Trekking a Tash Rabat e dintorni.

Agosto 2018.

Sabato mattina siamo partiti per la montagna. Vivendo tra le montagne del Thian Shan c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Questa volta sono andata a vedere il  monastero nestoriano e poi caravanserraglio di Tash Rabat. A sud/est del Kirghizistan. Costruito prima del 9° secolo, si trova in una gorgia laterale del percorso dell’Antica Via della Seta, sulla strada del passo Torugart, ( a 84 km) sul confine con la Cina, passaggio obbligato per Kashgar. E’ uno dei due passi che dal Kirghizistan portano in Cina. Dall’autunno alla primavera è bene informarsi perché non sempre sono aperti a causa della neve, frane ecc.

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Tash Rabat e a sn. i gabinetti stile “Pra la Grangia”

Le strade principali sono generalmente buone, mentre le secondarie non sono asfaltate, a volte lo sterrato è buono altre volte no.

Siamo arrivati a destinazione dopo circa 8 ore di viaggio da Bishkek passando davanti al canyon Boom, si attraversa un colle a 3030 m. e si prosegue per Naryn poi dritti verso il confine cinese.

La nostra comitiva si è fermata per visitare At-Bashi (Ат Башы) centro amministrativo della regione di Naryn. La prima tappa è all’ingresso del distretto. Entrando in certi territori, sulle colline, ben in evidenza, ci sono dei monumenti, dei guerrieri o come qui a At Bashi, un cavallo, essi sono il simbolo del clan che domina su questa terra, indicano che stai entrando nel loro territorio. All’ingresso dei villaggi o cittadine ci sono delle vistose “porte” con il nome del luogo.

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Il cavallo che segna l’ingresso al distretto di At-Bashi.
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Areo e carro armato russi alle porte di At-Bashi (testa di cavallo) un tempo città con importante base e industria militare.
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“Porta” di At-Bashi, il significato è Testa di Cavallo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La testa di cavallo simboli di At Bashi.

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Monumento dedicato al Maestro di Manas il guerriero-leggenda simbolo del Kirghizistan.

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Bambine kirghise giocano lungo “la bialera” a AT-Bashi.
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Negozio al bazar di At-Bashi.

A Tash Rabat ci sono in tre punti differenti le yurte. Le tende rotonde dei nomadi kirghisi. Finalmente ho dormito in una grande tenda bianca colorata all’interno, 5 posti letto, tanti tappeti e una vecchia stufa, indispensabile per riscaldarsi nelle fredde notti dell’alta montagna.

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Tash Rabat.
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Yurte a Tash Rabat.
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Tash Rabat. Interno di una yurta a due letti.

Qui vivono due famiglie di allevatori di yak, anche d’inverno! A 3200 metri. Pensavo che ci fosse molta neve invece fa talmente freddo, che nevica “poco”. Normali sono i -50 gradi, come la Siberia! Non sono ancora riuscita a vedere uno yak, speravo, ma agosto a 3200 m. fa troppo caldo per loro, allora lì portano su sulle cime. Probabilmente riuscirò a vederli se andrò sul Pamir.

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Corridoio d’ingresso a Tash Rabat.

Lo scisma tra i cristiani di Roma, di Costantinopoli, e di Kiev con la teologia aveva poco a che vedere, il problema era il controllo di quello che rimaneva dell’Impero Romano d’Oriente. Il nocciolo teologico della questione era la figura di Cristo, per i seguaci del vescovo Nestorio (381-451), in Cristo esistevano due nature separate, una umana e l’altra divina e Maria non poteva essere definita “Madre di Dio” perchè solo madre della parte umana del Cristo. Il concilio di Efeso nel 431 condannò i nestoriani come eretici, fuggiti verso oriente, ebbero l’appoggio dei Persiani in funzione anti-bizantina e si diffusero in Persia, Asia Centrale, India e Cina. Cominciarono a perdere d’importanza con la diffusione dell’Islam.

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Tash Rabat. Dentro la grande sala centrale sotto la cupola.

Il Monastero e Caravanserraglio di Tash Rabat furono un luogo di culto e rifugio dei seguaci di Nestorio.

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Tash Rabat. La grande cupola. Alla base della cupola si vedono delle nicchie con i resti d’intonaco. L’interno doveva essere ben diverso qualche secolo fa.

Tash Rabat era il primo caravanserraglio, luogo di sosta delle carovane, sulle montagne del Thian Shan, dopo il passo Torugart e il terribile deserto Taklamakan, il deserto nel quale furono trovate le mummie del Tarim, che confermavano la presenza di popolazioni indoeuropee qualche millennio A.C. Nell’antichità vi erano città-oasi ormai scomparse, i viaggiatori temevano il passaggio in questo deserto, arido e infuocato, dove morivano a centinaia, la paura fece fiorire molte leggende sulle voci degli spiriti dei morti portate dal vento.

Noi oggi immaginiamo l’antica via delle seta, esistente tra il 3° sec. A.C. e la fine del XVI sec. D.C., come un’unica via, dalla Cina al Mediterraneo, in realtà era una rete di strade su cui fiorirono città importanti, insediamenti commerciali, bazar, caravanserragli dove si scambiavano spezie provenienti dall’India, preziosa seta dalla Cina, oro, argento dall’Iran, ceramiche da Afrosylab, animali e uccelli esotici.

Le carovane di uomini, cammelli e cavalli attraversavano deserti, il Taklamakan, l’Ak-Tala, Kara-Kum e Kuzyl-Kum, si fermavano nelle oasi, superavano i passi ghiacciati del Thien Shan o del Pamir, attraversavano fiumi come l’Oxus, o le sconfinate steppe e con le merci portavano idee e nuove religioni, l’Asia Centrale era una delle zone più tolleranti e aperte del mondo antico.

L’importanza dei commerci causò invasioni, battaglie, intere regioni ridotte in cenere, città, come Samarcanda rasa al suolo, rifiorirono tanto era strategica la loro posizione. Il Kirghizistan era la porta occidentale della Cina.

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I resti delle antiche mura di Koshoy-Korgon. Foto di Wikipedia.

A  circa 3 ore di strada, 170 km prima di Tash Rabat a  Koshoy Korgon  nel distretto di At-Bashi c’è un piccolo museo e i resti delle fortificazioni di una città lungo la via della Seta, qui si fermavano le grandi carovane che arrivavano dalla Cina e andavano verso l’Uzbekistan e il Mediterraneo o verso il Kazakistan o la Mongolia e poi verso il Nord.

I fedeli e mercanti nestoriani preferivano fermare le loro carovane a Tash Rabat. E’ affascinante questo edificio fortificato, in pietra con una cupola rotonda che sovrasta la stanza centrale, altri vani laterali accoglievano i viandanti, le derrate alimentari, due lunghe sale s’ipotizza fossero i luoghi di preghiera e c’è anche una prigione: un buco in terra, piccolissimo, dove poteva stare una sola persona, era chiuso da un’enorme pietra con un foro in mezzo, attraverso il quale veniva passato il cibo per il prigioniero.

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Tash Rabat. La pietra che copriva la cella della prigione.

Mi si sono rizzati i capelli in testa al commento di una della comitiva: “… serviva a tenerli tranquilli!”.

Sono passati più di mille anni… e l’affermazione di quella somara conferma la convinzione di un mio conoscente “…viviamo tempi in cui abbiamo di fronte un nuovo Medioevo.” La prigione come sistema di controllo degli “irrequieti”: manifestanti, dissidenti, emigranti, comunisti, neri delle periferie delle metropoli, zingari, femministe, ecc., ecc., ecc.

Dopo la visita, abbiamo iniziato a seguire il sentiero che sale a sinistra dietro il monastero nestoriano e va su dritto verso la montagna. Un paesaggio mozza fiato ci ha circondato lungo il percorso. Da 3200 metri siamo arrivati a 3700 metri. Il primo pezzo sale su deciso poi prosegue lungo le creste.

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Tash Rabat. Salendo verso le creste. Altitudine 3700 metri circa.

E’ facile, le pendenze sono lievi. Ero con gruppo di 9 francesi, il più giovane aveva 50 anni, era gente che si preparava per fare un 4100 metri in Cina. Poi siamo scesi di qualche centinaio di metri per raggiungere un pianoro che un tempo doveva essere un ghiacciaio, fino ad un torrente, l’abbiamo attraversato a cavallo per raggiungere una specie di alpeggio in un’altra gorgia. Qui abbiamo fatto un pic-nic con le vivande portate da un uomo a cavallo.

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Tash Rabat. Il cavaliere porta vivande.

Faceva un freddo cane ed eravamo bagnati marci!

Siamo partiti con un  bel sole. La gita era di circa cinque ore, dopo circa tre mentre eravamo sulle creste, ha cominciare a salire un vento di quelli forti e pungenti, si vedevano i nuvoloni neri in arrivo, la guida ha deciso di farci scendere velocemente di qualche centinaia di metri poi ha cominciato a piovere. Una pioggia sottile neanche troppo fastidiosa, ma sopra i 3000 metri quando piove fa freddo.

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Mentre scendevamo dalle creste molti gipeti, grandi avvoltoi e aquile volavano bassi sulle nostre teste in cerca di prede, le marmotte di guardia con fischi acuti lanciavano l’allarme al nostro passaggio e mentre fotografavamo gialle orchidee alpine.

Finito il pic-nic abbiamo attraversato un bellissimo pianoro, in una gorgia spettacolare. E qui ha cominciato a grandinare di brutto, raffiche violente di sassi ghiacciati che in faccia fanno un male cane, ogni tanto non si poteva più proseguire tanto era violenta la grandinata. I branchi di cavalli che ogni tanto incontravamo si tenevano vicini verso i fianchi della montagna e in cerchio per proteggere i puledri, per un’ora abbiamo proseguito a testa bassa fino alla fine della lunghissima gorgia dove ci attendeva il pulmino per riportarci a Tash Rabat.

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Siamo arrivati al mini bus,  dire: ” eravamo fradici…” è essere ottimisti!

Ho bagnato persino i cambi di vestiario che avevo nello zaino, ero infangata fino alle ginocchia, però il posto era splendido e ci tornerei domani… con un bel sole!

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Fiore di montagna. Sulle creste sopra Tash Rabat.

A -3o gradi sono morte molte piante tropicali nelle serre del Giardino Botanico di Bishek.

7 febbraio 2018.

Ieri un’amica mi ha detto che il Giardino è morto… Non voglio crederci. 

Nella settimana tra il 22 e il 29 gennaio 2018, qui in Asia Centrale, tra le montagne del Tien Shian, il freddo è stato terribile.

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Nelle foto su Sputnik.kg  si può vedere in che stato è ridotta questa pianta di banane che ho fotografato  a settembre.

A Bishkek, capitale del Kirghizistan, l’inverno non è molto rigido, la città si sviluppa dai 770 m. ai 900 m. salendo verso la montagna, ma l’ultima settimana di gennaio è stata impressionante, da -6, la temperatura è crollata a -12, -18, -22, -24, -26, in pieno giorno… sono morte trenta persone per il freddo, tra i senza tetto. Nei giorni successivi sono comparse tende riscaldate vicino ai centri commerciali per il soccorso con cibi e bevande calde ai senza tetto. Oggi a mezzogiorno c’era ancora -9!

Negli stessi giorni, tre sere, per 1/2/3 ore siamo rimasti senza corrente elettrica. Nella notte del 27 ci sono stati meno di trenta gradi, e per tre ore tutto il sistema elettrico cittadino è andato in avaria.

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I termosifoni che riscaldano le piante nelle serre del giardino di Bishkek.

 

Nelle serre del Giardino Botanico Sad2, il più grande dell’Asia Centrale, costruite nel 1938, rare piante tropicali, ficus e i banani nati con il giardino sono morte di freddo. I vecchi termosifoni non sono stati sufficienti, i tubi dell’acqua sono esplosi e le ore successive al freddo sono state fatali. Se ho ben capito 500 piante rare, sono morte o in pessime condizioni, non si sa ancora se sono morte solo le foglie o anche le radici.

In questo video si vede chiaramente il disastro.

Il capo del laboratorio delle piante Irina Bondartseva lavora nel giardino da 40 anni, nell’intervista  a Sputnik.kg dice di non aver mai visto una cosa simile.

Le piante in autunno erano state protette da sacchi di iuta e altro materiale, negli inverni normali e anche un po’ freddi, queste protezioni sommate al riscaldamento sono sempre state sufficienti, ma non quest’anno, sono troppi -30 per dei banani!

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Una delle serre del giardino botanico di Bishkek

Ieri sono andata a vedere il giardino, la prima foto in alto è del cancello che porta alle serre. Era chiuso. Ho letto le notizie su Internet, non credo sia morto il giardino, sono morte rare piante tropicali, si può far rinascere le serre, in una delle pagine del sito c’è la richiesta di fare volontariato, donazioni oppure regalare piante o panchine o attrezzi per il giardino.

Chi volesse sostenere la rinascita delle serre del Giardino botanico di Bishkek, può fare una donazione a uno dei conti della Fondazione pubblica Archa Iniziative, che trova qui  su una delle pagine del Giardino botanico (ботанический сад in russo). Il testo è in russo, però potete tradurlo nella vostra lingua, dopo aver aperto la pagina del giardino, cliccando sul simbolo in alto a destra dove inserite l’indirizzo. C’è un numero di telefono, non ho provato, ma se conoscete un minimo d’inglese, dovreste riuscire a parlare con chi se ne occupa, qui quasi tutti i kirghisi, conoscono un pò d’inglese necessario alla comunicazione.

Il nome del sito è http://www.botanica.kg.

 

BOTANICHESKII SAD 2. Il giardino Botanico di Bishkek

26 gennaio 2018

Scrivo questo post per solidarietà con i cittadini di Bishkek che stanno lavorando per far rinascere il loro Giardino Botanico. Sarà sicuramente impegnativo vista la mancanza di fondi ma vale la pena. Bravi!

Il giardino botanico sad2 di via Gorkii è bello, interessante, ricco di una varietà incredibile di piante e fiori provenienti da ogni angolo del Kirghizistan, dell’Asia Centrale, della Russia e dal resto del mondo.

E… disastrato, sembra di essere nel caos primordiale.

In ottobre il caos degli alberi avviluppati gli uni agli altri, gli arbusti, i cespugli erano un miscuglio di colori di una magnificenza che lasciava senza respiro. Le tonalità dei rossi, dei gialli, dell’arancione, le sfumature di marrone, di verde sotto il sole autunnale erano un vero spettacolo della natura.

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Sentiero nel Giardino Botanico.

Sono appassionata di Giardini Botanici, spesso quando visito una città, vado alla ricerca del suo Orto o Giardino Botanico. Amo i fiori, le piante, le erbe curative e per l’alimentazione.

Sono consapevole di essere parte di un tutt’uno interdipendente con la natura, ma sentendomi profondamente parte della specie umana, secondo me, non c’è niente di più bello di un campo coltivato, di un vigneto o frutteto allineato in filari, delle aiuole di un  giardino curato o delle divisioni per specie delle erbe e le verdure di un orto.

Amo l’ordine dato alla natura dal lavoro umano. M’inorgoglisce!

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Il caos del giardino in autunno.

La prima volta, in settembre, ho visitato il giardino di via Gorkii, mi aspettavo un giardino come quello di Parigi, Berlino, Amsterdam o anche più piccolo come l’orto botanico curatissimo di Antwerpen in Belgio o di Den Haag in Olanda… ci sono rimasta malissimo e sono uscita arrabbiata dicendo tra me e me: “Com’è possibile che lo trascurino in questo modo?”.

Si vedevano dalle strutture cadenti, i begli edifici del primo novecento, gli eleganti archi in metallo d’ingresso alle differenti aree e le belle serre che dovevano aver avuto un passato glorioso.

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La magia del giardino, qui i bambini delle scolaresche corrono allegri come folletti dei boschi.

Il giardino botanico, è una grande istituzione scientifica, parte dell’Accademia delle Scienze, composto di tre parti differenti, è dedicato a EZ. Gareeva, fondato nel 1938, disegnato dagli architetti I.Vigodtsi, E. Nikitin, era ed è con i suoi 160 ettari, il più grande dell’Asia Centrale. Negli anni tra il 1960 e il 1980 era riconosciuto come uno dei migliori dell’ex URSS, con migliaia di specie diverse di alberi. Qui lavorano 80 persone, per l’introduzione, acclimatazione di alberi, arbusti e piante ornamentali e sperimentano nuovi alberi da frutto. Le coltivazioni sono a fini scientifici, ma soprattutto pratici, abbellimenti dei giardini delle città kirghise, inserimento contro lo smottamento dei terreni, piantagioni per l’utilizzo commerciale, conservazione delle specie rare o in via d’estinzione.

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La forza della natura. Una rosa cresciuta tra gli arbusti e i cespugli incolti del giardino botanico.

Dopo il primo momento, ho pensato che era ovvio, il problema sta nella mancanza di finanziamenti.

Il Kirghizistan è un paese povero, anche se in ripresa. Ho letto su Internet i dati economici del paese, nel 2015, Il Kirghizistan non aveva ancora raggiunto il livello del 1991. Gli ultimi 25 anni sono stati anni duri. Hanno dovuto costruire una nuova nazione, ci sono state due rivolte nel 2005 e nel 2010, migliaia di kirghisi hanno dovuto emigrare all’estero, in Russia, Europa, Cina, Paesi Arabi per far sopravvivere le loro famiglie; lavorano, arricchiscono il paese che li ospita e arricchiscono il loro paese d’origine con le rimesse che finiscono nelle banche e sono usate per sviluppare l’economia.

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Una delle belle serre d’inizio Novecento.

Logicamente, se il tuo problema è cosa mettere nel piatto a pranzo e cena e come fare a nutrire i tuoi figli, l’ultimo dei pensieri è il miglioramento di un giardino botanico…

Al massimo, ti verrà in mente – mentre aggiungi un altro buco alla cinghia dei tuoi pantaloni sempre più larghi, prima che ti caschino per terra, tanto sei dimagrito per la fame – se quell’erba dell’America settentrionale o  quell’altra del Caucaso che hai visto nel giardino botanico mentre ti aggiravi come un/a disperato/a, spaccandoti la testa alla ricerca di una soluzione, è buona e abbastanza nutriente da fare una frittata a te e ai tuoi figli…

Però… Bishkek è una capitale, circolano un sacco di soldi come in tutte le capitali. E’ il centro finanziario e industriale del paese. Qui arrivano i denari della Cooperazione Internazionale, finanziamenti dall’Europa, U.S.A, Russia, Cina, Turchia.

Spesso parlando con i kirghisi ho sentito il grande amore e l’orgoglio che hanno per il loro paese…

Ora, lasciamo stare i lavoratori che percepiscono meno di 10000 sum (equivalente a 146 dollari o a 119 euro) e hanno altri problemi da risolvere, e lasciamo stare gli emigrati che fanno vite difficili in altri paesi e direi che il loro lo stanno facendo, resta un sacco di gente che può mettere mano al portafoglio e/o fare del volontariato per contribuire alla rinascita del loro bellissimo giardino botanico.

botanica.kg è il sito del Giardino Botanico di Bishkek, c’è una pagina dedicata alle iniziative in corso per salvaguardare il giardino, compresi i conti bancari per chi vuole fare una donazione.