Inno alla vita e alla gioia…

2 Gennaio 2019

Ci sono dei giorni come oggi, particolarmente duri. La mia è una situazione difficile, non posso confrontarmi con nessuno, a lungo andare a parlare con se stessi e basta si diventa scemi. Poi nelle riflessioni di questi giorni, mi ricordo di cose dimenticate, o cose sepolte nel mio subconscio vengono a galla. O semplicemente realizzo che non sono sola da oggi, sono quindici anni che un po’ per volta sono stata isolata. Tradita. Non uno di quelli che in teoria avrebbe dovuto essere al mio fianco è rimasto. Compagni compresi. A volte mi sembra incredibile. Se non ne conoscessi le ragioni, sarebbe da diventare matti tanto è assurdo, ma la ragione c’è: i metodi della repressione borghese.

 A volte sono presa da una rabbia e da un odio feroce. E’ incredibile per me. Sono sempre stata la persona più mite della terra. Qualche giorno fa una donna su Facebook s’interrogava se il dolore fa diventare migliori. Direi che sono un’esperta. No, il dolore, se prolungato nel tempo, non fa diventare migliori. Fa diventare peggiori. 

La gente che ha massacrato me, i miei famigliari, i compagni e i loro cari hanno suscitato in me sentimenti che non pensavo di provare mai nella mia vita.

L’odio. Non ho mai odiato nessuno in vita mia. Essere un individuo cosciente dà dei vantaggi. Mi spiegavo il mondo, i meccanismi economici e sociali, le scelte individuali. Essere marxisti è un grande vantaggio. Non ne avevo motivo. I sentimenti che provavo erano sani. Non si odia per delle stupidaggini. Non si odia per un dispetto, per un affare andato male o per un amore finito. Si odia quando ti violentano, ti torturano, quando uccidono tuo padre o fanno del male hai tuoi famigliari. Si odia quando per farti terra bruciata intorno, violentano tua sorella che altrimenti sarebbe rimasta al tuo fianco e incolpano te o quando studiano la gente intorno a te, quando come mi ha detto qualcuno “ti mettono sotto una lente e sempre trovano qualcosa in quelli che ti stanno intorno” e poi fanno leva su piccole “invidie, gelosie, frustrazioni, vite insoddisfatte”. Piccole cose, insignificanti che riescono a far diventare macigni di rabbia.

Distruggono le famiglie perché dopo che ti hanno massacrato tu non abbia a disposizione quello che gli psicologici chiamano “ombrello protettivo”. La spalla su cui piangere, chi ti può aiutare a curare le tue ferite. O semplicemente della gente che ti fa sentire la sua solidarietà.

E se all’inizio ero disperata per quello che era successo ai miei, mi spiegavo il loro comportamento, con l’inganno, la paura, l’ignoranza (mancanza di conoscenza) e anche un po’ di stupidità. Con la Sindrome di Stoccolma: sei ostaggio di qualcuno e per timore di perdere la vita ne diventi complice. Li giustificavo. Ora molto meno. Non si va oltre certi limiti. O forse sono solo molto arrabbiata.

Senza dimenticare che sono la moglie e le figlie di un operaio e loro per quasi tutta la loro vita sono state lavoratrici dipendenti. Chi le ha massacrate sono loro nemici, non solo miei nemici.

Il sistema repressivo ha a disposizione psicologi, veri e propri apparati che studiano come rendere inoffensivi chi si oppone. La repressione è costruita in modo scientifico.

Poco fa camminavo, mentre tornavo a casa chiusa in me stessa, alzo gli occhi.  Mi vengono incontro sullo stesso marciapiede, un uomo con una bimba piccola in braccio, non arriverà ai due anni, con un berretto e due pon pon rosa che la fanno sembrare un meraviglioso coniglietto e un’altra piccola sui quattro anni che gli saltella intorno. Attirano la mia attenzione perché in quei pochi secondi in cui passo loro a fianco, vedo qualcosa di bellissimo: un vero e proprio inno alla vita e alla gioia.

La più piccolina dice DA. Sì, in russo. E’ incredibile la forza con cui ripete DA, DA, DA, quelle due lettere hanno una potenza che mi chiedo come può esserci una simile forza in una creatura così piccola. Non urla. Le ripete con forza, soddisfatta di sé. Sta imparando a parlare. La sorellina più grande ripete cantando Da, da, da. L’ha fatta diventare una filastrocca, intanto mentre cammina, i suoni e i saltelli diventano musica e una vera e propria danza. Il giovane padre kirghiso ha sulle labbra un lieve sorriso e negli occhi la gioia di un padre che osserva i progressi delle sue figlie. Quando si accorge che li sto osservando mi sorride e in inglese mi dice: “No, No, No”.

Sorridendo, mi allontano pensando che la vita è meravigliosa. La vita, il mondo è quello che ho incrociato per caso lungo la strada di casa, il resto, passerà. La storia insegna. La storia ci penserà e farà giustizia.