Osh, in attesa di passare il confine. Kirghizistan.

Novembre 2016. Arrivo in aereo da Bishkek. 27 euro di aereo e tredici di taxi! Volevo andare a Osh, seconda città del Kirghizistan, con l’autobus per attraversare le montagne, ma un po’ per lo spavento che mi sono presa alla stazione degli autobus qualche giorno prima dove ho evitato per un soffio di essere sequestrata, un po’ perché mi avevano detto che la strada era pericolosa per la neve e perché viaggiavo da sola, alla fine ho deciso di prendere l’aereo. Gli aerei kirghisi non possono viaggiare nei cieli europei, non rispettano gli standard, non sono sicuri… ho fatto un calcolo delle probabilità… sicuramente le probabilità che cascasse l’aereo erano minori di una possibile aggressione!

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Salendo alla Suleiman Too,

35 minuti dopo sono ad Osh, e senza imprevisti. In bus sarebbero servite più di dodici ore.

All’aeroporto come al solito sono circondata da taxisti, alla fine dopo varie trattative  ne prendo uno, 300 sum, (200-250 era il prezzo giusto!). Sono arrivata alla conclusione che i taxisti kighisi e uzbeki non sanno quello che fanno… a parte lo scambiarti per un bancomat. Di solito evito di salire su un taxi, ma a volte non ci sono altri mezzi, gli dai un’indirizzo e questi non sanno mai dove portarti, alla fine devi risolvere tu la situazione, tipo scendere dall’auto e cominciare a chiedere in giro, come è successo a Osh, oltretutto a gente che non parla inglese, e io non parlo nè il russo, nè il kirghiso. In una viuzza l‘unico che dice qualche parola d’inglese è un’anziano, mi chiede se sono americana e mi dà dell’imperialista…! E’ così soddisfatto… probabilmente ha desiderato tutta la vita poter dire “Imperialista!” ad un Occidentale…Da rotolarsi dalle risate viste le mie idee politiche! Gli ho consigliato di leggere “L’Imperialismo unitario” di Arrigo Cervetto, e poi magari passare a “L’Imperialismo fase suprema del capitalismo” di Lenin, o viceversa, ma non ha capito! Quando sono andata via, lui sorrideva soddisfatto.

Alla fine trovo uno che parla solo kirghiso, ci dà l’indicazione giusta e arriviamo alla Guest house…

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Antichi petroglifi.

Passo due giorni piacevoli in questa cittadina di confine. A caccia di PETROGLIFI o incisioni rupestri e a esplorare la loro montagna sacra “Suleiman Too”, il trono di Salomone,  cinque picchi, uno dopo l’altro. Credono che qui ci sia la tomba di Salomone, profeta per i cattolici, i mussulmani e gli ebrei. E’ un luogo di pellegrinaggio antichissimo, e molto frequentato, per raggiungere la Moschea di Babur (1483-1530) fondatore della dinastia Moghul in India, c’è un ripido sentiero e delle scale sui quali si fa la coda. La gente va a pregare, chiedere grazie, per avere figli o guarire dalle malattie. Per guardare il panorama e per arrampicarsi sulla montagna. Ci sono un sacco di coppie che amoreggiano, probabilmente pensano che lì porta bene!

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Moschea di Babur della fine del ‘400 sulla cima di Suleiman Too.

Sono sparsi sulla montagna luoghi di culto, caverne sacre, una moschea della fine del Quattrocento, un museo, un luogo sacro – un buco nella roccia basso stretto e profondo qualche metro – nel quale la gente entra carponi per pregare; vari cimiteri ai piedi della montagna si inerpicano nei lati meno ripidi, la roccia credo sia marmo, liscio e lucido per quanto è praticato. E scivoloso.

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Il museo nella montagna di Suleiman Too.

Il panorama della cittadina è bello. Case basse, un mare di tetti ondulati. Diverse moschee. La più grande moschea del Kirgizistan dove non fanno entrare le donne. Sono sunniti. Una grande pianura, sullo sfondo basse montagne tondeggianti e poi le grandi montagne innevate.

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La più grande Moschea del Kirghizistan.

Cerco i petroglifi, all’inizio non riesco a vederli, tutta la montagna è ricoperta dai graffiti di moderni grafomani, nei posti più inaccessibili trovi i nomi di quelli passati di lì, ci sono date dalla fine dell’ottocento ad oggi, nonostante i cartelli che minacciano multe salate. Mi arrampico su ripidi sentieri, voglio vedere due grandi caverne, antichi luoghi di culto, ho quasi raggiunto l’ingresso della prima, mentre sto salendo vedo dei mosconi che ronzano attorno ad un cane che sembra appena morto, penso: “oh, mamma, che ci fa un cane con le zampe per aria in un posto così innaccessibile”, “la rabbia” in queste zone è diffusa, velocemente mi allontano, però mi secca ho fatto una faticaccia ad arrivare fin lì, vedo che in alto c’è un altro foro nella montagna, salgo e riesco a vedere l’interno della grotta, non vedo il cane, sento un guaito, me ne vado… manca solo che mi morda un cane rognoso con la rabbia!

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Il giorno dopo tento di entrare nell’altra grande caverna e anche lì non ci riesco, bisogna arrampicarsi su dei pietroni, i passaggi non sono difficili, ma non ho scarpe adeguate e la roccia è talmente liscia che scivolo, e mi prende la paura. Sono da sola lì in alto. Provo da un’alta parte è ancora più difficile, resto a metà di una parete alla fine mi decido a scendere e vado a vedere il museo sul sentiero.

E lì vedo i primi petroglifi. E’ una grande caverna che sale nella montagna, ha due livelli. Sarebbe interessante se ci fosse una descrizione in inglese! Capisco che ci sono manufatti originali e riproduzioni dei luoghi di culto, delle tombe e dei riti dello Zoroastrismo e dello Sciamanesimo ma non molto di più. Un kirghiso mi dice che nell’ ultima rivolta qualcuno ha rubato e venduto i manufatti originali. Della serie “Tutto il mondo è paese…”. Il secondo giorno, grazie alle indicazioni di un ragazzino che avrà nove o dieci anni, parla inglese e francese oltre al russo e al kirghiso capisco dove sono una parte dei petroglifi e vado a vederli… nascosti tra i graffiti di moderni imbecilli. Alla base della montagna sacra c’è un percorso attrezzato lungo le rocce dove ci sono le incisioni rupestri.

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Questa è la Samsa di Osh, la migliore che ho assaggiato in Asia Centrale, profumava lievemente di timo e lavanda, non sò con quali erbe è profumata ma da svenire dalla bontà!

A Osh quasi tutti i ristoranti chiudono entro le 6 di sera! Seguendo le indicazioni del proprietario dell’ostello ho pranzato in un ristorante, l’ Aidar Ata, dove ho mangiato benissimo spendendo 2 euro e 50! Un plof ottimo e un pollo squisito. E il migliore Samsa dell’Asia Centrale!

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Murales a Osh.

Samsa è un fagottino di pasta sfoglia ripieno di carne tritata o a pezzi, di agnello, montone o pollo, a cui si aggiunge, grasso o margarina, cipolla, erbe, sale e pepe, a volte  come decorazione usano il cumino. Puo avere forma triangolare, quadrata o come usa ad Oash simile ad un mini panettorne. E’ tipico cibo di strada, viene servito nei migliori ristoranti, nei caffè, in famiglia, spesso è cotto in un forno artigianale rotondo al di fuori del ristorante. Buonissimo.

 

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I fagottini di Sansa nel forno.

 

 

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