Berlino (2)

A luglio vagavo per Berlino. Giravo per la città e non riuscivo ad afferrarla, a comprenderla.

Quando ero stata lì la prima volta era tutto chiaro, evidente: erano saltati i Patti di Yalta che avevano sancito la nuova spartizione del mondo dopo la 2a Guerra Mondiale, e soprattutto avevano diviso la Germania in due per ridurne la forza. L’impero Russo era crollato su se stesso. Dalle sue macerie si stava formando una nuova geografia politica.  Il Muro di Berlino era caduto e la Germania si era riunificata. E a Berlino era un ribollire…di tutto. Era un cantiere, era musica, era il mondo che cambiava…era splendida!

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Ovviamente dopo tanti anni era cambiata. La zona centrale intorno a Friedrich Strasse tirata a nuovo con i suoi grandi palazzi, i grandi e costosi negozi, piena di vita di giorno, ma desolata la sera. Come in molte altre città nel centro ci sono uffici, negozi ma la gente vive altrove.  Poi i quartieri come Kreuzberg, un pò decadente ma pieno di vita, di musica che mi ricorda un pò Barriera di Milano o San Salvario a Torino.

Per capire ho fatto chilometri a piedi, dal Memoriale degli ebrei, a Postdamer Platz ,  dalla Porta di Brandeburgo lungo il viale Unter den Linden fino ad Alexander Platz camminando per le vie che la circondano, Rosa Luxemburg Platz, Il quartiere medioevale ricostruito intorno alla Chiesa di San Nicola,i quartieri oltre la Sprea, intorno al giardino zoologico, Keuzburg,  il Museo della storia tedesca del ‘900; sono andata in autobus all’Orto Botanico uno dei più grandi nel mondo…

Cercavo di vedere la Berlino Ovest, praticamente un’isola, all’interno di Berlino, all’interno della Germania Est con un corridoio aereo per i rifornimenti, divenuta un simbolo, caposaldo dell’Occidente dietro la Cortina di Ferro. Caposaldo della democrazia contro il “socialismo reale” che non esisteva. Tutta demagogia e propaganda, ma è servita per oltre 40 anni per mistificare la Storia!!

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La Germania è il paese più ricco in Europa, però a Berlino la situazione è ben diversa. Osservi, lo vedi e lo senti. Mi trasmetteva tristezza e un senso d’inquietudine… Nel resto della Germania i lavoratori hanno i migliori salari europei, qui no. Qui è Est Europa. I salari sono bassi. La vita costa meno, anche l’ostello,  il City Hostel al centro di Berlino, è un ottimo ostello ed è uno dei meno costosi dell’Europa Occidentale!

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Un giorno sono partita dal Check Point Charlie seguendo il percorso del Muro, tra le case nuove e vecchie, attraversando giardini e ponti. Dove non c’è più il Muro. Sono arrivata fino alla Stazione di quella che era Berlino Est, ho attraversato la strada e proseguito lungo il pezzo di muro continuo conservato per la memoria storica, sarà lungo un chilometro e mezzo.

Da un lato è una galleria a cielo aperto, è coperto da opere di artisti di tutto il mondo, dall’altro, verso il fiume Sprea,  a luglio c’era una mostra fotografica temporanea sulle vittime della guerra in Siria.  Gigantografie.  Con una breve, sintetica, descrizione del momento in cui sono stati bombardati e i successivi soccorsi insufficienti tipici di una zona da anni in guerra, le operazioni chirurgiche ripetute, i mesi d’ospedale, il denaro che alcune Ong  elargiscono, del quale non ho capito il criterio.

Uomini, donne, bambini, menomati dai bombardamenti. Le foto non hanno nulla di sgradevole, non c’è compiacimento, ma sono sconvolgenti.  Sono la documentazione senza nessuna forzatura delle persone colpite dalle bombe. Non sangue, niente fasciature. Persone in piedi o sedute mutilate nei loro vestiti sobri o colorati. Ma gli occhi sono terribili.

Una ragazza, sui quindici anni,  il viso devastato, una gamba amputata sopra il ginocchio ha negli occhi il senso d’impotenza e la rabbia. Unica sopravvissuta con la zia di una famiglia di 11 persone. Per un momento mi sono messa nei suoi panni:  a quale giovane verrà mai in mente di corteggiarla, di chiederla in sposa…?

Un bambino di forse 6 anni, senza gambe, invece ha gli occhi sorridenti, lo sguardo  fa pensare che lui ce la farà, accanto due fratelli poco più grandi con lo sguardo spento.

Una donna anziana, un pò cicciona, alla quale una bomba a strappato le carni da un braccio, ha un piede malamente riattaccato (avranno pensato, nella fretta, tanto è vecchia), sembra che un grosso animale a morsi le abbia dilaniato le carni. Lo sguardo di questa donna che deve aver molto vissuto, esprime forza, neanche questa volta la vita è riuscita ad abbatterla.

Una giovane donna, bella, senza una gamba e senza un occhio, a fianco il marito che dalla postura, dallo sguardo, si capisce sarà sempre al suo fianco, ma il volto di lei è sconvolgente, ha un viso bello, la testa altera, dallo sguardo si capisce che forse non si riprenderà mai più.

E così decine di foto e di storie, intervallate da grandi vedute della loro città bombardata. Com’era la via o la strada prima e dopo i bombardamenti. Sembra impossibile che case belle, importanti di vari piani possano essere ridotti a tronconi, brandelli, mucchi enormi di macerie e nient’altro.

Quando me ne sono andata ero piena di tristezza e rabbia. Tristezza per quelle persone mutilate che di certo non hanno scelto la guerra. Rabbia contro tutti i fautori delle guerre. Rabbia per la disinformazione diffusa in Italia. E’ vergognoso il conformismo, il servilismo di certa stampa.  Da noi, mostre simili non esistono. L’altro giorno girando su facebook sono finita nella pagina di un giornalista torinese: Sosteneva, riferendosi al bimbo siriano con la maglia rossa, morto nel naufragio del suo gommone mentre attraversava il mediterraneo, non bisognasse mostrare delle foto così inquietanti. Per fortuna qualche volta qualcosa sfugge alla censura.

Eh si, bisogna mantenere la gente all’oscuro, così è più facilmente manovrabile. Gli illuministi sostenevano giustamente che il sonno della ragione genera mostri. 

Penso a tutte quelle brave persone, con i pingui conti in banca,  la pancia e il cervello coperti dal grasso dell’abbondanza, soprattutto sopra i ’50, tenute all’oscuro della realtà, sottoposti ad una propaganda massiccia che li rende timorosi per il futuro delle loro pensioni o dei loro posti di lavoro, di fronte ad un’economia che  erode i loro conti, se fossero correttamente informati inserirebbero il cervello e probabilmente sarebbero solidali invece di essere con la bava alla bocca nei confronti di quelli che identificano come nemici.

E’ dalla prima guerra del Golfo, 1991, che è cambiato il modo di fare informazione nei reportage o nelle informazioni sulle guerre. Da quando l’Italia per la prima volta dalla 2a guerra mondiale è stata coinvolta ufficialmente in una guerra. Niente immagini schioccanti, niente morti, niente feriti da quando teorizzavano “le operazioni chirurgiche” degli aerei inviati a bombardavano gli ex iugoslavi, cioè operazioni mirate che in teoria non dovevano fare morti. Invece causarono centinaia di morti e feriti.

Il caso vuole che 2 o 3 anni dopo mi trovassi in Germania in un corso intensivo di tedesco per stranieri. C’erano russi o Est europei di origini tedesca che venivano incentivati ad andare in Germania a lavorare, la vecchia madre patria aveva bisogno di manodopera ( sono troppo intelligenti questi tedeschi!); rifugiati politici curdi, turchi e siriani; pakistani, ragazze polacche e dell’ex Iugoslavia, tutti molto socievoli e disponibili fuorché una ragazza. Sentivo la sua muta ostilità, mi guardava in modo che più di una volta mi ero chiesta “questa che vuole”, avevo cercato di parlarle ma si allontanava sempre, o faceva quella che non capiva. Io non conoscevo ancora il tedesco, aspettai di avere un minimo di basi della lingua e poi con molta gentilezza l’affrontai e scoprì le ragioni della sua ostilità: quella ragazza di 22 anni era stata sotto le bombe a Sarayevo, quando gli aerei italiani facevano le “operazioni chirurgiche” e due suoi famigliari erano morti sotto le bombe.

Non sapevo cosa dire, tanto mi vergognavo di fronte al suo composto dolore. Cosa potevo dirgli? l’unica cosa che mi venne in mente fu di dirle che molti italiani ed europei erano contro la guerra, io con migliaia d’altri avevamo partecipato alle manifestazioni contro la guerra e per quello che poteva servire ero profondamente dispiaciuta.

 

Berlino (1)

Prima di andare a Danzica sono stata dieci giorni a Berlino. C’ero stata nel 1991, un anno dopo la caduta del Muro. Era un cantiere, gru dappertutto. Stavano rinnovando la città. Nuovi palazzi progettati da grandi architetti come Renzo Piani. Restauro dei vecchi edifici come il Bundestag e la Brandeburgo Tor. Mi aveva entusiasmato l’isola dei musei, il viale Unter den Linden, il Museo di Pergamo e la Porta d’Ishtar. Vivevo in Germania allora. In quella occidentale.Studiavo il tedesco, amavo la Germania e la storia tedesca.

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Sono nata in un paese bruciato dai tedeschi durante la 2a Guerra Mondiale. Da bambina mio padre mi raccontava quando avevano ammassato  lui che aveva 8 anni, le donne, i bambini e i vecchi in fondo al paese con le mitragliatrici puntate, (c’era un servizio di vigilanza, all’arrivo dei soldati, ì maschi adulti erano fuggiti per non rischiare di essere spediti in Germania a lavorare come schiavi). Avevano trovato due soldati tedeschi uccisi in uno dei passaggi tra una corte e l’altra dell’antico paese fortificato e per rappresaglia volevano sterminare tutto il paese, per fortuna arrivò un contr’ordine, e i tedeschi se ne andarono senza uccidere nessuno (Scoprirono che non erano stati i partigiani, al buio i due soldati si erano sparati tra di loro o forse, dicevano in paese, la guerra era alla fine e l’ufficiale tedesco non volle caricarsi sulla coscienza tutti quei morti).

Invece qualche giorno dopo i fascisti strapparono unghie e occhi ad un povero ragazzo diciassettenne con ritardo mentale che nella sua ingenuità vestì una giacca militare trovata nei boschi intorno al paese, mentre tornava a casa, sfortuna vuole, incontrò un gruppo di fascisti, pensarono fosse un partigiano, lo torturarono e poi l’uccisero. Era lo zio di una mia amica.

Mio zio, Barba Berto, si fece 3 anni di lager, soldato sul fronte greco-albanese si era rifiutato di servire i tedeschi, era uno di quegli italiani sfigati che si fecero 10 anni di guerra.  Era di leva e fu inviato in Africa per la guerra coloniale, poi con la guerra mondiale finì prima  sul confine francese e poi si fece la guerra di Grecia e d’Albania. Nel ’43 con l’Armistizio voleva solo tornare a casa,  non aveva voluto la guerra, era stato costretto a farla.

E i fascisti della Repubblica di Salò al di là delle fesserie che si raccontavano e raccontano ancora oggi i loro epigoni avevano un unico problema salvare il “culo”, dopo vent’anni di dittatura, e conseguenti porcate, violenze, torture e repressione, dalla rabbia di chi avevano oppresso. Per questioni personali tradirono la patria di cui oggi si riempiono continuamente la bocca e furono responsabili della morte di altri milioni d’italiani, la guerra durò altri due anni.

Così mio zio finì su un treno piombato e in un lager dove soffrì la fame (perse 29 chili), diceva: “Trattavano peggio di noi solo gli ebrei e i polacchi”. Nel ’45 fu liberato dai russi, la guerra continuava e lui fu spedito verso est, in Russia. Riuscì a tornare in Italia nel ’46. Era un tipo allegro, della guerra non parlava mai davanti a noi bambini e non amava (per usare un eufemismo) i tedeschi e i fascisti, gli avevano rubato la giovinezza.

E la Croce Rossa…. Si, lui moriva di fame  e di freddo nel lager, la sua famiglia di poveri contadini si toglieva il pane di bocca, confezionava calde calze di lana e altro vestiario per inviarglielo al fronte e poi nel lager…Non ricevette mai nulla. Quello che gli apparteneva veniva girato agli ufficiali.

E poi io ho studiato e conosciuto la storia tedesca del ‘900,  la storia del Partito Socialdemocratico tedesco, la Lega di Spartaco, il rifiuto della guerra di Liebknect e di Rosa Luxemburg, l’opposizione dei lavoratori tedeschi al nazismo che non è quella degli ufficiali tedeschi che nel’44  si svegliano e tentano di uccidere Hitler, ma è quella resistenza di cui non si parla mai, ma che costò la vita ad 1 milione di lavoratori tedeschi, i lager furono inventati negli anni ’30 per reprimerli.

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A proposito di Lager:  ho scoperto anni fa e non riesco ancora oggi a farmene una ragione che nei Lager furono internati 12 milioni di persone….Vi siete mai chiesti quanti si salvarono e tornarono a casa? Beh ve lo dico io…E’ talmente enorme e mostruoso …1 milione di persone si salvò. 11 milioni morirono. 11 milioni di bambini, donne e uomini.

11 milioni di morti su 12 milioni d’internati… 

Di solito si parla dei 6 milioni di ebrei assassinati nei lager. E mi sembra giusto. Quello che non mi sta bene è che non si parla mai degli altri. E gli imbecilli che fanno del revisionismo storico per ragioni politiche, per sminuire gli ebrei, in realtà stanno nascondendo e giustificando la morte anche degli altri 5 milioni di persone. 

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La penisola di Hel.

Da Danzica dopo un’ora e 50  di ferryboat si raggiunge il porticciolo della penisola di Hel.

La penisola chiude la baia di Puck, all’interno della grande baia di Danzica. Il nome Puck mi ricorda l’opera di Shakespeare “Il sogno di una notte di mezza estate” e tutte le leggende sui folletti dei boschi dispettosi raccontate dai vecchi nella mia infanzia. Ce n’era uno che mi piaceva particolarmente. Dimorava sotto il castello medioevale,vicino al ruscello dove un tempo, molto…molto tempo fa, le donne del paese andavano a lavare la biancheria. Era un po’ fuori dal paese, però…lì l’acqua era più calda… Portavano i bambini nelle piccole culle di legno. I bimbi dormivano mentre le donne lavavano e sbattevano i panni sulle pietre in riva al ruscello, intanto chiacchieravano. Mentre erano distratte dai pettegolezzi, e dalle risate, il folletto (al fulatun) prendeva una culla, la portava in alto nel cielo blu e poi la lasciava cadere. Le madri urlavano, ma prima che la culla si sfracellasse in terra il folletto ridendo come un matto la raccoglieva e depositava sul prato!

La penisola di Hel è larga massimo 200 metri a parte nella piccola cittadina che da il nome alla penisola dove arriva ai 3 km di larghezza. Hel è un tipico posto balneare, una passeggiata con un ristorante dopo l’altro. Acchiappaturisti. Infatti l’attraverso senza fermarmi, vado diritta alla spiaggia. Arrivo al bosco, chiedo informazioni: posso scegliere il sentiero che passa nel bosco dritto di fronte a me e dopo 850 m. arriva alla spiaggia oppure 1200 m per arrivare alla punta della penisola.

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Scelgo il Bosco. E non sbaglio. E’ bellissimo. Pini marittimi, betulle e altri alberi. Morbido muschio verdissimo. Resto lì più di due ore. Più avanti nascoste nel bosco e tra le dune ci sono le fortificazioni, strutture anticarro, bunker, in questo paradiso ci sono state cruente battaglie da Napoleone alla 2 Guerra Mondiale. Tuttora è un punto strategico con strutture militari lungo la costa.

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Negli ultimi trecento metri ci sono le dune un po’ nascoste dai pini marittimi e dalla bassa vegetazione, poi sbuco sulla spiaggia. Bianca, finissima, sembra cipria. E’ domenica, siamo a fine luglio, c’è un po’ di gente appena si scende dalle dune, ma è comunque una spiaggia semi selvaggia. Cammino per qualche chilometro sotto il sole cocente e incontro qualche coppia o gruppo di amici arrivati con la bicicletta passando attraverso le dune. Chissà che faticaccia!

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I pini sulla duna mentre giro tra i ruderi delle fortificazioni mi danno sollievo alla calura, siedo sotto un pino  e osservo il mare, i fiori che crescono rigogliosi.  La duna in alcuni punti e così vicina a riva che il mare la sta erodendo, dei pini sono caduti sulla spiaggia sottostante, è successo da poco sono ancora verdi, altri sono al limite del bordo della duna, alla prima tempesta crolleranno. Quando riprendo il cammino immergo i piedi nell’acqua, non è fredda, certo non è il Mar Mediterraneo, ma si può fare il bagno e l’acqua è pulita.

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Per centinaia di metri non c’è un’impronta, non è ancora passato nessuno. Cammino sulla sabbia, è intatta, nonostante sia finissima ad ogni passo fa uno strano rumore,  scricchiola.  E’ ricoperta da una patina sottilissima, forse è salsedine. Nella luce accecante, con la gola riarsa, senza un’anima in giro, nel silenzio accompagnata dallo scricchiolio della sabbia mi sembra di camminare in un deserto.

Sto morendo di sete, m’informo, il primo bar è a 2,5 km! E’ il caso che riattraverso il bosco. Dove inizia c’è un gruppo di 4 betulle isolate, piantate nella sabbia, cosa faranno lì? Poco più in là un cartello raccomanda di non disturbare le foche…le foche!? Si, e anche una specie di balenottero.

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Speranzosa chiedo informazioni ad un nativo. Dove posso vedere le foche? Lui mi guarda con aria compassionevole e poi con un verso in polacco che non ha bisogno di traduzioni mi dice che me le posso scordare. Ci sono, ad ottobre, ma su un’isola 5 km al largo! Ahi me, niente foche… Invece no.

Attraverso il bosco, incontro una donna che parla solo polacco, però capisce che sto cercando un ristorante dove si mangi bene  spendendo poco, mi indica un locale che non trovo, perché sono accecata dalla sete e dalla fame, infatti cerco un po’ e poi mi scoccio e mi infilo in un ristorante. Dopo pranzo il mio cervello ricomincia a funzionare così ricordo che la donna incontrata nel bosco mi aveva detto che il locale è vicino al Focario! Vado, trovo il ristorante dove cucinano il pesce appena pescato, dalla folla e dalle facce felice comprendo che il consiglio era buono e finalmente vedo le foche. 7 foche, ad una certa ora gli addetti tra cui una veterinaria le fanno giocare con palle e cerchi intanto danno le medicine a quelle che ne hanno bisogno.

Al tramonto vado verso il porticciolo, arriva il ferryboat, si torna a Danzica.

Il porto di Danzica.

Sono partita da Danzica sul ferryboat che porta alla penisola di Hel in una giornata di sole. Costo andata e ritorno 8 euro. La motonave percorre tutto il canale o fiume Motlawa, fino alla confluenza con il grande fiume Vistola. Sulle sponde della Motlawa si sviluppa, per chilometri, il porto di Danzica (GDanks). Primo porto polacco.

E’ affascinante questo passaggio in mezzo al fiume tra le due sponde del porto. Grandi navi  alla fonda sono in costruzione o in riparazione. I cantieri si susseguono uno dopo l’altro. Si vedono le gru al lavoro, grandi tubi raggiungo le navi e le riempiono di sabbia, cereali, e chissà quante altre cose. I rimorchiatori ruotano le navi tra le sponde. Le fiamme ossidriche  saldano l’acciaio delle navi. Gli operai si fermano ad osservare le navi dei turisti di passaggio.

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Dal 1200 importante porto commerciale e per la pesca, fu tra le più importanti città della Lega Anseatica, la potente alleanza tra le città mercantili che controllavano il commercio nell’Europa Settentrionale e nel Mar Baltico. Nel XVI secolo divenne il più importante porto del Mar Baltico. Danzica e il suo porto contesi per secoli tra principi polacchi, cavalieri teutonici, russi e prussiani videro sparare qui il colpo di cannone che diede inizio alla 2a Guerra Mondiale. Il 1° settembre del 1939 alle 4.45 la vecchia corazzata tedesca Schleswig-Holstein con una cannonata sparata nel porto diede inizio all’occupazione della Polonia e alle ostilità che nel mondo in 5 anni causarono la morte di 50 milioni di uomini e donne. Oggi sulla penisola di Westernplatte, verso la foce, alle spalle del porto, c’è un monumento ai caduti polacchi e un museo a cielo aperto delle fortificazioni che ressero l’assedio di una settimana dell’esercito tedesco.

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Il porto di Danzica nei decenni successivi alla 2a guerra mondiale è stato più volte al centro di lotte di un forte e coraggioso gruppo di  lavoratori che pur rischiando la vita, la prigione e il posto di lavoro hanno saputo lottare per difendere i loro interessi sul luogo di lavoro. I Cantieri Lenin restano nella memoria dei lavoratori di tutto il mondo. Poi su questo è stata fatta grande demagogia. Solidarnosc il sindacato espresso dalle lotte è finito col diventare uno strumento di controllo dei lavoratori, ma questo non toglie nulla al coraggio e al valore dei lavoratori polacchi.