a cavallo… mi è piaciuto un sacco!

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Sul nevaio.

I cavalli in fila erano tranquilli, ho fatto delle belle foto, per tre ore mi sono goduta il paesaggio comodamente dall’alto di una sella. Siamo passati in mezzo all’erba alta, la flora che da noi è alta cinquanta centimetri, qui è alta 2 metri, abbiamo attraversato un grande nevaio, ripidi pendii erbosi e alla fine siamo arrivati a 3600 m. su un piccolo pianoro circondato dalle cime.

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Il “mio” cavallo può finalmente mangiare l’erba senza essere strattonato.

A metà strada abbiamo incontrato altre guide con i cavalli che stavano pulendo il sentiero e tagliando l’erba e abbiamo cambiato le guide.

In tre abbiamo fatto buona parte del percorso a cavallo, solo la nostra chef, Natacha, responsabile dell’agenzia la maison du voyager   ha fatto tutto il percorso a piedi.

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Famosa questa pietra simbolo degli antichi riti in onore del sole.

Arrivati a 3600 metri abbiamo lasciato i cavalli, di fronte a noi una pietraia saliva verso il colle, abbiamo passato l’ora successiva tra i pietroni alla ricerca dei Petroglifi, le iscrizioni rupestri, le più antiche hanno migliaia di anni e testimoniano il culto del sole degli antichi abitanti della regione, Sciti. Ci sono incisioni evidentemente di varie epoche successive: cervi con le grandi corna ricurve,  ghepardi delle nevi,  i serpenti simbolo della vita, scene di caccia, il ragazzo con attorno al capo i raggi del sole, ho visto su una pietra un animale identico a quelli della grotta di Altamira, scatto una foto ma si scarica la batteria, cerco un telefonino in prestito, torno indietro e in mezzo a tutti quei pietroni… non trovo più la pietra! Le iscrizioni più antiche sono anche le più belle, fatte con cura, eleganti e precise.

Al ritorno ho percorso il sentiero tutto a piedi. A parte i dieci minuti di una salita dove la guida dei cavalli ha voluto a tutti costi farmi salire a cavallo, perché riteneva che in un punto avrei avuto problemi con le scarpe che avevo…

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Nella pietraia a caccia di petroglifi.

Effettivamente ho fatto un’idiozia, sono andata in montagna con le scarpe da ginnastica, dopo aver passato la vita a criticare “gli scemi” che andavano in montagna con scarpe inadatte e poi cadevano o si ammazzavano rotolando giù dalle scarpate!

Ho attraversato il grande nevaio con le scarpe da ginnastica e come logica vuole ho rischiato di brutto di farlo tutto con il sedere, scivolavo da maledetti e non solo, raggiunta la terra era di quelle friabili che non teneva, e rischiavo continuamente di scivolare… un’idiozia, ma quando sono partita non avevo ben capito dove andavamo, pensavo fosse una passeggiatina… Accidenti alle lingue straniere! Era lo studio del percorso per l’ultimo trekking di preparazione prima di andare sulle cime del Pamir !

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Nei prati pieni di fiori blu oltre i 3000 metri.

Non ho avuto nessun problema a salire, mi hanno spiegato che salendo i cavalli in fila non possono che andare avanti, a scendere la questione cambia, bisogna saperli controllare con le redini. Cosa che non so fare. A salire non avevo nessun timore e il cavallo sentiva la mia sicurezza. A scendere, ho cambiato cavallo, sentivo che non era sicuro di se, o forse lui sentiva che non ero troppo tranquilla, anche perché pochi minuti prima avevo rischiato di scivolare sul nevaio.  Il sentiero era strettissimo, da un lato lo strapiombo di centinaia di metri, dall’altro il muro d’erba della montagna. Il cavallo ha fatto un movimento brusco con il corpo, io ero sbilanciata a sinistra verso la montagna, sono scivolata, potevo tenermi, ma nella frazione di secondo in cui è avvenuto il tutto, non ho capito bene cosa stava avvenendo e ho deciso che era meglio lasciarmi andare verso la montagna che cadere nello strapiombo, essendo strettissimo sono scivolata sotto il cavallo che mi ha scavalcato e … ho continuato a piedi!

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Petroglifi. Scena di caccia e serpente.

Intanto i kirghisi a cavallo che avevamo incontrato salendo avevano fatto un ottimo lavoro per chi sarebbe passato di lì dopo … due giorni, mentre per me con le scarpe scivolose, è stato faticoso, l’erba appena tagliata si agganciava ai piedi … ho fatto dei voli olimpionici!

Dopo quattro ore di discesa al torrente abbiamo trovato altri cavalieri ad attenderci per farci passare.

Dopo dieci minuti, il mio cavallo comincia a scalciare, infastidito dal cavallo che ci seguiva, forse erano stanchi e nervosi. L’ultimo pezzo l’ho fatto a piedi. Se voglio andare a cavallo devo imparare un po’ a conoscerli. I cavalli kirghisi sono molto quieti, ma comunque sono cavalli e un’idea di come si controllano è bene averla.

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Masha e la nostra guida dei cavalli.

Raggiunte le yurte abbiamo ripreso il fuori strada e raggiunto Kazarman per la cena. Stanche e contente abbiamo chiacchierato con altri escursionisti europei e poi a nanna. 

Il terzo giorno alle sei abbiamo fatto colazione e siamo partite in direzione di Naryn, poi Koch Kor, abbiamo fatto varie tappe per pranzare, vedere magazzini di prodotti locali, visitare guest house e dopo 16 ore abbiamo raggiunto Bishkek.

Io stanca e felice di aver fatto il mio primo vero trekking kirghiso.

 

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Dal confine Uzbeko scendendo verso Andijan.

Novembre 2016.

Dopo tre giorni in giro per Osh, prendo un taxi che mi porta al confine a Dostok, 250 sum, sono meno di 10 km da Osh.

Entro negli edifici, c’è coda. Compilo un modulo: dichiaro le motivazioni del mio viaggio, e quanto denaro porto con me, è necessario essere precisi perché al ritorno se le cifre non concordano, ti sequestrano tutto il denaro. Si dichiararono anche telefonini e computer. Il modulo timbrato va conservato e riconsegnato al ritorno.

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Qui i controlli sono severi.  Aprono e perquisiscono zaino e trolley. Mi fanno aprire il computer e guardano i file. Mi chiedono se ho medicinali e libri religiosi. Non ne ho. Alcuni medicinali,  sono considerate droghe, ed è bene evitare libri religiosi.

Ed è vivamente sconsigliato tentare di corrompere i doganieri con denaro, magari per saltare la coda. Ci sono dei cartelli istruttivi e a colori che se anche non capisci la lingua ti fanno chiaramente intendere che se osi, finisci in carcere per mesi!

Sono comunque molto gentili, quando scoprono che sono italiana, diventano ancora più gentili, usano tutte le parole che conoscono, Juventus, Celentano, Toto Cotugno, accennano alla canzone “Io sono un’italiano, sono un’italiano vero..”! Totti, Roma, ecc. 

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Comunque da subito si percepisce che qui tira un’aria diversa, non è il Kirghizistan, dove ci sono istituzioni democratiche…

In coda faccio conoscenza con una ragazza russa, il padre lavora in Uzbekistan. Chiacchierando scopro che moltissimi uzbechi o russi, o uzbechi emigrati arrivano in aereo a Osh o a Bishkek perchè costa molto meno che arrivare direttamente a Tashkent.

Importante: controllare sempre se il confine è aperto. Le frontiere sono soggette a chiusure improvvise per feste nazionali, festività o tensioni con i paesi confinanti.

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Esco. Circondata da taxisti che sono dei mastini e delle facce di bronzo, dopo varie trattative, io “parlo” inglese loro uzbeko, grazie anche all’aiuto di un russo indignato dalle cifre esorbitanti che mi chiedono per portarmi alla stazione di Andijan, dai 20000 sum iniziali pattuisco con un taxista 8000 sum (sempre troppo, ma sono europea, viaggio da sola e soprattutto sono donna = pollastra da spennare!). L’autista mi prende le valige, le chiude a chiave nella sua macchina e se ne va. Nello stesso tempo altri taxisti ci riprovano a trattare.

In questa terra di nessuno, in mezzo a camion, macchine e pulmini, strade dissestate e buche mi chiedo dov’è finito…
Dopo un po’ ricompare con un giovane uzbeko emigrato in Russia che torna a casa. Sparisce di nuovo.
Ora siamo in due ad aspettare. Cerco di fare conversazione.
Sembra un uomo solido con dei problemi. Sta sulle sue, però è gentile, visto che ostinatamente cerco di farlo chiacchierare, per capire la situazione. Parlare la stessa lingua è meglio, in ogni caso per le cose essenziali ci si capisce lo stesso. Altrimenti mi sarei persa da un pezzo in mezzo all’Asia Centrale!

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Ingresso ad un borgo. lungo la strada per Andijan.

Torna il taxista, penso si va… no, ci spostiamo solo di 500 metri. E’ chiaro che il taxista vuole riempire la macchina prima di partire, aspettiamo… riceve una telefonata, andiamo a prendere a casa un altro uomo in un borgo a qualche km da lì. Si va…

Scendendo dal confine, all’inizio le strade non sono asfaltate, ci sono molte case in costruzione, immagino le stiano costruendo con le rimesse degli emigrati. Il paesaggio a novembre è brullo, spoglio. Ci sono vigneti, campi, alberi da frutta e campi di cotone.

Arriviamo ad Andijan la prima città, la distanza tra Osh e Andijan è di 79 km, circa due ore in macchina, ma non ho idea di quanto tempo ho impiegato ad arrivarci, tra la coda al confine, le trattative per il taxi, l’attesa mentre il taxista cercava altri passeggeri, la deviazione in un paese a prelevare il terzo passeggero, le deviazioni o fughe improvvise in mezzo ai campi per evitare i posti di blocco, probabilmente non era autorizzato a fare il taxista… qualcuno lo avvisava quando più avanti c’era un controllo. Non mi sono mai preoccupata, gli altri passeggeri uzbeki erano tranquilli, perché dovevo preoccuparmi io?

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Il mio primo te in terra uzbeka.

Mi faccio accompagnare alla stazione dei treni. All’ingresso delle stazioni e nelle metropolitane ci sono controlli severi, poliziotti dappertutto. Acquisto il biglietto e vado a pranzo al ristorante/caffetteria della stazione, dove mangio un plof buonissimo cucinato all’aperto e bevo il mio primo tè uzbeko. Secondo me in Uzbekistan cucinano il miglior plof dell’Asia Centrale, mettono anche l’uvetta sultanina!

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Cucina all’aperto a Andijan.

In attesa fotografo il paesaggio urbano, e scopro che non è formale il divieto di fotografare stazioni e edifici governativi. Proprio non si può! Si rischia l’arresto. Alla fine il poliziotto che mi ha bloccata, controllato i documenti, perquisito trolly e zaino, sorridendo mi dice “Se fa in fretta, una foto la può fare”. E io fotografo e viene una schifezza di foto.

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Stazione di Andijan.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uzbekistan arrivo!

Fine Ottobre 2016. 

Per giorni perdo tempo girando per la città di Bishkek, alla fine mi decido a fare il visto per l’Uzbekistan. E accidenti a me, di venerdì, e proprio il giorno che riprende a nevicare! Qui quando nevica, nevica sul serio.

Voglio andare a piedi all’Ambasciata Uzbeka. E’ lontanuccio. Sei chilometri. Fa un freddo cane. Mentre sono per strada, comincia a nevicare. Arrivo all’ambasciata coperta dalla neve e congelata. Suono. Non vogliono ricevermi. Dovevo prendere un appuntamento telefonico. Penso col cavolo che me ne vado senza visto dopo questa scarpinata. Mi attacco al campanello della porta blindata. Alla fine aprono. Sulla porta un uomo con sguardo severo mi guarda, ho il piumino pieno di neve, tremo dal freddo, sorrido… non sapevo che serviva l’appuntamento… mi fa entrare, chiama un’impiegata che parla un buon inglese. Spiego perché voglio andare in Uzbekistan… Samarcanda, Buchara, Gengis Khan, Tamerlano, sogno da una vita di visitare il loro paese… Dopo dieci minuti, ok mi fa il visto. “Vai in banca a pagare”. Torno dopo un’ora e mezza e il mio visto è pronto!

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Strada di montagna nei dintorni di Bishkek.

Uzbekistan arrivo!

Samarcanda il sogno di una vita. Mi sembra quasi incredibile… ho il visto per Samarcanda… per anni ho letto libri, ho sognato questo viaggio sui disegni di antichi viaggiatori, sono bellissimi, soprattutto quelli inglesi e francesi nei libri ottocenteschi.

Non ululo di gioia, solo perché in mezzo alla fitta nevicata non vorrei mi scambiassero per un lupo e mi sparassero. Qui intorno sulle montagne ci sono i lupi.

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Parco al centro di Bishkek.

La mia idea iniziale era prendere un mashrutka, un minivan, attraversare il Kirghizistan, i passi a 4000 metri, vedere le montagne e i laghi, arrivare a Osh, passare lì il confine ed entrare in Uzbekistan. Strada seguita da molti viaggiatori in estate e in autunno.

Ma ora è la fine di ottobre e negli ultimi giorni ci sono state grandi nevicate. Tutti mi sconsigliano, per i metri di neve che troverei in montagna, per le strade dissestate e perché sono una donna che viaggia da sola.

Altra possibilità è l’autobus da Bishkek a Tashkent, si esce dal confine a 25 km da qui, il viaggio è quasi tutto in territorio Kazako, le strade sono migliori, si passa nelle antiche città di Taraz e Shimkent.

Seccata, scelgo questa seconda soluzione. Vado alla Stazione Nuova degli autobus, prendo tutte le informazioni necessarie. Ci sono due autobus alle 19,30 e alle 20,30. Si viaggia tutta la notte, l’arrivo a Tashkent è circa 14 ore dopo. Costo 720 sum kirghisi, meno di 10 euro per 670 km.

La sera dopo mi presento alla stazione alle 18.00… Sono puntualissima nelle cose che reputo importanti, altrimenti sono sempre in ritardo. Sono una ritardataria cronica, nella mia vita ho perso mille treni, autobus, anche qualche aereo, ma a quell’appuntamento con l’autobus sono arrivata in anticipo… così ho potuto capire la situazione ed evitare un sequestro… ma questa è un’altra storia.

 

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Monumento alla Rivoluzione, il popolo kirghiso in armi.

 

Durante il tentato sequestro non mi sono spaventata subito, quando lo spirito di sopravvivenza è impegnato a salvarti la vita non hai paura, non ne hai il tempo… quando sei fuori pericolo, ti casca addosso la paura.

Mi guardo intorno, i soffitti bassi della stazione e la fioca luce gialla sono opprimenti, la gente raggomitolata nei cappotti sulle poltrone di legno, indifferente. Ho paura a uscire dalla stazione, e se mi aspettano fuori? “No, non credo ci riproveranno questa sera, oramai, la loro “sorpresa” è sfumata”. Esco, nel buio osservo se qualcuno del gruppo è ancora in giro… ritorno dentro, vorrei prendere l’autobus, non mi fido a prendere un taxi… sono le 21.00, il poliziotto che involontariamente mi ha salvato, mi dice che lì a quell’ora non passano più autobus.

Volevo cercarmi un hotel, alla fine decido di tornare in ostello, era l’unica soluzione… il poliziotto mi trova un taxi, il taxista mi chiede un prezzo esagerato per la corsa, tanto che il poliziotto in kirghiso lo guarda stupito e gli dice “non ti sembra di esagerare” … non tratto il prezzo… il che, a chi mi conosce dà un’idea di quanto fossi spaventata!

Torno in ostello e per tre-quattro giorni sono paralizzata dalla paura, non riesco a decidermi, vorrei proprio attraversare le montagne del Kirghizistan, ma a questo punto è troppo rischioso, alla fine faccio un biglietto aereo per Osh, la seconda città del paese, a sud-ovest, a 10 km dal confine con l’Uzbekistan.

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Tra le montagne del Tian Shian. Non mi stupisce che le chiamano le Montagne Celesti.

L’agenzia mi prenota un taxi per le 5.30 del mattino, dopo due giorni…

Ieri mattina alle 5.00 un taxista con l’aria giuliva si presenta per portarmi all’aeroporto… con un giorno d’anticipo?

Comincio a preoccuparmi… è un caso?

Non ho ben chiaro perché hanno tentato di sequestrarmi qualche giorno fa…

Ho tre ipotesi:

  1. Sul treno russo che mi portava verso il Kazakistan, un uomo, un kazako mi aveva detto di fare attenzione che in Kirghizistan sequestravano le donne europee a scopo di riscatto! Chiedono allo stato di origine un lauto pagamento per il rilascio. Avevo pensato che stava scherzando… e tra me e me avevo sogghignato, se mi capitasse una cosa simile, viste le mie idee politiche, stringerebbero la mano ai rapitori, gli darebbero una pacca sulla spalla e con un bel sorriso, gli direbbero: “Auguri”. “Tenetevela!”. Altri viaggiatori dello scompartimento mi dissero che non era vero.
  2. In ostello avevo avuto un problema con i mutandoni di un tagiko… si era offeso per un’osservazione… Al tagiko piacevo assai… mi aveva invitato a fare il viaggio con lui. Avevo rifiutato. Mi era venuto un dubbio… siamo in Asia Centrale, qui, una donna può valere meno di una mucca… (senza generalizzare, perché ho visto molto rispetto per le donne in Kirghizistan, forse proprio grazie alla lotta delle donne per migliorare la loro condizione), fino al 2013 si poteva rapire una donna, violentarla e costringerla al matrimonio; ora è illegale, la pena sono 6 anni di carcere… se rubi una mucca, ti prendi 7 anni!  Non è che il tagiko avesse deciso di risolvere la questione dei miei rifiuti alle sue attenzioni con un rapimento…?! Forse nel suo paese è ancora legale…
  3. L’altra ipotesi è la più spinosa… Non parlo mai o quasi mai delle ragioni del mio viaggio per il mondo che ormai dura da due anni… Sono ragioni politiche. Incautamente, avevo chiesto a un uomo conosciuto in ostello, un ingegnere informatico. (Chissà chi era?), se poteva provare ad aprirmi un file-video che qualcuno mi aveva inviato. Non riuscivo ad aprirlo, a volte sono un po’ imbranata… Spiegandogli brevemente le ragioni del mio viaggio, il tentativo di denunciare chi mi aveva massacrato per le mie idee politiche, finito miseramente con minacce di morte e altre “amenità” del genere e che il file era importante in un eventuale processo futuro. Poi cambiai idea e con una scusa non gli feci vedere il file… (due mesi dopo qualcuno mi farà sparire il file dal telefonino! Rubandomi anche una serie di chiavette usb e i chip di tre gestori differenti!) E poiché il tentativo di sequestro era organizzato come un’operazione da “commando” e  mi sono salvata per pura fortuna…

Questa mattina all’alba, un freddo boia e buio pesto, prendo il taxi “incrociando le dita”…

Non succede nulla. Ed è logico, perchè se mi fosse successo qualcosa, esclusa la prima ipotesi che era proprio scema, sono decenni che non accade nulla di simile, sarebbe successo in ostello. Dopo mezzora di viaggio in mezzo ai campi coperti di neve gelata, senza traffico e con me che continuo a guardare dal finestrino se qualcuno ci segue, arrivo senza problemi in aeroporto e finalmente parto per l’Uzbekistan.

 

A -3o gradi sono morte molte piante tropicali nelle serre del Giardino Botanico di Bishek.

7 febbraio 2018.

Ieri un’amica mi ha detto che il Giardino è morto… Non voglio crederci. 

Nella settimana tra il 22 e il 29 gennaio 2018, qui in Asia Centrale, tra le montagne del Tien Shian, il freddo è stato terribile.

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Nelle foto su Sputnik.kg  si può vedere in che stato è ridotta questa pianta di banane che ho fotografato  a settembre.

A Bishkek, capitale del Kirghizistan, l’inverno non è molto rigido, la città si sviluppa dai 770 m. ai 900 m. salendo verso la montagna, ma l’ultima settimana di gennaio è stata impressionante, da -6, la temperatura è crollata a -12, -18, -22, -24, -26, in pieno giorno… sono morte trenta persone per il freddo, tra i senza tetto. Nei giorni successivi sono comparse tende riscaldate vicino ai centri commerciali per il soccorso con cibi e bevande calde ai senza tetto. Oggi a mezzogiorno c’era ancora -9!

Negli stessi giorni, tre sere, per 1/2/3 ore siamo rimasti senza corrente elettrica. Nella notte del 27 ci sono stati meno di trenta gradi, e per tre ore tutto il sistema elettrico cittadino è andato in avaria.

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I termosifoni che riscaldano le piante nelle serre del giardino di Bishkek.

 

Nelle serre del Giardino Botanico Sad2, il più grande dell’Asia Centrale, costruite nel 1938, rare piante tropicali, ficus e i banani nati con il giardino sono morte di freddo. I vecchi termosifoni non sono stati sufficienti, i tubi dell’acqua sono esplosi e le ore successive al freddo sono state fatali. Se ho ben capito 500 piante rare, sono morte o in pessime condizioni, non si sa ancora se sono morte solo le foglie o anche le radici.

In questo video si vede chiaramente il disastro.

Il capo del laboratorio delle piante Irina Bondartseva lavora nel giardino da 40 anni, nell’intervista  a Sputnik.kg dice di non aver mai visto una cosa simile.

Le piante in autunno erano state protette da sacchi di iuta e altro materiale, negli inverni normali e anche un po’ freddi, queste protezioni sommate al riscaldamento sono sempre state sufficienti, ma non quest’anno, sono troppi -30 per dei banani!

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Una delle serre del giardino botanico di Bishkek

Ieri sono andata a vedere il giardino, la prima foto in alto è del cancello che porta alle serre. Era chiuso. Ho letto le notizie su Internet, non credo sia morto il giardino, sono morte rare piante tropicali, si può far rinascere le serre, in una delle pagine del sito c’è la richiesta di fare volontariato, donazioni oppure regalare piante o panchine o attrezzi per il giardino.

Chi volesse sostenere la rinascita delle serre del Giardino botanico di Bishkek, può fare una donazione a uno dei conti della Fondazione pubblica Archa Iniziative, che trova qui  su una delle pagine del Giardino botanico (ботанический сад in russo). Il testo è in russo, però potete tradurlo nella vostra lingua, dopo aver aperto la pagina del giardino, cliccando sul simbolo in alto a destra dove inserite l’indirizzo. C’è un numero di telefono, non ho provato, ma se conoscete un minimo d’inglese, dovreste riuscire a parlare con chi se ne occupa, qui quasi tutti i kirghisi, conoscono un pò d’inglese necessario alla comunicazione.

Il nome del sito è http://www.botanica.kg.

 

BOTANICHESKII SAD 2. Il giardino Botanico di Bishkek

26 gennaio 2018

Scrivo questo post per solidarietà con i cittadini di Bishkek che stanno lavorando per far rinascere il loro Giardino Botanico. Sarà sicuramente impegnativo vista la mancanza di fondi ma vale la pena. Bravi!

Il giardino botanico sad2 di via Gorkii è bello, interessante, ricco di una varietà incredibile di piante e fiori provenienti da ogni angolo del Kirghizistan, dell’Asia Centrale, della Russia e dal resto del mondo.

E… disastrato, sembra di essere nel caos primordiale.

In ottobre il caos degli alberi avviluppati gli uni agli altri, gli arbusti, i cespugli erano un miscuglio di colori di una magnificenza che lasciava senza respiro. Le tonalità dei rossi, dei gialli, dell’arancione, le sfumature di marrone, di verde sotto il sole autunnale erano un vero spettacolo della natura.

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Sentiero nel Giardino Botanico.

Sono appassionata di Giardini Botanici, spesso quando visito una città, vado alla ricerca del suo Orto o Giardino Botanico. Amo i fiori, le piante, le erbe curative e per l’alimentazione.

Sono consapevole di essere parte di un tutt’uno interdipendente con la natura, ma sentendomi profondamente parte della specie umana, secondo me, non c’è niente di più bello di un campo coltivato, di un vigneto o frutteto allineato in filari, delle aiuole di un  giardino curato o delle divisioni per specie delle erbe e le verdure di un orto.

Amo l’ordine dato alla natura dal lavoro umano. M’inorgoglisce!

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Il caos del giardino in autunno.

La prima volta, in settembre, ho visitato il giardino di via Gorkii, mi aspettavo un giardino come quello di Parigi, Berlino, Amsterdam o anche più piccolo come l’orto botanico curatissimo di Antwerpen in Belgio o di Den Haag in Olanda… ci sono rimasta malissimo e sono uscita arrabbiata dicendo tra me e me: “Com’è possibile che lo trascurino in questo modo?”.

Si vedevano dalle strutture cadenti, i begli edifici del primo novecento, gli eleganti archi in metallo d’ingresso alle differenti aree e le belle serre che dovevano aver avuto un passato glorioso.

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La magia del giardino, qui i bambini delle scolaresche corrono allegri come folletti dei boschi.

Il giardino botanico, è una grande istituzione scientifica, parte dell’Accademia delle Scienze, composto di tre parti differenti, è dedicato a EZ. Gareeva, fondato nel 1938, disegnato dagli architetti I.Vigodtsi, E. Nikitin, era ed è con i suoi 160 ettari, il più grande dell’Asia Centrale. Negli anni tra il 1960 e il 1980 era riconosciuto come uno dei migliori dell’ex URSS, con migliaia di specie diverse di alberi. Qui lavorano 80 persone, per l’introduzione, acclimatazione di alberi, arbusti e piante ornamentali e sperimentano nuovi alberi da frutto. Le coltivazioni sono a fini scientifici, ma soprattutto pratici, abbellimenti dei giardini delle città kirghise, inserimento contro lo smottamento dei terreni, piantagioni per l’utilizzo commerciale, conservazione delle specie rare o in via d’estinzione.

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La forza della natura. Una rosa cresciuta tra gli arbusti e i cespugli incolti del giardino botanico.

Dopo il primo momento, ho pensato che era ovvio, il problema sta nella mancanza di finanziamenti.

Il Kirghizistan è un paese povero, anche se in ripresa. Ho letto su Internet i dati economici del paese, nel 2015, Il Kirghizistan non aveva ancora raggiunto il livello del 1991. Gli ultimi 25 anni sono stati anni duri. Hanno dovuto costruire una nuova nazione, ci sono state due rivolte nel 2005 e nel 2010, migliaia di kirghisi hanno dovuto emigrare all’estero, in Russia, Europa, Cina, Paesi Arabi per far sopravvivere le loro famiglie; lavorano, arricchiscono il paese che li ospita e arricchiscono il loro paese d’origine con le rimesse che finiscono nelle banche e sono usate per sviluppare l’economia.

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Una delle belle serre d’inizio Novecento.

Logicamente, se il tuo problema è cosa mettere nel piatto a pranzo e cena e come fare a nutrire i tuoi figli, l’ultimo dei pensieri è il miglioramento di un giardino botanico…

Al massimo, ti verrà in mente – mentre aggiungi un altro buco alla cinghia dei tuoi pantaloni sempre più larghi, prima che ti caschino per terra, tanto sei dimagrito per la fame – se quell’erba dell’America settentrionale o  quell’altra del Caucaso che hai visto nel giardino botanico mentre ti aggiravi come un/a disperato/a, spaccandoti la testa alla ricerca di una soluzione, è buona e abbastanza nutriente da fare una frittata a te e ai tuoi figli…

Però… Bishkek è una capitale, circolano un sacco di soldi come in tutte le capitali. E’ il centro finanziario e industriale del paese. Qui arrivano i denari della Cooperazione Internazionale, finanziamenti dall’Europa, U.S.A, Russia, Cina, Turchia.

Spesso parlando con i kirghisi ho sentito il grande amore e l’orgoglio che hanno per il loro paese…

Ora, lasciamo stare i lavoratori che percepiscono meno di 10000 sum (equivalente a 146 dollari o a 119 euro) e hanno altri problemi da risolvere, e lasciamo stare gli emigrati che fanno vite difficili in altri paesi e direi che il loro lo stanno facendo, resta un sacco di gente che può mettere mano al portafoglio e/o fare del volontariato per contribuire alla rinascita del loro bellissimo giardino botanico.

botanica.kg è il sito del Giardino Botanico di Bishkek, c’è una pagina dedicata alle iniziative in corso per salvaguardare il giardino, compresi i conti bancari per chi vuole fare una donazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

Bishkek (7). Le “saponette” del Tagiko.

Il Kirghizistan è una delle cinque repubbliche dell’Asia Centrale ex USSR, con Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan diventate indipendenti 25 anni fa con il crollo dell’Impero Russo. Hanno una storia millenaria comune, ma ognuna per ragioni economiche, di materie prime, di storia collettiva e personale politico ha risposto in modo diverso all’indipendenza.

Sono stata in giro per i primi tre paesi per mesi…ho evitato il Tagikistan dopo aver conosciuto un uomo, Tagiko appunto… me l’hanno presentato come imprenditore, commerciava in “saponette”, nella sua vita precedente faceva il “regista”… voleva a tutti i costi che andassi con lui a Dushanbè su uno dei suoi camion, trasportava la sua “ merce” in Tagikistan… Mi faceva avere subito il Visa.

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Dopo il problema culturale con i suoi… mutandoni, si era offeso e sentito ferito nella sua mascolinità, mi aveva fotografato e avevo temuto una ritorsione. Chiarita la situazione, i nostri rapporti in ostello erano tornati sereni, ma poi… l’ho sentito parlare al telefono più volte con dei “Generali”…al telefono sparava ordini a destra e a sinistra… il giorno prima di partire è arrivato in ostello con un suo “amico”…che nella sala comune dove stavo lavorando mi ha osservato a lungo, aveva stampato in faccia il cartello “sono dei servizi segreti”…

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Mi si sono drizzati i capelli in testa, non per pensare subito male, magari il tagiko era un semplice, onestissimo imprenditore, ma avevo letto su Internet che attraverso il Tagikistan, passano tonnellate di droga provenienti dall’Afghanistan dirette negli altri paesi dell’Asia Centrale per raggiungere la Russia e l’Europa. In Tagikistan è un “business di stato”, onde per cui ho pensato che era bene il caso di continuare a rifiutare i suoi inviti.

Non credo sarebbe stato divertente… salire su uno dei suoi camion, trovarmi alla frontiera tra Kirghizistan e Tagikistan, confine dove ci sono problemi territoriali, e a un controllo dei doganieri scoprire di essere salita su un camion pieno di “saponette di eroina”, essere arrestata e finire in un carcere asiatico con un’accusa di spaccio di droga!!!

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La sera prima di partire gli ho promesso che dopo il mio viaggio in Uzbekistan sarei andata a Dushambè, lui mi ha lasciato indirizzi, vari n° di telefoni…intanto mentre parlavo, nella mia mente, si formava il gesto…dell’ombrello!

Con il cavolo che vado in Tagikistan, non voglio finire a fare l’Odalisca in quel di Dushambè!!!! 

Tra parentesi aveva moglie e cinque figli…

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Osh, in attesa di passare il confine. Kirghizistan.

Novembre 2016. Arrivo in aereo da Bishkek. 27 euro di aereo e tredici di taxi! Volevo andare a Osh, seconda città del Kirghizistan, con l’autobus per attraversare le montagne, ma un po’ per lo spavento che mi sono presa alla stazione degli autobus qualche giorno prima dove ho evitato per un soffio di essere sequestrata, un po’ perché mi avevano detto che la strada era pericolosa per la neve e perché viaggiavo da sola, alla fine ho deciso di prendere l’aereo. Gli aerei kirghisi non possono viaggiare nei cieli europei, non rispettano gli standard, non sono sicuri… ho fatto un calcolo delle probabilità… sicuramente le probabilità che cascasse l’aereo erano minori di una possibile aggressione!

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Salendo alla Suleiman Too,

35 minuti dopo sono ad Osh, e senza imprevisti. In bus sarebbero servite più di dodici ore.

All’aeroporto come al solito sono circondata da taxisti, alla fine dopo varie trattative  ne prendo uno, 300 sum, (200-250 era il prezzo giusto!). Sono arrivata alla conclusione che i taxisti kighisi e uzbeki non sanno quello che fanno… a parte lo scambiarti per un bancomat. Di solito evito di salire su un taxi, ma a volte non ci sono altri mezzi, gli dai un’indirizzo e questi non sanno mai dove portarti, alla fine devi risolvere tu la situazione, tipo scendere dall’auto e cominciare a chiedere in giro, come è successo a Osh, oltretutto a gente che non parla inglese, e io non parlo nè il russo, nè il kirghiso. In una viuzza l‘unico che dice qualche parola d’inglese è un’anziano, mi chiede se sono americana e mi dà dell’imperialista…! E’ così soddisfatto… probabilmente ha desiderato tutta la vita poter dire “Imperialista!” ad un Occidentale…Da rotolarsi dalle risate viste le mie idee politiche! Gli ho consigliato di leggere “L’Imperialismo unitario” di Arrigo Cervetto, e poi magari passare a “L’Imperialismo fase suprema del capitalismo” di Lenin, o viceversa, ma non ha capito! Quando sono andata via, lui sorrideva soddisfatto.

Alla fine trovo uno che parla solo kirghiso, ci dà l’indicazione giusta e arriviamo alla Guest house…

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Antichi petroglifi.

Passo due giorni piacevoli in questa cittadina di confine. A caccia di PETROGLIFI o incisioni rupestri e a esplorare la loro montagna sacra “Suleiman Too”, il trono di Salomone,  cinque picchi, uno dopo l’altro. Credono che qui ci sia la tomba di Salomone, profeta per i cattolici, i mussulmani e gli ebrei. E’ un luogo di pellegrinaggio antichissimo, e molto frequentato, per raggiungere la Moschea di Babur (1483-1530) fondatore della dinastia Moghul in India, c’è un ripido sentiero e delle scale sui quali si fa la coda. La gente va a pregare, chiedere grazie, per avere figli o guarire dalle malattie. Per guardare il panorama e per arrampicarsi sulla montagna. Ci sono un sacco di coppie che amoreggiano, probabilmente pensano che lì porta bene!

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Moschea di Babur della fine del ‘400 sulla cima di Suleiman Too.

Sono sparsi sulla montagna luoghi di culto, caverne sacre, una moschea della fine del Quattrocento, un museo, un luogo sacro – un buco nella roccia basso stretto e profondo qualche metro – nel quale la gente entra carponi per pregare; vari cimiteri ai piedi della montagna si inerpicano nei lati meno ripidi, la roccia credo sia marmo, liscio e lucido per quanto è praticato. E scivoloso.

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Il museo nella montagna di Suleiman Too.

Il panorama della cittadina è bello. Case basse, un mare di tetti ondulati. Diverse moschee. La più grande moschea del Kirgizistan dove non fanno entrare le donne. Sono sunniti. Una grande pianura, sullo sfondo basse montagne tondeggianti e poi le grandi montagne innevate.

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La più grande Moschea del Kirghizistan.

Cerco i petroglifi, all’inizio non riesco a vederli, tutta la montagna è ricoperta dai graffiti di moderni grafomani, nei posti più inaccessibili trovi i nomi di quelli passati di lì, ci sono date dalla fine dell’ottocento ad oggi, nonostante i cartelli che minacciano multe salate. Mi arrampico su ripidi sentieri, voglio vedere due grandi caverne, antichi luoghi di culto, ho quasi raggiunto l’ingresso della prima, mentre sto salendo vedo dei mosconi che ronzano attorno ad un cane che sembra appena morto, penso: “oh, mamma, che ci fa un cane con le zampe per aria in un posto così innaccessibile”, “la rabbia” in queste zone è diffusa, velocemente mi allontano, però mi secca ho fatto una faticaccia ad arrivare fin lì, vedo che in alto c’è un altro foro nella montagna, salgo e riesco a vedere l’interno della grotta, non vedo il cane, sento un guaito, me ne vado… manca solo che mi morda un cane rognoso con la rabbia!

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Il giorno dopo tento di entrare nell’altra grande caverna e anche lì non ci riesco, bisogna arrampicarsi su dei pietroni, i passaggi non sono difficili, ma non ho scarpe adeguate e la roccia è talmente liscia che scivolo, e mi prende la paura. Sono da sola lì in alto. Provo da un’alta parte è ancora più difficile, resto a metà di una parete alla fine mi decido a scendere e vado a vedere il museo sul sentiero.

E lì vedo i primi petroglifi. E’ una grande caverna che sale nella montagna, ha due livelli. Sarebbe interessante se ci fosse una descrizione in inglese! Capisco che ci sono manufatti originali e riproduzioni dei luoghi di culto, delle tombe e dei riti dello Zoroastrismo e dello Sciamanesimo ma non molto di più. Un kirghiso mi dice che nell’ ultima rivolta qualcuno ha rubato e venduto i manufatti originali. Della serie “Tutto il mondo è paese…”. Il secondo giorno, grazie alle indicazioni di un ragazzino che avrà nove o dieci anni, parla inglese e francese oltre al russo e al kirghiso capisco dove sono una parte dei petroglifi e vado a vederli… nascosti tra i graffiti di moderni imbecilli. Alla base della montagna sacra c’è un percorso attrezzato lungo le rocce dove ci sono le incisioni rupestri.

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Questa è la Samsa di Osh, la migliore che ho assaggiato in Asia Centrale, profumava lievemente di timo e lavanda, non sò con quali erbe è profumata ma da svenire dalla bontà!

A Osh quasi tutti i ristoranti chiudono entro le 6 di sera! Seguendo le indicazioni del proprietario dell’ostello ho pranzato in un ristorante, l’ Aidar Ata, dove ho mangiato benissimo spendendo 2 euro e 50! Un plof ottimo e un pollo squisito. E il migliore Samsa dell’Asia Centrale!

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Murales a Osh.

Samsa è un fagottino di pasta sfoglia ripieno di carne tritata o a pezzi, di agnello, montone o pollo, a cui si aggiunge, grasso o margarina, cipolla, erbe, sale e pepe, a volte  come decorazione usano il cumino. Puo avere forma triangolare, quadrata o come usa ad Oash simile ad un mini panettorne. E’ tipico cibo di strada, viene servito nei migliori ristoranti, nei caffè, in famiglia, spesso è cotto in un forno artigianale rotondo al di fuori del ristorante. Buonissimo.

 

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I fagottini di Sansa nel forno.

 

 

Bishkek.(6). Kirghizistan. Asia Centrale.

Agosto 2017. Sono ancora a Biskek, Kirghizstan, Asia Centrale. Qui, nel mio personale “Deserto dei Tartari” (vedi Dino Buzzati). Quest’inverno la città mi sembrava desolata. Una desolata città al centro dell’Asia, ora immersa nelle mille tonalità di verde, pare un altro mondo.

Una lunga primavera, calda, ventilata e fresca (media 28-35 gradi), seguita da un’estate caldissima, ma sempre ventilata, con medie da 35 a 42 gradi, normali  da queste parti. 

La città è immersa nel verde – a parte il centro amorevolmente curato e ordinato – un verde selvaggio, disordinato, rigoglioso, in ogni luogo, nei viali, nei cortili, nei parchi, con i canali lungo le strade e i marciapiedi, delle profonde “Bialere” dove l’acqua scorre allegra ed è utilizzata per irrigare i giardini, le aiuole e rinfrescare la città dall’aria bollente dell’Asia Centrale.

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Di sera, più di una volta, al buio, o quasi – sono illuminati bene i viali centrali dei corsi principali, mentre la luce che arriva sui marciapiedi o i controviali è un riflesso – ho pensato: “Qui se mi distraggo, tra i molti tombini, profondi e senza copertura  e le “bialere” aperte, mi rompo qualcosa”. Poi non sono caduta in un tombino, perché superato il primo stupore per i marciapiedi e le strade secondarie buie e disastrate, impari a fare attenzione. … In compenso mi sono incrinata due costole… un giorno incazzata e in ritardo, in un vicolo fangoso sono inciampata nelle pietre e i mattoni per l’attraversamento altrimenti impossibile.

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Bambine al ritorno da scuola.

Qui la primavera è stupenda. Ad Aprile camminare nei viali e i parchi era dolcemente divertente…non ho mai visto tanti ragazzini e ragazzine innamorati, amoreggiare allegramente con una disponibilità reciproca incredibile, non hanno l’aggressività e l’ostilità degli adolescenti italiani. Sembra che vivono l’amore, il desiderio, la passione in un modo… più sano.

E nascono tantissimi bambini. Il Kirghizstan ha circa sei milioni abitanti… ho provato a chiedere più di una volta ai kirghisi, “…ma quanti abitanti ci sono a Bishkek?” si stringono nelle spalle, e dicono “…Non so, nascono tanti bambini…”.

Quanto le città occidentali sono vecchie e con una bassa natalità tanto l’Asia è giovane e prolifica. Giri per la città e vedi ogni dove giovanissime donne con il “pancione”, bellissime, per mano o in un passeggino un/a altro/a piccola creatura di tre, quattro anni. Due o tre figli è normale per i giovani, quattro, cinque o più per le famiglie un po’ più vecchie.

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Vecchia Lada

Un giorno tornando dalla montagna ho fatto autostop, si è fermata una vecchia Lada un po’ scassata con due genitori e 4 bambini, gente così disponibile che si è pigiata per farmi posto. Con le poche parole d’inglese che conoscevano, sorridenti, cercavano di fare conversazione, la figlia adolescente come una qualunque adolescente europea chattava intensamente con qualcuno.

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In giro per i cortili cercando un pò di fresco alla calura dei 42° gradi d’agosto.

L’alta natalità è sicuramente legato al grado di sviluppo della nazione, e a una mirata propaganda, però è bellissima a vedersi.  Il Kirghizistan è un piccolo paese, indipendente da soli venticinque anni, passato nell’ ultimo decennio attraverso due rivolte sanguinose o rivoluzioni come le chiamano qui, ha l’evidente necessità di compattare la nazione, è sufficiente andare alle manifestazioni che ricordano la fine della 2° guerra mondiale o le ultime rivolte e ascoltare pochi discorsi dei politici in tv, per capire, senza conoscere una parola di kirghiso o russo che una pesante retorica alimenta intensamente lo spirito nazionale.

Per le strade vedi scorre la vita. I giardini, i cortili, i ristoranti, i grandi magazzini sono attrezzati, friendly per i bambini, hanno giochi vari e nelle grandi caffetterie o ristoranti nessuno ci fa caso se i bambini, giocano, corrono inseguendosi tra i tavoli, mentre i genitori pranzano tranquillamente. C’è una vera disponibilità collettiva nei confronti dei bambini.

I bambini non sono gioielli preziosi – perché figli unici – come in Occidente, ma si vede quanto sono amati e coccolati da tutti.

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In giro per i cortili estivi.

 

 

Asia Centrale. Bishkek. 5. Problemi culturali con i maschi asiatici …I mutandoni del tagiko.

27 Ottobre 2016.

Bishkek. Un buon ostello con standard europei. Nell’ostello ci sono soprattutto stranieri, arrivano da tutto il mondo: io dall’Italia, poi Olanda, Polonia, Russia, Nuova Zelanda, Inghilterra, Usa, Kazakistan e anche Kirghizistan.

L’ostello è di proprietà di due uomini locali (mai visti). Dalla manager che spunta ogni tanto a controllare la polvere sui mobili e la pulizia delle camere, alle receptionist, alla donna delle pulizie sono tutte ragazze. Simpatiche, parlano tutte inglese meglio di me.

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Per tutta la vita ho combattuto i pregiudizi, non penso di esserne completamente esente, viviamo in una società che massicciamente li diffonde, però ho sempre pensato che stando in guardia puoi renderti conto in tempo se cominci a dire scemenze ed evitarle.

Ora sono qui al centro dell’Asia,  viaggio da otto mesi, credo senza pregiudizi, qualcuno in viaggio mi ha definito una persona aperta, amichevole, e così è. Ho viaggiato in Europa e Russia senza problemi, alla fine la cultura è la stessa. Andando verso l’Asia ho cominciato ad essere più cauta.

Esiste uno sviluppo ineguale delle nazioni e questo implica molte cose: differenze economiche, in Asia maggiore povertà, ma anche grande ricchezza, problemi sociali diversi dall’Occidente, tradizioni differenti, idee superate dalla realtà economica e sociale ma ancora radicate nelle teste e grandi differenze culturali superabili con il massimo rispetto dell’altro. Ho trovato disponibilità e diffidenza normale verso uno straniero che arriva da un mondo molto lontano, ma superata facilmente con un sorriso, il rispetto e la disponibilità.

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In questo momento mi girano le scatole, penso che non è così semplice. Non serve che ti rispetto se non rispetti me.

Io ho problemi con gli uomini anche in Italia… intendo uomini imbecilli. Sono una donna che è sempre andata per la sua strada, facendo scelte di vita scomode, per buona parte della vita sono stata attivista politico in un partito di lavoratori e di certo non mi serve e non mi è mai servita “la protezione” di un uomo,

Si, mi sono sentita dire questo da un kazako in una notte buia, senza luna, su una scala senza luci, mentre cercavo di raggiungere un negozio a due passi senza cadere e con sta scusa cercava di mettermi le mani addosso.  Non potete vederlo ma mi escono il fumo dal naso e la bava dalla bocca al solo pensiero… 

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Ho sempre pensato di valere almeno quanto un uomo. E vista la mia esperienza di vita, soprattutto quella degli ultimi anni, sono migliore e valgo decisamente di più della media degli uomini. La mia non è presunzione. Sono una cinquantenne, se alla mia età non sapessi come sono, sarebbe assai grave.

Ovviamente in un ostello puoi trovare gente fantastica e grandi imbecilli come in qualsiasi altro luogo.

Sto cercando di migliorare il mio inglese per molte ragioni. Ad esempio, se leggo un libro, voglio poterlo raccontare e commentare non solo con frasi semplici; se vado in montagna, voglio raccontare la mia passeggiata e la natura intorno a me; voglio capire la società che mi circonda e per ultimo quando incontro un imbecille, presuntuoso, razzista e antifemminista voglio poterglielo dire, motivando a fondo la mia affermazione. Non c’è gusto a dare dell’idiota a qualcuno senza spiegargli perché lo è!

In quest’ostello c’è un buon clima, it is friendly! Fino a due giorni fa… qui gli ospiti si ritrovano e lavorano in una sala comune con larghi e comodi divani; c’è un grande tavolo, ci si siede intorno con il computer e nessuno ti disturba;  puoi guardare la TV,  e scambiare informazioni utili al tuo viaggio, puoi stare in cucina a chiacchierare oppure puoi restare nella tua camera.

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C’è gente che lavora per organizzazioni internazionali, come Tam neozelandese; Richard insegna l’inglese all’Università; un ingegnere di origini Indiane, ma naturalizzato americano, il quale disprezza profondamente gli americani che non si sono arricchiti, ossia la maggior parte dei 323 milioni dei suoi connazionali! I poveri, gli homeless negli USA sono 105milioni e 303.000. (dati presi dal libro di  Elisabetta Grande, prof.ssa di Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte Orientale, ripresi da Repubblica.) Si sente parte di un’élite d’intellettuali intelligenti … e tutte le volte che apre la bocca non fa che ripetere una quantità industriale di beceri luoghi comuni!  Qui studia il russo per poi andare in Ucraina; alcuni come me e Derek sono qui per ottenere un visto per altri paesi, Micha si riposa dopo aver attraversato la Cina e il Pamir in bicicletta, c’è Abdullah… tagico (non si chiama così, la mia è  pura cattiveria!), in città per affari, compra profumate saponette Diva da rivendere in Tagikistan, almeno così dice…

Come è naturale chiacchiero con tutti. La sera, sotto il vestito mi metto il pantalone del pigiama  per sedermi o stendermi sui divani. Per stare comoda, mettere le gambe come mi pare, non avere problemi con i maschi, non creare scandalo o dare fastidio.

Anche altri ospiti si mettono in pigiama. E qui arrivo al Tagiko cinquantenne.

Due sere fa arriva e si mette in… mutandoni!!! Avete presente quelli dei nonni? Così!

Io rimango lì perplessa. Se il mio ex convivente girava per casa in mutande o in mutandoni, ovviamente non mi dava fastidio, non mi offendeva perché tra noi c’era intimità. Questo che va in giro con i suoi mutandoni e relativi attributi maschili in evidenza, mi spiazza, non so come reagire.  Subito, faccio finta di niente, continuo a parlare con lui come prima, osservo le donne, tutte fanno come se fosse vestito.

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Giuro non l’ho inventato. Ecco qui il tagiko in mutandoni! Sfocato e irriconoscibile per la privacy e perché da queste parti sono tranquilli ma permalosi  e pronipoti dei predoni dell’ Antica via della Seta!

Mi chiedo forse è normale… ma so che non è normale, vista la condizione femminile di questa parte del mondo. Nel suo paese dubito assai che di fronte a delle donne si permetta una cosa simile.

Rifletto e capisco che lui non ha capito la situazione.

Sembra anche una brava persona. Ha visto altri uomini in pigiama in mezzo alle donne e per un problema culturale si è messo… in mutandoni!  Non capisce la differenza: un pigiama, una tuta è un  vestito impersonale, neutro, asessuato, largo… un mutandone no!

Legge anche il Corano, a gambe incrociate sul divano, in… mutandoni!

Alla fine vado dalle receptionist, e chiedo: ” E’ normale che il tagiko se ne sta in mutandoni?” Risposta: “In mutandoni?” Spiego cosa sono. Il bello che la sera prima un paio di queste erano sedute vicino a me e parlavano tranquillamente con il tagiko! Quando afferrano il concetto, mi dicono “No, non è normale!” . Certo che non è normale.

E capisco che anche loro non sapendo affrontare la situazione hanno fatto finta che fosse vestito! Ma, cazzo, non lo è!!!

Mi sembra di essere nella situazione della favola “Il re nudo”. E la cosa mi fa sempre più incazzare oltre a crearmi altri problemi.

So che Mia ha parlato con il tagiko, lui gli ha detto che sono pantaloni! Un po’ perché è un cliente, un po’ perché non sa che fare, fa finta di niente e il tagiko da quando gli è stato fatto l’appunto gira imperterrito avanti indietro in mutandoni… suppongo, voglia affermare la sua mascolinità.  Non ho più scambiato una parola con il tagiko se non un Buongiorno, quando è vestito, altrimenti lo ignoro apertamente. Capirà prima o poi.

No, non capisce…

Ho chiesto a un ragazzo Americano-irlandese che sta in ostello e vive qui da due anni “Secondo te faccio bene se gli parlo?” Risposta: “Assolutamente no, vista la cultura di qui è capace che diventa violento! Una donna non può fare un’osservazione a un uomo…!”

Sono proprio tentata di fare due chiacchiere con il somaro. Lui sta offendendo me e tutte le donne presenti…

Sono entrata in cucina, me lo trovo davanti, seduto al tavolo in mutandoni… invece di uscire subito, vedo rosso… lo guardo e gli dico in perfetto italiano I tuoi non sono pantaloni, ma mutandoni…”, ha capito perfettamente, infatti è schizzato in piedi come se gli avessi piantato un ago nel culo e io me ne sono andata. Adesso sono due giorni che parla ad alta voce in tagico al cellulare. E questa sera mi ha fotografato.  Che stia preparando una vendetta…?!

Ho chiesto a Richard . “Mi devo preoccupare” Lui “No, c’è un sacco di gente in ostello, non è violento.”

Ora nell’ostello c’è una situazione un pò tesa, intanto il tagico in mutandoni e l’indiano americano hanno fatto comunella, s’intendono… hanno la stessa immondizia nella testa.

Entro in cucina, mi guardano e commentano tra di loro a bassa voce: “E’ affamata di uomini!” questa è una frase che ho già sentito…

Tu mandi a cagare un uomo, lo ignori, gli dimostri il tuo disprezzo e il coglione  dice “…deve essere affamata di uomini”! A parte la totale insensatezza, logica vuole che  se ti voglio, te lo dico o faccio in modo che capisci e se sei d’accordo, mi infilo nel tuo letto.

La conseguenza può essere grave: l’imbecille ignorato e ignorante , essendo un uomo cosa pensa di fare, dato che è un’idiota? pensa debba dominarti ed umiliarti. Poi si ricorda la frase dell’altro ” ha fame di uomini” e l’idea più intelligente che può venire in una testa bacata è quella di violentarti, di organizzare uno stupro, magari di gruppo.

E poi senti dire qualche uomo, “Ci sono delle donne cui piace essere violentate…”.  A quel punto l’unico pensiero che ti viene in mente è:  “Questi miserabili uomini di serie B vanno castrati, così non fanno più danni.”

STOP VIOLENCE 

AGAIN WOMAN

Alla fine ho preso il traduttore italiano-russo gli ho scritto che mi dava fastidio, spiegandogli perchè, lui: “Karasciof”, va bene, e non si è più messo in mutandoni!

Forse ho sbagliato io, per paura di offendere ho chiesto alla receptionist d’intervenire e lui si è offeso, se glielo dicevo, educatamente, forse sarebbe stato subito risolto, o forse no… accidenti, mai troppo tardi per imparare.

Tra l’altro qui in Kirghizistan gli uomini kirghisi sono molto rispettosi con le donne, finora mai avuto un problema. (Però… fino a 3 o 4 anni fa era legale rapire una donna non consenziente per obbligarla a sposare un uomo che non voleva = alla Sicilia di 50 anni fa!). Diversa  credo sia la situazione in Tagikistan, in Uzbekistan e Kazakistan, vivono una condizione peggiore. (In un altro post ne spiegherò la ragione).

STOP VIOLENCE

AGAIN WOMAN

  STOP VIOLENCE AGAIN WOMAN

STOP VIOLENCE

AGAIN WOMAN