Che tristezza… ho passato l’estate in un Rifugio Alpino.

Fine settembre 2014.

E’ finita la stagione estiva in montagna…

Ho lavorato in due rifugi. Ho lavorato per 16 ore al giorno senza un’ora di pausa, se non la mezz’ora scarsa del pranzo e della cena, a 60 euro al giorno! Ho abbandonato il 1° rifugio per varie ragioni: mi chiamavano a lavorare nei week-end, o per quattro giorni la settimana, a causa delle pessime condizioni meteo qualche settimana non ho lavorato per niente e… per la follia dei gestori del rifugio.

Poi dopo aver vagato in giro per le Alpi a cercare lavoro in altri rifugi, ho lavorato dall’inizio d’agosto fino al 15 settembre in un altro rifugio. Qui condizioni “più umane” 12,5 ore il giorno, poi pausa della colazione, pranzo, cena e due ore di pausa vera e otto ore di sonno. “Naturalmente” tutto in nero… per 1000 euro al mese.

I gestori in questo caso erano delle persone gentili con cui si poteva lavorare e vi garantisco che non è scontato.

A proposito non sto parlando dal profondo dell’Africa nera, o della lontana Asia e nemmeno dell’Est Europa, e neanche del profondo sud dell’Italia, bensì dal Piemonte… dal profondo nord dell’Italia. E non sono nera. E neanche immigrata.

Sono una donna piemontese, non giovanissima, alla quale la crisi economica iniziata nell’agosto del 2007 ha distrutto l’attività imprenditoriale, il tutto sommato ad altri problemi. Vedi la legge di Murphy “Se qualcosa può andare male, sicuro che andrà male “!

Reggere una crisi per sette anni o hai le spalle economicamente molto coperte da quantità notevoli di capitali o s’impongono inesorabilmente le leggi che regolano il sistema economico in cui viviamo.

Sono profondamente delusa. E molto arrabbiata.

Sono nata in montagna. Amo la montagna. Da sempre ho fatto escursioni, arrampicate, passeggiate in giro per i monti. Non avevo mai pensato prima di andare a lavorare in un rifugio… anche perché avevo di meglio da fare.

mammola

Causa crisi lavorativa e desiderio di passare un periodo in montagna per “chiarirmi le idee” su cosa fare nel prossimo futuro – ossia pensare a come riuscire a mettere insieme il primo con il secondo e magari anche il dolce – sono partita a cercare lavoro nei rifugi come molti altri “pollastri”, e come tutti (verificato da varie chiacchierate con colleghi di altri rifugi) con una visione molto romantica e per niente realistica. In testa avevo come tutti i ”pollastri”: la montagna, la disponibilità che trovi di solito in montagna, la solidarietà che esiste tra gli alpinisti, ebbene….scordatevela! Non ha nulla a che fare con il lavoro in un rifugio alpino.

Qui c’è una cosa molto simile alla schiavitù, mascherata da “… qui, ci si deve adattare, siamo a 2000 metri” “si dorme tutti nella stessa stanza” o buco che sia, “si fa una vita comune”, “si lavora quanto serve”, “stare in rifugio è come in barca vela”. Il che sottintendo che c’è un negriero, che non hai un momento libero (non esiste proprio), lavori di continuo, la montagna non la vedi mai…

Tra l’altro, un giorno, mi sono fermata a guardare la montagna da una finestra e quando sono scesa la moglie del gestore, si stava lamentando che mi aveva beccato alla finestra – non me n’ero neanche accorta. Il marito le ripeteva: “Sì, ma ti rendi conto tutto il lavoro che ha fatto?”. Effettivamente non mi ero fermata un attimo da almeno dieci ore. E, urka… avevo osato guardare dalla finestra!

Un’altra cosa assurda è il cibo: lavori sedici o tredici ore al giorno, per poterlo fare hai bisogno di energia e quindi di cibo e invece vorrebbero darti da mangiare un piatto di pasta, magari abbondante, anzi neanche quello, perché un giorno a cui al gestore giravano particolarmente le scatole con la moglie, si siede a tavola, guarda nella padella che il cuoco stava mettendo in tavola e esclama “Poi, io e te, rivediamo le porzioni eh, è una quantità esagerata”, il cuoco esterrefatto, a bassa voce dice, ma c’è Carlo che ne mangia sempre due piatti”.  Infatti, non rimase neanche un filo di pasta nella padella e non solo, …io avevo una fame boia, perché un piatto di pasta se lavori 16 ore non ti fa neanche il solletico allo stomaco…! Ed ho scoperto parlando con gente che ha lavorato in montagna che più di un gestore, magari sottovoce oppure detto alla moglie pensando di essere inascoltati diceva “Eh qui si mangiano tutto!!!”. Da mettersi le mani nei capelli!

I gestori si lamentano di continuo, il tempo, il governo, le tasse. Le tasse… sono una lagna disgustosa, e sembra sempre che sono al centro del mondo, i puntelli della società, in realtà sono quattro gatti, sono evasori fiscali, pagano in nero  i loro dipendenti (non tutti) e li pagano con stipendi da fame.

, al colloquio ti dicono lo stipendio mensile è di 1800 euro, tu pensi, “Non male”, soprattutto se il lavoro che fai da anni è andato “a ramengo”, praticamente defunto. Ti accennano che c’è molto da lavorare, ma non ti dicono che lavorerai 16 ore al giorno. Lavorando 6 giorni su 7 significa che ti pagano 4,7 euro l’ora lordi. Una miseria!

E poi qualcuno parla di libertà di scelta. Questi sono i peggiori ipocriti. Raramente in questo sistema c’è la possibilità di scegliere. Esistono momenti storici, dove,  i lavoratori  in generale hanno un forte potere contrattuale, ma di solito non esiste nessuna scelta, esiste la NON scelta : accettare condizioni di lavoro capestro o morire di fame. 

La scelta è se lottare per migliorare i propri salari e condizioni di vita oppure no. Quando è possibile.

Ha metà ‘800, Marx sosteneva la lotta per la riduzione d’orario alle otto ore. La sua necessità. Famosa è la frase:  8 ore per lavorare, 8 ore per riposare, 8 ore per dormire. Ho provato, fino in fondo questa estate, la validità di questa tesi.

Ho compreso perché più di un gestore di rifugi, in chiacchierate informali, sostenevano o si lamentavano che “I giovani non reggono il lavoro in montagna!” oppure  “I ragazzi reggono al massimo un mese” (io, pensavo: sarà l’altitudine!) oppure “si, sono ragazzi che vanno in montagna, però poi dopo una settimana o due scoppiano e se ne vanno!” o ipocritamente “Si, amano la montagna, poi però in montagna spesso il tempo è brutto e leggere un libro per un po’ va bene, poi se ne vanno…” (il problema non è la noia, lavori talmente tanto e a lungo che il libro non riuscirai mai ad aprirlo…).

Oppure “Preferiamo gente giovane”, io ingenuamente pensavo: “Sarà per le agevolazioni fiscali…”. Poi scopro che le agevolazioni centrano fino ad un certo punto, tanto, pagano con voucher o in nero tutti quanti, la questione è che un giovane di solito, non sempre,  ha più energie (nelle due ore di pausa i miei colleghi ventenni andavano a dormire, io facevo una passeggiata sulle cime, lì intorno) e almeno un mese dura prima di crollare.

Questa esperienza mi ha rammentato un libro, letto molti anni fa, nel quale si ricordava che all’inizio dell’ottocento, a causa della giornata lavorativa di 14-16-18 ore, venne distrutta una generazione di lavoratori. Distrussero fisicamente, uccisero, nel vero senso della parola, migliaia di lavoratori, l’età media era scesa a 22 anni tra i lavoratori delle fabbriche inglesi. Lavoravano 6-7 giorni su sette, dormivano pochissimo, si nutrivano malamente perché avevano salari miserrimi, spesso si stordivano con alcool dalla disperazione, e le donne erano così sfinite che non riuscivano più a occuparsi dei figli. Figli malnutriti, a causa dei bassi salari , che crescevano in ambiente malsano, (erano i quartieri operai ottocenteschi nella fumosa Londra) con una mortalità infantile altissima.

Furono gli industriali più illuminati e meno idioti che compresero la necessità di ridurre la giornata lavorativa, qualcuno per spirito umanitario, altri perché sapevano farsi i conti. Non potevano continuare con simili condizioni semplicemente perché gli sarebbe mancata la manodopera che serviva al lavoro di fabbrica. E fecero approvare dal Parlamento inglese il “Job act”.

E ora anche noi abbiamo il “Job act”, (con la differenza che fa il percorso inverso) appena approvato, che mette nero su bianco una prassi che va avanti più o meno apertamente da un po’ di anni. Il massimo di precarietà, peggioramento delle condizioni di lavoro, aumento dell’orario e riduzione del salario e di conseguenza peggioramento delle condizioni di vita.

Sì, questa estate in montagna è stata molto utile: mi ha chiarito le idee!

Soprattutto su cosa è oggi il mondo del lavoro.

 

 

 

2 pensieri su “Che tristezza… ho passato l’estate in un Rifugio Alpino.

  1. Ho un amico che lavora, anzi dovrebbe lavorare, nel campo della ristorazione. Ha fatto stagioni anche fuori e ha detto che veramente sono degli sfruttatori e lui ha avuto anche incidenti sul lavoro per colpa della stanchezza. Sono schiavisti e fai girare questo tuo post in tutti i social. Oppure apri un canale youtube e lo dici a tutti perchè si meritano la peggiore pubblicità.

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  2. L’ho postato su Facebook. Sono molti i lavoratori in situazioni simili. Il problema è che in tutta Europa negli ultimi anni a causa della situazione economica e alla conseguente debolezza dei lavoratori sono peggiorate di brutto le condizioni del mondo del lavoro. Non credo che la soluzione è Internet e i suoi canali, caso mai è nell’organizzazione dei lavoratori. Cosa piuttosto difficile di questi tempi.

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