Urra! Passero’ l’estate in un rifugio alpino.

Primavera 2014.

URRA’! Passerò l’estate in un rifugio alpino.
Oggi assomiglio vagamente a Snoopy dopo che ha mangiato un biscotto, cammino a un metro da terra, sorridendo, dolcemente levito.

Un’idea che mi girava per la testa da un po’ di tempo. Lasciare la città per qualche mese con l’obiettivo di buttarmi alle spalle il passato, lavorare duro, decidere i nuovi sentieri da seguire in città nel prossimo futuro e soprattutto Vivere la Montagna, quella vera e dura, quella che ti mette alla prova.

Ho intenzioni “serie”. Voglio arrivare in vetta alle maggiori cime del Parco Orsiera-Rocciavrè. Monte Orsiera, il Rocciavrè, la Cristalliera, ecc.
Sprofonderò tra i fiori profumati, nell’erba dei prati tra i 2000 e 2900, dove non rimane che la nuda roccia, negli occhi le sfumature dei blu del cielo, dei laghi alpini, delle viole, dei “chiu cuc” (genziana in franco-provenzale), tra il verde dei prati, e il grigio dei sassi e delle rocce alpine.

 

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Viole di città a marzo.

Ogni settimana, nel giorno di riposo dalle fatiche del lavoro in rifugio, organizzerò un’escursione.

Comincerò con l’Orsiera, la “mia” montagna. Sono nata sul versante opposto, in Val di Susa. Ogni tanto mi allontano e mi dedico ad altro poi regolarmente ritorno.
Racconterò le escursioni. La vita in rifugio. La gente che va in montagna. Chi frequenta i rifugi come questo, raggiungibile in estate con l’auto, ma anche punto di partenza per passeggiate impegnative, quindi veri alpinisti, e famigliole, cittadini che al massimo fanno 10 passi oltre la portiera della propria auto.

Sono salita su, la prima volta, a metà maggio per il colloquio di lavoro. Partenza da Torino, stazione di Porta Nuova, alle 6.55 con l’autobus per il Sestriere.
Viaggiamo verso Pinerolo, poi lungo la Val Chisone, Perosa Argentina, Villar Perosa, è un salire e scendere di studenti, un delirio di voci, di molti sguardi allegri e qualcuno triste e assonnato.

Ascolto la storia delle disavventure sentimentali di una loro compagna di scuola e i commenti di solidarietà o disapprovazione. Tre di loro alla fine decidono di scendere e saltare la prima ora. Un piccoletto con lo sguardo calmo di chi sa andare per la sua strada, nonostante lo stuzzicano, non scende.

Poco dopo sale un ragazzo. Parlano tra loro della scuola. Sono meccanici. Stanno imparando a riparare, a smontare le macchine. “Hai visto, la Punto che hanno portato su? Non riuscivo a salirci, era tutta schiacciata. Per svitare il perno, mi sono infilato tra il sedile e il volante…” Si lamentano della mancanza di materiale. Con fierezza si raccontano come risolvono i problemi anche senza gli attrezzi giusti. Sono rappresentativi del “genio italico”, la disorganizzazione sociale salvata dalle capacità dei singoli, orgogliosi di svolgere un lavoro ben fatto.

Scendo dopo due ore a Depot, poco prima di Finestrelle. Sono le 9.00. Chiedo un passaggio ad un furgone che trasporta biancheria pulita all’Hotel di Pra Catinat. A Pra Catinat scendo, non si può proseguire con l’auto fino al 31 maggio.

A sorpresa sono avvolta dal profumo dei pini. Respiro. Sto bene.
M’incammino verso il Rifugio, tra i pini e i prati coperti di fiori gialli e viole profumate, il sentiero sale dolcemente. Un sentiero-balcone sulla Val Chisone, spettacolare il paesaggio e la vista sulle montagne. Tre alpinisti mi danno indicazioni, ho dimenticato la guida sul letto!

L’incontro successivo è con un cervo, sono controvento non sente il mio odore, infatti, mi osserva con calma e non fugge. Poco prima del rifugio una chiassosa marmotta mi da il benvenuto.

Giro del Monviso: Alla ricerca di un lavoro in un Rifugio Alpino.

La foto del Monviso in evidenza è di Michele Rosso

I prossimi 3 post sono stati scritti nel 2014. Credo siano ancora attuali. Quell’estate, a causa della crisi economica senza fine, il lavoro che avevo da vent’anni era giunto quasi al capolinea. Piena d’entusiasmo, pensai di cercarmi un lavoro per la stagione estiva, tanto il mio lavoro d’estate era fermo. I seguenti tre post raccontano i mesi da metà maggio a metà settembre 2014, passati prima alla ricerca di un lavoro, poi al lavoro tra le montagne piemontesi nell’estate più piovosa degli ultimi due secoli. Non pioveva così tanto dal 1803!

Estate 2014.

Sto cercando lavoro nei rifugi alpini. Ho deciso di fare una parte del Giro del Monviso toccando 5 rifugi e sentire se hanno bisogno di personale.

Scendo dal pullman dopo 3 ore di viaggio  a Castello di Pontechianale, 1603 metri di quota, due passi dal confine francese. Torno indietro di qualche decina di metri, attraverso un ponte sull’impetuoso torrente Vallanta, raggiungo il rifugio dell’Alevè, sono gentili, ma non hanno bisogno di personale, ci sono pochi clienti.

Poco prima del rifugio parte il ripido sentiero che porta verso  il vallone di Vallanta e al Rifugio Vallanta a 2450 metri di quota, alla base del Viso e della punta Gastaldi. Sono fresca e riposata, parto con un buon passo. Il cartello all’inizio del sentiero indica  2 ore e 30 per raggiungere il rifugio.

Comincio a salire alle 10 del mattino, tardissimo, infatti incontro parecchi alpinisti che stanno scendendo dalla montagna!

Fino ai 1912 metri delle Grange Gheit il sentiero sale ripido poi la salita è più dolce fino ad un centinaio di metri sotto il Vallanta, dove si riprende decisamente a salire. Incontro un gruppo di donne, che faticosamente salgono, chiedo informazioni: dopo il Vallanta voglio raggiungere il Quintino Sella,  sono indecisa se fermarmi a dormire al bivacco delle Forciolline, dedicato ad Alessandra Boarelli, la prima donna che scalò il Monviso nel 1864, modernissimo e attrezzato, oppure salire al bivacco Bertoglio decisamente spartano.

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Non conosco la zona. Prima di partire ho visto su Internet percorsi e foto, ma salendo mi sono resa conto che c’è ancora molta neve e il tempo è instabile, le previsioni non sono buone.

Come capita spesso in montagne la nebbia sale all’improvviso, per ora il sole tiene, ma mentre cammino, mi volto e la vedo salire. Le cime più alte appaiono e poi scompaiono tra le nuvole.

Il paesaggio è spettacolare e la Natura rigogliosa. I prati sono verdi e pieni di fiori alpini, dominano i gialli, i blu, i rosa. Salendo vedo le stelle alpine, anzi incrocio una francese estasiata che continua a ripetermi “Edelweiss, Edelweiss”, effettivamente trovarle così vicino al sentiero e in un luogo così facile è raro.

Faccio un pezzo di sentiero chiacchierando con il gruppetto di donne, una di loro è un’alpinista, conosce bene i luoghi che voglio raggiungere, ma quest’ anno non c’è ancora stata, mi consiglia di chiedere al gestore del Vallanta. Dopo un po’ le saluto, salgono troppo lentamente.

Riprendo a salire con passo rapido, e dopo una mezzora incontro una finlandese, mi fermo a chiacchierare, non capita tutti i giorni d’incontrare qualcuno che viene da così lontano! Parla sei lingue, mi racconta che sono quattro settimane che cammina tra le montagne. Mi dice che su al passo c’è molta neve, ed è ghiacciata.

Ha un’attrezzatura molto leggera e mi fa notare che la mia è troppo pesante, effettivamente ho due zaini! …ma se voglio risparmiare è bene che evito di dormire nei rifugi o di fare lauti pranzi a caro prezzo.

Attualmente, anche se non ancora ufficialmente, sono praticamente disoccupata. E l’attrezzatura che ho sulle spalle mi salverà la vita la notte stessa!

Intanto il gruppetto di donne ci raggiunge e una sfotticchiando mi dice “ …ma come? Sei ancora qua, ti vedevamo lontana salire rapidissima…”. Dopo un po’ saluto la finlandese. Riparto, raggiungo le signore, le superò e salgo veloce verso il rifugio, anche se quando riprendo a salire faccio una notevole fatica, sembro scoppiata, non ci si deve mai fermare a lungo come ho fatto io con la finlandese, perché si perde il ritmo e ci va un po’ a riprenderlo. Finalmente dopo 2 ore e 15 arrivo al rifugio Vallanta. Prima di entrare mi fermo a mangiare i panini e la frutta che ho nello zaino.

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Dopo trenta minuti arriva il gruppetto di donne con la lingua di fuori! Entriamo nel rifugio, una è la madre di due giovani dipendenti, chiamano il gestore, un uomo burbero come sono spesso i gestori dei rifugi. Sono arrivata alla conclusione che alcuni sono veri e propri asociali. Sarà l’altitudine? Vivere per mesi sopra i 2000 o i 3000 metri forse rende un po’ orsi! O forse è solo un’atteggiamento che rientra nel mito del Gestore di rifugi: di solito una guida alpina, un uomo tosto, duro, solitario e scorbutico che sfida la montagna. 

Alla mia domanda: “Ha bisogno di personale? Cerco lavoro.” Mi risponde con un No categorico. “Piove sempre.” “Non ci sono clienti.” E comincia a lamentarsi dei giovani, che non sono più quelli di una volta, “Non resistono un mese”.

Il gestore mi sconsiglia il passo delle Forciolline per la neve e per la difficoltà del percorso, in buona parte su roccia e attrezzato con corde di ferro per non volare giù. Io sono da sola e il tempo non promette nulla di buono. Decido di andare al Bivacco Bertoglio.

Scendendo incontro una donna alpinista simpaticissima, facciamo un pezzo di strada insieme parlando di montagna e a 1900 metri ci lasciamo, perché lei non è attrezzata per passare la notte in bivacco, anche se è molto dispiaciuta di dover scendere a valle.

In questa giro in montagna incontro quasi solo donne, gli uomini sembrano una specie in via d’estinzione!

Sulla destra orografica del torrente Vallanta, a un bivio, il sentiero attraversa il bosco dell’Alevè, l’unico fitto bosco esistente in Italia con il puro Pino Cimbro, splendido pino sempreverde dall’aspetto tormentato e maestoso, residuo di antiche ere, e prosegue nel Vallone delle Giargiatte verso il bivacco Bertoglio, il passo S.Chiaffredo e il passo Gallarino verso il Rifugio Quintino Sella punto di partenza per raggiungere il Monviso per la via normale.

Prendo il sentiero che attraversa il bosco di pini, è molto bello, ma sale bruscamente. Comincio a sentire la stanchezza, e devo salire per altre due ore e mezza! Non sono allenatissima e dopo un po’ lo sento.

Faccio una tappa dopo una mezz’oretta per mangiare una tavoletta di cioccolata. Intanto sale la nebbia. Più salgo, più diventa fitta. E pioviggina.

E’ tardo pomeriggio, la luce nel bosco sotto la pioggerellina e nella nebbia fluttuante diventa sempre più fioca. Cammino ascoltando i rumori e i suoni che provengono dalla profondità del bosco, ogni tanto si apre una radura. Salendo la vegetazione si dirada e cominciano le rocce.

Sono sempre più stanca e comincia a dolermi il ginocchio, tanto da impedirmi quasi di camminare. Ad un certo punto mi chiedo se è il caso di tornare indietro, ma sono ormai troppo in alto e a scendere con un ginocchio come il mio è anche peggio. Mi guardo intorno, cerco un ramo da usare come bastone e anche se siamo al limitare del bosco, lo trovo. E provo un vero sollievo, senza quel bastone non credo sarei riuscita a camminare ancora per molto. Perché accidenti non ciò pensato prima!

Poi spariscono i pini ed è solo nuda roccia. Si sale su una ripida pietraia con il sentiero tracciato benissimo e anche i segnavia che seguo con attenzione sono visibili. Per fortuna, ogni tanto la nebbia di dissolve, posso vedere dove sono e capire la direzione, poi si richiude. A metà pietraia incontro due alpinisti, ci salutiamo, pensavo di essere a mezzora dal bivacco, invece mi dicono che arrivano da lì e manca ancora quasi un’ora. Sono così stanca che penso: ma no, si sbagliano. Invece non si sbagliano per niente. Un’alpinista mi spiega che il bivacco si trova a sinistra su un roccione sopra al sentiero, dove c’è una strettoia tra le rocce prima del lago Bertin e i due laghi successivi in una specie di “valle” glaciale che sale dolcemente verso il passo S.Chiaffredo. Continuo a osservare le rocce e le cime intorno a me… e del bivacco non c’è ombra.

Sono sfinita e non me ne rendo conto.

Quando raggiungo la strettoia, non vedo il bivacco, ma vedo l’indicazione verso l’alto, 10 minuti. Sono stati tra i più lunghi minuti della mia vita. Salgo sulle rocce scoscese, bagnate, tanto che scivolo, cado sulle rocce e non vedo il bivacco. Ho maledetto i “deficienti” che chissà per quale ragione erano andati a costruire un bivacco in un posto così inaccessibile! Finalmente vedo il bivacco spuntare tra le nebbie, sfinita lo raggiungo. Sono infreddolita. Mi guardo intorno, ogni tanto le veloci nubi di montagna si alzano e si vede il paesaggio. Spettacolare! Sono lì tra i picchi, c’è solo roccia, guardo verso il basso…quanta strada o fatto! Sono le 6 di sera. Sono a 2770 metri.

Apro il bivacco, una piccola costruzione in lamiera, colorata  di giallo e rosso, dentro ci sono nove posti letto, cioè 3 letti a castello rudimentali e un piccolissimo spazio tra i letti. Faccio una cena frugale con il cibo che ho nello zaino. Il freddo aumenta. Pioviggina. Desolata mi accorgo di aver perso l’ombrello. Rimango un po’ fuori a guardare il paesaggio, ma fa troppo freddo.

Mi preparo velocemente il letto, apro il mio sacco a pelo, prendo 5 coperte dagli altri letti e le metto una sull’altra sopra il mio sacco a pelo. Sta diventando buio e piove sempre più forte. La lampadina della mia pila fa pochissima luce. Per fortuna c’è una finestra. Apro la persiana di ferro. Tremo dal freddo. Mi metto il pigiama, mi rimetto i pantaloni, tre maglie, più il pile uno sull’altro, mi infilo nel sacco a pelo sotto 5 coperte e continuo ad avere freddo. C’è un’umidità bestiale. Tuona e piove sempre più forte, si alza anche il vento. Sembra il diluvio universale.  

E’ una vera tempesta.

Sono lì, da sola. Il rifugio più vicino è a 2 ore di distanza! Comincio ad avere un cerchio alla testa. Soffro l’altitudine. Ho forse è la paura! Piove sempre di più. E’ impressionante. Di solito mi piace la pioggia… me lo ripeto, ma piove talmente forte che mi fa paura, finché mi addormento. Mi sveglio alle due di notte, sto morendo di caldo, comincio a svestirmi sempre chiusa nel sacco a pelo, un po’ per volta mi levo tutto anche il pigiama. Evidentemente mi sono riposata e il mio corpo sfinito dalla stanchezza è tornato  in condizioni normali e così la mia temperatura.

Piove sempre. Fatico a riaddormentarmi. Alle tre mi risveglio di botto con tutti i sensi all’erta. Vedo con gli occhi della mente un animale fuori dal bivacco, sembra una cerva (no, siamo troppo in altro) o una pecora (ma, no è troppo grande), la visione sparisce e comincio a sentire un animale che si muove e cammina intorno al bivacco, gira un po’ lì intorno e poi se ne va. Guardo l’ora sono le tre e mezza. Avevo messo la sveglia alle cinque, la sposto alle sei. Voglio dormire.

Il mattino mi sveglio, fa freddo. Esco dal bivacco. E osservo la montagna intorno a me. Non c’è nebbia. Osservo il percorso che devo seguire per superare i passi e girare intorno alla punta Trento.

 Grigia roccia nell’alba.

Bellissimo e struggente. Il paesaggio delle cime rocciose è tanto bello da far male.

Ci sono tre laghi in successione e c’è neve ma nulla di pericoloso. Mentre sto osservando il paesaggio, mi accorgo che sul passo c’è un velo di nubi, nel giro di pochi minuti cominciano a salire velocissime, mi volto e vedo che la stessa cosa sta succedendo sul versate opposto da dove sono salita. In un attimo capisco che passerà poco tempo prima di essere immersi nella nebbia e non posso permettermi di scendere dalle rocce, su cui si trova il bivacco, nella nebbia, perché rischio di ammazzarmi. Corro nel bivacco, velocissima arrotolo il sacco a pelo, rimetto tutte le mie cose negli zaini, chiudo la finestra, chiudo il bivacco e comincio a scendere.

Intanto la nebbia sta avvolgendo tutto.  Arriva quando raggiungo il sentiero alla base della roccia.

Sono al sicuro, mi rendo anche conto di quanto è stato facile scendere dal bivacco e dello sfinimento fisico della sera precedente. Ora devo solo seguire i segnavia e fare un po’ d’attenzione e la nebbia non è così fitta. Sale e scende, si scioglie un po’, poi si richiude. Comincio a salire verso il primo passo seguendo il sentiero, sono nella nebbia, ma non mi preoccupo. Ho impresso in mente il paesaggio visto dall’alto del bivacco, non cammino alla cieca. Passo accanto al lago Bertin e al lago Lungo, c’è neve ma non troppa. Subito faccio fatica a salire, sono  in alto, ma presto riprendo ad andare su decisa, sono scesa a 2700 metri, ora devo salire fino a 2770 del passo S. Chiaffredo, poi a 2730 del passo Gallarino e poi scendere a 2640 al rifugio Quintino Sella. Mi hanno detto che è solo lunga, non difficile, infatti così è.

Riprende a piovere, scendendo dal bivacco ho ritrovato l’ombrello, mi riparo. Mi bagno lo stesso. Sotto la pioggia fitta e sottile faccio colazione. Cammino e sembra non arrivare mai. Quando sono quasi al rifugio che non vedo perché immerso nella nebbia comincio a incrociare qualche alpinista che sale. Me la prendo comoda. Arrivo dopo due ore. Al rifugio ordino  un’abbondante colazione con del tè bollente, finalmente qualcosa di caldo!

Rimango lì a riposarmi qualche ora, intanto smette di piovere e anche la nebbia si dirada. Chiedo del ghiaccio per il ginocchio dolente e gonfio. Decido di scendere a Pian del Re, a 2000 metri, dove nasce il Po’.

Il tempo migliora velocemente, esce il sole.

Attraverso alcuni nevai, intanto mi godo il paesaggio, scendo lentamente anche per non forzare il ginocchio. Infatti, non ho problemi.

Incontro parecchia gente che sale.

Arrivo al lago Fiorenza a mezzora da Pian del Re, c’è il sole, mi sdraio hai bordi del  laghetto alpino e me la godo un sacco, pranzo e poi mi addormento. Sto benissimo. Scendo.

Domando ancora a tre rifugi se hanno bisogno di personale e tutti mi danno la stessa risposta: piove sempre, ci sono pochissimi clienti, sarà per il prossimo anno.

Prendo la navetta che scende al Pian della Regina, dovrò prendere altri tre autobus per arrivare a Torino.

A posteriori direi che non potevo scegliere anno peggiore. E’ dal 1803 che non piove così tanto nei mesi di giugno e luglio!

 

P.S. Vedi l’articolo scritto prima di cominciare a lavorare in rifugio: Urrà! Passerò l’estate in un rifugio alpino.

Altro P.S. Vedi articolo successivo: Ho lavorato in un rifugio alpini….la miseria che delusione!!

 

 

 

Berlino (1)

Prima di andare a Danzica sono stata dieci giorni a Berlino. C’ero stata nel 1991, un anno dopo la caduta del Muro. Era un cantiere, gru dappertutto. Stavano rinnovando la città. Nuovi palazzi progettati da grandi architetti come Renzo Piani. Restauro dei vecchi edifici come il Bundestag e la Brandeburgo Tor. Mi aveva entusiasmato l’isola dei musei, il viale Unter den Linden, il Museo di Pergamo e la Porta d’Ishtar. Vivevo in Germania allora. In quella occidentale.Studiavo il tedesco, amavo la Germania e la storia tedesca.

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Sono nata in un paese bruciato dai tedeschi durante la 2a Guerra Mondiale. Da bambina mio padre mi raccontava quando avevano ammassato  lui che aveva 8 anni, le donne, i bambini e i vecchi in fondo al paese con le mitragliatrici puntate, (c’era un servizio di vigilanza, all’arrivo dei soldati, ì maschi adulti erano fuggiti per non rischiare di essere spediti in Germania a lavorare come schiavi). Avevano trovato due soldati tedeschi uccisi in uno dei passaggi tra una corte e l’altra dell’antico paese fortificato e per rappresaglia volevano sterminare tutto il paese, per fortuna arrivò un contr’ordine, e i tedeschi se ne andarono senza uccidere nessuno (Scoprirono che non erano stati i partigiani, al buio i due soldati si erano sparati tra di loro o forse, dicevano in paese, la guerra era alla fine e l’ufficiale tedesco non volle caricarsi sulla coscienza tutti quei morti).

Invece qualche giorno dopo i fascisti strapparono unghie e occhi ad un povero ragazzo diciassettenne con ritardo mentale che nella sua ingenuità vestì una giacca militare trovata nei boschi intorno al paese, mentre tornava a casa, sfortuna vuole, incontrò un gruppo di fascisti, pensarono fosse un partigiano, lo torturarono e poi l’uccisero. Era lo zio di una mia amica.

Mio zio, Barba Berto, si fece 3 anni di lager, soldato sul fronte greco-albanese si era rifiutato di servire i tedeschi, era uno di quegli italiani sfigati che si fecero 10 anni di guerra.  Era di leva e fu inviato in Africa per la guerra coloniale, poi con la guerra mondiale finì prima  sul confine francese e poi si fece la guerra di Grecia e d’Albania. Nel ’43 con l’Armistizio voleva solo tornare a casa,  non aveva voluto la guerra, era stato costretto a farla.

E i fascisti della Repubblica di Salò al di là delle fesserie che si raccontavano e raccontano ancora oggi i loro epigoni avevano un unico problema salvare il “culo”, dopo vent’anni di dittatura, e conseguenti porcate, violenze, torture e repressione, dalla rabbia di chi avevano oppresso. Per questioni personali tradirono la patria di cui oggi si riempiono continuamente la bocca e furono responsabili della morte di altri milioni d’italiani, la guerra durò altri due anni.

Così mio zio finì su un treno piombato e in un lager dove soffrì la fame (perse 29 chili), diceva: “Trattavano peggio di noi solo gli ebrei e i polacchi”. Nel ’45 fu liberato dai russi, la guerra continuava e lui fu spedito verso est, in Russia. Riuscì a tornare in Italia nel ’46. Era un tipo allegro, della guerra non parlava mai davanti a noi bambini e non amava (per usare un eufemismo) i tedeschi e i fascisti, gli avevano rubato la giovinezza.

E la Croce Rossa…. Si, lui moriva di fame  e di freddo nel lager, la sua famiglia di poveri contadini si toglieva il pane di bocca, confezionava calde calze di lana e altro vestiario per inviarglielo al fronte e poi nel lager…Non ricevette mai nulla. Quello che gli apparteneva veniva girato agli ufficiali.

E poi io ho studiato e conosciuto la storia tedesca del ‘900,  la storia del Partito Socialdemocratico tedesco, la Lega di Spartaco, il rifiuto della guerra di Liebknect e di Rosa Luxemburg, l’opposizione dei lavoratori tedeschi al nazismo che non è quella degli ufficiali tedeschi che nel’44  si svegliano e tentano di uccidere Hitler, ma è quella resistenza di cui non si parla mai, ma che costò la vita ad 1 milione di lavoratori tedeschi, i lager furono inventati negli anni ’30 per reprimerli.

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A proposito di Lager:  ho scoperto anni fa e non riesco ancora oggi a farmene una ragione che nei Lager furono internati 12 milioni di persone….Vi siete mai chiesti quanti si salvarono e tornarono a casa? Beh ve lo dico io…E’ talmente enorme e mostruoso …1 milione di persone si salvò. 11 milioni morirono. 11 milioni di bambini, donne e uomini.

11 milioni di morti su 12 milioni d’internati… 

Di solito si parla dei 6 milioni di ebrei assassinati nei lager. E mi sembra giusto. Quello che non mi sta bene è che non si parla mai degli altri. E gli imbecilli che fanno del revisionismo storico per ragioni politiche, per sminuire gli ebrei, in realtà stanno nascondendo e giustificando la morte anche degli altri 5 milioni di persone. 

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Un viaggio di mille miglia comincia con un passo…..Lao tze.

Ho messo in pratica il famoso aforisma di Lao tze, filosofo cinese del 6° secolo A.C.

Ho fatto il primo passo.

Ho cominciato a Spotorno… No forse il vero primo passo è stato il viaggio ad Istanbul…

SPOTORNO. Sabato, il cielo è coperto da nuvoloni neri, passeggio nel budello e tra i carrugi. C’è nessuno in giro. Verso le 14 inizia a piovere, in spiaggia cammino sulla battigia , un onda mi bagna i pantaloni fino al ginocchio, continuo a camminare sotto la pioggia battente, dopo una serie di altre ondate decido che è il caso di tornare in Hotel. Arrivo nell’accogliente camera dell’hotel Giongo, dove preparano una torta alle mele con pinoli ed uvetta squisita così come le prugne con la buccia dei limoni. Mi sdraio come un gatto sul letto e mi addormento, devo recuperare due notti in bianco.

Mi alzo alle 19, rintronata, perché non sono abituata a dormire al pomeriggio. Esco, fa un freddo polare, ceno con un Calzone megagalattico  al Black Bull, e dopo aver mangiato un gelato alla pera e cioccolato, torno di corsa in hotel al caldo.

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Domenica, c’è il sole. M’incammino a piedi lungo il mare, poi lungo la strada, verso Noli, è piacevole camminare guardando il paesaggio e il mare  che luccica sotto il sole. Antica Repubblica marinara, fondata nel 1192,  si trova in una bella insenatura. Cammino tra i carrugi (vicoli) del centro storico. Le antiche torri medioevali svettano sui tetti delle case dai vivaci colori, gialli, rosa, rossastri,  le torri mozzate trasformate in abitazioni hanno le basi in blocchi verdi di  pietra locale mentre la parte superiore è in mattoni. Nel medioevo si contavano 70 torri.

Cammino verso il Monte Ursino e il Castello dei Marchesi del Carretto, una bella passeggiata con una vista sul mare da cartolina.

Scendo, attraverso i carrugi e le piazzette fino all’antica Cattedrale San Paragorio costruita nel XI secolo al di fuori della cinta muraria, in stile romanico, si trova andando verso Capo Noli, non ho potuto visitare l’interno perché l’orario di visita è dalle 10 alle 12, sono arrivata quando era di già chiusa.

P.S. A Noli e lungo la strada per Varigotti ho fatto delle belle foto, peccato che ha causa del mio rapporto conflittuale con il mio nuovo cellulare smart phone, momentaneamente non posso recuperare le fotografie! Ma prossimamente riuscirò a domarlo!

Dal 1572 divenne cattedrale della repubblica la chiesa di San Pietro dei Pescatori essendo all’interno delle mura e quindi più sicura. Il suo altare è un antico sarcofago romano.

Il 2 dicembre del 1797 con l’occupazione Napoleonica si estinse l’autonomia della piccola repubblica ormai da secoli in decadenza, un tempo abitata da ricchi mercati divenuta borgo di pescatori.

Tuttora, Noli è uno dei pochi borghi costieri con una piccola flottiglia di barche da pesca a motore. Tutte le notti i pescatori escono in  mare e ritorno al mattino a vendere il pesce nel minuscolo mercato del pesce sul lungo mare.

Noli mi affascina non solo per il suo antico borgo ben conservato ma per i personaggi che sono parte della sua storia,  come Antonio de Noli (1419-…) navigatore, scopritore delle Isole di Capo Verde e tra i primi esploratori dell’Africa. Giordano Bruno (Nola 1548-Roma 1600) si rifugiò per qualche mese a Noli dove insegnò grammatica e cosmografia. A Roma condannato come eretico per la sua visione del mondo, fu bruciato sul rogo in Campo de’ Fiori.

E il genovese Cristoforo Colombo (Genova 1451-Valladolid 1506) sognatore e grande navigatore  s’imbarcò qui per l’Olanda, fece naufragio di fronte alle coste spagnole e lì cominciò la sua avventura, cercando una nuova via per raggiungere le terre produttrici delle rare, costose e favolose Spezie, scoprì l’America, un nuovo continente. Per essere parte di  grandi cambiamenti epocali si deve essere sognatori con i piedi per terra, ancorati al proprio tempo con uno sguardo nel futuro.

Tempo fa comprai un libro antico scritto da Joseph Marie Lequinio, “Le préjugés detruits “ stampato nel 1792.

Il rivoluzionario Lequinio  partecipò alla  Rivoluzione Francese, da vero repubblicano congiurò contro Napoleone affossatore della repubblica nata dalla rivoluzione, considerato uno dei fondatori della Repubblica Napoleone non osò toccarlo. Nella prefazione evidenzia la sua visione del mondo: è uno di quegli uomini, completamente disinteressati, a volte definiti “visionari” che andando al di là della contingenza del presente riescono a vedere il futuro e lottano per il miglioramento delle condizioni della specie umana.

Mi sdraio al sole sulla spiaggia di Noli, quando le nubi tornano a coprire il sole riprendo la mia camminata sul lungo mare, poi lungo la statale, uno stupendo balcone sul mare e la bianca scogliera e le rocce verso terra friabili, coperte da protezioni metalliche contro la caduta di massi. Per raggiungere Varigotti si attraversano due gallerie, al Malpasso, c’è una spiaggia libera sempre affollata, supero l’ultima galleria e m’infilo in un carrugio poco dopo sono sulla spiaggia di quello che un tempo era un  paese di pescatori ed ora è un lussoso luogo di villeggiatura.

Nonostante questo, il posto è splendido, le case colorate di giallo, rosso,  bruno.

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La passeggiata da Spotorno a Varigotti sono circa 8 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno, osservando il paesaggio, prendendo un po’ di sole, visitando i carrugi e le chiese non è faticosa, anzi è piacevolissima.