Il diritto delle donne alla maternità, l’ipocrisia della propaganda politica e l’immigrazione.

7 dicembre 2018.

Ieri su internet scopro che con un emendamento approvato dalla commissione di Bilancio, il Governo attuale abolisce l’obbligo all’astensione di due mesi dal lavoro prima del parto esistente finora a tutela della salute delle donne e del nascituro.

Mi sembrava impossibile, la notizia di tre righe non era chiara, ho pensato forse non ho capito io. Comincio a cercare in internet, non una parola o una riga in proposito. Ah respiro! Penso ho capito male, forse qualche cretino irresponsabile ha fatto la proposta e nessuno l’ha preso in considerazione.

Per scrupolo, guardo sul sito della CGIL, se mai avessero approvato una simile bestialità, lì, dovrei trovare qualcosa… Infatti un misero comunicato di neanche dieci righe annuncia la manovra. Con un tono dimesso, soft per non disturbare il governo al lavoro e il padronato che starà gongolando e facendo salti di gioia.

 “… in una nota, Loredana Taddei, responsabile Politiche di genere della Cgil nazionale”.

“Quanto proposto – incalza la dirigente sindacale – mina la libertà delle donne, soprattutto di quelle più precarie e meno tutelate, che in Italia, purtroppo, sono sempre più numerose e rischierebbero così di trovarsi di fronte a veri e propri ricatti del datore di lavoro”.

“Quanto previsto in merito al congedo per le neomamme lavoratrici – conclude Taddei – è un ulteriore colpo ai diritti delle donne, alle loro tutele, per questo chiediamo che nel passaggio al Senato questa norma venga modificata”.

Sono senza parole, se non è il sindacato a difendere il diritto delle donne all’astensione dal lavoro durante la maternità, chi deve farlo?

Passeranno quattro o cinque anni o meno prima che le statistiche cominceranno a rilevare l’aumento delle morti per parto delle madri e dei bambini?

Leggevo sul sito del Ministero della Sanità che la prima causa di morte sono le emorragie, 43,6% dei decessi, poi disordini ipertensivi e trombo-embolie.

Sicuramente la gravidanza non è una malattia, ma certamente è un momento della vita in cui è necessario avere particolare cura di se stesse.

Avete mai guardato le donne negli ultimi due mesi di gravidanza con che difficoltà si muovono?

Provate a mettervi nei panni di una donna incinta all’ottavo o al nono mese costretta a lavorare 8 ore in fabbrica o in un ufficio cosa può significare per il suo fisico e per il bambino che porta in grembo.

Inoltre questo è un momento di particolare debolezza dei lavoratori, un simile emendamento alla legge mette le lavoratrici in condizioni di essere ricattate. Per conservare il posto di lavoro rischiano di mettere in pericolo la propria vita e quella del nascituro.

In Kirghizistan le donne hanno diritto a due anni d’astensione dal lavoro senza perdere il posto di lavoro. Quel che rimane della legislazione per la tutela delle donne in epoca sovietica.

Qui in realtà la situazione è tragica: muoiono 48 donne ogni centomila nati vivi. In Italia muoiono 9 donne ogni centomila nati. Sempre troppo, ma per nostra fortuna da noi la sanità per certi versi funziona. In Kirghizistan la Sanità è disastrosa.

L’anno scorso cadendo sul ghiaccio sono finita due volte in ospedale e mi sono fatta un’idea: da un lato un medico scrupoloso, dall’altro personale non molto sveglio o tipico impiegato dell’amministrazione pubblica uguale in tutto il mondo, della serie facciamo il meno possibile,  se non fosse che si occupano di esseri umani e non di sassi, visti i loro stipendi avrebbero anche ragione.

Essendo io un’ affezionata (!) cliente del CTO (Centro Traumatologico) di Torino e ospedali limitrofi a causa della quantità industriale di fratture e distorsioni avute nel corso del tempo, sono rimasta impressionata dalle attrezzature obsolete.

In una delle visite ho assistito a una cosa assurda: era gennaio, tutto il mondo ghiacciato, spessi lastroni di ghiaccio sui marciapiedi, ghiaccio fino alla porta dell’ospedale. Avevo pensato, va bè che forse non hanno i soldi per pulire i marciapiedi, ma almeno il sentiero che porta all’ingresso della Traumatologia dell’ospedale potrebbero pulirlo. Ghignando avevo pensato, forse è il metodo per procurarsi altri clienti. Con il mio braccio ingessato entro facendo ben attenzione dove metto i piedi, è tutto bagnato e scivoloso. Nella sala un ragazzo accompagna la madre con un braccio fratturato, sempre il ghiaccio. Entro per la visita di controllo. Esco e trovo il ragazzo tutto sporco di sangue, con il naso rotto e si tiene il braccio, forse rotto anche quello… è caduto salendo le scale per andare al piano superiore! Una scala interna, marcia d’acqua e di ghiaccio.  Tutto questo spiega perché 48 donne muoiono di parto su centomila nati vivi.

Personalmente non sono per niente interessata a chi va al governo. Da molti decenni in Parlamento non si decide più nulla, si limitano a rettificare decisioni prese altrove: nei consiglio d’amministrazione delle aziende, delle banche e ha livello europeo. Chi vince le elezioni (momento utile a comprendere la tenuta delle idee dominanti) se vuole mantenere il “cadreghino” in Parlamento e tenersi stretti stipendi d’oro, privilegi e relative pensioni a spese dei lavoratori devono portare avanti ciò che serve in quel momento alla classe dominante.

Però dovrebbero esserci dei limiti alla sfrontatezza. Che la propaganda politica dei vari partiti è, uno sbraitare slogan e “un gioco a chi le spara più grosse” e un “dagli agli immigrati”, per spaventare la gente preda dell’incertezza, distrarla dai problemi reali: peggioramento delle condizioni di vita, salari bassi, riduzioni delle libertà in nome del terrorismo.

Salvini nelle interviste si preoccupa delle culle vuote… e poi il suo governo fa passare un emendamento che limita il diritto delle donne alla salute e alla maternità è veramente una faccia di bronzo rappresentativo della diffusa ipocrisia.

Lo è, perché sostiene nell’intervista riportata dalla testata LINKiesta e da altri giornali che la precarietà svuota le culle, cosa verissima, e altrettanto vero che ogni culla vuota è un immigrato in più. Infatti, da noi c’è un tasso di fertilità di 1,37 figli per donna, e gli immigrati vengono a riempire i vuoti lasciati tra le file dei lavoratori dalla crisi demografica. Sono necessari e lo saranno sempre di più in futuro, quindi tutta la demagogia contro gli immigrati è semplicemente funzionale a raccogliere consenso tra piccoli commercianti, imprenditori, pensionati, lavoratori, spaventati e frustrati di fronte all’erosione dei loro conti in banca, alla disoccupazione e alla precarietà.

Senza dimenticare che l’umanità è storia di emigrazioni, dalla fine dell’800 e per un secolo oltre 18 milioni di italiani  furono costretti a emigrare per dar da vivere a se stessi e ai loro figli. Nel mondo ci sono dai 60 agli 80 milioni di loro discendenti. Mio nonno, dei prozii, e mezzo paese di dove sono originaria, migrò nelle Americhe e in Francia. Qualcuno emigrò per problemi politici, perché erano antifascisti e perseguitati, ma la maggior parte emigrò per migliorare le proprie condizioni vita.  Con il loro lavoro arricchirono il paese d’adozione e con le rimesse alle famiglie svilupparono il paese d’origine.

Io sono fiera di esse la nipote di un uomo che lasciò la sua terra, la sua famiglia, per andare a lavorare a decine di migliaia di chilometri lontano per migliorare la sua vita e quella dei suoi figli. 

Non mi ricordo chi l’ha scritto ma è indubbiamente vero: Chi parte, chi emigra è tra gli elementi migliori di un paese e della specie umana. Sono i più coraggiosi, i più determinati, quelli che amano le sfide, quelle vere, quelli che si mettono in gioco, quelli che sono disponibili ad affrontare mille difficoltà per migliorare se stessi e garantire un futuro migliore alle loro famiglie.

E’ la precarietà che svuota le culle. Giusto, quindi migliori salari, migliori condizioni di lavoro, asili e scuole materne gratis, tutela della salute nei luoghi di lavoro.

Questo riguarda tutti i lavoratori  uomini e donne, i figli si fanno insieme, e quello che svuota le culle è la precarietà d’entrambi.

 

La bufala dell’archetipo della Grande Madre, libro di cucina e repressione.

Venere di Willendorf

Devo ammetterlo sono stata sempre affascinata dalle statuette paleolitiche delle Veneri o dee o donne tettone, panciute e con dei fianchi che neanche mia nonna aveva. Non da sempre, ma da quando cercavo di avere un figlio, mi intenerivano, erano l’antichissima rappresentazione della maternità, della riproduzione della specie.

Mi piacevano i megaliti maltesi con le sculture femminili ciccione, sospetto che Botero per le sue figure sia partito da lì! La Venere di Willendorf, la Venere di Lespugue, mi parevano bellissime. Passavo quasi ogni giorno in una viuzza del centro storico, mi fermavo sempre davanti alle vetrine di un negozio d’oggettistica che aveva in vetrina una piccola Venere, non so quale, era stupenda.

E quando lessi, molti anni fa, dell’archetipo della Grande Madre mi piaceva un sacco. Non avevo capito gran chè su quali ideologie si appoggiava il mito. Più o meno consapevolmente mi sembrava una rivincita delle donne e una conferma del Matriarcato. Di quella fase della storia umana in cui il ruolo della donna era centrale nelle società di cacciatori e raccoglitori. Con lo sviluppo della proprietà privata le donne non ebbero mai più un ruolo simile. Non fa testo la singola donna. La questione femminile irrisolta non è la soluzione individuale più o meno vincente di una singola donna, ma il ruolo delle donne in generale in una società.

Quando su internet ho letto che la storiella dell’Archetipo della Grande Madre era una bufala e che l’archeologa Marija Gimbutas nascondeva o faceva sparire le statuette maschili per evidenziare la scoperta delle Veneri o figure femminili paleolitiche o neolitiche per confermare le sue tesi, un po’ ci sono rimasta male… alla faccia della serietà scientifica!

Se è vero, gli mancava qualche rotella o era una donna disgustosa.

Credo di aver capito e rifiutato il ruolo che questa società impone alle donne a sei anni, quando mia nonna mi prese dalle mani un libro che mi avevano regalato, e di cui ero fierissima, per darlo a mio cugino, maschio, di tre anni più vecchio di me. Io strillai, protestai, lei mi disse: “Lui è un maschio”. Andai piangendo da mia madre, che per mia fortuna s’incazzo come una belva con mia nonna e mandò mio padre a recuperare il libro.

In quel momento capiì alcune cose fondamentali: I maschi erano dei privilegiati. Io valevo quanto loro se non di più.

Mi confrontavo con mio cugino di cui ero segretamente innamorata e concludevo che lui per quanto bello e simpatico di sicuro non valeva più di me e di sicuro non avrei permesso un’altra volta che mi portassero via un libro. Potevano portarmi via una bambola, ma mi strapparono dalle mani un libro… avevo una curiosità e una sete di conoscenza infinita e mia nonna fece il più grosso errore della sua vita nel cercare di tarparmi le ali. Mi confermò con forza e determinazione ad andare per la mia strada. E capii che ci sono donne che accettano la loro oppressione, per ignoranza, per cultura, per paura.

Intorno ai vent’anni avevo letto diversi libri sull’origine della famiglia, delle forme sociali, sul ruolo della donna, sull’oppressione femminile e ne avevo tratto una serie di conclusioni. La questione femminile non è solo un problema femminile, ma di classe. La condizione femminile è il risultato dello sviluppo storico e ed è legato strettamente alla forma sociale in cui viviamo, quindi o cambi la società o non risolvi la condizione di oppressione delle donne. Per cui mi ci sono dedicata tutta la vita. Sono diventata marxista-leninista partendo dalla condizione femminile, e dal dolore che sentivo nella gente intorno a me (ma questa è ancora un’altra storia). E se per un po’, pur consapevole di questo, mi ero detta: ”Va bè, la condizione femminile non è risolta, ma io la mia personale condizione di donna me la risolvo” E così feci. Vita interessante, attività politica, bel lavoro, viaggi, crescita personale senza grandi limiti.

Poi FULLSTOP.

Finisco nelle maglie dell’apparato repressivo del mio paese perchè membro di un partito di lavoratori e la prima cosa che fanno mi massacrano come donna. Violenze, torture fisiche e psicologiche, calunnie, terra bruciata intorno  perchè mi sono rifiutata di tradire i miei ideali.

Dopo decenni la conferma: ho passato la vita a fare quello che pensavo fosse giusto e che volevo, per qualche decennio non le donne in generale, ma alcune donne come me, molte donne, si sono tenute strette una serie di conquiste e libertà ottenute con le lotte degli anni ’60, poi cambiano i tempi storici e la prima cosa che fanno con la scusa che sei un oppositore del sistema, ti massacrano, cercano di annientarti come donna. Su di te si accaniscono particolarmente, come mi ha detto qualcuno “con te hanno proprio esagerato un po’….” perchè vuoi cambiare il mondo, ma soprattutto sei una donna ribelle, che non vuol dire sei una che fa casino, sei arrogante, No: SEI UNA CHE VA PER LA SUA STRADA e non te ne importa un fico di cosa dice un uomo, se non ti dimostra che le sue affermazioni sono intelligenti e motivate.

Sei doppiamente colpevole: donna e comunista.

Sto scrivendo un libro di cucina, o perlomeno era iniziato così, dopo avever scoperto che qui in Kirghizistan non c’è un libro di cucina italiana, veramente ci sono pochi libri in generale. Credo sia da imputare all’origine nomade di questa gente. Bishkek la capitale ha solo 125 anni di vita, ci sono biblioteche, ma quelle che ho visto sono scarsine. Non so cosa diventerà questo libro, cucina, memorie, diario di vita e di viaggio, però sicuramente è un buon sistema per riflettere.

Volevo scrivere le ricette tradizionali italiane, descrivere i piatti semplici della cucina di montagna della mia infanzia, i piatti che ho mangiato in giro per l’Italia  e in questo viaggio. Questa mattina volevo cucinare gli gnocchi alla sorrentina per farli conoscere alla mia coinquilina kirghisa e perché sto provando tutti i piatti che inserisco nel libro. Alcuni non li cucino da anni, altri non li ho mai cucinati e solo mangiati, ma ne ho memoria del gusto, dei profumi e dei colori.

Ho cominciato a preparare gli gnocchi, mi mancava il basilico fresco, quello secco non mi piace, al grande supermercato sotto casa, tra i più forniti della città, non avevano il Parmigiano, poi la cucina a gas a cominciato a crearmi problemi, alla fine ho messo il sedano e le erbe di Provenza, mozzarella e un formaggio russo non abbastanza stagionato, ho spento il forno e li ho rimessi in padella e alla faccia della ricetta originale sono venuti buoni!

Ho sempre pensato di avere un fondo di me tradizionalista, conservatore, la cosa fa ridere visto la vita che ho condotto. Questa parte per fortuna finisce in mare alla prima occasione, quando mi limita. Come la ricetta degli gnocchi. Ho sempre messo in discussione tutto. Senza risparmiare niente a me e a tutti gli altri che ho incrociato nella vita. Ho sempre pensato che la verità è rivoluzionaria, chi vuole cambiare il mondo, non ha niente da perdere a solo da guadagnare da un mondo nuovo, e non ha bisogno di nascondere niente a se stesso e agli altri, non ha niente da conservare di una società  come questa che mistifica tutto, storia, idee, realtà per la sua conservazione. In cui la gente senza prospettive si stordisce in mille modi per non vedere lo schifo che la circonda. E visto che una come me fa quello che crede giusto, incredibile ma vero, non ha niente da nascondere, ne da vergognarsi. E sa inquadrare cosa le capita nella vita per quello che sono,  non una questione personale, ma politica.

Sì, sono una di quelle stronze coerenti. E pensavo fosse doveroso e normale, fino a due o tre anni fa, poi ho compreso che non lo era e che la mia coerenza a fatto incazzare un sacco di gente e non sto parlando solo di nemici.

Nella specie umana c’è un forte istinto alla conservazione dell’esistente, superato solo nei momenti in cui l’esistente mette a rischio la sopravvivenza della specie, o ne frena lo sviluppo e allora ci sono i grandi ribaltoni storici come la Rivoluzione francese o l’Ottobre russo.

Ho letto molti libri, tra quelli di narrativa che mi sono piaciuti molto, c’è il libro di Roy Lewis “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, nell’introduzione un diplomatico inglese dice che per il gran ridere ha rischiato di cadere dal cammello mentre viaggia in un deserto dell’Africa settentrionale! Avevo vent’anni quando lo letto, non sono caduta da un cammello, perché ero a Torino, seduta sul mio letto, ma mi sono scompisciata dalle risate.

Quel libro raccontava con ironia lo sviluppo della specie e mi rappresentava. Descriveva il confronto/scontro tra il conservatore e l’innovatore. Com’è accaduto spesso nei momenti cruciali della specie umana ha vinto l’innovatore, ma appena ha compiuto il suo ruolo di far progredire la specie umana: scopre il fuoco e mille altre cose, i suoi stessi figli lo uccidono perché lui vorrebbe andare ancora avanti, ma per il momento il traguardo raggiunto è sufficiente all’Orda; mi viene in mente Robespierre, rivoluzionario borghese conseguente, dopo il cosiddetto Periodo del Terrore che costo 2000 morti all’Aristocrazia, fu fermato dalla stessa borghesia che aveva ormai raggiunto il suo scopo: conquistare il potere politico, e liquidare l’aristocrazia. Per togliersi dai piedi chi guardava al futuro e cominciava a intravvedere un’altra prospettiva fece più di 15000 morti.

Tornando al Matriarcato, non so esattamente come in futuro risolveremo nella pratica la questione femminile, ma so che è necessario e urgente. E’ indecente e pura barbarie ciò che succede ogni giorno alle donne nel mondo.

Non si tratta solo degli omicidi, le violenze, gli stupri, le percosse, il terrore in cui vivono molte donne, o i salari più bassi di quelli degli uomini, la sottomissione a cui sono soggette, considerate esseri inferiori e con pochi diritti, quello che mi fa veramente incazzare è che oltre metà della popolazione umana deve chinare la testa di fronte a delle condizioni umilianti e completamente sbagliate.

Sono queste donne intelligenti che accettano la loro sottomissione, schiave non dubitano che la loro condizione sia sbagliata e non si ribellano, non rivendicano quelli che sono diritti fondamentali, buoni per qualsiasi essere umano, ma non per le donne.

E non è solo il velo mussulmano che nasconde la schiavitù mentale e culturale di molte donne. Qui in Asia le peggiori bestialità che ho sentito dalle donne, spesso simili a quelle europee, parole che pensavo non avrei mai più sentito nella mia vita, mi sono state dette da donne “emancipate”, bel lavoro, studi giusti, viaggi in Europa, vestiti europei, niente velo, ma come da noi molte donne, hanno scambiato il diventare oggetti sessuali, bambolone a disposizione di maschi ritardati, con l’emancipazione.

Non stupisce neanche troppo, viviamo in un mondo, dove spesso la licenza è spacciata per libertà: ti droghi sei libero, tratti le donne come pezze da piedi o come giocattoli perché sei libero, corri dietro le mode più sceme e sei libero, ripeti come un robot le quattro idee dominanti diffuse da giornali e televisioni e credi di essere un libero pensatore, anzi pensi di essere originale. Giustifichi la violenza sulle donne e  pensi di essere un uomo come si deve. No, non lo sei. Sei complice.

Il 25 novembre c’era su internet una quantità di post di uomini incazzati, uomini che dicono di essere dalla parte delle donne, come quelli che dicono “… non sono razzista, ma…” e appena aprono la bocca viene fuori tutto il loro razzismo, incazzati perché se ne parla “troppo”.

Non è mai troppo denunciare le violenze, la condizione di oppressione.

Le chiacchere degli ultimi mesi sulle attrici, vittime di violenze, o avance non desiderate possono essere un problema marginale perché le attrici sono un’infima minoranza, ma in questo periodo sono state la punta dell’ iceberg delle milioni di donne che subiscono violenza, hanno bassi salari e pessime condizioni nel luogo di lavoro.

Ed è significativo che in un momento in cui le condizioni delle donne sono particolarmente gravi, i giornali si occupano delle attrici, è la stessa cosa di qualche anno fa, dove c’era il problema della legalizzazione delle coppie e famiglie di fatto, e i giornali si occupavano delle coppie gay e dei diritti dei gay e si guardavano bene di affrontare la questione reale che coinvolgeva centinaia di migliaia di persone e metteva in discussione la famiglia cattolica.

Fai una gran cagnara per un problema minimo, un ottimo sistema per distogliere l’attenzione da una questione grave e importante che non vuoi affrontare.

Non mi passa neanche lontanamente nel cervello il pensiero che per gli uomini oggi sia rose e fiori, ma vorrei ricordare che le donne subiscono una doppia oppressione, una come donne e l’altra come lavoratrici. Ed è fondamentale il sostegno degli uomini in una lotta che li riguarda entrambi.

 

 

Childrens targeted shocking scale. Nelle guerre attuali sparse per il mondo i bambini sono obiettivi di guerra.

* La foto in evidenza non è una mia foto. Ho scritto il post il 29 dicembre 2017, mi spiace, ma ora non mi ricordo in quale sito ho preso la foto, era free, gratuita.

29 Dicembre 2017.

Questa mattina accendo il televisore per sentire le notizie. Scelgo Al Jazeera (Emirati arabi), di solito guardo o questo canale o la BBC (Inglese) o Rtd (Russo), perché sono in inglese e perché mi permettono di confrontare le notizie e cercare di capire cosa succede nel mondo. Mi piace particolarmente Al Jazeera, mi sembrano più seri e lì trovo molte più informazioni che negli altri telegiornali. Nei Tg occidentali le informazioni sono molto più filtrate, tante notizie non passano o sono appena accennate.

Non so se ogni tanto scopro l’acqua calda, ma questa mattina ho capito, anche perché era scritto bello chiaro, che i bambini sono target – obiettivi di guerra.

Finora pensavo che fosse casuale, un effetto “collaterale” delle guerre: i bambini soldati di Boko Haram, (in un documentario uno di quei bambini, avrà avuto tredici anni, ora in un centro di rieducazione, raccontava che drogato con la cocaina, uccideva le persone come fossero animali…); le bambine o ragazzine rapite costrette a matrimoni forzati o ridotte a schiave sessuali; i bambini morti sotto i bombardamenti insieme ai parenti, quest’anno 700 solo in Afghanistan; 5000 bambini morti o feriti in Yemen dall’inizio della guerra per le sue conseguenze, bombe, colera, fame; i bambini morti nel Mediterraneo mentre fuggivano dalla guerra in Siria, o dall’Afghanistan e da altre guerre degli ultimi venticinque anni; i ragazzini rivestiti di esplosivo e obbligati a farsi saltare in aria in qualche mercato dei paesi mussulmani.

L’Unicef denuncia: i bambini sono targeted shocking scale nelle guerre moderne.

Sono obiettivi e poiché suppongo ci siano delle scale di gravità nell’attacco al nemico, i bambini stanno nella scala dello shock, cioè devono essere scioccati, così alla fine della guerra saranno dei sopravvissuti con seri problemi a riprendersi e questo sarà un’ulteriore danno per la nazione in cui vivono… Sono stuprati, usati come bombe viventi, come soldati, come schiavi, costretti a vivere per anni in campi profughi in condizioni estreme e senza frequentare la scuola.

E’ un vero attacco alla specie umana… se tocchi i bambini… vai a distruggere le basi della sopravvivenza della specie… la vita.

L’umanitarismo non serve a niente e l’indignazione pure, serve l’organizzazione per cambiare il mondo, ma questa mattina sono così incazzata… e poi non è vero che non serve l’indignazione, è il primo passo sulla strada della presa di coscienza, perché c’è un sacco di gente, totalmente indifferente, come assuefatta. Hanno il cervello talmente coperto dal grasso dell’abbondanza, intorpidito,  da non porsi domande e quando se le pongono le risposte, sono da brivido…

Gli animalisti che su vari siti di viaggio s’indignano dell’uso improprio fatto degli animali per sollazzare i turisti, come gli elefanti costretti a scarrozzare i viaggiatori, o le tigri o altri animali sedati per le foto con i turisti, sono un esempio di cosa significa avere il cervello coperto dal grasso dell’abbondanza.

Vanno nei paesi asiatici e africani, dove c’è uno sfruttamento bestiale delle persone, orari di lavoro senza fine, stipendi miserrimi, bambini costretti a lavorare per aiutare le famiglie invece che frequentare la scuola, bambine e bambini venduti come schiavi sessuali, bambini scheletrici con la pancia gonfia per la fame e questi …….. si preoccupano degli animali…

Sì, perché il passo è breve, da questa cecità passare alla giustificazione delle atrocità… 

Qualche mese fa dei video su Facebook denunciavano le atrocità della guerra in Siria.

Un video, mostrava un ospedale nel quale dei bambini feriti, scampati a un bombardamento, non piangevano più, in mezzo ad altra gente ferita, alle urla di una madre che aveva perso tutti i suoi figli, consolata da un ragazzo di 14 anni, allucinato, con il suo fratellino di pochi mesi tra le braccia, morto soffocato dalla polvere insieme a tutti i suoi famigliari e che lui non voleva abbandonare ai becchini. I bambini non piangevano più, annientati dall’orrore, avevano smesso di piangere. Si guardavano intorno smarriti, era talmente enorme quello cui assistevano che non riuscivano più a piangere.

L’altro video documentava le atrocità delle carceri siriane, le torture, gli stupri, in particolare delle donne, raccontava di una ragazza sedicenne incarcerata, massacrata, violentata talmente tanto dai soldati del governo siriano da indurla al suicidio spaccandosi la testa contro il muro della sua cella. La storia di questa ragazzina la sentii raccontare un po’ di tempo dopo in un documentario di Al Jazeera dalle donne siriane compagne di cella di quella ragazza. Era quasi impossibile stare ad ascoltare le atrocità subite da quelle donne.

Quello che mi lasciò allibita, in un sito per viaggiatori, di fronte ai pochi commenti a questo 2° filmato, tutti dello stesso tenore, fu la risposta di una ragazza italiana, tanto ignobile da indurmi a visitare la sua pagina. Giovane, una ventina d’anni, studentessa universitaria, tanto carina, pulitina, un viso da ragazza “per bene”.

La miserabile mentecatta non scrisse una sola parola sulla ragazzina violentata e  uccisa dai soldati nel carcere siriano, ma disquisì se la notizia era vera o falsa, per lei era falsa. Non si sarebbe capito il perché di quest’affermazione se non fosse che negli stessi giorni in Italia c’era un dibattito causato da Salvini sulla falsità delle notizie dei bombardamenti dell’aviazione di Assad con il gas su Khan Saykhun, che aveva causato settantaquattro morti, quasi tutti bambini e dopo qualche mese confermato ampiamente non solo dai russi, ma anche dall’ONU e da tutti i testimoni oculari.

Salvini e soci sostenevano che erano propaganda entrambi i filmati.

Prendendo per buona l’ipotesi (non lo è) di Salvini e soci, se anche fossero stati di propaganda contro la guerra o di una delle parti in conflitto, non tolgono nulla al fatto che quello che si vedeva e si sentiva raccontare nei video accade ogni giorno nelle zone di guerra in modo più o meno efferato: Siria, Africa, Iraq, Afghanistan e in ogni guerra moderna.

Mi chiedevo come poteva, la ragazza italiana essere  totalmente priva di empatia, forse era stupida… evidentemente schierata nel centro destra o nell’estrema destra, ha fatto 1+1 = 3. La sua parte politica sostiene una tesi sugli avvenimenti in Siria, lei in modo acritico la conferma.

Quella ragazza “tanto per benino” mi ha profondamente indignato:

  1. In quanto donna disprezzo le donne complici morali con gli uomini che stuprano le donne.
  2. In quanto “madre simbolica”, non riesco a sopportare il dolore di quella giovane creatura che poteva essere mia figlia.
  3. In quanto essere umano, ritengo intollerabili, disumane, simili bestialità. Odio profondamente una società che alimenta, giustifica, tollera tali atrocità, condotte da persone che hanno perso la loro umanità, su altre persone indifese, per mantenere i privilegi di pochi a scapito della maggioranza.

Guardavo la foto dell’insensibile ragazza italiana e mi chiedevo com’era possibile?

Mi sono venuti in mente due libri: “La banalità del male” di Hannah Arendt, libro mai letto, mi propongo da anni di leggerlo, ma avendo altre priorità e la giornata di ventiquattr’ore ho sempre rimandato. Non so se dopo averlo letto condividerò le sue tesi, ma dai commenti  e dalle frasi che ho sentito citare nel corso degli anni sono certa che varrà la pena di leggerlo. Lei, ebrea, fuggita negli USA, seguiva il processo a Eichmann gerarca nazista e scriveva articoli per il New Yorker, giornale americano, riflettendo sugli aspetti politici e morali, su com’era possibile che un uomo avesse potuto compiere simili orrori.

Brano preso dal sito Robe di donne: “La Arendt sostiene che la società civile aveva creato un nuovo tipo di criminale caratterizzato dalla mancanza di idee, ma non stupido, quanto senza spirito critico, e ubbidiente: un uomo che vive attraverso i condizionamenti esterni che gli sono dati dalla società, o da un capo politico, un uomo mediocre che vive per inerzia.

Eppure, questo criminale solerte, fa più paura di un mostro inumano, perché Eichmann, alla fine, avrebbe potuto essere chiunque: bastava non avere idee che potessero aiutare a comprendere che cosa era giusto e cosa sbagliato; bastava essere ligi al dovere, ubbidienti ai comandi impartiti, grandi lavoratori, e si era Eichmann, un uomo che viveva, ma non era calato nel reale e nelle sue implicazioni, che faceva parte di uno stato totalitario che plasmava le personalità a suo vantaggio.”

Di sicuro non sono d’accordo sull’affermazione che è uno stato totalitario a plasmare simili individui a suo vantaggio, oggi questo avviene nella democratica Europa, in tutto l’Occidente, nei cosiddetti paesi “liberi”. Infatti, l’affermazione della ragazza italiana è spiegata, appunto nel suo essere una persona senza spirito critico, ignorante (= mancanza di conoscenza) e manipolata dalla propaganda.

L’altro libro è “Le Benevole” di Jonathan Littell, libro di oltre 1000 pagine, interessante, avvincente, documentatissimo, ma così terribile che non sono riuscita a finire di leggere le ultime cinquanta pagine. Tra le altre, sostiene la stessa tesi, la manipolazione degli individui da parte della società. E’ stato per me impossibile finire di leggere quel libro perché in quel momento stavo vivendo in prima persona la repressione feroce e mascherata che in Europa ha disintegrato varie organizzazioni dei lavoratori e per me era chiaro che quello che era descritto nel libro stava di nuovo avvenendo, la disinformazione, la manipolazione degli individui, la repressione, avveniva lì sotto i miei occhi e il rimanente non è lontano da accadere.

… Sul controllo ideologico delle masse e degli individui, dai “Persuasori occulti” di Vance Packard scritto nel 1957 in poi sono stati scritti molti libri. Dalle facoltà di psicologia, alle ricerche delle neuroscienze nelle Università, alle aziende che cercano nuovi metodi per vendere i loro prodotti, agli strateghi delle campagne elettorali, delle campagne stampa e televisive, ai vari partiti che per mantenere un “cadreghino” (leggi poltrona in qualche comune, regione o in parlamento) sono disponibili a “fare monete false”,  agli apparati repressivi dediti a destrutturare le persone che vogliono cambiare il mondo, i cosiddetti “sovversivi”, sono tutti impegnati, spesso partendo da basi reali o dalle paure immaginarie ha falsificare la realtà, ad alimentare l’odio verso l’altro, a creare nemici immaginari, un “nemico” che una volta può essere l’emigrato, il nero, l’ebreo, il profugo, un’altra volta, il sindacato, il comunista… e così via.

Stanno desensibilizzando la gente, per prepararla alla futura guerra per la spartizione del mercato mondiale, esattamente come è successo due volte nel ‘900, al punto che di fronte alle foto del bimbo siriano dalla maglia rossa in fuga dalla guerra su un gommone, morto annegato e  arenato su una spiaggia del Mediterraneo nel 2016, ho sentito una persona dire: “…tanto gli immigrati sono solo “rumenta” (spazzatura)… (significa che non è un essere umano e da lì alla repressione, alle botte, allo sterminio il passo è breve…) e un giornalista di “sinistra” sul suo blog affermare che non si dovrebbero far vedere foto simili, “turbano”, questi sono un esempio della complicità, dell’uniformarsi ai luoghi comuni, della mancanza di senso critico, di mediocrità, della “banalità del male” ben descritta nei due libri che ho citato e della brutta china ideologica su cui stanno scivolando i paesi europei.

Se di fronte ai bambini divenuti obiettivi di guerra, ad una ragazzina stuprata e uccisa dalle violenze, ad un bambino morto annegato in fuga dalla guerra,  rimani indifferente, o peggio provi soddisfazione perché è morto un “nemico”,e se di fronte a simili tragedie un giornalista neanche di destra ma “di sinistra” ha come unica preoccupazione, non la denuncia ma la mistificazione… se un sacco di gente con la pancia piena si preoccupa delle tigri e degli elefanti invece che delle condizioni dei bambini e dei lavoratori dei paesi che allegramente visitano ….direi che siamo proprio malmessi.

E le conseguenze, conoscendo la storia del Novecento, delle crisi e delle guerre del capitalismo sono facilmente prevedibili…

 

 

 

 

 

 

 

Che tristezza… ho passato l’estate in un Rifugio Alpino.

Fine settembre 2014.

E’ finita la stagione estiva in montagna…

Ho lavorato in due rifugi. Ho lavorato per 16 ore al giorno senza un’ora di pausa, se non la mezz’ora scarsa del pranzo e della cena, a 60 euro al giorno! Ho abbandonato il 1° rifugio per varie ragioni: mi chiamavano a lavorare nei week-end, o per quattro giorni la settimana, a causa delle pessime condizioni meteo qualche settimana non ho lavorato per niente e… per la follia dei gestori del rifugio.

Poi dopo aver vagato in giro per le Alpi a cercare lavoro in altri rifugi, ho lavorato dall’inizio d’agosto fino al 15 settembre in un altro rifugio. Qui condizioni “più umane” 12,5 ore il giorno, poi pausa della colazione, pranzo, cena e due ore di pausa vera e otto ore di sonno. “Naturalmente” tutto in nero… per 1000 euro al mese.

I gestori in questo caso erano delle persone gentili con cui si poteva lavorare e vi garantisco che non è scontato.

A proposito non sto parlando dal profondo dell’Africa nera, o della lontana Asia e nemmeno dell’Est Europa, e neanche del profondo sud dell’Italia, bensì dal Piemonte… dal profondo nord dell’Italia. E non sono nera. E neanche immigrata.

Sono una donna piemontese, non giovanissima, alla quale la crisi economica iniziata nell’agosto del 2007 ha distrutto l’attività imprenditoriale, il tutto sommato ad altri problemi. Vedi la legge di Murphy “Se qualcosa può andare male, sicuro che andrà male “!

Reggere una crisi per sette anni o hai le spalle economicamente molto coperte da quantità notevoli di capitali o s’impongono inesorabilmente le leggi che regolano il sistema economico in cui viviamo.

Sono profondamente delusa. E molto arrabbiata.

Sono nata in montagna. Amo la montagna. Da sempre ho fatto escursioni, arrampicate, passeggiate in giro per i monti. Non avevo mai pensato prima di andare a lavorare in un rifugio… anche perché avevo di meglio da fare.

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Causa crisi lavorativa e desiderio di passare un periodo in montagna per “chiarirmi le idee” su cosa fare nel prossimo futuro – ossia pensare a come riuscire a mettere insieme il primo con il secondo e magari anche il dolce – sono partita a cercare lavoro nei rifugi come molti altri “pollastri”, e come tutti (verificato da varie chiacchierate con colleghi di altri rifugi) con una visione molto romantica e per niente realistica. In testa avevo come tutti i ”pollastri”: la montagna, la disponibilità che trovi di solito in montagna, la solidarietà che esiste tra gli alpinisti, ebbene….scordatevela! Non ha nulla a che fare con il lavoro in un rifugio alpino.

Qui c’è una cosa molto simile alla schiavitù, mascherata da “… qui, ci si deve adattare, siamo a 2000 metri” “si dorme tutti nella stessa stanza” o buco che sia, “si fa una vita comune”, “si lavora quanto serve”, “stare in rifugio è come in barca vela”. Il che sottintendo che c’è un negriero, che non hai un momento libero (non esiste proprio), lavori di continuo, la montagna non la vedi mai…

Tra l’altro, un giorno, mi sono fermata a guardare la montagna da una finestra e quando sono scesa la moglie del gestore, si stava lamentando che mi aveva beccato alla finestra – non me n’ero neanche accorta. Il marito le ripeteva: “Sì, ma ti rendi conto tutto il lavoro che ha fatto?”. Effettivamente non mi ero fermata un attimo da almeno dieci ore. E, urka… avevo osato guardare dalla finestra!

Un’altra cosa assurda è il cibo: lavori sedici o tredici ore al giorno, per poterlo fare hai bisogno di energia e quindi di cibo e invece vorrebbero darti da mangiare un piatto di pasta, magari abbondante, anzi neanche quello, perché un giorno a cui al gestore giravano particolarmente le scatole con la moglie, si siede a tavola, guarda nella padella che il cuoco stava mettendo in tavola e esclama “Poi, io e te, rivediamo le porzioni eh, è una quantità esagerata”, il cuoco esterrefatto, a bassa voce dice, ma c’è Carlo che ne mangia sempre due piatti”.  Infatti, non rimase neanche un filo di pasta nella padella e non solo, …io avevo una fame boia, perché un piatto di pasta se lavori 16 ore non ti fa neanche il solletico allo stomaco…! Ed ho scoperto parlando con gente che ha lavorato in montagna che più di un gestore, magari sottovoce oppure detto alla moglie pensando di essere inascoltati diceva “Eh qui si mangiano tutto!!!”. Da mettersi le mani nei capelli!

I gestori si lamentano di continuo, il tempo, il governo, le tasse. Le tasse… sono una lagna disgustosa, e sembra sempre che sono al centro del mondo, i puntelli della società, in realtà sono quattro gatti, sono evasori fiscali, pagano in nero  i loro dipendenti (non tutti) e li pagano con stipendi da fame.

, al colloquio ti dicono lo stipendio mensile è di 1800 euro, tu pensi, “Non male”, soprattutto se il lavoro che fai da anni è andato “a ramengo”, praticamente defunto. Ti accennano che c’è molto da lavorare, ma non ti dicono che lavorerai 16 ore al giorno. Lavorando 6 giorni su 7 significa che ti pagano 4,7 euro l’ora lordi. Una miseria!

E poi qualcuno parla di libertà di scelta. Questi sono i peggiori ipocriti. Raramente in questo sistema c’è la possibilità di scegliere. Esistono momenti storici, dove,  i lavoratori  in generale hanno un forte potere contrattuale, ma di solito non esiste nessuna scelta, esiste la NON scelta : accettare condizioni di lavoro capestro o morire di fame. 

La scelta è se lottare per migliorare i propri salari e condizioni di vita oppure no. Quando è possibile.

Ha metà ‘800, Marx sosteneva la lotta per la riduzione d’orario alle otto ore. La sua necessità. Famosa è la frase:  8 ore per lavorare, 8 ore per riposare, 8 ore per dormire. Ho provato, fino in fondo questa estate, la validità di questa tesi.

Ho compreso perché più di un gestore di rifugi, in chiacchierate informali, sostenevano o si lamentavano che “I giovani non reggono il lavoro in montagna!” oppure  “I ragazzi reggono al massimo un mese” (io, pensavo: sarà l’altitudine!) oppure “si, sono ragazzi che vanno in montagna, però poi dopo una settimana o due scoppiano e se ne vanno!” o ipocritamente “Si, amano la montagna, poi però in montagna spesso il tempo è brutto e leggere un libro per un po’ va bene, poi se ne vanno…” (il problema non è la noia, lavori talmente tanto e a lungo che il libro non riuscirai mai ad aprirlo…).

Oppure “Preferiamo gente giovane”, io ingenuamente pensavo: “Sarà per le agevolazioni fiscali…”. Poi scopro che le agevolazioni centrano fino ad un certo punto, tanto, pagano con voucher o in nero tutti quanti, la questione è che un giovane di solito, non sempre,  ha più energie (nelle due ore di pausa i miei colleghi ventenni andavano a dormire, io facevo una passeggiata sulle cime, lì intorno) e almeno un mese dura prima di crollare.

Questa esperienza mi ha rammentato un libro, letto molti anni fa, nel quale si ricordava che all’inizio dell’ottocento, a causa della giornata lavorativa di 14-16-18 ore, venne distrutta una generazione di lavoratori. Distrussero fisicamente, uccisero, nel vero senso della parola, migliaia di lavoratori, l’età media era scesa a 22 anni tra i lavoratori delle fabbriche inglesi. Lavoravano 6-7 giorni su sette, dormivano pochissimo, si nutrivano malamente perché avevano salari miserrimi, spesso si stordivano con alcool dalla disperazione, e le donne erano così sfinite che non riuscivano più a occuparsi dei figli. Figli malnutriti, a causa dei bassi salari , che crescevano in ambiente malsano, (erano i quartieri operai ottocenteschi nella fumosa Londra) con una mortalità infantile altissima.

Furono gli industriali più illuminati e meno idioti che compresero la necessità di ridurre la giornata lavorativa, qualcuno per spirito umanitario, altri perché sapevano farsi i conti. Non potevano continuare con simili condizioni semplicemente perché gli sarebbe mancata la manodopera che serviva al lavoro di fabbrica. E fecero approvare dal Parlamento inglese il “Job act”.

E ora anche noi abbiamo il “Job act”, (con la differenza che fa il percorso inverso) appena approvato, che mette nero su bianco una prassi che va avanti più o meno apertamente da un po’ di anni. Il massimo di precarietà, peggioramento delle condizioni di lavoro, aumento dell’orario e riduzione del salario e di conseguenza peggioramento delle condizioni di vita.

Sì, questa estate in montagna è stata molto utile: mi ha chiarito le idee!

Soprattutto su cosa è oggi il mondo del lavoro.

 

 

 

Urra! Passero’ l’estate in un rifugio alpino.

Primavera 2014.

URRA’! Passerò l’estate in un rifugio alpino.
Oggi assomiglio vagamente a Snoopy dopo che ha mangiato un biscotto, cammino a un metro da terra, sorridendo, dolcemente levito.

Un’idea che mi girava per la testa da un po’ di tempo. Lasciare la città per qualche mese con l’obiettivo di buttarmi alle spalle il passato, lavorare duro, decidere i nuovi sentieri da seguire in città nel prossimo futuro e soprattutto Vivere la Montagna, quella vera e dura, quella che ti mette alla prova.

Ho intenzioni “serie”. Voglio arrivare in vetta alle maggiori cime del Parco Orsiera-Rocciavrè. Monte Orsiera, il Rocciavrè, la Cristalliera, ecc.
Sprofonderò tra i fiori profumati, nell’erba dei prati tra i 2000 e 2900, dove non rimane che la nuda roccia, negli occhi le sfumature dei blu del cielo, dei laghi alpini, delle viole, dei “chiu cuc” (genziana in franco-provenzale), tra il verde dei prati, e il grigio dei sassi e delle rocce alpine.

 

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Viole di città a marzo.

Ogni settimana, nel giorno di riposo dalle fatiche del lavoro in rifugio, organizzerò un’escursione.

Comincerò con l’Orsiera, la “mia” montagna. Sono nata sul versante opposto, in Val di Susa. Ogni tanto mi allontano e mi dedico ad altro poi regolarmente ritorno.
Racconterò le escursioni. La vita in rifugio. La gente che va in montagna. Chi frequenta i rifugi come questo, raggiungibile in estate con l’auto, ma anche punto di partenza per passeggiate impegnative, quindi veri alpinisti, e famigliole, cittadini che al massimo fanno 10 passi oltre la portiera della propria auto.

Sono salita su, la prima volta, a metà maggio per il colloquio di lavoro. Partenza da Torino, stazione di Porta Nuova, alle 6.55 con l’autobus per il Sestriere.
Viaggiamo verso Pinerolo, poi lungo la Val Chisone, Perosa Argentina, Villar Perosa, è un salire e scendere di studenti, un delirio di voci, di molti sguardi allegri e qualcuno triste e assonnato.

Ascolto la storia delle disavventure sentimentali di una loro compagna di scuola e i commenti di solidarietà o disapprovazione. Tre di loro alla fine decidono di scendere e saltare la prima ora. Un piccoletto con lo sguardo calmo di chi sa andare per la sua strada, nonostante lo stuzzicano, non scende.

Poco dopo sale un ragazzo. Parlano tra loro della scuola. Sono meccanici. Stanno imparando a riparare, a smontare le macchine. “Hai visto, la Punto che hanno portato su? Non riuscivo a salirci, era tutta schiacciata. Per svitare il perno, mi sono infilato tra il sedile e il volante…” Si lamentano della mancanza di materiale. Con fierezza si raccontano come risolvono i problemi anche senza gli attrezzi giusti. Sono rappresentativi del “genio italico”, la disorganizzazione sociale salvata dalle capacità dei singoli, orgogliosi di svolgere un lavoro ben fatto.

Scendo dopo due ore a Depot, poco prima di Finestrelle. Sono le 9.00. Chiedo un passaggio ad un furgone che trasporta biancheria pulita all’Hotel di Pra Catinat. A Pra Catinat scendo, non si può proseguire con l’auto fino al 31 maggio.

A sorpresa sono avvolta dal profumo dei pini. Respiro. Sto bene.
M’incammino verso il Rifugio, tra i pini e i prati coperti di fiori gialli e viole profumate, il sentiero sale dolcemente. Un sentiero-balcone sulla Val Chisone, spettacolare il paesaggio e la vista sulle montagne. Tre alpinisti mi danno indicazioni, ho dimenticato la guida sul letto!

L’incontro successivo è con un cervo, sono controvento non sente il mio odore, infatti, mi osserva con calma e non fugge. Poco prima del rifugio una chiassosa marmotta mi da il benvenuto.

Giro del Monviso: Alla ricerca di un lavoro in un Rifugio Alpino.

La foto del Monviso in evidenza è di Michele Rosso

I prossimi 3 post sono stati scritti nel 2014. Credo siano ancora attuali. Quell’estate, a causa della crisi economica senza fine, il lavoro che avevo da vent’anni era giunto quasi al capolinea. Piena d’entusiasmo, pensai di cercarmi un lavoro per la stagione estiva, tanto il mio lavoro d’estate era fermo. I seguenti tre post raccontano i mesi da metà maggio a metà settembre 2014, passati prima alla ricerca di un lavoro, poi al lavoro tra le montagne piemontesi nell’estate più piovosa degli ultimi due secoli. Non pioveva così tanto dal 1803!

Estate 2014.

Sto cercando lavoro nei rifugi alpini. Ho deciso di fare una parte del Giro del Monviso toccando 5 rifugi e sentire se hanno bisogno di personale.

Scendo dal pullman dopo 3 ore di viaggio  a Castello di Pontechianale, 1603 metri di quota, due passi dal confine francese. Torno indietro di qualche decina di metri, attraverso un ponte sull’impetuoso torrente Vallanta, raggiungo il rifugio dell’Alevè, sono gentili, ma non hanno bisogno di personale, ci sono pochi clienti.

Poco prima del rifugio parte il ripido sentiero che porta verso  il vallone di Vallanta e al Rifugio Vallanta a 2450 metri di quota, alla base del Viso e della punta Gastaldi. Sono fresca e riposata, parto con un buon passo. Il cartello all’inizio del sentiero indica  2 ore e 30 per raggiungere il rifugio.

Comincio a salire alle 10 del mattino, tardissimo, infatti incontro parecchi alpinisti che stanno scendendo dalla montagna!

Fino ai 1912 metri delle Grange Gheit il sentiero sale ripido poi la salita è più dolce fino ad un centinaio di metri sotto il Vallanta, dove si riprende decisamente a salire. Incontro un gruppo di donne, che faticosamente salgono, chiedo informazioni: dopo il Vallanta voglio raggiungere il Quintino Sella,  sono indecisa se fermarmi a dormire al bivacco delle Forciolline, dedicato ad Alessandra Boarelli, la prima donna che scalò il Monviso nel 1864, modernissimo e attrezzato, oppure salire al bivacco Bertoglio decisamente spartano.

maggio 2014 016

Non conosco la zona. Prima di partire ho visto su Internet percorsi e foto, ma salendo mi sono resa conto che c’è ancora molta neve e il tempo è instabile, le previsioni non sono buone.

Come capita spesso in montagne la nebbia sale all’improvviso, per ora il sole tiene, ma mentre cammino, mi volto e la vedo salire. Le cime più alte appaiono e poi scompaiono tra le nuvole.

Il paesaggio è spettacolare e la Natura rigogliosa. I prati sono verdi e pieni di fiori alpini, dominano i gialli, i blu, i rosa. Salendo vedo le stelle alpine, anzi incrocio una francese estasiata che continua a ripetermi “Edelweiss, Edelweiss”, effettivamente trovarle così vicino al sentiero e in un luogo così facile è raro.

Faccio un pezzo di sentiero chiacchierando con il gruppetto di donne, una di loro è un’alpinista, conosce bene i luoghi che voglio raggiungere, ma quest’ anno non c’è ancora stata, mi consiglia di chiedere al gestore del Vallanta. Dopo un po’ le saluto, salgono troppo lentamente.

Riprendo a salire con passo rapido, e dopo una mezzora incontro una finlandese, mi fermo a chiacchierare, non capita tutti i giorni d’incontrare qualcuno che viene da così lontano! Parla sei lingue, mi racconta che sono quattro settimane che cammina tra le montagne. Mi dice che su al passo c’è molta neve, ed è ghiacciata.

Ha un’attrezzatura molto leggera e mi fa notare che la mia è troppo pesante, effettivamente ho due zaini! …ma se voglio risparmiare è bene che evito di dormire nei rifugi o di fare lauti pranzi a caro prezzo.

Attualmente, anche se non ancora ufficialmente, sono praticamente disoccupata. E l’attrezzatura che ho sulle spalle mi salverà la vita la notte stessa!

Intanto il gruppetto di donne ci raggiunge e una sfotticchiando mi dice “ …ma come? Sei ancora qua, ti vedevamo lontana salire rapidissima…”. Dopo un po’ saluto la finlandese. Riparto, raggiungo le signore, le superò e salgo veloce verso il rifugio, anche se quando riprendo a salire faccio una notevole fatica, sembro scoppiata, non ci si deve mai fermare a lungo come ho fatto io con la finlandese, perché si perde il ritmo e ci va un po’ a riprenderlo. Finalmente dopo 2 ore e 15 arrivo al rifugio Vallanta. Prima di entrare mi fermo a mangiare i panini e la frutta che ho nello zaino.

maggio 2014 008

 

Dopo trenta minuti arriva il gruppetto di donne con la lingua di fuori! Entriamo nel rifugio, una è la madre di due giovani dipendenti, chiamano il gestore, un uomo burbero come sono spesso i gestori dei rifugi. Sono arrivata alla conclusione che alcuni sono veri e propri asociali. Sarà l’altitudine? Vivere per mesi sopra i 2000 o i 3000 metri forse rende un po’ orsi! O forse è solo un’atteggiamento che rientra nel mito del Gestore di rifugi: di solito una guida alpina, un uomo tosto, duro, solitario e scorbutico che sfida la montagna. 

Alla mia domanda: “Ha bisogno di personale? Cerco lavoro.” Mi risponde con un No categorico. “Piove sempre.” “Non ci sono clienti.” E comincia a lamentarsi dei giovani, che non sono più quelli di una volta, “Non resistono un mese”.

Il gestore mi sconsiglia il passo delle Forciolline per la neve e per la difficoltà del percorso, in buona parte su roccia e attrezzato con corde di ferro per non volare giù. Io sono da sola e il tempo non promette nulla di buono. Decido di andare al Bivacco Bertoglio.

Scendendo incontro una donna alpinista simpaticissima, facciamo un pezzo di strada insieme parlando di montagna e a 1900 metri ci lasciamo, perché lei non è attrezzata per passare la notte in bivacco, anche se è molto dispiaciuta di dover scendere a valle.

In questa giro in montagna incontro quasi solo donne, gli uomini sembrano una specie in via d’estinzione!

Sulla destra orografica del torrente Vallanta, a un bivio, il sentiero attraversa il bosco dell’Alevè, l’unico fitto bosco esistente in Italia con il puro Pino Cimbro, splendido pino sempreverde dall’aspetto tormentato e maestoso, residuo di antiche ere, e prosegue nel Vallone delle Giargiatte verso il bivacco Bertoglio, il passo S.Chiaffredo e il passo Gallarino verso il Rifugio Quintino Sella punto di partenza per raggiungere il Monviso per la via normale.

Prendo il sentiero che attraversa il bosco di pini, è molto bello, ma sale bruscamente. Comincio a sentire la stanchezza, e devo salire per altre due ore e mezza! Non sono allenatissima e dopo un po’ lo sento.

Faccio una tappa dopo una mezz’oretta per mangiare una tavoletta di cioccolata. Intanto sale la nebbia. Più salgo, più diventa fitta. E pioviggina.

E’ tardo pomeriggio, la luce nel bosco sotto la pioggerellina e nella nebbia fluttuante diventa sempre più fioca. Cammino ascoltando i rumori e i suoni che provengono dalla profondità del bosco, ogni tanto si apre una radura. Salendo la vegetazione si dirada e cominciano le rocce.

Sono sempre più stanca e comincia a dolermi il ginocchio, tanto da impedirmi quasi di camminare. Ad un certo punto mi chiedo se è il caso di tornare indietro, ma sono ormai troppo in alto e a scendere con un ginocchio come il mio è anche peggio. Mi guardo intorno, cerco un ramo da usare come bastone e anche se siamo al limitare del bosco, lo trovo. E provo un vero sollievo, senza quel bastone non credo sarei riuscita a camminare ancora per molto. Perché accidenti non ciò pensato prima!

Poi spariscono i pini ed è solo nuda roccia. Si sale su una ripida pietraia con il sentiero tracciato benissimo e anche i segnavia che seguo con attenzione sono visibili. Per fortuna, ogni tanto la nebbia di dissolve, posso vedere dove sono e capire la direzione, poi si richiude. A metà pietraia incontro due alpinisti, ci salutiamo, pensavo di essere a mezzora dal bivacco, invece mi dicono che arrivano da lì e manca ancora quasi un’ora. Sono così stanca che penso: ma no, si sbagliano. Invece non si sbagliano per niente. Un’alpinista mi spiega che il bivacco si trova a sinistra su un roccione sopra al sentiero, dove c’è una strettoia tra le rocce prima del lago Bertin e i due laghi successivi in una specie di “valle” glaciale che sale dolcemente verso il passo S.Chiaffredo. Continuo a osservare le rocce e le cime intorno a me… e del bivacco non c’è ombra.

Sono sfinita e non me ne rendo conto.

Quando raggiungo la strettoia, non vedo il bivacco, ma vedo l’indicazione verso l’alto, 10 minuti. Sono stati tra i più lunghi minuti della mia vita. Salgo sulle rocce scoscese, bagnate, tanto che scivolo, cado sulle rocce e non vedo il bivacco. Ho maledetto i “deficienti” che chissà per quale ragione erano andati a costruire un bivacco in un posto così inaccessibile! Finalmente vedo il bivacco spuntare tra le nebbie, sfinita lo raggiungo. Sono infreddolita. Mi guardo intorno, ogni tanto le veloci nubi di montagna si alzano e si vede il paesaggio. Spettacolare! Sono lì tra i picchi, c’è solo roccia, guardo verso il basso…quanta strada o fatto! Sono le 6 di sera. Sono a 2770 metri.

Apro il bivacco, una piccola costruzione in lamiera, colorata  di giallo e rosso, dentro ci sono nove posti letto, cioè 3 letti a castello rudimentali e un piccolissimo spazio tra i letti. Faccio una cena frugale con il cibo che ho nello zaino. Il freddo aumenta. Pioviggina. Desolata mi accorgo di aver perso l’ombrello. Rimango un po’ fuori a guardare il paesaggio, ma fa troppo freddo.

Mi preparo velocemente il letto, apro il mio sacco a pelo, prendo 5 coperte dagli altri letti e le metto una sull’altra sopra il mio sacco a pelo. Sta diventando buio e piove sempre più forte. La lampadina della mia pila fa pochissima luce. Per fortuna c’è una finestra. Apro la persiana di ferro. Tremo dal freddo. Mi metto il pigiama, mi rimetto i pantaloni, tre maglie, più il pile uno sull’altro, mi infilo nel sacco a pelo sotto 5 coperte e continuo ad avere freddo. C’è un’umidità bestiale. Tuona e piove sempre più forte, si alza anche il vento. Sembra il diluvio universale.  

E’ una vera tempesta.

Sono lì, da sola. Il rifugio più vicino è a 2 ore di distanza! Comincio ad avere un cerchio alla testa. Soffro l’altitudine. Ho forse è la paura! Piove sempre di più. E’ impressionante. Di solito mi piace la pioggia… me lo ripeto, ma piove talmente forte che mi fa paura, finché mi addormento. Mi sveglio alle due di notte, sto morendo di caldo, comincio a svestirmi sempre chiusa nel sacco a pelo, un po’ per volta mi levo tutto anche il pigiama. Evidentemente mi sono riposata e il mio corpo sfinito dalla stanchezza è tornato  in condizioni normali e così la mia temperatura.

Piove sempre. Fatico a riaddormentarmi. Alle tre mi risveglio di botto con tutti i sensi all’erta. Vedo con gli occhi della mente un animale fuori dal bivacco, sembra una cerva (no, siamo troppo in altro) o una pecora (ma, no è troppo grande), la visione sparisce e comincio a sentire un animale che si muove e cammina intorno al bivacco, gira un po’ lì intorno e poi se ne va. Guardo l’ora sono le tre e mezza. Avevo messo la sveglia alle cinque, la sposto alle sei. Voglio dormire.

Il mattino mi sveglio, fa freddo. Esco dal bivacco. E osservo la montagna intorno a me. Non c’è nebbia. Osservo il percorso che devo seguire per superare i passi e girare intorno alla punta Trento.

 Grigia roccia nell’alba.

Bellissimo e struggente. Il paesaggio delle cime rocciose è tanto bello da far male.

Ci sono tre laghi in successione e c’è neve ma nulla di pericoloso. Mentre sto osservando il paesaggio, mi accorgo che sul passo c’è un velo di nubi, nel giro di pochi minuti cominciano a salire velocissime, mi volto e vedo che la stessa cosa sta succedendo sul versate opposto da dove sono salita. In un attimo capisco che passerà poco tempo prima di essere immersi nella nebbia e non posso permettermi di scendere dalle rocce, su cui si trova il bivacco, nella nebbia, perché rischio di ammazzarmi. Corro nel bivacco, velocissima arrotolo il sacco a pelo, rimetto tutte le mie cose negli zaini, chiudo la finestra, chiudo il bivacco e comincio a scendere.

Intanto la nebbia sta avvolgendo tutto.  Arriva quando raggiungo il sentiero alla base della roccia.

Sono al sicuro, mi rendo anche conto di quanto è stato facile scendere dal bivacco e dello sfinimento fisico della sera precedente. Ora devo solo seguire i segnavia e fare un po’ d’attenzione e la nebbia non è così fitta. Sale e scende, si scioglie un po’, poi si richiude. Comincio a salire verso il primo passo seguendo il sentiero, sono nella nebbia, ma non mi preoccupo. Ho impresso in mente il paesaggio visto dall’alto del bivacco, non cammino alla cieca. Passo accanto al lago Bertin e al lago Lungo, c’è neve ma non troppa. Subito faccio fatica a salire, sono  in alto, ma presto riprendo ad andare su decisa, sono scesa a 2700 metri, ora devo salire fino a 2770 del passo S. Chiaffredo, poi a 2730 del passo Gallarino e poi scendere a 2640 al rifugio Quintino Sella. Mi hanno detto che è solo lunga, non difficile, infatti così è.

Riprende a piovere, scendendo dal bivacco ho ritrovato l’ombrello, mi riparo. Mi bagno lo stesso. Sotto la pioggia fitta e sottile faccio colazione. Cammino e sembra non arrivare mai. Quando sono quasi al rifugio che non vedo perché immerso nella nebbia comincio a incrociare qualche alpinista che sale. Me la prendo comoda. Arrivo dopo due ore. Al rifugio ordino  un’abbondante colazione con del tè bollente, finalmente qualcosa di caldo!

Rimango lì a riposarmi qualche ora, intanto smette di piovere e anche la nebbia si dirada. Chiedo del ghiaccio per il ginocchio dolente e gonfio. Decido di scendere a Pian del Re, a 2000 metri, dove nasce il Po’.

Il tempo migliora velocemente, esce il sole.

Attraverso alcuni nevai, intanto mi godo il paesaggio, scendo lentamente anche per non forzare il ginocchio. Infatti, non ho problemi.

Incontro parecchia gente che sale.

Arrivo al lago Fiorenza a mezzora da Pian del Re, c’è il sole, mi sdraio hai bordi del  laghetto alpino e me la godo un sacco, pranzo e poi mi addormento. Sto benissimo. Scendo.

Domando ancora a tre rifugi se hanno bisogno di personale e tutti mi danno la stessa risposta: piove sempre, ci sono pochissimi clienti, sarà per il prossimo anno.

Prendo la navetta che scende al Pian della Regina, dovrò prendere altri tre autobus per arrivare a Torino.

A posteriori direi che non potevo scegliere anno peggiore. E’ dal 1803 che non piove così tanto nei mesi di giugno e luglio!

 

P.S. Vedi l’articolo scritto prima di cominciare a lavorare in rifugio: Urrà! Passerò l’estate in un rifugio alpino.

Altro P.S. Vedi articolo successivo: Ho lavorato in un rifugio alpini….la miseria che delusione!!

 

 

 

Berlino (1)

Prima di andare a Danzica sono stata dieci giorni a Berlino. C’ero stata nel 1991, un anno dopo la caduta del Muro. Era un cantiere, gru dappertutto. Stavano rinnovando la città. Nuovi palazzi progettati da grandi architetti come Renzo Piani. Restauro dei vecchi edifici come il Bundestag e la Brandeburgo Tor. Mi aveva entusiasmato l’isola dei musei, il viale Unter den Linden, il Museo di Pergamo e la Porta d’Ishtar. Vivevo in Germania allora. In quella occidentale.Studiavo il tedesco, amavo la Germania e la storia tedesca.

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Sono nata in un paese bruciato dai tedeschi durante la 2a Guerra Mondiale. Da bambina mio padre mi raccontava quando avevano ammassato  lui che aveva 8 anni, le donne, i bambini e i vecchi in fondo al paese con le mitragliatrici puntate, (c’era un servizio di vigilanza, all’arrivo dei soldati, ì maschi adulti erano fuggiti per non rischiare di essere spediti in Germania a lavorare come schiavi). Avevano trovato due soldati tedeschi uccisi in uno dei passaggi tra una corte e l’altra dell’antico paese fortificato e per rappresaglia volevano sterminare tutto il paese, per fortuna arrivò un contr’ordine, e i tedeschi se ne andarono senza uccidere nessuno (Scoprirono che non erano stati i partigiani, al buio i due soldati si erano sparati tra di loro o forse, dicevano in paese, la guerra era alla fine e l’ufficiale tedesco non volle caricarsi sulla coscienza tutti quei morti).

Invece qualche giorno dopo i fascisti strapparono unghie e occhi ad un povero ragazzo diciassettenne con ritardo mentale che nella sua ingenuità vestì una giacca militare trovata nei boschi intorno al paese, mentre tornava a casa, sfortuna vuole, incontrò un gruppo di fascisti, pensarono fosse un partigiano, lo torturarono e poi l’uccisero. Era lo zio di una mia amica.

Mio zio, Barba Berto, si fece 3 anni di lager, soldato sul fronte greco-albanese si era rifiutato di servire i tedeschi, era uno di quegli italiani sfigati che si fecero 10 anni di guerra.  Era di leva e fu inviato in Africa per la guerra coloniale, poi con la guerra mondiale finì prima  sul confine francese e poi si fece la guerra di Grecia e d’Albania. Nel ’43 con l’Armistizio voleva solo tornare a casa,  non aveva voluto la guerra, era stato costretto a farla.

E i fascisti della Repubblica di Salò al di là delle fesserie che si raccontavano e raccontano ancora oggi i loro epigoni avevano un unico problema salvare il “culo”, dopo vent’anni di dittatura, e conseguenti porcate, violenze, torture e repressione, dalla rabbia di chi avevano oppresso. Per questioni personali tradirono la patria di cui oggi si riempiono continuamente la bocca e furono responsabili della morte di altri milioni d’italiani, la guerra durò altri due anni.

Così mio zio finì su un treno piombato e in un lager dove soffrì la fame (perse 29 chili), diceva: “Trattavano peggio di noi solo gli ebrei e i polacchi”. Nel ’45 fu liberato dai russi, la guerra continuava e lui fu spedito verso est, in Russia. Riuscì a tornare in Italia nel ’46. Era un tipo allegro, della guerra non parlava mai davanti a noi bambini e non amava (per usare un eufemismo) i tedeschi e i fascisti, gli avevano rubato la giovinezza.

E la Croce Rossa…. Si, lui moriva di fame  e di freddo nel lager, la sua famiglia di poveri contadini si toglieva il pane di bocca, confezionava calde calze di lana e altro vestiario per inviarglielo al fronte e poi nel lager…Non ricevette mai nulla. Quello che gli apparteneva veniva girato agli ufficiali.

E poi io ho studiato e conosciuto la storia tedesca del ‘900,  la storia del Partito Socialdemocratico tedesco, la Lega di Spartaco, il rifiuto della guerra di Liebknect e di Rosa Luxemburg, l’opposizione dei lavoratori tedeschi al nazismo che non è quella degli ufficiali tedeschi che nel’44  si svegliano e tentano di uccidere Hitler, ma è quella resistenza di cui non si parla mai, ma che costò la vita ad 1 milione di lavoratori tedeschi, i lager furono inventati negli anni ’30 per reprimerli.

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A proposito di Lager:  ho scoperto anni fa e non riesco ancora oggi a farmene una ragione che nei Lager furono internati 12 milioni di persone….Vi siete mai chiesti quanti si salvarono e tornarono a casa? Beh ve lo dico io…E’ talmente enorme e mostruoso …1 milione di persone si salvò. 11 milioni morirono. 11 milioni di bambini, donne e uomini.

11 milioni di morti su 12 milioni d’internati… 

Di solito si parla dei 6 milioni di ebrei assassinati nei lager. E mi sembra giusto. Quello che non mi sta bene è che non si parla mai degli altri. E gli imbecilli che fanno del revisionismo storico per ragioni politiche, per sminuire gli ebrei, in realtà stanno nascondendo e giustificando la morte anche degli altri 5 milioni di persone. 

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Un viaggio di mille miglia comincia con un passo…..Lao tze.

Ho messo in pratica il famoso aforisma di Lao tze, filosofo cinese del 6° secolo A.C.

Ho fatto il primo passo.

Ho cominciato a Spotorno… No forse il vero primo passo è stato il viaggio ad Istanbul…

SPOTORNO. Sabato, il cielo è coperto da nuvoloni neri, passeggio nel budello e tra i carrugi. C’è nessuno in giro. Verso le 14 inizia a piovere, in spiaggia cammino sulla battigia , un onda mi bagna i pantaloni fino al ginocchio, continuo a camminare sotto la pioggia battente, dopo una serie di altre ondate decido che è il caso di tornare in Hotel. Arrivo nell’accogliente camera dell’hotel Giongo, dove preparano una torta alle mele con pinoli ed uvetta squisita così come le prugne con la buccia dei limoni. Mi sdraio come un gatto sul letto e mi addormento, devo recuperare due notti in bianco.

Mi alzo alle 19, rintronata, perché non sono abituata a dormire al pomeriggio. Esco, fa un freddo polare, ceno con un Calzone megagalattico  al Black Bull, e dopo aver mangiato un gelato alla pera e cioccolato, torno di corsa in hotel al caldo.

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Domenica, c’è il sole. M’incammino a piedi lungo il mare, poi lungo la strada, verso Noli, è piacevole camminare guardando il paesaggio e il mare  che luccica sotto il sole. Antica Repubblica marinara, fondata nel 1192,  si trova in una bella insenatura. Cammino tra i carrugi (vicoli) del centro storico. Le antiche torri medioevali svettano sui tetti delle case dai vivaci colori, gialli, rosa, rossastri,  le torri mozzate trasformate in abitazioni hanno le basi in blocchi verdi di  pietra locale mentre la parte superiore è in mattoni. Nel medioevo si contavano 70 torri.

Cammino verso il Monte Ursino e il Castello dei Marchesi del Carretto, una bella passeggiata con una vista sul mare da cartolina.

Scendo, attraverso i carrugi e le piazzette fino all’antica Cattedrale San Paragorio costruita nel XI secolo al di fuori della cinta muraria, in stile romanico, si trova andando verso Capo Noli, non ho potuto visitare l’interno perché l’orario di visita è dalle 10 alle 12, sono arrivata quando era di già chiusa.

P.S. A Noli e lungo la strada per Varigotti ho fatto delle belle foto, peccato che ha causa del mio rapporto conflittuale con il mio nuovo cellulare smart phone, momentaneamente non posso recuperare le fotografie! Ma prossimamente riuscirò a domarlo!

Dal 1572 divenne cattedrale della repubblica la chiesa di San Pietro dei Pescatori essendo all’interno delle mura e quindi più sicura. Il suo altare è un antico sarcofago romano.

Il 2 dicembre del 1797 con l’occupazione Napoleonica si estinse l’autonomia della piccola repubblica ormai da secoli in decadenza, un tempo abitata da ricchi mercati divenuta borgo di pescatori.

Tuttora, Noli è uno dei pochi borghi costieri con una piccola flottiglia di barche da pesca a motore. Tutte le notti i pescatori escono in  mare e ritorno al mattino a vendere il pesce nel minuscolo mercato del pesce sul lungo mare.

Noli mi affascina non solo per il suo antico borgo ben conservato ma per i personaggi che sono parte della sua storia,  come Antonio de Noli (1419-…) navigatore, scopritore delle Isole di Capo Verde e tra i primi esploratori dell’Africa. Giordano Bruno (Nola 1548-Roma 1600) si rifugiò per qualche mese a Noli dove insegnò grammatica e cosmografia. A Roma condannato come eretico per la sua visione del mondo, fu bruciato sul rogo in Campo de’ Fiori.

E il genovese Cristoforo Colombo (Genova 1451-Valladolid 1506) sognatore e grande navigatore  s’imbarcò qui per l’Olanda, fece naufragio di fronte alle coste spagnole e lì cominciò la sua avventura, cercando una nuova via per raggiungere le terre produttrici delle rare, costose e favolose Spezie, scoprì l’America, un nuovo continente. Per essere parte di  grandi cambiamenti epocali si deve essere sognatori con i piedi per terra, ancorati al proprio tempo con uno sguardo nel futuro.

Tempo fa comprai un libro antico scritto da Joseph Marie Lequinio, “Le préjugés detruits “ stampato nel 1792.

Il rivoluzionario Lequinio  partecipò alla  Rivoluzione Francese, da vero repubblicano congiurò contro Napoleone affossatore della repubblica nata dalla rivoluzione, considerato uno dei fondatori della Repubblica Napoleone non osò toccarlo. Nella prefazione evidenzia la sua visione del mondo: è uno di quegli uomini, completamente disinteressati, a volte definiti “visionari” che andando al di là della contingenza del presente riescono a vedere il futuro e lottano per il miglioramento delle condizioni della specie umana.

Mi sdraio al sole sulla spiaggia di Noli, quando le nubi tornano a coprire il sole riprendo la mia camminata sul lungo mare, poi lungo la statale, uno stupendo balcone sul mare e la bianca scogliera e le rocce verso terra friabili, coperte da protezioni metalliche contro la caduta di massi. Per raggiungere Varigotti si attraversano due gallerie, al Malpasso, c’è una spiaggia libera sempre affollata, supero l’ultima galleria e m’infilo in un carrugio poco dopo sono sulla spiaggia di quello che un tempo era un  paese di pescatori ed ora è un lussoso luogo di villeggiatura.

Nonostante questo, il posto è splendido, le case colorate di giallo, rosso,  bruno.

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La passeggiata da Spotorno a Varigotti sono circa 8 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno, osservando il paesaggio, prendendo un po’ di sole, visitando i carrugi e le chiese non è faticosa, anzi è piacevolissima.