Gita a Burana Tower e a Ak-Beshim. Kirghizistan.

Post pubblicato su Vivere e viaggiare in Kirghizistan, blog iniziato e lasciato a metà dell’opera! Ripubblico il post perchè mi è piaciuta molto la gita e La Torre di Burana e dintorni meritano una visita.

29 Aprile 2018.

Ieri per festeggiare il mio compleanno ho visitato i resti di due antiche città. Ak-Beshim, l’antica Suyab, città del V-VI secolo, a circa 6 km da Tokmok, poi Il minareto di Burana (Burana Tower)e quello che rimane dell’antica Balasagun, città fiorente tra il X e XIII secolo. Si trova a 13,5 km da Tokmok e 15 da Ak Beshim.

A 25 km da lì nel grande pianoro di quella che è la Valle del Chuy, ci son le rovine di un’altra città ancora più antica, Krasnovonoe, qualche secolo BC. 

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La piana del Chu, sullo sfondo una delle catene che formano le montagne Tian Shian.

Sono arrivata da Bishkek a Tokmok con un marshrutka per 50 Som, e 80 km di strada, era possibile arrivare nei dintorni di Burana con un altro marshrutka, e poi fare un pezzo a piedi nei prati. Quella era la mia intenzione, una simpatica signora conosciuta nel viaggio voleva accompagnarmi fino al bazar a prendere il nuovo autobus, se non ché parlando con i taxisti  che ci hanno circondati appena scesi dall’autobus ho avuto conferma di quello che temevo, non c’era nessun collegamento con Ak Beshim. Dopo una trattativa serrata e divertente con uno di loro, che cercava di conquistarmi prospettandomi una quantità industriale di serpenti nei prati che avrei attraversato e altre cose terrificanti, tra le risate dei suoi colleghi e le mie finte smorfie di terrore, ho deciso che 750 som, (11euro) pur essendo una cifra esagerata, valevano la pena per farmi scarrozzare in giro per i villaggi e le campagne dei dintorni.

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Burana Tower. Campo di Bal-bals.

In Kirghizistan ci sono pochi resti delle antiche civiltà, non perché non ci sono state antiche città,  queste terre erano al crocevia di importanti rotte commerciali e di grandi imperi, dalla Cina le merci andavano verso Occidente  sull’Antica Via della Seta,Mediterraneo, Europa, Medio Oriente, Paesi Arabi; qui passarono tutti, dal mongolo Gengis khan, agli eserciti degli imperatori cinesi della dinastia Tangagli ughuriai turchi dell’impero ottomano, e prima ancora gli imperi iranidi,  il problema sta sicuramente nelle invasioni e poi nei materiali da costruzione, le mura degli edifici erano costruite in fango, terra, poi con mattoni crudi, dal X sec. circa in poi in mattoni cotti. Non so in quale periodo, ci fu una decadenza che disperse le città e la popolazione vivendo di pastorizia divenne o tornò a essere completamente nomade.

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Burana Tower.

I kirghisi, mi raccontava il mio erudito taxista, non sono originari di queste terre, ma provengono dalle zone intorno al fiume Enissei, i primi abitanti erano Sciti, successivamente s’insediarono popolazioni Uighure, che furono cacciate al di là delle montagne del Tian Shan, dopo cruente battaglie con i kirghisi. La città fece parte di un Kanato turco. I cinesi occuparono per qualche secolo la zona. Ak Beshim è importante per la storia del Buddismo, ci sono le antiche rovine di un tempio,  secondo il mio taxista, una spedizione americana qualche anno fa concluse che un tumulo, una collinetta con mura di antichi edifici era di epoca cinese ed era un tempio di Shaolin. (Sarebbe interessante sapere come sono arrivati a tale conclusione visto il poco rimasto! Da ragazzina volevo fare l’archeologa… è un lavoro in cui occorre conoscenza ma anche grande immaginazione!  Nel piccolo museo della Torre di Burana ci sono gli oggetti ritrovati che portano all’identificazione delle varie rovine). Qui hanno ritrovato resti di templi buddisti, fortificazioni cinesi, ossari  zoroastriani, chiese nestoriane, bal-bals turchi.

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Missione archeologica giapponese su quel che resta di un tempio buddista.

In questo periodo c’è una missione archeologica giapponese che sta portando alla luce degli antichi edifici.

Camminando sui sentieri sterrati dell’area si trovano una quantità di pezzi di cotto, mattoni e altro consumati dal tempo. Il taxista mi voleva regalare un pezzo di terracotta, interessante, aveva subito una cottura, era in parte invetriato e aveva disegnato delle linee decorative, poteva essere parte di un piatto o di un vaso. Al mio rifiuto mi ha fatto notare che in terra era pieno di pezzi di terra cotta  e che era un ricordo della gita. E che lì intorno avevano trovato pezzi d’argento, d’oro, monete e molto altro. Insomma i tombaroli sono internazionali! (Scherzo, ma da noi le leggi sono severissime sul commercio di oggetti antichi).

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Ak-Beshim. Rovine.

Ho preso la terracotta e lo messa nello scavo dei giapponesi andati a pranzo! Sono stata a lungo appassionata di archeologia e di storia e mi emoziono di fronte ai resti del passato dell’umanità, ma proprio per questo ritengo siano patrimonio collettivo e vadano conservati per l’interesse di tutti e non all’interno della collezione  o della casa di qualcuno. Non era questo il caso essendo un pezzo 10×5 cm, però poteva essere il tassello per comprendere la storia di quel posto.

Ammetto però che ogni volta che vado a visitare un museo o una galleria d’arte, scelgo sempre uno o due quadri o oggetti che “mi porterei a casa”, e visto le migliaia di musei, gallerie d’arte e archivi che ho visto nella mia vita avrei una collezione fantastica! Se fosse possibile che senso avrebbe?  Nessuno.

Se voglio rivedere queste bellezze, so dove sono, se non le posso raggiungere le cerco su internet, e con me milioni di altre persone. Sono la bellezza del mondo. Ci sono delle cose che non si possono vedere in esclusiva, sarebbe meschino e miserabile perché appartengono al mondo, siamo noi, la nostra specie che nel corso dei millenni nonostante tutte le brutture è riuscita a evolvere ed esprimere cose grandiose.

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Burana Tower. Particolare.

Il taxista mi raccontò che avevano fatto rilevazioni satellitari e sotto le collinette lì intorno c’erano mura di antichi edifici, ma non avevano soldi per portarli alla luce, chi aveva le redini dello stato preferiva intascare i soldi…

All’ingresso dell’area di Ak Beshim (non c’è un ingresso), sulla destra ci sono i resti alcuni edifici in terra, le pareti hanno piccoli buchi, quando arrivo, uccellini vari scappano da tutte le parti perché lì c’è il loro nido! E lì ho visto una cosa fantastica, che non avevo mai visto in vita mia, solo sui libri: un Upupa! Bellissima, la cresta giallo-arancio dorata, è fuggita velocissima, era così inaspettata che non sono riuscita a fotografarla. Ho continuato a camminare in alto sulle rovine, quando qualche decina di metri più in là succede la stessa cosa, due Upupa fuggono velocissime, niente foto neanche questa volta, accidenti a me!

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Upupa. Dal vero sono bellissime. (foto del sito DigiscopingItalia)

Altra cosa bella è il paesaggio della valle del Cu (Chuy), la grande piana verde e sullo sfondo, ma vicine, le montagne. Ieri nel sole,  nella luce e nei colori vividi della primavera era spettacolare.

Riprendiamo l’auto e andiamo alla Torre di Burana.

La Torre di Burana è stata costruita nel XI secolo sui resti della città di Balasagun, costruita dai Sogdiani secoli prima. Dall’alto della Torre si vede la grande piana fertile tra le montagne del Tian Shan e si comprende il perché qui per molti secoli fiorirono antiche città.

Era da un pezzo che volevo visitare il sito di Burana, però guardavo le foto su internet e mi passava la voglia di andarci… mi sembrava misero…

Io sono italiana e nel paese da cui vengo, ogni città, villaggio o buco che sia, ha almeno una torre o un castello medioevale, delle chiese romaniche, o gotiche, delle mura romane, o delle tombe etrusche o dei resti del neolitico o dei petroglifi,  onde per cui sono abituata molto bene!

Invece val proprio la pena di fare una gita fin lì!

1° Il paesaggio. E’ stupendo. Le montagne innevate, il verde dei prati, il grigio dei campi arati, le pecore, le mucche e i pastori a cavallo. Ieri poi, 28 Aprile, era primavera, sole caldo, cielo blu, blu, prati verde smeraldo, da stare lì incantati a guardarsi intorno e basta…

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Pastore a cavallo tra le rovine del sito di Burana Tower.

2° Il minareto in mattoni cotti, molto più bello dal vero che su Internet, si può visitare. Si salgono 70 alti scali, all’interno di una stretta scala a chiocciola, al buio. Ci sono un paio di finestre lungo la scala. C’è coda, si sale solo quando l’ultimo è uscito, non passano due persone per volta. E’ alta 24 m., in passato era il doppio, ma è crollata a causa di un terremoto. Quando arrivo in cima e osservo intorno il paesaggio ho un attimo di felicità.

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Burana Tower. Un Bal-bal.

3° I Bal-bals. Le steli funerarie, provengono da varie zone del Kirghizistan. Sono belle. Figure scolpite, appena accennate, con decorazioni che descrivono il personaggio cui sono dedicate.

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Burana Tower. Petroglifo con inciso uno Stambecco.

4° I Petroglifi, incisioni rupestri su pietroni, cervi, camosci, uomini. Sono diffusi in tutto il Kirghizistan.

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5° La gente che visita il sito. E’ un posto allegro. Scolaresche, turisti, gruppi di giovani, coppie di sposi con annessi fotografo e amici/e un po’ bevuti e allegri.  Gli sposi che ho fotografato erano felici, ma veramente, avevano la leggerezza della felicità. Non capita spesso in Europa leggere sul viso di due giovani sposi quello che ho visto ieri in quei due ragazzi. Poi, cavalli e cani che girano per il sito.  Un cane mi ha adottato e per tutte le ore che sono stata lì, mi ha accompagnato. Paziente, mentre fotografavo, si sedeva e mi osservava. Poi ripartiva con me.

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Burana Tower. Il cane che mi ha “adottata” tra i Bal-bals.

E tutti quanti felici di farsi fotografare. Ti ringraziano perché li hai fotografati. Questo un po’ in tutto il Kirghizistan. Tempo fa, fotografai un’anziana donna in un cortile, prima le chiesi se potevo, poi le dissi che se era d’accordo l’avrei messa sul mio blog, che l’avrebbero vista in Europa e in molti altri paesi. Lei ci pensò un po’ su, mi chiese in tutto il mondo? Sì, le dissi. Lei con grande serietà mi guardò e con il capo mi disse di sì.

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Ragazzi kirghisi in gita a Burana Tower.

Trekking a Saimaluu Tach. Kirghizistan.

Ho passato tre giorni tra le montagne del Sud del Kirghizistan.

Abbiamo attraversato il paese da Bishkek, la capitale, fino a Naryn, poi invece di proseguire per il confine cinese siamo andate ad ovest, verso Kazarman a circa 150 km da Zalalabad ( o Jalalabad) confine con l’Uzbekistan. Eravamo quattro donne, dovevamo controllare il percorso verso Saimaluu Tach, uno dei trekking di preparazione, di acclimatazione, prima di affrontare il Pamir e il picco Domachii alto 5130 metri.

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Dintorni di Naryn.

Andando verso sud il paesaggio cambia continuamente, si passa attraverso zone climatiche molto diverse, è quasi incredibile per un’europea come me la varietà delle montagne, degli altopiani, i colori, i deserti e le vallate verdi circondate da montagne di varie forme completamente brulle, secche. Sono evidenti i movimenti della terra, ci sono alte montagne, montagne basse tondeggianti, altre sembrano dei cappelli appoggiati uno a fianco all’altro, altre sono morene lunghissime perfettamente tronche, come fosse passato un falegname con una pialla! Ci sono dei canyon sotto il livello del terreno, formazioni carsiche, onde di terra tagliate e colorate, valli verdissime nel deserto. Abbiano attraversato tutto il deserto di Ak-Tala, il deserto bianco… in realtà l’altopiano era verde, perché quest’anno ha piovuto tanto, dove di solito c’è erba secca e gialla c’erano distese di erba verde!

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Sullo sfondo la città di Naryn. Il fiume Naryn è uno dei due fiumi che va a formare il Syr-Daria.

Mi ha entusiasmato vedere cosa a prodotto il movimento della crosta terreste…

Devo ringraziare quattro cretini che ci hanno dato un’indicazione sbagliata, se ho visto un percorso tra le montagne bellissimo. I deficienti ci hanno fatto allungare il percorso di oltre 6 ore… tutto su sterrato, il viaggio doveva durare otto ore invece ne abbiamo fatte quattordici di ore. Mentre ci allontanavamo con il fuori strada mi ero voltata, avevo visto che stavano sghignazzando… Bisogna avere le pigne in testa per fare una cosa simile. Centinaia di chilometri tra le montagne, dove s’incontrano solo cavalli, qualche mucca e piccoli asinelli che stanno comodamente in mezzo alla strada e qualche rara yurta con tanti bambini curiosi che corrono felici a vedere e a dare il benvenuto a chi arriva.

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Una piccola moschea tra le montagne

Il nostro percorso in fuoristrada e stato tutto tra i 2000 e i 3030 metri.

Fino a Naryn, le strade sono asfaltate, poi sono dei begli sterrati, quando ci siamo accorte dell’errore, erano le 7 di sera, Natacha, la nostra guida e autista, tostissima donna, nascosta dietro un aspetto di delicato fiore femminile,  guidava da 10 ore, eravamo vicini a una miniera d’oro, un tempo importante, ora il villaggio nato intorno alla miniera è in decadenza. Grandi camion diretti alla miniera ci sfioravano nel tramonto.

Arrivati a Kazarman, abbiamo cenato e poi veloci a dormire, alle 6 dopo colazione siamo partite verso la nostra meta: Saimaluu Tasch.

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La nostra meta là sullo sfondo.

Abbiamo raggiuto dopo qualche chilometro tra le montagne delle yurte, dove ci attendevano le guide con i cavalli.

Dalle yurte siamo scese di qualche centinaio di metri verso un impetuoso torrente di montagna, lo abbiamo attraversato una prima volta su un traballante ponte tibetano, accomodato al momento dalle guide, poi di nuovo più avanti, questa volta a cavallo, perché era impossibile farlo a piedi. Poi per un’ora e mezza il sentiero saliva lentamente prima di diventare ripido.

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Io ero scoppiata. Non riuscivo a respirare, mai successo prima nella mia vita… ma dopo  quasi un anno senza muovermi, non è strano. Non ero allenata, ero stata in montagna solo due volte, e una volta per buona parte del tempo l’avevo passata a mangiare trote!

Sono partita dai circa 800 metri di Bishkek per arrivare intorno ai 2000 m. di Kazarman e poi cominciare a salire. Ho resistito un’ora e mezza, poi per non essere d’intralcio alle altre che erano lì per lavoro, ho deciso di montare a cavallo, non avevo mai fatto un trekking a cavallo… mi è piaciuto un sacco!

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Sul nevaio.

I cavalli in fila erano tranquilli, ho fatto delle belle foto, per tre ore mi sono goduta il paesaggio comodamente dall’alto di una sella. Siamo passati in mezzo all’erba alta, la flora che da noi è alta cinquanta centimetri, qui è alta 2 metri, abbiamo attraversato un grande nevaio, ripidi pendii erbosi e alla fine siamo arrivati a 3600 m. su un piccolo pianoro circondato dalle cime.

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Il “mio” cavallo può finalmente mangiare l’erba senza essere strattonato.

A metà strada abbiamo incontrato altre guide con i cavalli che stavano pulendo il sentiero e tagliando l’erba e abbiamo cambiato le guide.

In tre abbiamo fatto buona parte del percorso a cavallo, solo la nostra chef, Natacha, responsabile dell’agenzia la maison du voyager   ha fatto tutto il percorso a piedi.

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Famosa questa pietra simbolo degli antichi riti in onore del sole.

Arrivati a 3600 metri abbiamo lasciato i cavalli, di fronte a noi una pietraia saliva verso il colle, abbiamo passato l’ora successiva tra i pietroni alla ricerca dei Petroglifi, le iscrizioni rupestri, le più antiche hanno migliaia di anni e testimoniano il culto del sole degli antichi abitanti della regione, Sciti. Ci sono incisioni evidentemente di varie epoche successive: cervi con le grandi corna ricurve,  ghepardi delle nevi,  i serpenti simbolo della vita, scene di caccia, il ragazzo con attorno al capo i raggi del sole, ho visto su una pietra un animale identico a quelli della grotta di Altamira, scatto una foto ma si scarica la batteria, cerco un telefonino in prestito, torno indietro e in mezzo a tutti quei pietroni… non trovo più la pietra! Le iscrizioni più antiche sono anche le più belle, fatte con cura, eleganti e precise.

Al ritorno ho percorso il sentiero tutto a piedi. A parte i dieci minuti di una salita dove la guida dei cavalli ha voluto a tutti costi farmi salire a cavallo, perché riteneva che in un punto avrei avuto problemi con le scarpe che avevo…

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Nella pietraia a caccia di petroglifi.

Effettivamente ho fatto un’idiozia, sono andata in montagna con le scarpe da ginnastica, dopo aver passato la vita a criticare “gli scemi” che andavano in montagna con scarpe inadatte e poi cadevano o si ammazzavano rotolando giù dalle scarpate!

Ho attraversato il grande nevaio con le scarpe da ginnastica e come logica vuole ho rischiato di brutto di farlo tutto con il sedere, scivolavo da maledetti e non solo, raggiunta la terra era di quelle friabili che non teneva, e rischiavo continuamente di scivolare… un’idiozia, ma quando sono partita non avevo ben capito dove andavamo, pensavo fosse una passeggiatina… Accidenti alle lingue straniere! Era lo studio del percorso per l’ultimo trekking di preparazione prima di andare sulle cime del Pamir !

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Nei prati pieni di fiori blu oltre i 3000 metri.

Non ho avuto nessun problema a salire, mi hanno spiegato che salendo i cavalli in fila non possono che andare avanti, a scendere la questione cambia, bisogna saperli controllare con le redini. Cosa che non so fare. A salire non avevo nessun timore e il cavallo sentiva la mia sicurezza. A scendere, ho cambiato cavallo, sentivo che non era sicuro di se, o forse lui sentiva che non ero troppo tranquilla, anche perché pochi minuti prima avevo rischiato di scivolare sul nevaio.  Il sentiero era strettissimo, da un lato lo strapiombo di centinaia di metri, dall’altro il muro d’erba della montagna. Il cavallo ha fatto un movimento brusco con il corpo, io ero sbilanciata a sinistra verso la montagna, sono scivolata, potevo tenermi, ma nella frazione di secondo in cui è avvenuto il tutto, non ho capito bene cosa stava avvenendo e ho deciso che era meglio lasciarmi andare verso la montagna che cadere nello strapiombo, essendo strettissimo sono scivolata sotto il cavallo che mi ha scavalcato e … ho continuato a piedi!

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Petroglifi. Scena di caccia e serpente.

Intanto i kirghisi a cavallo che avevamo incontrato salendo avevano fatto un ottimo lavoro per chi sarebbe passato di lì dopo … due giorni, mentre per me con le scarpe scivolose, è stato faticoso, l’erba appena tagliata si agganciava ai piedi … ho fatto dei voli olimpionici!

Dopo quattro ore di discesa al torrente abbiamo trovato altri cavalieri ad attenderci per farci passare.

Dopo dieci minuti, il mio cavallo comincia a scalciare, infastidito dal cavallo che ci seguiva, forse erano stanchi e nervosi. L’ultimo pezzo l’ho fatto a piedi. Se voglio andare a cavallo devo imparare un po’ a conoscerli. I cavalli kirghisi sono molto quieti, ma comunque sono cavalli e un’idea di come si controllano è bene averla.

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Masha e la nostra guida dei cavalli.

Raggiunte le yurte abbiamo ripreso il fuori strada e raggiunto Kazarman per la cena. Stanche e contente abbiamo chiacchierato con altri escursionisti europei e poi a nanna. 

Il terzo giorno alle sei abbiamo fatto colazione e siamo partite in direzione di Naryn, poi Koch Kor, abbiamo fatto varie tappe per pranzare, vedere magazzini di prodotti locali, visitare guest house e dopo 16 ore abbiamo raggiunto Bishkek.

Io stanca e felice di aver fatto il mio primo vero trekking kirghiso.

 

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Afrosyob, la Samarcanda Sogdiana, la mitica Marakanda di Alessandro Magno; il complesso dei Mausolei Shihai-Zinda e il cimitero costruito sui resti dell’antica città.

L’altura di Afrosyob, la città sogdiana, costruita tra il 7° e il 5° secolo BC. a qualche centinaio di metri dalla Samarcanda ricostruita da Tamerlano tra il 1370 e l’inizio del ‘400, dopo che Gengis Khan nel 1220 l’aveva rasa al suolo, è uno dei luoghi che più mi hanno affascinato e fatto sorridere.

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La moschea Hazrat-Hizr del 7°sec., ma ricostruita sugli antichi ruderi nell’800.

Aveva un’estensione di tredici kmq, era una delle città più importanti sull’Antica Via della Seta e famosi erano i mercanti sogdiani.  Dalla madrasa di Bibi Khanoum, si vede in lontananza a sinistra la bella moschea di Hazrat-Hizr, alle sue spalle i resti della città sogdiana; di fronte la moschea, una strada che taglia di netto una collinetta, una parte dell’antica Afrosyob e sul lato destro della collinetta il cimitero.

Hanno tagliato in due parti l’antica città per far passare una strada… e su una parte dell’antica Samarcanda, abbandonata e ricostruita nella piana da Tamerlano che volle farne la capitale e perla del suo impero, sono secoli, che seppelliscono i morti. Mi è sembrato terribilmente ironico e una bella metafora della condizione umana. Per millenni città dei vivi ora è la città dei morti.

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Paesaggio. Qui inizia l’antica Afrosyob.

Se si va a destra, seguendo il muro del cimitero si arriva al bellissimo complesso di Shahi-Zinda, il cui significato è La tomba del re vivente, costruito nel XI-XII sec. attorno a quella che si crede la tomba del cugino di Maometto, Qusam ibn- Abbas, si dice abbia portato l’Islam in queste terre. Ci sono le tombe dei familiari di Timur e di Ulug-bek, di favoriti e notabili. E’ un luogo di pellegrinaggio per gli uzbeki, è necessario essere vestiti adeguatamente a un luogo religioso.

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Mausoleo a Shihai-Zinda.

Prendendo la strada che passa ai piedi della moschea Hazrat-Hizr, si arriva dopo qualche centinaio di metri al Museo di Afrosyob, all’interno gli oggetti rinvenuti nelle campagne di scavo. E’ interessante, in particolare un affresco trovato in un palazzo, con un colorato corteo di ambasciatori, una sposa su un cammello, anitre e altri animali. Uscendo sulla destra c’è uno dei passaggi per salire tra le colline in quello che resta della città sogdiana, tra i ruderi di terra grigia, muri con finestre appena accennate, colline, buchi dei tombaroli, greggi di pecore al pascolo, giovani pastori silenziosi che ti osservano, non si capisce se con curiosità o ostilità, mura di fortificazioni.

Si racconta che Alessandro Magno giunto nella città sogdiana nel 4°sec. B.C., disse che aveva sentito  molte cose sulla leggendaria Marakanda, e che in realtà era ancora più bella di come l’aveva immaginata. Qui durante un banchetto, ubriaco, uccise Clito uno dei suoi migliori generali. Clito difese dei generali macedoni sconfitti in una battaglia e gli gettò in viso una serie di verità scomode. Nei banchetti non si potevano portare armi ed era indegno anche per un Re uccidere qualcuno a un banchetto soprattutto chi come Clito gli aveva salvato la vita e con lui aveva legami di parentela. Alessandro era così addolorato per ciò che aveva fatto che tentò di suicidarsi.

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Ruderi dell’antica Marakanda.

Quando ho visitato Shihia-Zinda era una bella giornata di sole, mentre camminavo tra i mausolei ricoperti di maioliche turchesi e blu con stupendi disegni astratti di fiori, sento un profumo, mi ricorda che è ora di pranzo e ho una gran fame. Seguo il profumo, proviene da un edificio, penso forse c’è un caffè e posso pranzare, invece è una mensa dei dipendenti, non possono darmi nulla. Esco affamata, non voglio uscire dal complesso, altrimenti devo ripagare l’ingresso ed è costoso come un museo europeo… ho visitato solo una piccola parte, il sole picchia in testa feroce.

Dopo un po’ si avvicina un uomo, mi dice che ha sentito che volevo pranzare, se voglio mi accompagna dove fanno bene da mangiare. Dico Ok, ma deve essere economico. Non voglio farmi pelare solo perché sono straniera e soprattutto voglio rientrare a vedere i mausolei. Mi accompagna a circa 200 metri, di fronte, vicino alla stazione degli autobus, in un posto veramente orrendo. All’aperto ci sono dei brutti tavoli sgangherati, sotto il pavimento passa un canale, c’è un’apertura, si sente l’impetuoso rumore dell’acqua, penso, se non crolla il pavimento dissestato è perfetto, rinfresca l’aria! L’uomo che mi accompagna parla con il cuoco, mi dice che non devo dargli più di un tot. (circa 3 euro!). Lui ovviamente si prende una percentuale !

C’è in terra murato un grande pentolone e dentro cuoce il Plof, il migliore plof dell’Asia Centrale! Riso,carote, peperoni, uvetta, carne, un uova e non so’ che altro…. Squisito.

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Il miglior Plof dell’Asia Centrale.

Dopo pranzo finisco di vedere i mausolei di Shihia-Zinda, arrivo in cima al complesso, scavalco il muro, perché il cancello verso il cimitero moderno è chiuso. Mi affascina questo cimitero costruito su una città millenaria, giro un po’ tra le migliaia di tombe sotto il sole cocente, dopo un po’ vedo un uomo davanti a una tomba, ha un coltellaccio enorme in mano, lo guardo preoccupata… che intenzioni ha? Dopo qualche minuto da un sacco tira fuori… un gallo! E al gallo che si dibatte taglia la gola. Vedo uscire il sangue. Lentamente mi allontano senza perderlo di vista, mi chiedo se è matto e se rischio di fare la stessa fine del gallo!

Chissà cosa aveva da farsi perdonare dal morto che probabilmente gli tormentava il sonno?

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Sacrificio a Samarcanda.

Tempo dopo mi sono informata, non è nella religione mussulmana, ma esiste nelle tradizioni locali uzbeke e kirghise il costume di praticare riti e sacrifici di animali, per propiziarsi la buona sorte o il perdono, retaggio di religioni animistiche precedenti alla diffusione dell’islam.

Proseguendo il mio giro ho disturbato un cucciolo addormentato tra le tombe o visto un serpente e dei cespugli di capperi rigogliosi. Sulle pietre delle tombe erano impresse le foto dei defunti, mi sono stupita, gli uzbechi sono sunniti come i turchi e i kirghisi, pensavo non potessero rappresentare la figura umana.

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Cucciolo tra le tombe del cimitero moderno di Samarcanda,

 

 

 

 

Samarcanda

Novembre 2016.

Ho desiderato per molto tempo di andare a Samarcanda. Leggevo i libri illustrati sull’Asia dell’800, i libri scritti dai viaggiatori, guardavo le foto color seppia di inizio novecento. Poi mentre ero in viaggio mentre pensavo dove andare, guardavo su internet le immagini del Registan, altrimenti ero sicura sarei rimasta delusa. Non pensavo facesse parte del mio viaggio. La mia direzione era un altra, invece un cambio di percorso mi ha condotto lì.

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Il Registan.

Non sono rimasta delusa. Samarcanda è bella. Sono stupendi i suoi colori, i turchesi, gli azzurri in tutte le sfumature, i minareti, le cupole scanalate, i riflessi dalla luce sulle piastrelle colorate della Samarcanda di Tamerlano.

Il verde dei suoi giardini, le aiuole curatissime mi hanno sorpreso. Samarcanda è un’oasi in mezzo al deserto eppure è verdissima!

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Le mura dell’antica Afrosyob vicino alla tomba del profeta Daniele.

Afrosyob, dell’8° sec. A.C., l’antica Maracanda dei greci, la Samarcanda sogdiana, distesa su un’altura di loess, grigiastra, con anche dieci strati di città e epoche diverse sovrapposti e il suo museo con i resti di affreschi di un antico palazzo del 7° secolo che ti lasciano lì incantata. E il suo cimitero, la sua città dei morti sovrapposta alle altre, un tempo città dei vivi.

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Il cimitero, città dei morti, costruito sull’antica città di Afrosyob.

La tomba di Timur lo zoppo, del grande e sanguinario Tamerlano, luogo santo per gli uzbeki e uno dei luoghi più belli e affascinanti della città.

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Interno della tomba di Tamerlano il Grande.

La madrasa e quel che resta dell’Osservatorio Astronomico di suo nipote Ulug-Bek.

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La madrasa e moschea di Bibi Khanoum con la storia e le leggende che ancora adesso non ho ben chiare, a parte la rabbia di Tamerlano.

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Una delle cupole di Bibi Khanoum.

I colori della necropoli Shahi-Zinda costruita da Ulug-Bek e il Plof più buono dell’Asia Centrale.

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Le tombe della necropoli di Shahi-Zinda.

Ho girato a piedi per giorni. Sono tornata più volte nei luoghi che mi avevano particolarmente colpita: La Moschea di Bibi Khanuom e la sua storia d’amore e di morte con Tamerlano; la tomba di Tamerlano, oggi luogo sacro per gli uzbeki; la città dei morti costruita sull’antica Afrosyob e l’Osservatorio Astronomico di Ulug Bek che descriverò nei prossimi post.

L’isola di Saaremaa.

I love Saaremma.

Per me l’Estonia è quest’isola immersa nel mar Baltico. E’ un luogo apparentemente quieto, ma dopo qualche ora che sei lì cominci a sentire il suo mistero, senti l’intensità delle forze che ribollono sotto quell’apparente calma…E’ un’isola antica, i primi insediamenti umani dell’Estonia sono qui. Sono state ritrovate tombe antiche di 7000 anni…2500 anni fa aveva rapporti commerciali con l’Oriente!  E’ un’isola tormentata, la sua posizione geografica ne ha fatto un campo di battaglia per secoli.  Qui sono corsi fiumi di sangue.

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Per la sua posizione strategica fino al crollo dell’impero russo e conseguente indipendenza estone nel 1991, era una delle zone speciali dell’Unione Sovietica, solo gli abitanti e i militari delle basi potevano arrivare sull’isola.

E’ la più grande isola estone, circondata dal mar Baltico, chiude il golfo di Riga. E’ coperta da boschi e foreste, basse spiagge e alte scogliere, minuscoli villaggi, colkoz abbandonati, fattorie, nei prati si vedono mucche e pecore, cavalli… cigni e cicogne!

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Sono arrivata con il traghetto da Virtsu, sotto la pioggia, mezzora circa l’attraversata. Intorno isole. Un cielo nero con nuvole basse. Sullo sfondo il verde scuro dell’isola di Saaremaa.

Dopo 150 km in autobus in mezzo ai boschi, arrivo a Kuressaare, il capoluogo. Scendo “accompagnata” da una signora conosciuta in autobus che a tutti costi vuole che soggiorni a casa del figlio, finalmente dopo 1,5 km a piedi mi sistemo nell’ostello … all’interno di un edificio della scuola elementare locale, aperto solo d’estate.

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Vado a fare un giro per la cittadina di 15.000 abitanti per capire dove sono finita. Mi piace subito. Arrivo al Castello costruito nel 1300 dai Cavalieri Teutonici, passeggio sulle antiche mura, e nel cortile. L’interno dell’edificio principale lo visiterò il giorno dopo. Esco dal castello dalla parte opposta da cui sono entrata,  prati, spiaggetta con campo di pallavolo e il mare. Mi siedo su un muretto con i piedi nella sabbia ed osservo il mare… una distesa calma, isole all’orizzonte, erba nel mare, cigni selvatici e silenzio…vengo invasa da un senso di quiete che non sentivo da anni…

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Ho prenotato per due notti, rimango  lì 8 giorni…

Se si arriva senza auto come me non ci sono grossi problemi, dalla stazione degli autobus c’è un servizio regolare per i villaggi e i luoghi più noti dell’isola.

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L’isola è splendida per chi ama la bicicletta, ho fatto chilometri girovagando tra i boschi, le dune, seguendo le deviazioni per le spiaggette lungo la costa…tra gli alberi ci sono dei campeggi favolosi. Pochissime case…e natura.

Non ho visto tutta l’isola, non ho visto le alte scogliere del nord e la costa ad ovest. Un ciclista conosciuto lì mi disse che sono la parte più bella.

Non ho fatto tutto il giro dell’isola perchè mi sono sfasciata un ginocchio il primo giorno…cadendo dalla bicicletta! E non c’è niente da ridere…perquanto mi sentissi un’idiota…seduta in terra in mezzo ad un cortile senza potermi muovere…Un male cane e un brutto taglio profondo e sbucciature in quantità!

Sono caduta perchè sono alta 1 metro e 65… quando baro un pò! Sull’isola quelli che vanno in bicicletta sono alti…

Io, orgogliosa figlia del Sud Europa quando ho visto quelle biciclette enormi ed altissime ho pensato “merda, ma quanto sono alti sti’ qua” però impavida scelgo la bici più bassa e provo, riesco a salirci, ma non tocco terra, faccio qualche giro nel cortile, alla fine urlo al donnone alto un metro e 90, “ok la prendo”, un secondo dopo mi ritrovo per terra sanguinante!

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Pronta assistenza. Non voglio un medico, per mia fortuna ho notevoli capacità di autoguarigione, dopo un’ora zoppicante me ne vado. Però non demordo, m’informo, mi dicono che forse l’unico che affitta biciclette “normali” è un bellissimo locale di fronte al castello. Ci vado. Il giorno dopo, tutta dolorante, alle 10, affitto la bici per 9 euro, la riporto la sera alle 18 dopo aver fatto una cinquantina di km. Stanca, ma profondamente soddisfatta.

img_4165 A Kaali all’interno dell’isola si possono vedere  i 9 crateri prodotti qualche millenio fa dalla caduta di un meteorite. Ci sono antichi  mulini a vento visitabili ad Angla.

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Molte chiese antiche sono sparse tra i boschi e il mare, ma la più misteriosa è l’antichissima chiesa di Karja.

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Lungo la costa c’è un piccolo cimitero, un sacrario militare e un monumento dell’ex USSR ai caduti su una insignificante spiaggetta, centinaia di  morti per difendere un quadratino di terra dall’invasione tedesca. IL mare, la spiaggia, i prati che scendono verso il mare, le dune, la pineta, la bellezza del luogo, il silenzio sono quasi insopportabili di fronte a quei morti, stridono, rendono evidente l’insensatezza delle guerre.

Sono talmente affascinata dall’isola che vado via pensando che forse tornerò e passerò lì l’inverno. Sull’isola e nei villaggi di Saaremaa fioriscono molte leggende, non mi stupisce… l’isola è uno di quei posti che se non stai attento non ti lascia più andare… Ho conosciuto lì un uomo, un tedesco, arrivato vent’anni fa non è più riuscito ad andarsene.

Nei prati davanti al piccolo porto di Kuressaare ci sono le statue dedicate al gigante Suur Toll e alla moglie Piret soccorritori dei pescatori in pericolo protagonisti di una leggenda locale.

Me ne  vado solo perchè non riesco più a dormire la notte, non sono stanca, ma le forze che sento lì sull’isola, umane e della natura sono notevoli… e devo decidere cosa fare…restare lì o andare in Russia?

 

 

I CIMITERI DI ISTANBUL

IMG_0235 Intorno alle mosche vi sono le grandi tombe dei principi, dei pasha, delle madri dei sultani (Madri terribili e con grande potere, la sepoltura rende palese il loro ruolo, nei secoli). Stupende quelle progettate da Mimar Sinan (1489-1588) il più grande architetto ottomano del 1500. Sono senza fronzoli, lineari, di una grande armonia che incanta.

Spesso sono tombe di famiglia, all’interno, la grande bara del signore, con bare di varie dimensioni, sono i figli di tutte le età. In una ne ho contati 27, 27 bambini. E’ impressionante. Questi erano figli della nobiltà, quindi con condizioni di vita molto migliori da quelle della popolazione. Da’ un’idea dell’enorme tasso di mortalità infantile dell’epoca.

antico cimitero della moschea di Sokollu

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Intorno alla grande tomba, le tombe di marmo del cimitero, sono belle. I menhir inseriti nella tomba sono scolpiti con scritte dalla splendida calligrafia, soli, barche con le vele ammainate, fiori, rose. Molti menhir in cima hanno un turbante, la sua fattura indica il ruolo sociale. Da un turbante sporge una piccola rosa. I gatti si crogiolano sonnacchiosi sui marmi bianchi.

antico cimitero a Istanbul
antico cimitero a Istanbul

C’è un  cimitero in cima a uno dei sette colli della città (non mi ricordo il nome del luogo e quando sono arrivata lì avevo esaurito la batteria della macchina fotografica!) molto particolare: le tombe  e i menhir sono piegati di qua e di là, sembra che qualche gigante abbia preso la zolla di terra sottostante il cimitero e scuotendola  come una tovaglia abbia generato un’onda sconvolgendo la terra. Tra il verde degli alberi e il disordine quieto le tombe sembrano levare una muta protesta.

Il gigante è la faglia Nord-Anatolica, passa a 15/20 km dal centro storico Istanbul, nel corso dei secoli ha causato terremoti devastanti come quello di Izmit, del 1999, con 17.000 morti.

In realtà è una piccola placca incuneata tra le placche continentali Euro-asiatica a nord e  quelle Africana e Arabica a sud, con la loro pressione la fanno schizzare verso ovest, vaso di coccio tra vasi di ferro.