Dal confine Uzbeko scendendo verso Andijan.

Novembre 2016.

Dopo tre giorni in giro per Osh, prendo un taxi che mi porta al confine a Dostok, 250 sum, sono meno di 10 km da Osh.

Entro negli edifici, c’è coda. Compilo un modulo: dichiaro le motivazioni del mio viaggio, e quanto denaro porto con me, è necessario essere precisi perché al ritorno se le cifre non concordano, ti sequestrano tutto il denaro. Si dichiararono anche telefonini e computer. Il modulo timbrato va conservato e riconsegnato al ritorno.

IMG_0303_LI.jpg

Qui i controlli sono severi.  Aprono e perquisiscono zaino e trolley. Mi fanno aprire il computer e guardano i file. Mi chiedono se ho medicinali e libri religiosi. Non ne ho. Alcuni medicinali,  sono considerate droghe, ed è bene evitare libri religiosi.

Ed è vivamente sconsigliato tentare di corrompere i doganieri con denaro, magari per saltare la coda. Ci sono dei cartelli istruttivi e a colori che se anche non capisci la lingua ti fanno chiaramente intendere che se osi, finisci in carcere per mesi!

Sono comunque molto gentili, quando scoprono che sono italiana, diventano ancora più gentili, usano tutte le parole che conoscono, Juventus, Celentano, Toto Cotugno, accennano alla canzone “Io sono un’italiano, sono un’italiano vero..”! Totti, Roma, ecc. 

IMG_0262 (1)_edited

Comunque da subito si percepisce che qui tira un’aria diversa, non è il Kirghizistan, dove ci sono istituzioni democratiche…

In coda faccio conoscenza con una ragazza russa, il padre lavora in Uzbekistan. Chiacchierando scopro che moltissimi uzbechi o russi, o uzbechi emigrati arrivano in aereo a Osh o a Bishkek perchè costa molto meno che arrivare direttamente a Tashkent.

Importante: controllare sempre se il confine è aperto. Le frontiere sono soggette a chiusure improvvise per feste nazionali, festività o tensioni con i paesi confinanti.

IMG_0265_edited

Esco. Circondata da taxisti che sono dei mastini e delle facce di bronzo, dopo varie trattative, io “parlo” inglese loro uzbeko, grazie anche all’aiuto di un russo indignato dalle cifre esorbitanti che mi chiedono per portarmi alla stazione di Andijan, dai 20000 sum iniziali pattuisco con un taxista 8000 sum (sempre troppo, ma sono europea, viaggio da sola e soprattutto sono donna = pollastra da spennare!). L’autista mi prende le valige, le chiude a chiave nella sua macchina e se ne va. Nello stesso tempo altri taxisti ci riprovano a trattare.

In questa terra di nessuno, in mezzo a camion, macchine e pulmini, strade dissestate e buche mi chiedo dov’è finito…
Dopo un po’ ricompare con un giovane uzbeko emigrato in Russia che torna a casa. Sparisce di nuovo.
Ora siamo in due ad aspettare. Cerco di fare conversazione.
Sembra un uomo solido con dei problemi. Sta sulle sue, però è gentile, visto che ostinatamente cerco di farlo chiacchierare, per capire la situazione. Parlare la stessa lingua è meglio, in ogni caso per le cose essenziali ci si capisce lo stesso. Altrimenti mi sarei persa da un pezzo in mezzo all’Asia Centrale!

IMG_0267 (1)
Ingresso ad un borgo. lungo la strada per Andijan.

Torna il taxista, penso si va… no, ci spostiamo solo di 500 metri. E’ chiaro che il taxista vuole riempire la macchina prima di partire, aspettiamo… riceve una telefonata, andiamo a prendere a casa un altro uomo in un borgo a qualche km da lì. Si va…

Scendendo dal confine, all’inizio le strade non sono asfaltate, ci sono molte case in costruzione, immagino le stiano costruendo con le rimesse degli emigrati. Il paesaggio a novembre è brullo, spoglio. Ci sono vigneti, campi, alberi da frutta e campi di cotone.

Arriviamo ad Andijan la prima città, la distanza tra Osh e Andijan è di 79 km, circa due ore in macchina, ma non ho idea di quanto tempo ho impiegato ad arrivarci, tra la coda al confine, le trattative per il taxi, l’attesa mentre il taxista cercava altri passeggeri, la deviazione in un paese a prelevare il terzo passeggero, le deviazioni o fughe improvvise in mezzo ai campi per evitare i posti di blocco, probabilmente non era autorizzato a fare il taxista… qualcuno lo avvisava quando più avanti c’era un controllo. Non mi sono mai preoccupata, gli altri passeggeri uzbeki erano tranquilli, perché dovevo preoccuparmi io?

IMG_0299 (1)
Il mio primo te in terra uzbeka.

Mi faccio accompagnare alla stazione dei treni. All’ingresso delle stazioni e nelle metropolitane ci sono controlli severi, poliziotti dappertutto. Acquisto il biglietto e vado a pranzo al ristorante/caffetteria della stazione, dove mangio un plof buonissimo cucinato all’aperto e bevo il mio primo tè uzbeko. Secondo me in Uzbekistan cucinano il miglior plof dell’Asia Centrale, mettono anche l’uvetta sultanina!

IMG_0305_edited
Cucina all’aperto a Andijan.

In attesa fotografo il paesaggio urbano, e scopro che non è formale il divieto di fotografare stazioni e edifici governativi. Proprio non si può! Si rischia l’arresto. Alla fine il poliziotto che mi ha bloccata, controllato i documenti, perquisito trolly e zaino, sorridendo mi dice “Se fa in fretta, una foto la può fare”. E io fotografo e viene una schifezza di foto.

IMG_0308.JPG
Stazione di Andijan.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uzbekistan arrivo!

Fine Ottobre 2016. 

Per giorni perdo tempo girando per la città di Bishkek, alla fine mi decido a fare il visto per l’Uzbekistan. E accidenti a me, di venerdì, e proprio il giorno che riprende a nevicare! Qui quando nevica, nevica sul serio.

Voglio andare a piedi all’Ambasciata Uzbeka. E’ lontanuccio. Sei chilometri. Fa un freddo cane. Mentre sono per strada, comincia a nevicare. Arrivo all’ambasciata coperta dalla neve e congelata. Suono. Non vogliono ricevermi. Dovevo prendere un appuntamento telefonico. Penso col cavolo che me ne vado senza visto dopo questa scarpinata. Mi attacco al campanello della porta blindata. Alla fine aprono. Sulla porta un uomo con sguardo severo mi guarda, ho il piumino pieno di neve, tremo dal freddo, sorrido… non sapevo che serviva l’appuntamento… mi fa entrare, chiama un’impiegata che parla un buon inglese. Spiego perché voglio andare in Uzbekistan… Samarcanda, Buchara, Gengis Khan, Tamerlano, sogno da una vita di visitare il loro paese… Dopo dieci minuti, ok mi fa il visto. “Vai in banca a pagare”. Torno dopo un’ora e mezza e il mio visto è pronto!

WP_20161226_16_42_53_Pro
Strada di montagna nei dintorni di Bishkek.

Uzbekistan arrivo!

Samarcanda il sogno di una vita. Mi sembra quasi incredibile… ho il visto per Samarcanda… per anni ho letto libri, ho sognato questo viaggio sui disegni di antichi viaggiatori, sono bellissimi, soprattutto quelli inglesi e francesi nei libri ottocenteschi.

Non ululo di gioia, solo perché in mezzo alla fitta nevicata non vorrei mi scambiassero per un lupo e mi sparassero. Qui intorno sulle montagne ci sono i lupi.

IMG_0013_LI
Parco al centro di Bishkek.

La mia idea iniziale era prendere un mashrutka, un minivan, attraversare il Kirghizistan, i passi a 4000 metri, vedere le montagne e i laghi, arrivare a Osh, passare lì il confine ed entrare in Uzbekistan. Strada seguita da molti viaggiatori in estate e in autunno.

Ma ora è la fine di ottobre e negli ultimi giorni ci sono state grandi nevicate. Tutti mi sconsigliano, per i metri di neve che troverei in montagna, per le strade dissestate e perché sono una donna che viaggia da sola.

Altra possibilità è l’autobus da Bishkek a Tashkent, si esce dal confine a 25 km da qui, il viaggio è quasi tutto in territorio Kazako, le strade sono migliori, si passa nelle antiche città di Taraz e Shimkent.

Seccata, scelgo questa seconda soluzione. Vado alla Stazione Nuova degli autobus, prendo tutte le informazioni necessarie. Ci sono due autobus alle 19,30 e alle 20,30. Si viaggia tutta la notte, l’arrivo a Tashkent è circa 14 ore dopo. Costo 720 sum kirghisi, meno di 10 euro per 670 km.

La sera dopo mi presento alla stazione alle 18.00… Sono puntualissima nelle cose che reputo importanti, altrimenti sono sempre in ritardo. Sono una ritardataria cronica, nella mia vita ho perso mille treni, autobus, anche qualche aereo, ma a quell’appuntamento con l’autobus sono arrivata in anticipo… così ho potuto capire la situazione ed evitare un sequestro… ma questa è un’altra storia.

 

IMG_0010 (1)_LI
Monumento alla Rivoluzione, il popolo kirghiso in armi.

 

Durante il tentato sequestro non mi sono spaventata subito, quando lo spirito di sopravvivenza è impegnato a salvarti la vita non hai paura, non ne hai il tempo… quando sei fuori pericolo, ti casca addosso la paura.

Mi guardo intorno, i soffitti bassi della stazione e la fioca luce gialla sono opprimenti, la gente raggomitolata nei cappotti sulle poltrone di legno, indifferente. Ho paura a uscire dalla stazione, e se mi aspettano fuori? “No, non credo ci riproveranno questa sera, oramai, la loro “sorpresa” è sfumata”. Esco, nel buio osservo se qualcuno del gruppo è ancora in giro… ritorno dentro, vorrei prendere l’autobus, non mi fido a prendere un taxi… sono le 21.00, il poliziotto che involontariamente mi ha salvato, mi dice che lì a quell’ora non passano più autobus.

Volevo cercarmi un hotel, alla fine decido di tornare in ostello, era l’unica soluzione… il poliziotto mi trova un taxi, il taxista mi chiede un prezzo esagerato per la corsa, tanto che il poliziotto in kirghiso lo guarda stupito e gli dice “non ti sembra di esagerare” … non tratto il prezzo… il che, a chi mi conosce dà un’idea di quanto fossi spaventata!

Torno in ostello e per tre-quattro giorni sono paralizzata dalla paura, non riesco a decidermi, vorrei proprio attraversare le montagne del Kirghizistan, ma a questo punto è troppo rischioso, alla fine faccio un biglietto aereo per Osh, la seconda città del paese, a sud-ovest, a 10 km dal confine con l’Uzbekistan.

IMG_1842
Tra le montagne del Tian Shian. Non mi stupisce che le chiamano le Montagne Celesti.

L’agenzia mi prenota un taxi per le 5.30 del mattino, dopo due giorni…

Ieri mattina alle 5.00 un taxista con l’aria giuliva si presenta per portarmi all’aeroporto… con un giorno d’anticipo?

Comincio a preoccuparmi… è un caso?

Non ho ben chiaro perché hanno tentato di sequestrarmi qualche giorno fa…

Ho tre ipotesi:

  1. Sul treno russo che mi portava verso il Kazakistan, un uomo, un kazako mi aveva detto di fare attenzione che in Kirghizistan sequestravano le donne europee a scopo di riscatto! Chiedono allo stato di origine un lauto pagamento per il rilascio. Avevo pensato che stava scherzando… e tra me e me avevo sogghignato, se mi capitasse una cosa simile, viste le mie idee politiche, stringerebbero la mano ai rapitori, gli darebbero una pacca sulla spalla e con un bel sorriso, gli direbbero: “Auguri”. “Tenetevela!”. Altri viaggiatori dello scompartimento mi dissero che non era vero.
  2. In ostello avevo avuto un problema con i mutandoni di un tagiko… si era offeso per un’osservazione… Al tagiko piacevo assai… mi aveva invitato a fare il viaggio con lui. Avevo rifiutato. Mi era venuto un dubbio… siamo in Asia Centrale, qui, una donna può valere meno di una mucca… (senza generalizzare, perché ho visto molto rispetto per le donne in Kirghizistan, forse proprio grazie alla lotta delle donne per migliorare la loro condizione), fino al 2013 si poteva rapire una donna, violentarla e costringerla al matrimonio; ora è illegale, la pena sono 6 anni di carcere… se rubi una mucca, ti prendi 7 anni!  Non è che il tagiko avesse deciso di risolvere la questione dei miei rifiuti alle sue attenzioni con un rapimento…?! Forse nel suo paese è ancora legale…
  3. L’altra ipotesi è la più spinosa… Non parlo mai o quasi mai delle ragioni del mio viaggio per il mondo che ormai dura da due anni… Sono ragioni politiche. Incautamente, avevo chiesto a un uomo conosciuto in ostello, un ingegnere informatico. (Chissà chi era?), se poteva provare ad aprirmi un file-video che qualcuno mi aveva inviato. Non riuscivo ad aprirlo, a volte sono un po’ imbranata… Spiegandogli brevemente le ragioni del mio viaggio, il tentativo di denunciare chi mi aveva massacrato per le mie idee politiche, finito miseramente con minacce di morte e altre “amenità” del genere e che il file era importante in un eventuale processo futuro. Poi cambiai idea e con una scusa non gli feci vedere il file… (due mesi dopo qualcuno mi farà sparire il file dal telefonino! Rubandomi anche una serie di chiavette usb e i chip di tre gestori differenti!) E poiché il tentativo di sequestro era organizzato come un’operazione da “commando” e  mi sono salvata per pura fortuna…

Questa mattina all’alba, un freddo boia e buio pesto, prendo il taxi “incrociando le dita”…

Non succede nulla. Ed è logico, perchè se mi fosse successo qualcosa, esclusa la prima ipotesi che era proprio scema, sono decenni che non accade nulla di simile, sarebbe successo in ostello. Dopo mezzora di viaggio in mezzo ai campi coperti di neve gelata, senza traffico e con me che continuo a guardare dal finestrino se qualcuno ci segue, arrivo senza problemi in aeroporto e finalmente parto per l’Uzbekistan.

 

Che tristezza… ho passato l’estate in un Rifugio Alpino.

Fine settembre 2014.

E’ finita la stagione estiva in montagna…

Ho lavorato in due rifugi. Ho lavorato per 16 ore al giorno senza un’ora di pausa, se non la mezz’ora scarsa del pranzo e della cena, a 60 euro al giorno! Ho abbandonato il 1° rifugio per varie ragioni: mi chiamavano a lavorare nei week-end, o per quattro giorni la settimana, a causa delle pessime condizioni meteo qualche settimana non ho lavorato per niente e… per la follia dei gestori del rifugio.

Poi dopo aver vagato in giro per le Alpi a cercare lavoro in altri rifugi, ho lavorato dall’inizio d’agosto fino al 15 settembre in un altro rifugio. Qui condizioni “più umane” 12,5 ore il giorno, poi pausa della colazione, pranzo, cena e due ore di pausa vera e otto ore di sonno. “Naturalmente” tutto in nero… per 1000 euro al mese.

I gestori in questo caso erano delle persone gentili con cui si poteva lavorare e vi garantisco che non è scontato.

A proposito non sto parlando dal profondo dell’Africa nera, o della lontana Asia e nemmeno dell’Est Europa, e neanche del profondo sud dell’Italia, bensì dal Piemonte… dal profondo nord dell’Italia. E non sono nera. E neanche immigrata.

Sono una donna piemontese, non giovanissima, alla quale la crisi economica iniziata nell’agosto del 2007 ha distrutto l’attività imprenditoriale, il tutto sommato ad altri problemi. Vedi la legge di Murphy “Se qualcosa può andare male, sicuro che andrà male “!

Reggere una crisi per sette anni o hai le spalle economicamente molto coperte da quantità notevoli di capitali o s’impongono inesorabilmente le leggi che regolano il sistema economico in cui viviamo.

Sono profondamente delusa. E molto arrabbiata.

Sono nata in montagna. Amo la montagna. Da sempre ho fatto escursioni, arrampicate, passeggiate in giro per i monti. Non avevo mai pensato prima di andare a lavorare in un rifugio… anche perché avevo di meglio da fare.

mammola

Causa crisi lavorativa e desiderio di passare un periodo in montagna per “chiarirmi le idee” su cosa fare nel prossimo futuro – ossia pensare a come riuscire a mettere insieme il primo con il secondo e magari anche il dolce – sono partita a cercare lavoro nei rifugi come molti altri “pollastri”, e come tutti (verificato da varie chiacchierate con colleghi di altri rifugi) con una visione molto romantica e per niente realistica. In testa avevo come tutti i ”pollastri”: la montagna, la disponibilità che trovi di solito in montagna, la solidarietà che esiste tra gli alpinisti, ebbene….scordatevela! Non ha nulla a che fare con il lavoro in un rifugio alpino.

Qui c’è una cosa molto simile alla schiavitù, mascherata da “… qui, ci si deve adattare, siamo a 2000 metri” “si dorme tutti nella stessa stanza” o buco che sia, “si fa una vita comune”, “si lavora quanto serve”, “stare in rifugio è come in barca vela”. Il che sottintendo che c’è un negriero, che non hai un momento libero (non esiste proprio), lavori di continuo, la montagna non la vedi mai…

Tra l’altro, un giorno, mi sono fermata a guardare la montagna da una finestra e quando sono scesa la moglie del gestore, si stava lamentando che mi aveva beccato alla finestra – non me n’ero neanche accorta. Il marito le ripeteva: “Sì, ma ti rendi conto tutto il lavoro che ha fatto?”. Effettivamente non mi ero fermata un attimo da almeno dieci ore. E, urka… avevo osato guardare dalla finestra!

Un’altra cosa assurda è il cibo: lavori sedici o tredici ore al giorno, per poterlo fare hai bisogno di energia e quindi di cibo e invece vorrebbero darti da mangiare un piatto di pasta, magari abbondante, anzi neanche quello, perché un giorno a cui al gestore giravano particolarmente le scatole con la moglie, si siede a tavola, guarda nella padella che il cuoco stava mettendo in tavola e esclama “Poi, io e te, rivediamo le porzioni eh, è una quantità esagerata”, il cuoco esterrefatto, a bassa voce dice, ma c’è Carlo che ne mangia sempre due piatti”.  Infatti, non rimase neanche un filo di pasta nella padella e non solo, …io avevo una fame boia, perché un piatto di pasta se lavori 16 ore non ti fa neanche il solletico allo stomaco…! Ed ho scoperto parlando con gente che ha lavorato in montagna che più di un gestore, magari sottovoce oppure detto alla moglie pensando di essere inascoltati diceva “Eh qui si mangiano tutto!!!”. Da mettersi le mani nei capelli!

I gestori si lamentano di continuo, il tempo, il governo, le tasse. Le tasse… sono una lagna disgustosa, e sembra sempre che sono al centro del mondo, i puntelli della società, in realtà sono quattro gatti, sono evasori fiscali, pagano in nero  i loro dipendenti (non tutti) e li pagano con stipendi da fame.

, al colloquio ti dicono lo stipendio mensile è di 1800 euro, tu pensi, “Non male”, soprattutto se il lavoro che fai da anni è andato “a ramengo”, praticamente defunto. Ti accennano che c’è molto da lavorare, ma non ti dicono che lavorerai 16 ore al giorno. Lavorando 6 giorni su 7 significa che ti pagano 4,7 euro l’ora lordi. Una miseria!

E poi qualcuno parla di libertà di scelta. Questi sono i peggiori ipocriti. Raramente in questo sistema c’è la possibilità di scegliere. Esistono momenti storici, dove,  i lavoratori  in generale hanno un forte potere contrattuale, ma di solito non esiste nessuna scelta, esiste la NON scelta : accettare condizioni di lavoro capestro o morire di fame. 

La scelta è se lottare per migliorare i propri salari e condizioni di vita oppure no. Quando è possibile.

Ha metà ‘800, Marx sosteneva la lotta per la riduzione d’orario alle otto ore. La sua necessità. Famosa è la frase:  8 ore per lavorare, 8 ore per riposare, 8 ore per dormire. Ho provato, fino in fondo questa estate, la validità di questa tesi.

Ho compreso perché più di un gestore di rifugi, in chiacchierate informali, sostenevano o si lamentavano che “I giovani non reggono il lavoro in montagna!” oppure  “I ragazzi reggono al massimo un mese” (io, pensavo: sarà l’altitudine!) oppure “si, sono ragazzi che vanno in montagna, però poi dopo una settimana o due scoppiano e se ne vanno!” o ipocritamente “Si, amano la montagna, poi però in montagna spesso il tempo è brutto e leggere un libro per un po’ va bene, poi se ne vanno…” (il problema non è la noia, lavori talmente tanto e a lungo che il libro non riuscirai mai ad aprirlo…).

Oppure “Preferiamo gente giovane”, io ingenuamente pensavo: “Sarà per le agevolazioni fiscali…”. Poi scopro che le agevolazioni centrano fino ad un certo punto, tanto, pagano con voucher o in nero tutti quanti, la questione è che un giovane di solito, non sempre,  ha più energie (nelle due ore di pausa i miei colleghi ventenni andavano a dormire, io facevo una passeggiata sulle cime, lì intorno) e almeno un mese dura prima di crollare.

Questa esperienza mi ha rammentato un libro, letto molti anni fa, nel quale si ricordava che all’inizio dell’ottocento, a causa della giornata lavorativa di 14-16-18 ore, venne distrutta una generazione di lavoratori. Distrussero fisicamente, uccisero, nel vero senso della parola, migliaia di lavoratori, l’età media era scesa a 22 anni tra i lavoratori delle fabbriche inglesi. Lavoravano 6-7 giorni su sette, dormivano pochissimo, si nutrivano malamente perché avevano salari miserrimi, spesso si stordivano con alcool dalla disperazione, e le donne erano così sfinite che non riuscivano più a occuparsi dei figli. Figli malnutriti, a causa dei bassi salari , che crescevano in ambiente malsano, (erano i quartieri operai ottocenteschi nella fumosa Londra) con una mortalità infantile altissima.

Furono gli industriali più illuminati e meno idioti che compresero la necessità di ridurre la giornata lavorativa, qualcuno per spirito umanitario, altri perché sapevano farsi i conti. Non potevano continuare con simili condizioni semplicemente perché gli sarebbe mancata la manodopera che serviva al lavoro di fabbrica. E fecero approvare dal Parlamento inglese il “Job act”.

E ora anche noi abbiamo il “Job act”, (con la differenza che fa il percorso inverso) appena approvato, che mette nero su bianco una prassi che va avanti più o meno apertamente da un po’ di anni. Il massimo di precarietà, peggioramento delle condizioni di lavoro, aumento dell’orario e riduzione del salario e di conseguenza peggioramento delle condizioni di vita.

Sì, questa estate in montagna è stata molto utile: mi ha chiarito le idee!

Soprattutto su cosa è oggi il mondo del lavoro.

 

 

 

Urra! Passero’ l’estate in un rifugio alpino.

Primavera 2014.

URRA’! Passerò l’estate in un rifugio alpino.
Oggi assomiglio vagamente a Snoopy dopo che ha mangiato un biscotto, cammino a un metro da terra, sorridendo, dolcemente levito.

Un’idea che mi girava per la testa da un po’ di tempo. Lasciare la città per qualche mese con l’obiettivo di buttarmi alle spalle il passato, lavorare duro, decidere i nuovi sentieri da seguire in città nel prossimo futuro e soprattutto Vivere la Montagna, quella vera e dura, quella che ti mette alla prova.

Ho intenzioni “serie”. Voglio arrivare in vetta alle maggiori cime del Parco Orsiera-Rocciavrè. Monte Orsiera, il Rocciavrè, la Cristalliera, ecc.
Sprofonderò tra i fiori profumati, nell’erba dei prati tra i 2000 e 2900, dove non rimane che la nuda roccia, negli occhi le sfumature dei blu del cielo, dei laghi alpini, delle viole, dei “chiu cuc” (genziana in franco-provenzale), tra il verde dei prati, e il grigio dei sassi e delle rocce alpine.

 

DSCN3101_edited
Viole di città a marzo.

Ogni settimana, nel giorno di riposo dalle fatiche del lavoro in rifugio, organizzerò un’escursione.

Comincerò con l’Orsiera, la “mia” montagna. Sono nata sul versante opposto, in Val di Susa. Ogni tanto mi allontano e mi dedico ad altro poi regolarmente ritorno.
Racconterò le escursioni. La vita in rifugio. La gente che va in montagna. Chi frequenta i rifugi come questo, raggiungibile in estate con l’auto, ma anche punto di partenza per passeggiate impegnative, quindi veri alpinisti, e famigliole, cittadini che al massimo fanno 10 passi oltre la portiera della propria auto.

Sono salita su, la prima volta, a metà maggio per il colloquio di lavoro. Partenza da Torino, stazione di Porta Nuova, alle 6.55 con l’autobus per il Sestriere.
Viaggiamo verso Pinerolo, poi lungo la Val Chisone, Perosa Argentina, Villar Perosa, è un salire e scendere di studenti, un delirio di voci, di molti sguardi allegri e qualcuno triste e assonnato.

Ascolto la storia delle disavventure sentimentali di una loro compagna di scuola e i commenti di solidarietà o disapprovazione. Tre di loro alla fine decidono di scendere e saltare la prima ora. Un piccoletto con lo sguardo calmo di chi sa andare per la sua strada, nonostante lo stuzzicano, non scende.

Poco dopo sale un ragazzo. Parlano tra loro della scuola. Sono meccanici. Stanno imparando a riparare, a smontare le macchine. “Hai visto, la Punto che hanno portato su? Non riuscivo a salirci, era tutta schiacciata. Per svitare il perno, mi sono infilato tra il sedile e il volante…” Si lamentano della mancanza di materiale. Con fierezza si raccontano come risolvono i problemi anche senza gli attrezzi giusti. Sono rappresentativi del “genio italico”, la disorganizzazione sociale salvata dalle capacità dei singoli, orgogliosi di svolgere un lavoro ben fatto.

Scendo dopo due ore a Depot, poco prima di Finestrelle. Sono le 9.00. Chiedo un passaggio ad un furgone che trasporta biancheria pulita all’Hotel di Pra Catinat. A Pra Catinat scendo, non si può proseguire con l’auto fino al 31 maggio.

A sorpresa sono avvolta dal profumo dei pini. Respiro. Sto bene.
M’incammino verso il Rifugio, tra i pini e i prati coperti di fiori gialli e viole profumate, il sentiero sale dolcemente. Un sentiero-balcone sulla Val Chisone, spettacolare il paesaggio e la vista sulle montagne. Tre alpinisti mi danno indicazioni, ho dimenticato la guida sul letto!

L’incontro successivo è con un cervo, sono controvento non sente il mio odore, infatti, mi osserva con calma e non fugge. Poco prima del rifugio una chiassosa marmotta mi da il benvenuto.

Giro del Monviso: Alla ricerca di un lavoro in un Rifugio Alpino.

La foto del Monviso in evidenza è di Michele Rosso

I prossimi 3 post sono stati scritti nel 2014. Credo siano ancora attuali. Quell’estate, a causa della crisi economica senza fine, il lavoro che avevo da vent’anni era giunto quasi al capolinea. Piena d’entusiasmo, pensai di cercarmi un lavoro per la stagione estiva, tanto il mio lavoro d’estate era fermo. I seguenti tre post raccontano i mesi da metà maggio a metà settembre 2014, passati prima alla ricerca di un lavoro, poi al lavoro tra le montagne piemontesi nell’estate più piovosa degli ultimi due secoli. Non pioveva così tanto dal 1803!

Estate 2014.

Sto cercando lavoro nei rifugi alpini. Ho deciso di fare una parte del Giro del Monviso toccando 5 rifugi e sentire se hanno bisogno di personale.

Scendo dal pullman dopo 3 ore di viaggio  a Castello di Pontechianale, 1603 metri di quota, due passi dal confine francese. Torno indietro di qualche decina di metri, attraverso un ponte sull’impetuoso torrente Vallanta, raggiungo il rifugio dell’Alevè, sono gentili, ma non hanno bisogno di personale, ci sono pochi clienti.

Poco prima del rifugio parte il ripido sentiero che porta verso  il vallone di Vallanta e al Rifugio Vallanta a 2450 metri di quota, alla base del Viso e della punta Gastaldi. Sono fresca e riposata, parto con un buon passo. Il cartello all’inizio del sentiero indica  2 ore e 30 per raggiungere il rifugio.

Comincio a salire alle 10 del mattino, tardissimo, infatti incontro parecchi alpinisti che stanno scendendo dalla montagna!

Fino ai 1912 metri delle Grange Gheit il sentiero sale ripido poi la salita è più dolce fino ad un centinaio di metri sotto il Vallanta, dove si riprende decisamente a salire. Incontro un gruppo di donne, che faticosamente salgono, chiedo informazioni: dopo il Vallanta voglio raggiungere il Quintino Sella,  sono indecisa se fermarmi a dormire al bivacco delle Forciolline, dedicato ad Alessandra Boarelli, la prima donna che scalò il Monviso nel 1864, modernissimo e attrezzato, oppure salire al bivacco Bertoglio decisamente spartano.

maggio 2014 016

Non conosco la zona. Prima di partire ho visto su Internet percorsi e foto, ma salendo mi sono resa conto che c’è ancora molta neve e il tempo è instabile, le previsioni non sono buone.

Come capita spesso in montagne la nebbia sale all’improvviso, per ora il sole tiene, ma mentre cammino, mi volto e la vedo salire. Le cime più alte appaiono e poi scompaiono tra le nuvole.

Il paesaggio è spettacolare e la Natura rigogliosa. I prati sono verdi e pieni di fiori alpini, dominano i gialli, i blu, i rosa. Salendo vedo le stelle alpine, anzi incrocio una francese estasiata che continua a ripetermi “Edelweiss, Edelweiss”, effettivamente trovarle così vicino al sentiero e in un luogo così facile è raro.

Faccio un pezzo di sentiero chiacchierando con il gruppetto di donne, una di loro è un’alpinista, conosce bene i luoghi che voglio raggiungere, ma quest’ anno non c’è ancora stata, mi consiglia di chiedere al gestore del Vallanta. Dopo un po’ le saluto, salgono troppo lentamente.

Riprendo a salire con passo rapido, e dopo una mezzora incontro una finlandese, mi fermo a chiacchierare, non capita tutti i giorni d’incontrare qualcuno che viene da così lontano! Parla sei lingue, mi racconta che sono quattro settimane che cammina tra le montagne. Mi dice che su al passo c’è molta neve, ed è ghiacciata.

Ha un’attrezzatura molto leggera e mi fa notare che la mia è troppo pesante, effettivamente ho due zaini! …ma se voglio risparmiare è bene che evito di dormire nei rifugi o di fare lauti pranzi a caro prezzo.

Attualmente, anche se non ancora ufficialmente, sono praticamente disoccupata. E l’attrezzatura che ho sulle spalle mi salverà la vita la notte stessa!

Intanto il gruppetto di donne ci raggiunge e una sfotticchiando mi dice “ …ma come? Sei ancora qua, ti vedevamo lontana salire rapidissima…”. Dopo un po’ saluto la finlandese. Riparto, raggiungo le signore, le superò e salgo veloce verso il rifugio, anche se quando riprendo a salire faccio una notevole fatica, sembro scoppiata, non ci si deve mai fermare a lungo come ho fatto io con la finlandese, perché si perde il ritmo e ci va un po’ a riprenderlo. Finalmente dopo 2 ore e 15 arrivo al rifugio Vallanta. Prima di entrare mi fermo a mangiare i panini e la frutta che ho nello zaino.

maggio 2014 008

 

Dopo trenta minuti arriva il gruppetto di donne con la lingua di fuori! Entriamo nel rifugio, una è la madre di due giovani dipendenti, chiamano il gestore, un uomo burbero come sono spesso i gestori dei rifugi. Sono arrivata alla conclusione che alcuni sono veri e propri asociali. Sarà l’altitudine? Vivere per mesi sopra i 2000 o i 3000 metri forse rende un po’ orsi! O forse è solo un’atteggiamento che rientra nel mito del Gestore di rifugi: di solito una guida alpina, un uomo tosto, duro, solitario e scorbutico che sfida la montagna. 

Alla mia domanda: “Ha bisogno di personale? Cerco lavoro.” Mi risponde con un No categorico. “Piove sempre.” “Non ci sono clienti.” E comincia a lamentarsi dei giovani, che non sono più quelli di una volta, “Non resistono un mese”.

Il gestore mi sconsiglia il passo delle Forciolline per la neve e per la difficoltà del percorso, in buona parte su roccia e attrezzato con corde di ferro per non volare giù. Io sono da sola e il tempo non promette nulla di buono. Decido di andare al Bivacco Bertoglio.

Scendendo incontro una donna alpinista simpaticissima, facciamo un pezzo di strada insieme parlando di montagna e a 1900 metri ci lasciamo, perché lei non è attrezzata per passare la notte in bivacco, anche se è molto dispiaciuta di dover scendere a valle.

In questa giro in montagna incontro quasi solo donne, gli uomini sembrano una specie in via d’estinzione!

Sulla destra orografica del torrente Vallanta, a un bivio, il sentiero attraversa il bosco dell’Alevè, l’unico fitto bosco esistente in Italia con il puro Pino Cimbro, splendido pino sempreverde dall’aspetto tormentato e maestoso, residuo di antiche ere, e prosegue nel Vallone delle Giargiatte verso il bivacco Bertoglio, il passo S.Chiaffredo e il passo Gallarino verso il Rifugio Quintino Sella punto di partenza per raggiungere il Monviso per la via normale.

Prendo il sentiero che attraversa il bosco di pini, è molto bello, ma sale bruscamente. Comincio a sentire la stanchezza, e devo salire per altre due ore e mezza! Non sono allenatissima e dopo un po’ lo sento.

Faccio una tappa dopo una mezz’oretta per mangiare una tavoletta di cioccolata. Intanto sale la nebbia. Più salgo, più diventa fitta. E pioviggina.

E’ tardo pomeriggio, la luce nel bosco sotto la pioggerellina e nella nebbia fluttuante diventa sempre più fioca. Cammino ascoltando i rumori e i suoni che provengono dalla profondità del bosco, ogni tanto si apre una radura. Salendo la vegetazione si dirada e cominciano le rocce.

Sono sempre più stanca e comincia a dolermi il ginocchio, tanto da impedirmi quasi di camminare. Ad un certo punto mi chiedo se è il caso di tornare indietro, ma sono ormai troppo in alto e a scendere con un ginocchio come il mio è anche peggio. Mi guardo intorno, cerco un ramo da usare come bastone e anche se siamo al limitare del bosco, lo trovo. E provo un vero sollievo, senza quel bastone non credo sarei riuscita a camminare ancora per molto. Perché accidenti non ciò pensato prima!

Poi spariscono i pini ed è solo nuda roccia. Si sale su una ripida pietraia con il sentiero tracciato benissimo e anche i segnavia che seguo con attenzione sono visibili. Per fortuna, ogni tanto la nebbia di dissolve, posso vedere dove sono e capire la direzione, poi si richiude. A metà pietraia incontro due alpinisti, ci salutiamo, pensavo di essere a mezzora dal bivacco, invece mi dicono che arrivano da lì e manca ancora quasi un’ora. Sono così stanca che penso: ma no, si sbagliano. Invece non si sbagliano per niente. Un’alpinista mi spiega che il bivacco si trova a sinistra su un roccione sopra al sentiero, dove c’è una strettoia tra le rocce prima del lago Bertin e i due laghi successivi in una specie di “valle” glaciale che sale dolcemente verso il passo S.Chiaffredo. Continuo a osservare le rocce e le cime intorno a me… e del bivacco non c’è ombra.

Sono sfinita e non me ne rendo conto.

Quando raggiungo la strettoia, non vedo il bivacco, ma vedo l’indicazione verso l’alto, 10 minuti. Sono stati tra i più lunghi minuti della mia vita. Salgo sulle rocce scoscese, bagnate, tanto che scivolo, cado sulle rocce e non vedo il bivacco. Ho maledetto i “deficienti” che chissà per quale ragione erano andati a costruire un bivacco in un posto così inaccessibile! Finalmente vedo il bivacco spuntare tra le nebbie, sfinita lo raggiungo. Sono infreddolita. Mi guardo intorno, ogni tanto le veloci nubi di montagna si alzano e si vede il paesaggio. Spettacolare! Sono lì tra i picchi, c’è solo roccia, guardo verso il basso…quanta strada o fatto! Sono le 6 di sera. Sono a 2770 metri.

Apro il bivacco, una piccola costruzione in lamiera, colorata  di giallo e rosso, dentro ci sono nove posti letto, cioè 3 letti a castello rudimentali e un piccolissimo spazio tra i letti. Faccio una cena frugale con il cibo che ho nello zaino. Il freddo aumenta. Pioviggina. Desolata mi accorgo di aver perso l’ombrello. Rimango un po’ fuori a guardare il paesaggio, ma fa troppo freddo.

Mi preparo velocemente il letto, apro il mio sacco a pelo, prendo 5 coperte dagli altri letti e le metto una sull’altra sopra il mio sacco a pelo. Sta diventando buio e piove sempre più forte. La lampadina della mia pila fa pochissima luce. Per fortuna c’è una finestra. Apro la persiana di ferro. Tremo dal freddo. Mi metto il pigiama, mi rimetto i pantaloni, tre maglie, più il pile uno sull’altro, mi infilo nel sacco a pelo sotto 5 coperte e continuo ad avere freddo. C’è un’umidità bestiale. Tuona e piove sempre più forte, si alza anche il vento. Sembra il diluvio universale.  

E’ una vera tempesta.

Sono lì, da sola. Il rifugio più vicino è a 2 ore di distanza! Comincio ad avere un cerchio alla testa. Soffro l’altitudine. Ho forse è la paura! Piove sempre di più. E’ impressionante. Di solito mi piace la pioggia… me lo ripeto, ma piove talmente forte che mi fa paura, finché mi addormento. Mi sveglio alle due di notte, sto morendo di caldo, comincio a svestirmi sempre chiusa nel sacco a pelo, un po’ per volta mi levo tutto anche il pigiama. Evidentemente mi sono riposata e il mio corpo sfinito dalla stanchezza è tornato  in condizioni normali e così la mia temperatura.

Piove sempre. Fatico a riaddormentarmi. Alle tre mi risveglio di botto con tutti i sensi all’erta. Vedo con gli occhi della mente un animale fuori dal bivacco, sembra una cerva (no, siamo troppo in altro) o una pecora (ma, no è troppo grande), la visione sparisce e comincio a sentire un animale che si muove e cammina intorno al bivacco, gira un po’ lì intorno e poi se ne va. Guardo l’ora sono le tre e mezza. Avevo messo la sveglia alle cinque, la sposto alle sei. Voglio dormire.

Il mattino mi sveglio, fa freddo. Esco dal bivacco. E osservo la montagna intorno a me. Non c’è nebbia. Osservo il percorso che devo seguire per superare i passi e girare intorno alla punta Trento.

 Grigia roccia nell’alba.

Bellissimo e struggente. Il paesaggio delle cime rocciose è tanto bello da far male.

Ci sono tre laghi in successione e c’è neve ma nulla di pericoloso. Mentre sto osservando il paesaggio, mi accorgo che sul passo c’è un velo di nubi, nel giro di pochi minuti cominciano a salire velocissime, mi volto e vedo che la stessa cosa sta succedendo sul versate opposto da dove sono salita. In un attimo capisco che passerà poco tempo prima di essere immersi nella nebbia e non posso permettermi di scendere dalle rocce, su cui si trova il bivacco, nella nebbia, perché rischio di ammazzarmi. Corro nel bivacco, velocissima arrotolo il sacco a pelo, rimetto tutte le mie cose negli zaini, chiudo la finestra, chiudo il bivacco e comincio a scendere.

Intanto la nebbia sta avvolgendo tutto.  Arriva quando raggiungo il sentiero alla base della roccia.

Sono al sicuro, mi rendo anche conto di quanto è stato facile scendere dal bivacco e dello sfinimento fisico della sera precedente. Ora devo solo seguire i segnavia e fare un po’ d’attenzione e la nebbia non è così fitta. Sale e scende, si scioglie un po’, poi si richiude. Comincio a salire verso il primo passo seguendo il sentiero, sono nella nebbia, ma non mi preoccupo. Ho impresso in mente il paesaggio visto dall’alto del bivacco, non cammino alla cieca. Passo accanto al lago Bertin e al lago Lungo, c’è neve ma non troppa. Subito faccio fatica a salire, sono  in alto, ma presto riprendo ad andare su decisa, sono scesa a 2700 metri, ora devo salire fino a 2770 del passo S. Chiaffredo, poi a 2730 del passo Gallarino e poi scendere a 2640 al rifugio Quintino Sella. Mi hanno detto che è solo lunga, non difficile, infatti così è.

Riprende a piovere, scendendo dal bivacco ho ritrovato l’ombrello, mi riparo. Mi bagno lo stesso. Sotto la pioggia fitta e sottile faccio colazione. Cammino e sembra non arrivare mai. Quando sono quasi al rifugio che non vedo perché immerso nella nebbia comincio a incrociare qualche alpinista che sale. Me la prendo comoda. Arrivo dopo due ore. Al rifugio ordino  un’abbondante colazione con del tè bollente, finalmente qualcosa di caldo!

Rimango lì a riposarmi qualche ora, intanto smette di piovere e anche la nebbia si dirada. Chiedo del ghiaccio per il ginocchio dolente e gonfio. Decido di scendere a Pian del Re, a 2000 metri, dove nasce il Po’.

Il tempo migliora velocemente, esce il sole.

Attraverso alcuni nevai, intanto mi godo il paesaggio, scendo lentamente anche per non forzare il ginocchio. Infatti, non ho problemi.

Incontro parecchia gente che sale.

Arrivo al lago Fiorenza a mezzora da Pian del Re, c’è il sole, mi sdraio hai bordi del  laghetto alpino e me la godo un sacco, pranzo e poi mi addormento. Sto benissimo. Scendo.

Domando ancora a tre rifugi se hanno bisogno di personale e tutti mi danno la stessa risposta: piove sempre, ci sono pochissimi clienti, sarà per il prossimo anno.

Prendo la navetta che scende al Pian della Regina, dovrò prendere altri tre autobus per arrivare a Torino.

A posteriori direi che non potevo scegliere anno peggiore. E’ dal 1803 che non piove così tanto nei mesi di giugno e luglio!

 

P.S. Vedi l’articolo scritto prima di cominciare a lavorare in rifugio: Urrà! Passerò l’estate in un rifugio alpino.

Altro P.S. Vedi articolo successivo: Ho lavorato in un rifugio alpini….la miseria che delusione!!