Trekking a Saimaluu Tach. Kirghizistan.

Ho passato tre giorni tra le montagne del Sud del Kirghizistan.

Abbiamo attraversato il paese da Bishkek, la capitale, fino a Naryn, poi invece di proseguire per il confine cinese siamo andate ad ovest, verso Kazarman a circa 150 km da Zalalabad ( o Jalalabad) confine con l’Uzbekistan. Eravamo quattro donne, dovevamo controllare il percorso verso Saimaluu Tach, uno dei trekking di preparazione, di acclimatazione, prima di affrontare il Pamir e il picco Domachii alto 5130 metri.

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Dintorni di Naryn.

Andando verso sud il paesaggio cambia continuamente, si passa attraverso zone climatiche molto diverse, è quasi incredibile per un’europea come me la varietà delle montagne, degli altopiani, i colori, i deserti e le vallate verdi circondate da montagne di varie forme completamente brulle, secche. Sono evidenti i movimenti della terra, ci sono alte montagne, montagne basse tondeggianti, altre sembrano dei cappelli appoggiati uno a fianco all’altro, altre sono morene lunghissime perfettamente tronche, come fosse passato un falegname con una pialla! Ci sono dei canyon sotto il livello del terreno, formazioni carsiche, onde di terra tagliate e colorate, valli verdissime nel deserto. Abbiano attraversato tutto il deserto di Ak-Tala, il deserto bianco… in realtà l’altopiano era verde, perché quest’anno ha piovuto tanto, dove di solito c’è erba secca e gialla c’erano distese di erba verde!

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Sullo sfondo la città di Naryn. Il fiume Naryn è uno dei due fiumi che va a formare il Syr-Daria.

Mi ha entusiasmato vedere cosa a prodotto il movimento della crosta terreste…

Devo ringraziare quattro cretini che ci hanno dato un’indicazione sbagliata, se ho visto un percorso tra le montagne bellissimo. I deficienti ci hanno fatto allungare il percorso di oltre 6 ore… tutto su sterrato, il viaggio doveva durare otto ore invece ne abbiamo fatte quattordici di ore. Mentre ci allontanavamo con il fuori strada mi ero voltata, avevo visto che stavano sghignazzando… Bisogna avere le pigne in testa per fare una cosa simile. Centinaia di chilometri tra le montagne, dove s’incontrano solo cavalli, qualche mucca e piccoli asinelli che stanno comodamente in mezzo alla strada e qualche rara yurta con tanti bambini curiosi che corrono felici a vedere e a dare il benvenuto a chi arriva.

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Una piccola moschea tra le montagne

Il nostro percorso in fuoristrada e stato tutto tra i 2000 e i 3030 metri.

Fino a Naryn, le strade sono asfaltate, poi sono dei begli sterrati, quando ci siamo accorte dell’errore, erano le 7 di sera, Natacha, la nostra guida e autista, tostissima donna, nascosta dietro un aspetto di delicato fiore femminile,  guidava da 10 ore, eravamo vicini a una miniera d’oro, un tempo importante, ora il villaggio nato intorno alla miniera è in decadenza. Grandi camion diretti alla miniera ci sfioravano nel tramonto.

Arrivati a Kazarman, abbiamo cenato e poi veloci a dormire, alle 6 dopo colazione siamo partite verso la nostra meta: Saimaluu Tasch.

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La nostra meta là sullo sfondo.

Abbiamo raggiuto dopo qualche chilometro tra le montagne delle yurte, dove ci attendevano le guide con i cavalli.

Dalle yurte siamo scese di qualche centinaio di metri verso un impetuoso torrente di montagna, lo abbiamo attraversato una prima volta su un traballante ponte tibetano, accomodato al momento dalle guide, poi di nuovo più avanti, questa volta a cavallo, perché era impossibile farlo a piedi. Poi per un’ora e mezza il sentiero saliva lentamente prima di diventare ripido.

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Io ero scoppiata. Non riuscivo a respirare, mai successo prima nella mia vita… ma dopo  quasi un anno senza muovermi, non è strano. Non ero allenata, ero stata in montagna solo due volte, e una volta per buona parte del tempo l’avevo passata a mangiare trote!

Sono partita dai circa 800 metri di Bishkek per arrivare intorno ai 2000 m. di Kazarman e poi cominciare a salire. Ho resistito un’ora e mezza, poi per non essere d’intralcio alle altre che erano lì per lavoro, ho deciso di montare a cavallo, non avevo mai fatto un trekking a cavallo… mi è piaciuto un sacco!

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Sul nevaio.

I cavalli in fila erano tranquilli, ho fatto delle belle foto, per tre ore mi sono goduta il paesaggio comodamente dall’alto di una sella. Siamo passati in mezzo all’erba alta, la flora che da noi è alta cinquanta centimetri, qui è alta 2 metri, abbiamo attraversato un grande nevaio, ripidi pendii erbosi e alla fine siamo arrivati a 3600 m. su un piccolo pianoro circondato dalle cime.

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Il “mio” cavallo può finalmente mangiare l’erba senza essere strattonato.

A metà strada abbiamo incontrato altre guide con i cavalli che stavano pulendo il sentiero e tagliando l’erba e abbiamo cambiato le guide.

In tre abbiamo fatto buona parte del percorso a cavallo, solo la nostra chef, Natacha, responsabile dell’agenzia la maison du voyager   ha fatto tutto il percorso a piedi.

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Famosa questa pietra simbolo degli antichi riti in onore del sole.

Arrivati a 3600 metri abbiamo lasciato i cavalli, di fronte a noi una pietraia saliva verso il colle, abbiamo passato l’ora successiva tra i pietroni alla ricerca dei Petroglifi, le iscrizioni rupestri, le più antiche hanno migliaia di anni e testimoniano il culto del sole degli antichi abitanti della regione, Sciti. Ci sono incisioni evidentemente di varie epoche successive: cervi con le grandi corna ricurve,  ghepardi delle nevi,  i serpenti simbolo della vita, scene di caccia, il ragazzo con attorno al capo i raggi del sole, ho visto su una pietra un animale identico a quelli della grotta di Altamira, scatto una foto ma si scarica la batteria, cerco un telefonino in prestito, torno indietro e in mezzo a tutti quei pietroni… non trovo più la pietra! Le iscrizioni più antiche sono anche le più belle, fatte con cura, eleganti e precise.

Al ritorno ho percorso il sentiero tutto a piedi. A parte i dieci minuti di una salita dove la guida dei cavalli ha voluto a tutti costi farmi salire a cavallo, perché riteneva che in un punto avrei avuto problemi con le scarpe che avevo…

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Nella pietraia a caccia di petroglifi.

Effettivamente ho fatto un’idiozia, sono andata in montagna con le scarpe da ginnastica, dopo aver passato la vita a criticare “gli scemi” che andavano in montagna con scarpe inadatte e poi cadevano o si ammazzavano rotolando giù dalle scarpate!

Ho attraversato il grande nevaio con le scarpe da ginnastica e come logica vuole ho rischiato di brutto di farlo tutto con il sedere, scivolavo da maledetti e non solo, raggiunta la terra era di quelle friabili che non teneva, e rischiavo continuamente di scivolare… un’idiozia, ma quando sono partita non avevo ben capito dove andavamo, pensavo fosse una passeggiatina… Accidenti alle lingue straniere! Era lo studio del percorso per l’ultimo trekking di preparazione prima di andare sulle cime del Pamir !

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Nei prati pieni di fiori blu oltre i 3000 metri.

Non ho avuto nessun problema a salire, mi hanno spiegato che salendo i cavalli in fila non possono che andare avanti, a scendere la questione cambia, bisogna saperli controllare con le redini. Cosa che non so fare. A salire non avevo nessun timore e il cavallo sentiva la mia sicurezza. A scendere, ho cambiato cavallo, sentivo che non era sicuro di se, o forse lui sentiva che non ero troppo tranquilla, anche perché pochi minuti prima avevo rischiato di scivolare sul nevaio.  Il sentiero era strettissimo, da un lato lo strapiombo di centinaia di metri, dall’altro il muro d’erba della montagna. Il cavallo ha fatto un movimento brusco con il corpo, io ero sbilanciata a sinistra verso la montagna, sono scivolata, potevo tenermi, ma nella frazione di secondo in cui è avvenuto il tutto, non ho capito bene cosa stava avvenendo e ho deciso che era meglio lasciarmi andare verso la montagna che cadere nello strapiombo, essendo strettissimo sono scivolata sotto il cavallo che mi ha scavalcato e … ho continuato a piedi!

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Petroglifi. Scena di caccia e serpente.

Intanto i kirghisi a cavallo che avevamo incontrato salendo avevano fatto un ottimo lavoro per chi sarebbe passato di lì dopo … due giorni, mentre per me con le scarpe scivolose, è stato faticoso, l’erba appena tagliata si agganciava ai piedi … ho fatto dei voli olimpionici!

Dopo quattro ore di discesa al torrente abbiamo trovato altri cavalieri ad attenderci per farci passare.

Dopo dieci minuti, il mio cavallo comincia a scalciare, infastidito dal cavallo che ci seguiva, forse erano stanchi e nervosi. L’ultimo pezzo l’ho fatto a piedi. Se voglio andare a cavallo devo imparare un po’ a conoscerli. I cavalli kirghisi sono molto quieti, ma comunque sono cavalli e un’idea di come si controllano è bene averla.

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Masha e la nostra guida dei cavalli.

Raggiunte le yurte abbiamo ripreso il fuori strada e raggiunto Kazarman per la cena. Stanche e contente abbiamo chiacchierato con altri escursionisti europei e poi a nanna. 

Il terzo giorno alle sei abbiamo fatto colazione e siamo partite in direzione di Naryn, poi Koch Kor, abbiamo fatto varie tappe per pranzare, vedere magazzini di prodotti locali, visitare guest house e dopo 16 ore abbiamo raggiunto Bishkek.

Io stanca e felice di aver fatto il mio primo vero trekking kirghiso.

 

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Afrosyob, la Samarcanda Sogdiana, la mitica Marakanda di Alessandro Magno; il complesso dei Mausolei Shihai-Zinda e il cimitero costruito sui resti dell’antica città.

L’altura di Afrosyob, la città sogdiana, costruita tra il 7° e il 5° secolo BC. a qualche centinaio di metri dalla Samarcanda ricostruita da Tamerlano tra il 1370 e l’inizio del ‘400, dopo che Gengis Khan nel 1220 l’aveva rasa al suolo, è uno dei luoghi che più mi hanno affascinato e fatto sorridere.

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La moschea Hazrat-Hizr del 7°sec., ma ricostruita sugli antichi ruderi nell’800.

Aveva un’estensione di tredici kmq, era una delle città più importanti sull’Antica Via della Seta e famosi erano i mercanti sogdiani.  Dalla madrasa di Bibi Khanoum, si vede in lontananza a sinistra la bella moschea di Hazrat-Hizr, alle sue spalle i resti della città sogdiana; di fronte la moschea, una strada che taglia di netto una collinetta, una parte dell’antica Afrosyob e sul lato destro della collinetta il cimitero.

Hanno tagliato in due parti l’antica città per far passare una strada… e su una parte dell’antica Samarcanda, abbandonata e ricostruita nella piana da Tamerlano che volle farne la capitale e perla del suo impero, sono secoli, che seppelliscono i morti. Mi è sembrato terribilmente ironico e una bella metafora della condizione umana. Per millenni città dei vivi ora è la città dei morti.

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Paesaggio. Qui inizia l’antica Afrosyob.

Se si va a destra, seguendo il muro del cimitero si arriva al bellissimo complesso di Shahi-Zinda, il cui significato è La tomba del re vivente, costruito nel XI-XII sec. attorno a quella che si crede la tomba del cugino di Maometto, Qusam ibn- Abbas, si dice abbia portato l’Islam in queste terre. Ci sono le tombe dei familiari di Timur e di Ulug-bek, di favoriti e notabili. E’ un luogo di pellegrinaggio per gli uzbeki, è necessario essere vestiti adeguatamente a un luogo religioso.

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Mausoleo a Shihai-Zinda.

Prendendo la strada che passa ai piedi della moschea Hazrat-Hizr, si arriva dopo qualche centinaio di metri al Museo di Afrosyob, all’interno gli oggetti rinvenuti nelle campagne di scavo. E’ interessante, in particolare un affresco trovato in un palazzo, con un colorato corteo di ambasciatori, una sposa su un cammello, anitre e altri animali. Uscendo sulla destra c’è uno dei passaggi per salire tra le colline in quello che resta della città sogdiana, tra i ruderi di terra grigia, muri con finestre appena accennate, colline, buchi dei tombaroli, greggi di pecore al pascolo, giovani pastori silenziosi che ti osservano, non si capisce se con curiosità o ostilità, mura di fortificazioni.

Si racconta che Alessandro Magno giunto nella città sogdiana nel 4°sec. B.C., disse che aveva sentito  molte cose sulla leggendaria Marakanda, e che in realtà era ancora più bella di come l’aveva immaginata. Qui durante un banchetto, ubriaco, uccise Clito uno dei suoi migliori generali. Clito difese dei generali macedoni sconfitti in una battaglia e gli gettò in viso una serie di verità scomode. Nei banchetti non si potevano portare armi ed era indegno anche per un Re uccidere qualcuno a un banchetto soprattutto chi come Clito gli aveva salvato la vita e con lui aveva legami di parentela. Alessandro era così addolorato per ciò che aveva fatto che tentò di suicidarsi.

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Ruderi dell’antica Marakanda.

Quando ho visitato Shihia-Zinda era una bella giornata di sole, mentre camminavo tra i mausolei ricoperti di maioliche turchesi e blu con stupendi disegni astratti di fiori, sento un profumo, mi ricorda che è ora di pranzo e ho una gran fame. Seguo il profumo, proviene da un edificio, penso forse c’è un caffè e posso pranzare, invece è una mensa dei dipendenti, non possono darmi nulla. Esco affamata, non voglio uscire dal complesso, altrimenti devo ripagare l’ingresso ed è costoso come un museo europeo… ho visitato solo una piccola parte, il sole picchia in testa feroce.

Dopo un po’ si avvicina un uomo, mi dice che ha sentito che volevo pranzare, se voglio mi accompagna dove fanno bene da mangiare. Dico Ok, ma deve essere economico. Non voglio farmi pelare solo perché sono straniera e soprattutto voglio rientrare a vedere i mausolei. Mi accompagna a circa 200 metri, di fronte, vicino alla stazione degli autobus, in un posto veramente orrendo. All’aperto ci sono dei brutti tavoli sgangherati, sotto il pavimento passa un canale, c’è un’apertura, si sente l’impetuoso rumore dell’acqua, penso, se non crolla il pavimento dissestato è perfetto, rinfresca l’aria! L’uomo che mi accompagna parla con il cuoco, mi dice che non devo dargli più di un tot. (circa 3 euro!). Lui ovviamente si prende una percentuale !

C’è in terra murato un grande pentolone e dentro cuoce il Plof, il migliore plof dell’Asia Centrale! Riso,carote, peperoni, uvetta, carne, un uova e non so’ che altro…. Squisito.

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Il miglior Plof dell’Asia Centrale.

Dopo pranzo finisco di vedere i mausolei di Shihia-Zinda, arrivo in cima al complesso, scavalco il muro, perché il cancello verso il cimitero moderno è chiuso. Mi affascina questo cimitero costruito su una città millenaria, giro un po’ tra le migliaia di tombe sotto il sole cocente, dopo un po’ vedo un uomo davanti a una tomba, ha un coltellaccio enorme in mano, lo guardo preoccupata… che intenzioni ha? Dopo qualche minuto da un sacco tira fuori… un gallo! E al gallo che si dibatte taglia la gola. Vedo uscire il sangue. Lentamente mi allontano senza perderlo di vista, mi chiedo se è matto e se rischio di fare la stessa fine del gallo!

Chissà cosa aveva da farsi perdonare dal morto che probabilmente gli tormentava il sonno?

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Sacrificio a Samarcanda.

Tempo dopo mi sono informata, non è nella religione mussulmana, ma esiste nelle tradizioni locali uzbeke e kirghise il costume di praticare riti e sacrifici di animali, per propiziarsi la buona sorte o il perdono, retaggio di religioni animistiche precedenti alla diffusione dell’islam.

Proseguendo il mio giro ho disturbato un cucciolo addormentato tra le tombe o visto un serpente e dei cespugli di capperi rigogliosi. Sulle pietre delle tombe erano impresse le foto dei defunti, mi sono stupita, gli uzbechi sono sunniti come i turchi e i kirghisi, pensavo non potessero rappresentare la figura umana.

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Cucciolo tra le tombe del cimitero moderno di Samarcanda,

 

 

 

 

Childrens targeted shocking scale. Nelle guerre attuali sparse per il mondo i bambini sono obiettivi di guerra.

* La foto in evidenza non è una mia foto. Ho scritto il post il 29 dicembre 2017, mi spiace, ma ora non mi ricordo in quale sito ho preso la foto, era free, gratuita.

29 Dicembre 2017.

Questa mattina accendo il televisore per sentire le notizie. Scelgo Al Jazeera (Emirati arabi), di solito guardo o questo canale o la BBC (Inglese) o Rtd (Russo), perché sono in inglese e perché mi permettono di confrontare le notizie e cercare di capire cosa succede nel mondo. Mi piace particolarmente Al Jazeera, mi sembrano più seri e lì trovo molte più informazioni che negli altri telegiornali. Nei Tg occidentali le informazioni sono molto più filtrate, tante notizie non passano o sono appena accennate.

Non so se ogni tanto scopro l’acqua calda, ma questa mattina ho capito, anche perché era scritto bello chiaro, che i bambini sono target – obiettivi di guerra.

Finora pensavo che fosse casuale, un effetto “collaterale” delle guerre: i bambini soldati di Boko Haram, (in un documentario uno di quei bambini, avrà avuto tredici anni, ora in un centro di rieducazione, raccontava che drogato con la cocaina, uccideva le persone come fossero animali…); le bambine o ragazzine rapite costrette a matrimoni forzati o ridotte a schiave sessuali; i bambini morti sotto i bombardamenti insieme ai parenti, quest’anno 700 solo in Afghanistan; 5000 bambini morti o feriti in Yemen dall’inizio della guerra per le sue conseguenze, bombe, colera, fame; i bambini morti nel Mediterraneo mentre fuggivano dalla guerra in Siria, o dall’Afghanistan e da altre guerre degli ultimi venticinque anni; i ragazzini rivestiti di esplosivo e obbligati a farsi saltare in aria in qualche mercato dei paesi mussulmani.

L’Unicef denuncia: i bambini sono targeted shocking scale nelle guerre moderne.

Sono obiettivi e poiché suppongo ci siano delle scale di gravità nell’attacco al nemico, i bambini stanno nella scala dello shock, cioè devono essere scioccati, così alla fine della guerra saranno dei sopravvissuti con seri problemi a riprendersi e questo sarà un’ulteriore danno per la nazione in cui vivono… Sono stuprati, usati come bombe viventi, come soldati, come schiavi, costretti a vivere per anni in campi profughi in condizioni estreme e senza frequentare la scuola.

E’ un vero attacco alla specie umana… se tocchi i bambini… vai a distruggere le basi della sopravvivenza della specie… la vita.

L’umanitarismo non serve a niente e l’indignazione pure, serve l’organizzazione per cambiare il mondo, ma questa mattina sono così incazzata… e poi non è vero che non serve l’indignazione, è il primo passo sulla strada della presa di coscienza, perché c’è un sacco di gente, totalmente indifferente, come assuefatta. Hanno il cervello talmente coperto dal grasso dell’abbondanza, intorpidito,  da non porsi domande e quando se le pongono le risposte, sono da brivido…

Gli animalisti che su vari siti di viaggio s’indignano dell’uso improprio fatto degli animali per sollazzare i turisti, come gli elefanti costretti a scarrozzare i viaggiatori, o le tigri o altri animali sedati per le foto con i turisti, sono un esempio di cosa significa avere il cervello coperto dal grasso dell’abbondanza.

Vanno nei paesi asiatici e africani, dove c’è uno sfruttamento bestiale delle persone, orari di lavoro senza fine, stipendi miserrimi, bambini costretti a lavorare per aiutare le famiglie invece che frequentare la scuola, bambine e bambini venduti come schiavi sessuali, bambini scheletrici con la pancia gonfia per la fame e questi …….. si preoccupano degli animali…

Sì, perché il passo è breve, da questa cecità passare alla giustificazione delle atrocità… 

Qualche mese fa dei video su Facebook denunciavano le atrocità della guerra in Siria.

Un video, mostrava un ospedale nel quale dei bambini feriti, scampati a un bombardamento, non piangevano più, in mezzo ad altra gente ferita, alle urla di una madre che aveva perso tutti i suoi figli, consolata da un ragazzo di 14 anni, allucinato, con il suo fratellino di pochi mesi tra le braccia, morto soffocato dalla polvere insieme a tutti i suoi famigliari e che lui non voleva abbandonare ai becchini. I bambini non piangevano più, annientati dall’orrore, avevano smesso di piangere. Si guardavano intorno smarriti, era talmente enorme quello cui assistevano che non riuscivano più a piangere.

L’altro video documentava le atrocità delle carceri siriane, le torture, gli stupri, in particolare delle donne, raccontava di una ragazza sedicenne incarcerata, massacrata, violentata talmente tanto dai soldati del governo siriano da indurla al suicidio spaccandosi la testa contro il muro della sua cella. La storia di questa ragazzina la sentii raccontare un po’ di tempo dopo in un documentario di Al Jazeera dalle donne siriane compagne di cella di quella ragazza. Era quasi impossibile stare ad ascoltare le atrocità subite da quelle donne.

Quello che mi lasciò allibita, in un sito per viaggiatori, di fronte ai pochi commenti a questo 2° filmato, tutti dello stesso tenore, fu la risposta di una ragazza italiana, tanto ignobile da indurmi a visitare la sua pagina. Giovane, una ventina d’anni, studentessa universitaria, tanto carina, pulitina, un viso da ragazza “per bene”.

La miserabile mentecatta non scrisse una sola parola sulla ragazzina violentata e  uccisa dai soldati nel carcere siriano, ma disquisì se la notizia era vera o falsa, per lei era falsa. Non si sarebbe capito il perché di quest’affermazione se non fosse che negli stessi giorni in Italia c’era un dibattito causato da Salvini sulla falsità delle notizie dei bombardamenti dell’aviazione di Assad con il gas su Khan Saykhun, che aveva causato settantaquattro morti, quasi tutti bambini e dopo qualche mese confermato ampiamente non solo dai russi, ma anche dall’ONU e da tutti i testimoni oculari.

Salvini e soci sostenevano che erano propaganda entrambi i filmati.

Prendendo per buona l’ipotesi (non lo è) di Salvini e soci, se anche fossero stati di propaganda contro la guerra o di una delle parti in conflitto, non tolgono nulla al fatto che quello che si vedeva e si sentiva raccontare nei video accade ogni giorno nelle zone di guerra in modo più o meno efferato: Siria, Africa, Iraq, Afghanistan e in ogni guerra moderna.

Mi chiedevo come poteva, la ragazza italiana essere  totalmente priva di empatia, forse era stupida… evidentemente schierata nel centro destra o nell’estrema destra, ha fatto 1+1 = 3. La sua parte politica sostiene una tesi sugli avvenimenti in Siria, lei in modo acritico la conferma.

Quella ragazza “tanto per benino” mi ha profondamente indignato:

  1. In quanto donna disprezzo le donne complici morali con gli uomini che stuprano le donne.
  2. In quanto “madre simbolica”, non riesco a sopportare il dolore di quella giovane creatura che poteva essere mia figlia.
  3. In quanto essere umano, ritengo intollerabili, disumane, simili bestialità. Odio profondamente una società che alimenta, giustifica, tollera tali atrocità, condotte da persone che hanno perso la loro umanità, su altre persone indifese, per mantenere i privilegi di pochi a scapito della maggioranza.

Guardavo la foto dell’insensibile ragazza italiana e mi chiedevo com’era possibile?

Mi sono venuti in mente due libri: “La banalità del male” di Hannah Arendt, libro mai letto, mi propongo da anni di leggerlo, ma avendo altre priorità e la giornata di ventiquattr’ore ho sempre rimandato. Non so se dopo averlo letto condividerò le sue tesi, ma dai commenti  e dalle frasi che ho sentito citare nel corso degli anni sono certa che varrà la pena di leggerlo. Lei, ebrea, fuggita negli USA, seguiva il processo a Eichmann gerarca nazista e scriveva articoli per il New Yorker, giornale americano, riflettendo sugli aspetti politici e morali, su com’era possibile che un uomo avesse potuto compiere simili orrori.

Brano preso dal sito Robe di donne: “La Arendt sostiene che la società civile aveva creato un nuovo tipo di criminale caratterizzato dalla mancanza di idee, ma non stupido, quanto senza spirito critico, e ubbidiente: un uomo che vive attraverso i condizionamenti esterni che gli sono dati dalla società, o da un capo politico, un uomo mediocre che vive per inerzia.

Eppure, questo criminale solerte, fa più paura di un mostro inumano, perché Eichmann, alla fine, avrebbe potuto essere chiunque: bastava non avere idee che potessero aiutare a comprendere che cosa era giusto e cosa sbagliato; bastava essere ligi al dovere, ubbidienti ai comandi impartiti, grandi lavoratori, e si era Eichmann, un uomo che viveva, ma non era calato nel reale e nelle sue implicazioni, che faceva parte di uno stato totalitario che plasmava le personalità a suo vantaggio.”

Di sicuro non sono d’accordo sull’affermazione che è uno stato totalitario a plasmare simili individui a suo vantaggio, oggi questo avviene nella democratica Europa, in tutto l’Occidente, nei cosiddetti paesi “liberi”. Infatti, l’affermazione della ragazza italiana è spiegata, appunto nel suo essere una persona senza spirito critico, ignorante (= mancanza di conoscenza) e manipolata dalla propaganda.

L’altro libro è “Le Benevole” di Jonathan Littell, libro di oltre 1000 pagine, interessante, avvincente, documentatissimo, ma così terribile che non sono riuscita a finire di leggere le ultime cinquanta pagine. Tra le altre, sostiene la stessa tesi, la manipolazione degli individui da parte della società. E’ stato per me impossibile finire di leggere quel libro perché in quel momento stavo vivendo in prima persona la repressione feroce e mascherata che in Europa ha disintegrato varie organizzazioni dei lavoratori e per me era chiaro che quello che era descritto nel libro stava di nuovo avvenendo, la disinformazione, la manipolazione degli individui, la repressione, avveniva lì sotto i miei occhi e il rimanente non è lontano da accadere.

… Sul controllo ideologico delle masse e degli individui, dai “Persuasori occulti” di Vance Packard scritto nel 1957 in poi sono stati scritti molti libri. Dalle facoltà di psicologia, alle ricerche delle neuroscienze nelle Università, alle aziende che cercano nuovi metodi per vendere i loro prodotti, agli strateghi delle campagne elettorali, delle campagne stampa e televisive, ai vari partiti che per mantenere un “cadreghino” (leggi poltrona in qualche comune, regione o in parlamento) sono disponibili a “fare monete false”,  agli apparati repressivi dediti a destrutturare le persone che vogliono cambiare il mondo, i cosiddetti “sovversivi”, sono tutti impegnati, spesso partendo da basi reali o dalle paure immaginarie ha falsificare la realtà, ad alimentare l’odio verso l’altro, a creare nemici immaginari, un “nemico” che una volta può essere l’emigrato, il nero, l’ebreo, il profugo, un’altra volta, il sindacato, il comunista… e così via.

Stanno desensibilizzando la gente, per prepararla alla futura guerra per la spartizione del mercato mondiale, esattamente come è successo due volte nel ‘900, al punto che di fronte alle foto del bimbo siriano dalla maglia rossa in fuga dalla guerra su un gommone, morto annegato e  arenato su una spiaggia del Mediterraneo nel 2016, ho sentito una persona dire: “…tanto gli immigrati sono solo “rumenta” (spazzatura)… (significa che non è un essere umano e da lì alla repressione, alle botte, allo sterminio il passo è breve…) e un giornalista di “sinistra” sul suo blog affermare che non si dovrebbero far vedere foto simili, “turbano”, questi sono un esempio della complicità, dell’uniformarsi ai luoghi comuni, della mancanza di senso critico, di mediocrità, della “banalità del male” ben descritta nei due libri che ho citato e della brutta china ideologica su cui stanno scivolando i paesi europei.

Se di fronte ai bambini divenuti obiettivi di guerra, ad una ragazzina stuprata e uccisa dalle violenze, ad un bambino morto annegato in fuga dalla guerra,  rimani indifferente, o peggio provi soddisfazione perché è morto un “nemico”,e se di fronte a simili tragedie un giornalista neanche di destra ma “di sinistra” ha come unica preoccupazione, non la denuncia ma la mistificazione… se un sacco di gente con la pancia piena si preoccupa delle tigri e degli elefanti invece che delle condizioni dei bambini e dei lavoratori dei paesi che allegramente visitano ….direi che siamo proprio malmessi.

E le conseguenze, conoscendo la storia del Novecento, delle crisi e delle guerre del capitalismo sono facilmente prevedibili…

 

 

 

 

 

 

 

Samarcanda

Novembre 2016.

Ho desiderato per molto tempo di andare a Samarcanda. Leggevo i libri illustrati sull’Asia dell’800, i libri scritti dai viaggiatori, guardavo le foto color seppia di inizio novecento. Poi mentre ero in viaggio mentre pensavo dove andare, guardavo su internet le immagini del Registan, altrimenti ero sicura sarei rimasta delusa. Non pensavo facesse parte del mio viaggio. La mia direzione era un altra, invece un cambio di percorso mi ha condotto lì.

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Il Registan.

Non sono rimasta delusa. Samarcanda è bella. Sono stupendi i suoi colori, i turchesi, gli azzurri in tutte le sfumature, i minareti, le cupole scanalate, i riflessi dalla luce sulle piastrelle colorate della Samarcanda di Tamerlano.

Il verde dei suoi giardini, le aiuole curatissime mi hanno sorpreso. Samarcanda è un’oasi in mezzo al deserto eppure è verdissima!

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Le mura dell’antica Afrosyob vicino alla tomba del profeta Daniele.

Afrosyob, dell’8° sec. A.C., l’antica Maracanda dei greci, la Samarcanda sogdiana, distesa su un’altura di loess, grigiastra, con anche dieci strati di città e epoche diverse sovrapposti e il suo museo con i resti di affreschi di un antico palazzo del 7° secolo che ti lasciano lì incantata. E il suo cimitero, la sua città dei morti sovrapposta alle altre, un tempo città dei vivi.

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Il cimitero, città dei morti, costruito sull’antica città di Afrosyob.

La tomba di Timur lo zoppo, del grande e sanguinario Tamerlano, luogo santo per gli uzbeki e uno dei luoghi più belli e affascinanti della città.

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Interno della tomba di Tamerlano il Grande.

La madrasa e quel che resta dell’Osservatorio Astronomico di suo nipote Ulug-Bek.

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La madrasa e moschea di Bibi Khanoum con la storia e le leggende che ancora adesso non ho ben chiare, a parte la rabbia di Tamerlano.

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Una delle cupole di Bibi Khanoum.

I colori della necropoli Shahi-Zinda costruita da Ulug-Bek e il Plof più buono dell’Asia Centrale.

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Le tombe della necropoli di Shahi-Zinda.

Ho girato a piedi per giorni. Sono tornata più volte nei luoghi che mi avevano particolarmente colpita: La Moschea di Bibi Khanuom e la sua storia d’amore e di morte con Tamerlano; la tomba di Tamerlano, oggi luogo sacro per gli uzbeki; la città dei morti costruita sull’antica Afrosyob e l’Osservatorio Astronomico di Ulug Bek che descriverò nei prossimi post.

Buchara.

Buchara per secoli tra le più importanti città della Transoxiana, distrutta da Gengis Khan, ritornò a essere una famosa, ricca città commerciale sulla Via della Seta e un importante centro religioso.

Tra il 1261 e il 1264 qui vissero Matteo e Marco Polo prima di andare verso la Cina! Buchara nei secoli attirò tra le sue mura importanti studiosi e poeti, tra i quali Abd Allah ibn Sina conosciuto in Occidente come Avicenna grande medico e astronomo. 

Buchara è bella. Piccolina. Il centro storico con le su madrase, le moschee, le cupole dei mercanti è Patrimonio dell’Umanità. Due o tre giorni sono sufficienti per visitarla. E’ un posto molto turistico, ma vale veramente la pena di vederla.

L’unica cosa irritante è che chi vive e lavora nel centro storico sono commercianti che campano sul turismo e sfacciatamente per loro sei un bancomat emettitore di banconote e basta!

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Mausoleo dei Samanidi.

Il Mausoleo dei Samanidi del 9° secolo, è uno dei luoghi più belli di Buchara, la stupenda armonia della sua architettura, insieme Soghdiana preislamica e innovativa, è un capolavoro dell’architettura mondiale. E’ una rappresentazione simbolica dell’universo. Ha la forma di un cubo simbolo della terra e della stabilità, la cupola semisferica che lo sormonta rappresenta il cielo. La bellezza delle sue facciate, costruite con mattoni seccati in forno che formano motivi diagonali, orizzontali, verticali, rettangoli, quadrati, rosette, e dischi, è evidenziata dalle colonne ai quattro angoli dell’edificio con piccole cupole che circondano la grande cupola centrale.E’ un luogo di pellegrinaggio musulmano, la gente entra a pregare sulla tomba, le sepolture sono nascoste nelle cripte sotterranee. Sarà l’armonia delle forme, sarà che la gente va lì a pregare e ci va con le migliori intenzioni, in questo luogo si respira, si sente qualcosa che ti trattiene lì dentro, e ti affascina.

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Madrasa Chor-Minor

L’altro luogo che mi è piaciuto particolarmente è la Madrasa Chor-Minor: “Quattro minareti”. Il corpo centrale della madrasa è circondato da quattro minareti con cupole blu una diversa dall’altra. E’ stato costruito nel 1807 grazie a un ricco mercante, però è evidente dalle pietre con antiche iscrizioni  (rune) che reggono le porte o sono inserite nei muri con altre colonne di un’epoca più antica, che è stato costruito su un antico tempio zoroastriano.

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Rune. Madrasa Chor-Minor
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Vecchie donne uzbeke sotto casa al fresco di fronte al Chor-Minor.

Ho cercato per due giorni il Chor-Minor, non riuscivo a trovarlo, è un po’ spostato rispetto a tutti gli altri edifici più importanti. Avevo una cartina illeggibile. Chiedo informazioni ad un uomo in bicicletta, mi accompagna, mi racconta che ha cinque figli e tutti studiano le lingue inglese, russo, francese, tedesco. Lui è fiero dei suoi figli. Prima di andarsene, dal sacchetto di plastica appeso alla bicicletta, prende un grande pane tondo, mi regala un pezzo del suo pane. E’ il pane più buono che ho mangiato in Uzbekistan!

A Buchara ci sono mille cose belle da vedere, conviene perdersi, girando a piede, con una carta e una guida, fermarsi ed entrare nelle madrase, dove spesso vendono, nel cortile interno o nelle celle degli antichi studenti coranici, prodotti di artigianato locale, o nelle mosche, dove si può; o sotto le antiche cupole dei mercanti dove potrete intavolare lunghe trattative per acquistare un tappeto, una tovaglia o un cappello in karakul. Mi mangio ancora le mani per non averne acquistato uno stupendo!

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Tra quei cappelli c’è il “mio cappello in karakul !”

Di fronte alla Madrasa della foto qui sopra c’è la Madrasa di Ulug-Bek, della fine del 1500, qui c’è un’iscrizione “La ricerca della conoscenza è il dovere di ogni seguace dell’Islam, uomo e donna”, conoscevo Ulug-Bek come grande astronomo, innovatore e saggio, conosciuto e apprezzato nella sua epoca e nei secoli successivi anche in Europa, dopo aver saputo di questa iscrizione, la mia ammirazione nei suoi confronti è ancora cresciuta! Consiglio a tutti la visita di quel che rimane del suo osservatorio astronomico a Samarcanda.

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Madrassa di Ulug-Bek a Buchara.

L’Ark è la fortezza-cittadella e il più antico edificio di Buchara, ricostruito più volte, ha mura imponenti. All’interno ci sono due musei e un’antica moschea e molti altri edifici, fino all’inizio del 20° secolo ospitava ancora 3000 persone.

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Leone nel cortile del trono della cittadella d’Ark.

Di fronte alla fortezza c’è la Moschea del Venerdì con il suo piccolo minareto e una delle poche vasche rimaste delle oltre 100 presenti fino all’inizio del ‘900 nell’oasi di Buchara, furono interrate perché erano diventate putridi e malsani acquitrini.

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La seconda cinta muraria della città.

A una certa distanza dall’Ark c’è la seconda cinta muraria che proteggeva la città, dell’8°sec. Le condizioni non sono buone come quelle degli altri edifici, ma di fronte c’è un piccolo mercato, dove si può comprare la frutta fresca!

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Il grande complesso del minareto Kalon, con la sua moschea, la madrasa ancora attiva e i grandi cortili interni con cupole e colonne è bello, imponente, dall’esterno sembra una fortezza inattaccabile o un nostro antico monastero.

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Il complesso del minareto Kalon visto dall’esterno.

Credo di essere una donna rispettosa delle religioni altrui, perché comprendo i meccanismi che portano le persone a credere, anche se sono atea, ma qui ho dato dello stronzo ad un fondamentalista islamico. Ero stata invitata a entrare nella moschea da un gruppo di donne islamiche, altrimenti non mi sarei permessa di entrare, dopo un po’ le donne se ne vanno, io resto. Arriva questo deficiente maleducato e con pessimi modi mi dice nella sua lingua che me ne devo andare, comincia ad agitarsi e sbraitare. Io sono esterrefatta e non mi muovo, anzi lo ignoro proprio. Telefona al guardiano che mi dice devo andarmene. Mi alzo, esco vado dal guardiano e gli spiego da incazzata la situazione. Quando capisce, ride e si scusa. 

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Cortile con il minareto Kalon.

Oltre agli splendidi edifici storici, nelle viuzze, le case sono costruite in fango secco, ma si vedono anche molte case nuove e si capisce la ricchezza prodotta dal turismo.

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Casa in fango.

Dopo il primo giorno con un sole splendido, un cielo blu, una luce eccezionale che si rifletteva si muri bianchi rendendo la città magica, poi essendo novembre, per tre giorni sempre cielo grigio.

Buchara è una città dove fare i turisti, apprezzare la storia, la bellezza e la grandezza della specie umana, ma non una città da viverci, come invece è possibile nella bella e moderna città di Taskent.

 

Tashkent. Come partire per Samarcanda e ritrovarsi a Buchara… in piena notte!

Novembre 2016.

Sono arrivata ieri sera che era quasi mezzanotte. Il treno da Andijan a Tashkent aveva quasi tre ore di ritardo… il viaggio in treno tra i campi di cotone, i frutteti e le vigne della Valle di Fergana è bello. Mi sono proposta di tornare in un’altra stagione e fermarmi nella valle.

La Valle di Fergana in tempi recenti è stata tormentata da sanguinose repressioni, rivolte, problemi territoriali con i vicini kirghisi e tagiki. I controlli sono severi. Si è obbligati ha registrarsi ogni notte in hotel, mentre in altre zone dell’Uzbekistan ti puoi registrare ogni tre giorni. Sono gli hotel a registrarti, è meglio ricordarglielo evitando così arresti e multe salate. Chi viaggia in bicicletta e vuole fermarsi a dormire sotto le stelle, nella Valle non può.

Non avevo prenotato l’hotel, alla partenza ero incerta se fermarmi in qualche città della Valle di Fergana o andare direttamente a Samarcanda. Nel 2° caso pensavo: arrivo a Tashkent, faccio il biglietto e proseguo. Non sapevo ancora come funzionano i treni, le biglietterie e i ritardi in Uzbekistan!

I treni sono sempre in ritardo… vai a capire perché, hanno poche linee, pochi  treni… bei treni, simili alla Freccia rossa.

Sul treno sono l’unica occidentale e tutti sono curiosi, una donna, una cantante lirica sta andando in ospedale a Tashkent per una delicata operazione, chiacchieriamo un po’, prima di scendere mi regala una forma di pane tradizionale e della frutta secca. Vorrei rifiutare, non so dove metterli, ma è impossibile, i vicini di sedile mi dicono che devo accettare, è di buon augurio per lei che va ad affrontare una difficile operazione. La ringrazio tantissimo.

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Arrivo nella notte e non so dove andare a dormire, vicino alla stazione non vedo hotel, per fortuna in treno avevo chiacchierato con molta gente, tra queste una donna e la sua bambina, le chiedo informazioni, lei con i suoi amici mi accompagnano in un hotel della città, piuttosto lontano dalla stazione. Costo 26 euro. In realtà il primo hotel dove mi hanno accompagnato costava quasi 200 euro! Pensano che gli occidentali siano tutti ricchi…

Mi alzo alle 6,30. L’impiegato dell’hotel mi accompagna alla stazione, saranno 5 km e si fa pagare 8000 sum, la stessa cifra pagata per fare 70 km!

Arrivo alla stazione pensando di prendere il treno delle 8.45, avevo visto l’orario su internet, invece partiva alle 7.45! C’è folla, la coda è molto lunga, coda, si fa per dire… centinaia di persone ammassate davanti agli sportelli, tutti che ci provano a passarti davanti, gli uomini sono particolarmente stronzi…tutti usano falsi privilegi per superare gli altri, tirano fuori tessere, si fanno accompagnare da un poliziotto, parlano all’orecchio dell’impiegato che controlla tutto questo casino e che li agevola se paghi, la gente in coda brontola seccata, ma fanno poco per impedirlo.

Ci sono varie possibilità: ore 8.45 treno di lusso, 124.000 sum=37 euro; ore 17.15, 57.000 sum=17 euro oppure 18,45 posto economico 37.000 sum=11 euro. Scelgo quest’ultimo treno, così posso vedere la città di Tashkent.

E’ un’ottima idea e una bella esperienza.

L’oasi di Tashkent ha 2,2 milioni di abitanti, capitale dell’Uzbekistan si trova in uno stato in cui tre quarti del territorio è desertico, ha una storia antica, ci sono dei riferimenti a questa città in testi cinesi del II°secolo a.C. (all’epoca si chiamava Beitan).

Non avevo preso in considerazione una visita della città. Se non perdevo il treno del mattino, non mi sarei fermata. Credo sia sottovalutata dal turismo internazionale. E’ una bellissima città. La parte moderna mi è piaciuta moltissimo. Sulla cupola del Forum dei congressi c’è un gruppo di cicogne! Un paese che usa le cicogne come simbolo non può che essere un bel posto.

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Cicogne sul Palazzo dei Forum

Tashkent fu quasi completamente distrutta da un tremendo terremoto nel 1966. Completamente ricostruita ha grandi viali, parchi, giardini, bei palazzi e intorno al Bazar Chorsu quel poco che si è salvato della città vecchia.

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Arrivo in metro alla piazza Timur Amir Maydan, spiccano l’immenso Hotel Uzbekistan e lo spettacolare Palazzo dei Forum Internazionali, costruito come palazzo di rappresentanza della nazione, ospita cerimonie di stato, congressi, conferenze e momenti culturali che riguardano tutta la nazione.

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La Biblioteca Nazionale

Dalla città nuova al Bazar Choursu cammino lungo un viale alberato per qualche km, intorno begli edifici monumentali moderni come la Biblioteca nazionale, parchi, bei palazzi, poi prendo l’autobus e qui conosco una coppia di giovani, lui di origini kazake, lei uzbeka. Mi accompagnano in giro per il bazar Choursu, il più grande della città. Uno dei più bei bazar che ho visto in Asia Centrale. Grande, alcuni padiglioni sono posti in suggestivi edifici rotondi di epoca sovietica. Ordinati e puliti.

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Uno degli edifici del Bazar Choursu

Vicino all’ingresso del bazar c’è l’antica e bella Màdrasa Kukeldash costruita nel XVI° secolo e la Moschea Jami del XV° secolo.

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La madressa e sullo sfondo le cupole della moschea.

Usciamo dal bazar, andiamo in un caffè a bere tè e a mangiare la torta comprata nel padiglione dei dolci e del pane. Buonissima!

Visitiamo la màdrasa Kukeldash e il suo giardino interno. I due ragazzi devono tornare a casa, per non lasciarmi sola telefonano a un loro amico, che arriva con un altro amico turco, insieme andiamo a visitare il complesso religioso di Sheikhantaur, tre antichi mausolei del XVI°, in uno di essi c’è il più antico Corano dell’Asia centrale, non posso vederlo perché sono un’occidentale! C’e’ una festa religiosa. Essendo una libraia antiquaria mi secca un po’, amo i libri antichi. Una cosa è certa gli uzbechi sono un po’ fissati ed estremisti sulla questione religiosa, lo verificherò in più di un’occasione.

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L’edificio del Circo costruito in epoca sovietica.

COME PARTIRE DA TASHKENT PER SAMARKAND E FINIRE A BUCHARA (Buxoro in uzbeco) in piena notte!
Acquisto il biglietto per Samarkand, 37000 sum uzbeki. Km 344. Sono tre giorni che viaggio senza una pausa… sono stanchissima. In più sul treno c’è una persona che disturba la parte più profonda di me. MI ADDORMENTO. Dopo tre ore mi sveglio, vedo una grande stazione… chiedo a una donna è Samarcanda? No, è la prossima (era mezza addormentata anche lei, infatti quella era la stazione di Samarcanda! Il mio sensore interno non sbaglia mai… peccato che spesso non lo ascolto!).
Mi riaddormento, passano un’altra ora, mi sveglio, guardo l’orologio, mi dico non è possibile… è vero che i treni uzbeki sono sempre in ritardo, ma questo è troppo.
Vado dalla ferroviera, quando capisce, vuole farmi scendere alla prima stazione, così posso prendere il 1° treno per tornare indietro. Mi rifiuto. Sono le 23,30 di sera. Sono sfinita e visto che ormai manca solo un’ora a Buchara tanto vale che cambio il mio piano di viaggio.

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Tappeti uzbechi al vento a Buchara.

Mi ci vorrà un bel pò a farle capire perché non voglio scendere, credo sia un problema tipico di gente che vive in paesi dove ci sono dittature o poche libertà e povertà. Se dici che vai lì devi andare lì, altrimenti ti guardano con sospetto. “Chissà che cosa ha in mente questa? Sarà una spia?”.

Questa è una delle cose che da un lato fa ridere, dall’altra è demenziale… 

A metà novembre, a Samarcanda, un pomeriggio sul tardi è buio pesto e mi sono persa! Il mio hotel è trenta minuti dal Registan, sto tornando, ci sono pochissime luci, è talmente buio che non riesco a leggere la cartina, ad un incrocio c’è una fermata d’autobus con un sacco di gente, io con la mia cartina in mano cerco di fermare qualcuno, niente… è gente di corsa che torna a casa dal lavoro, sono straniera, mi guardano con diffidenza e se ne vanno,  finché non m’incazzo e alla fermata con decine di persone, in perfetto italiano e sventolando la mia cartina, alzo la voce e gli dicono che sono una turista e non una spia che non so’ come fare a tornare in hotel, e il loro paese è uno dei più poveri dell’Asia, non so’ cosa cazzo c’è da spiare… e magia… tutti si fanno intorno e mi spiegano come tornare!

Provate un po’ voi a trovarvi da soli, in un paese asiatico, di notte, al buio, con male ai piedi  boia, dopo aver camminato tutto il giorno e senza sapere come fare a tornare in hotel, come improvvisamente diventate “socievoli”!

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Le mura imponenti dell’Ark, la fortezza di Buchara.

Il giorno prima cercavo un museo, succede la stessa cosa: chiedo informazionie a tre persone diverse,  perché non c’è un cartello con il nome della via in cui mi trovo, manco a pagarlo, e non c’è un indicazione in nessuna via del centro, tutti e tre mi guardano e non mi rispondono e vedo che hanno timore e un punto interrogativo stampato negli occhi, se ne vanno svelti senza darmi informazioni. Il posto che cercavo era dall’altra parte della strada. Non vado in giro vestita come una barbona, sono vestita normale, ho capito cosa gli frullava nella mente, gli chiedevo  a 20 metri dal museo, dov’era… questi vivendo in un paese dove ci sono state violente repressioni ed è evidente lo stretto controllo poliziesco (sono proprio arroganti) si chiedevano se ero proprio una straniera o se ero qualcuno dell’apparato repressivo del paese che li metteva alla prova, se svelavano qualcosa di segreto…

Stessa cosa per le fotografie, non puoi fotografare le stazioni, dicono che hanno problemi con il terrorismo. L’obiezione, potrebbe essere, non sono asiatica e neanche mussulmana e se fossi asiatica sono anche un po’ avanti negli anni per andare in giro a fare simili bestialità, cose che di solito fanno dei giovani indottrinati a dovere.

Non puoi fotografare le metropolitane, ministeri, palazzi o dei cessi di fabbriche che da noi sarebbero chiuse da 40 anni, un giorno mi hanno ripreso perché fotografavo un muro… in realtà stavo fotografando l’albero sopra il muro. Questo mi è successo in 3 paesi differenti e mi hanno spiegato che oltre il terrorismo temono la concorrenza, secondo me bisognerebbe un’attimino inserire il cervello: ma cosa vuoi che mi freghi di fotografare delle fabbriche o dei palazzi mezzi in disuso se non perché da noi li hanno già tirati giù 30 anni fa e sono caratteristici per la loro architettura o perché appartengono ad un periodo storico ormai finito. Potrei, forse, capire se fossero delle nuove Sillicon Valley o qualche altro posto del genere, ma sono economie arretrate…

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Muro kirghiso che vai a sapere perchè non avrei dovuto fotografare.

Ora che mi sono tolta un sassolino da una scarpa torniamo al treno!

La ferroviera, quando capisce la mia stanchezza, mi fa sedere nel suo scompartimento e mi offre il te. E poi lei e altre due persone mi saranno di grande aiuto. E’ gente che sa’ cos’è la solidarietà. In paesi come l’Uzbekistan, il Kazakistan dove esiste una condizione delle donne pessima (molto peggio che da noi) ho trovato una solidarietà tra le donne che non ho mai visto da nessun’altra parte…

Sono meravigliose. Ero sfinita. Stavo per svenire dalla stanchezza. Mi hanno fatto dormire, di nascosto, nell’Hotel dei dipendenti delle ferrovie… alle 6.30 prima del cambio turno, una di loro mi ha svegliata, entro le 7 sono uscita, fresca e riposata. 

In questi mesi, mi sono fermata in ostelli o in guest house, più raramente in hotel, in Uzbekistan invece sono stata quasi sempre in Hotel, i prezzi di novembre erano buoni, i costi quelli di un ostello. Avevo visto su internet dei prezzi alti…
A Buchara sono arrivata in taxi dalla stazione ferroviaria, 10 km a piedi non li potevo fare trascinando il mio trolley. Spesso in Asia Centrale le stazioni sono a molti km dal centro città. Mi sono fermata al primo hotel, mi hanno chiesto 80 euro da 150 del listino. Saluto, passo al successivo 60, a quello dopo 45 però dopo una trattativa erano diventati 35 euro…

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Cammello davanti all’Ark a Buchara.

Stavo per fermarmi lì… fortuna vuole che il taxista gentile, ma un po’ impiccione, tutte le volte entrava con me in un nuovo hotel, quando va per prendere le valigie, trova la macchina chiusa e con le chiavi nel cruscotto.

Passerà mezzora a scassinare la sua macchina! Con l’aiuto di colleghi e passanti alla fine riuscirà ad aprirla…

Intanto che aspetto di recuperare trolley e zaino mi guardo intorno e punto su un’altro hotel, questa volta 35 euro, alla fine pagherò 23 euro al giorno ( su internet è a 90 euro) cioè 80.000 sum,  PERCHE’ HO CAMBIATO la valuta IN BANCA. Mentre a Samarcanda, Tashkent, Kokand, pagherò la stessa cifra 80.000 sum ma visto che AVRO’ IMPARATO A CAMBIARE AL MERCATO NERO LA STESSA CIFRA CORRISPONDERA’ A SOLI 12 EURO SCARSI!!
Concludendo in Uzbekistan si cambia solo al mercato nero altrimenti paghi tutto doppio! No, una volta in banca serve per avere una ricevuta per giustificare i sum che hai in tasca, se mai qualcuno te lo chiedesse, ma non credo. (vedi Post scriptum).

Il giorno dopo mi sveglio… e quello che vedo m’incanta c’è un cielo blu estivo, la luce e il contrasto con il colore degli edifici e qualcosa che è difficile da descrivere. Faccio centinaia di fotografie. Stupende.
Mi sveglio il giorno dopo il cielo è grigiastro, la magia e finita. E PORCA P. le foto dal mio telefonino sono sparite…

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Il mio hotel a Buchara.

PS. Dopo le elezioni del dicembre 2016, seguite alla morte del Presidente Karimov, al potere da vent’anni, un po’ di cose sono cambiate. Il cambio al mercato nero non e’ piu’ favorevole come nel 2016. E pare che sia obligatorio per gli stranieri pagare gli hotel, in valuta pregiata, dollari o euro. Se partite con un viaggio organizzato da una agenzia la questione non si pone, mentre per chi viaggia da solo o con un viaggio fai da te e’ bene informarsi. E’ bene avere un po’ di contante. Continuano ad esserci problemi a prelevare con carta di credito o bancomat anche in banca. Un giorno, finito il contante, ho dovuto girare 6 banche a Buchara prima di trovarne una che mi facesse prelevare. Avevo i capelli dritti in testa, neanche in Hotel era possibile pagare con la carta di credito, mi chiedevo come cavolo avrei fatto!

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Dal confine Uzbeko scendendo verso Andijan.

Novembre 2016.

Dopo tre giorni in giro per Osh, prendo un taxi che mi porta al confine a Dostok, 250 sum, sono meno di 10 km da Osh.

Entro negli edifici, c’è coda. Compilo un modulo: dichiaro le motivazioni del mio viaggio, e quanto denaro porto con me, è necessario essere precisi perché al ritorno se le cifre non concordano, ti sequestrano tutto il denaro. Si dichiararono anche telefonini e computer. Il modulo timbrato va conservato e riconsegnato al ritorno.

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Qui i controlli sono severi.  Aprono e perquisiscono zaino e trolley. Mi fanno aprire il computer e guardano i file. Mi chiedono se ho medicinali e libri religiosi. Non ne ho. Alcuni medicinali,  sono considerate droghe, ed è bene evitare libri religiosi.

Ed è vivamente sconsigliato tentare di corrompere i doganieri con denaro, magari per saltare la coda. Ci sono dei cartelli istruttivi e a colori che se anche non capisci la lingua ti fanno chiaramente intendere che se osi, finisci in carcere per mesi!

Sono comunque molto gentili, quando scoprono che sono italiana, diventano ancora più gentili, usano tutte le parole che conoscono, Juventus, Celentano, Toto Cotugno, accennano alla canzone “Io sono un’italiano, sono un’italiano vero..”! Totti, Roma, ecc. 

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Comunque da subito si percepisce che qui tira un’aria diversa, non è il Kirghizistan, dove ci sono istituzioni democratiche…

In coda faccio conoscenza con una ragazza russa, il padre lavora in Uzbekistan. Chiacchierando scopro che moltissimi uzbechi o russi, o uzbechi emigrati arrivano in aereo a Osh o a Bishkek perchè costa molto meno che arrivare direttamente a Tashkent.

Importante: controllare sempre se il confine è aperto. Le frontiere sono soggette a chiusure improvvise per feste nazionali, festività o tensioni con i paesi confinanti.

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Esco. Circondata da taxisti che sono dei mastini e delle facce di bronzo, dopo varie trattative, io “parlo” inglese loro uzbeko, grazie anche all’aiuto di un russo indignato dalle cifre esorbitanti che mi chiedono per portarmi alla stazione di Andijan, dai 20000 sum iniziali pattuisco con un taxista 8000 sum (sempre troppo, ma sono europea, viaggio da sola e soprattutto sono donna = pollastra da spennare!). L’autista mi prende le valige, le chiude a chiave nella sua macchina e se ne va. Nello stesso tempo altri taxisti ci riprovano a trattare.

In questa terra di nessuno, in mezzo a camion, macchine e pulmini, strade dissestate e buche mi chiedo dov’è finito…
Dopo un po’ ricompare con un giovane uzbeko emigrato in Russia che torna a casa. Sparisce di nuovo.
Ora siamo in due ad aspettare. Cerco di fare conversazione.
Sembra un uomo solido con dei problemi. Sta sulle sue, però è gentile, visto che ostinatamente cerco di farlo chiacchierare, per capire la situazione. Parlare la stessa lingua è meglio, in ogni caso per le cose essenziali ci si capisce lo stesso. Altrimenti mi sarei persa da un pezzo in mezzo all’Asia Centrale!

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Ingresso ad un borgo. lungo la strada per Andijan.

Torna il taxista, penso si va… no, ci spostiamo solo di 500 metri. E’ chiaro che il taxista vuole riempire la macchina prima di partire, aspettiamo… riceve una telefonata, andiamo a prendere a casa un altro uomo in un borgo a qualche km da lì. Si va…

Scendendo dal confine, all’inizio le strade non sono asfaltate, ci sono molte case in costruzione, immagino le stiano costruendo con le rimesse degli emigrati. Il paesaggio a novembre è brullo, spoglio. Ci sono vigneti, campi, alberi da frutta e campi di cotone.

Arriviamo ad Andijan la prima città, la distanza tra Osh e Andijan è di 79 km, circa due ore in macchina, ma non ho idea di quanto tempo ho impiegato ad arrivarci, tra la coda al confine, le trattative per il taxi, l’attesa mentre il taxista cercava altri passeggeri, la deviazione in un paese a prelevare il terzo passeggero, le deviazioni o fughe improvvise in mezzo ai campi per evitare i posti di blocco, probabilmente non era autorizzato a fare il taxista… qualcuno lo avvisava quando più avanti c’era un controllo. Non mi sono mai preoccupata, gli altri passeggeri uzbeki erano tranquilli, perché dovevo preoccuparmi io?

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Il mio primo te in terra uzbeka.

Mi faccio accompagnare alla stazione dei treni. All’ingresso delle stazioni e nelle metropolitane ci sono controlli severi, poliziotti dappertutto. Acquisto il biglietto e vado a pranzo al ristorante/caffetteria della stazione, dove mangio un plof buonissimo cucinato all’aperto e bevo il mio primo tè uzbeko. Secondo me in Uzbekistan cucinano il miglior plof dell’Asia Centrale, mettono anche l’uvetta sultanina!

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Cucina all’aperto a Andijan.

In attesa fotografo il paesaggio urbano, e scopro che non è formale il divieto di fotografare stazioni e edifici governativi. Proprio non si può! Si rischia l’arresto. Alla fine il poliziotto che mi ha bloccata, controllato i documenti, perquisito trolly e zaino, sorridendo mi dice “Se fa in fretta, una foto la può fare”. E io fotografo e viene una schifezza di foto.

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Stazione di Andijan.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uzbekistan arrivo!

Fine Ottobre 2016. 

Per giorni perdo tempo girando per la città di Bishkek, alla fine mi decido a fare il visto per l’Uzbekistan. E accidenti a me, di venerdì, e proprio il giorno che riprende a nevicare! Qui quando nevica, nevica sul serio.

Voglio andare a piedi all’Ambasciata Uzbeka. E’ lontanuccio. Sei chilometri. Fa un freddo cane. Mentre sono per strada, comincia a nevicare. Arrivo all’ambasciata coperta dalla neve e congelata. Suono. Non vogliono ricevermi. Dovevo prendere un appuntamento telefonico. Penso col cavolo che me ne vado senza visto dopo questa scarpinata. Mi attacco al campanello della porta blindata. Alla fine aprono. Sulla porta un uomo con sguardo severo mi guarda, ho il piumino pieno di neve, tremo dal freddo, sorrido… non sapevo che serviva l’appuntamento… mi fa entrare, chiama un’impiegata che parla un buon inglese. Spiego perché voglio andare in Uzbekistan… Samarcanda, Buchara, Gengis Khan, Tamerlano, sogno da una vita di visitare il loro paese… Dopo dieci minuti, ok mi fa il visto. “Vai in banca a pagare”. Torno dopo un’ora e mezza e il mio visto è pronto!

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Strada di montagna nei dintorni di Bishkek.

Uzbekistan arrivo!

Samarcanda il sogno di una vita. Mi sembra quasi incredibile… ho il visto per Samarcanda… per anni ho letto libri, ho sognato questo viaggio sui disegni di antichi viaggiatori, sono bellissimi, soprattutto quelli inglesi e francesi nei libri ottocenteschi.

Non ululo di gioia, solo perché in mezzo alla fitta nevicata non vorrei mi scambiassero per un lupo e mi sparassero. Qui intorno sulle montagne ci sono i lupi.

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Parco al centro di Bishkek.

La mia idea iniziale era prendere un mashrutka, un minivan, attraversare il Kirghizistan, i passi a 4000 metri, vedere le montagne e i laghi, arrivare a Osh, passare lì il confine ed entrare in Uzbekistan. Strada seguita da molti viaggiatori in estate e in autunno.

Ma ora è la fine di ottobre e negli ultimi giorni ci sono state grandi nevicate. Tutti mi sconsigliano, per i metri di neve che troverei in montagna, per le strade dissestate e perché sono una donna che viaggia da sola.

Altra possibilità è l’autobus da Bishkek a Tashkent, si esce dal confine a 25 km da qui, il viaggio è quasi tutto in territorio Kazako, le strade sono migliori, si passa nelle antiche città di Taraz e Shimkent.

Seccata, scelgo questa seconda soluzione. Vado alla Stazione Nuova degli autobus, prendo tutte le informazioni necessarie. Ci sono due autobus alle 19,30 e alle 20,30. Si viaggia tutta la notte, l’arrivo a Tashkent è circa 14 ore dopo. Costo 720 sum kirghisi, meno di 10 euro per 670 km.

La sera dopo mi presento alla stazione alle 18.00… Sono puntualissima nelle cose che reputo importanti, altrimenti sono sempre in ritardo. Sono una ritardataria cronica, nella mia vita ho perso mille treni, autobus, anche qualche aereo, ma a quell’appuntamento con l’autobus sono arrivata in anticipo… così ho potuto capire la situazione ed evitare un sequestro… ma questa è un’altra storia.

 

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Monumento alla Rivoluzione, il popolo kirghiso in armi.

 

Durante il tentato sequestro non mi sono spaventata subito, quando lo spirito di sopravvivenza è impegnato a salvarti la vita non hai paura, non ne hai il tempo… quando sei fuori pericolo, ti casca addosso la paura.

Mi guardo intorno, i soffitti bassi della stazione e la fioca luce gialla sono opprimenti, la gente raggomitolata nei cappotti sulle poltrone di legno, indifferente. Ho paura a uscire dalla stazione, e se mi aspettano fuori? “No, non credo ci riproveranno questa sera, oramai, la loro “sorpresa” è sfumata”. Esco, nel buio osservo se qualcuno del gruppo è ancora in giro… ritorno dentro, vorrei prendere l’autobus, non mi fido a prendere un taxi… sono le 21.00, il poliziotto che involontariamente mi ha salvato, mi dice che lì a quell’ora non passano più autobus.

Volevo cercarmi un hotel, alla fine decido di tornare in ostello, era l’unica soluzione… il poliziotto mi trova un taxi, il taxista mi chiede un prezzo esagerato per la corsa, tanto che il poliziotto in kirghiso lo guarda stupito e gli dice “non ti sembra di esagerare” … non tratto il prezzo… il che, a chi mi conosce dà un’idea di quanto fossi spaventata!

Torno in ostello e per tre-quattro giorni sono paralizzata dalla paura, non riesco a decidermi, vorrei proprio attraversare le montagne del Kirghizistan, ma a questo punto è troppo rischioso, alla fine faccio un biglietto aereo per Osh, la seconda città del paese, a sud-ovest, a 10 km dal confine con l’Uzbekistan.

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Tra le montagne del Tian Shian. Non mi stupisce che le chiamano le Montagne Celesti.

L’agenzia mi prenota un taxi per le 5.30 del mattino, dopo due giorni…

Ieri mattina alle 5.00 un taxista con l’aria giuliva si presenta per portarmi all’aeroporto… con un giorno d’anticipo?

Comincio a preoccuparmi… è un caso?

Non ho ben chiaro perché hanno tentato di sequestrarmi qualche giorno fa…

Ho tre ipotesi:

  1. Sul treno russo che mi portava verso il Kazakistan, un uomo, un kazako mi aveva detto di fare attenzione che in Kirghizistan sequestravano le donne europee a scopo di riscatto! Chiedono allo stato di origine un lauto pagamento per il rilascio. Avevo pensato che stava scherzando… e tra me e me avevo sogghignato, se mi capitasse una cosa simile, viste le mie idee politiche, stringerebbero la mano ai rapitori, gli darebbero una pacca sulla spalla e con un bel sorriso, gli direbbero: “Auguri”. “Tenetevela!”. Altri viaggiatori dello scompartimento mi dissero che non era vero.
  2. In ostello avevo avuto un problema con i mutandoni di un tagiko… si era offeso per un’osservazione… Al tagiko piacevo assai… mi aveva invitato a fare il viaggio con lui. Avevo rifiutato. Mi era venuto un dubbio… siamo in Asia Centrale, qui, una donna può valere meno di una mucca… (senza generalizzare, perché ho visto molto rispetto per le donne in Kirghizistan, forse proprio grazie alla lotta delle donne per migliorare la loro condizione), fino al 2013 si poteva rapire una donna, violentarla e costringerla al matrimonio; ora è illegale, la pena sono 6 anni di carcere… se rubi una mucca, ti prendi 7 anni!  Non è che il tagiko avesse deciso di risolvere la questione dei miei rifiuti alle sue attenzioni con un rapimento…?! Forse nel suo paese è ancora legale…
  3. L’altra ipotesi è la più spinosa… Non parlo mai o quasi mai delle ragioni del mio viaggio per il mondo che ormai dura da due anni… Sono ragioni politiche. Incautamente, avevo chiesto a un uomo conosciuto in ostello, un ingegnere informatico. (Chissà chi era?), se poteva provare ad aprirmi un file-video che qualcuno mi aveva inviato. Non riuscivo ad aprirlo, a volte sono un po’ imbranata… Spiegandogli brevemente le ragioni del mio viaggio, il tentativo di denunciare chi mi aveva massacrato per le mie idee politiche, finito miseramente con minacce di morte e altre “amenità” del genere e che il file era importante in un eventuale processo futuro. Poi cambiai idea e con una scusa non gli feci vedere il file… (due mesi dopo qualcuno mi farà sparire il file dal telefonino! Rubandomi anche una serie di chiavette usb e i chip di tre gestori differenti!) E poiché il tentativo di sequestro era organizzato come un’operazione da “commando” e  mi sono salvata per pura fortuna…

Questa mattina all’alba, un freddo boia e buio pesto, prendo il taxi “incrociando le dita”…

Non succede nulla. Ed è logico, perchè se mi fosse successo qualcosa, esclusa la prima ipotesi che era proprio scema, sono decenni che non accade nulla di simile, sarebbe successo in ostello. Dopo mezzora di viaggio in mezzo ai campi coperti di neve gelata, senza traffico e con me che continuo a guardare dal finestrino se qualcuno ci segue, arrivo senza problemi in aeroporto e finalmente parto per l’Uzbekistan.

 

Che tristezza… ho passato l’estate in un Rifugio Alpino.

Fine settembre 2014.

E’ finita la stagione estiva in montagna…

Ho lavorato in due rifugi. Ho lavorato per 16 ore al giorno senza un’ora di pausa, se non la mezz’ora scarsa del pranzo e della cena, a 60 euro al giorno! Ho abbandonato il 1° rifugio per varie ragioni: mi chiamavano a lavorare nei week-end, o per quattro giorni la settimana, a causa delle pessime condizioni meteo qualche settimana non ho lavorato per niente e… per la follia dei gestori del rifugio.

Poi dopo aver vagato in giro per le Alpi a cercare lavoro in altri rifugi, ho lavorato dall’inizio d’agosto fino al 15 settembre in un altro rifugio. Qui condizioni “più umane” 12,5 ore il giorno, poi pausa della colazione, pranzo, cena e due ore di pausa vera e otto ore di sonno. “Naturalmente” tutto in nero… per 1000 euro al mese.

I gestori in questo caso erano delle persone gentili con cui si poteva lavorare e vi garantisco che non è scontato.

A proposito non sto parlando dal profondo dell’Africa nera, o della lontana Asia e nemmeno dell’Est Europa, e neanche del profondo sud dell’Italia, bensì dal Piemonte… dal profondo nord dell’Italia. E non sono nera. E neanche immigrata.

Sono una donna piemontese, non giovanissima, alla quale la crisi economica iniziata nell’agosto del 2007 ha distrutto l’attività imprenditoriale, il tutto sommato ad altri problemi. Vedi la legge di Murphy “Se qualcosa può andare male, sicuro che andrà male “!

Reggere una crisi per sette anni o hai le spalle economicamente molto coperte da quantità notevoli di capitali o s’impongono inesorabilmente le leggi che regolano il sistema economico in cui viviamo.

Sono profondamente delusa. E molto arrabbiata.

Sono nata in montagna. Amo la montagna. Da sempre ho fatto escursioni, arrampicate, passeggiate in giro per i monti. Non avevo mai pensato prima di andare a lavorare in un rifugio… anche perché avevo di meglio da fare.

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Causa crisi lavorativa e desiderio di passare un periodo in montagna per “chiarirmi le idee” su cosa fare nel prossimo futuro – ossia pensare a come riuscire a mettere insieme il primo con il secondo e magari anche il dolce – sono partita a cercare lavoro nei rifugi come molti altri “pollastri”, e come tutti (verificato da varie chiacchierate con colleghi di altri rifugi) con una visione molto romantica e per niente realistica. In testa avevo come tutti i ”pollastri”: la montagna, la disponibilità che trovi di solito in montagna, la solidarietà che esiste tra gli alpinisti, ebbene….scordatevela! Non ha nulla a che fare con il lavoro in un rifugio alpino.

Qui c’è una cosa molto simile alla schiavitù, mascherata da “… qui, ci si deve adattare, siamo a 2000 metri” “si dorme tutti nella stessa stanza” o buco che sia, “si fa una vita comune”, “si lavora quanto serve”, “stare in rifugio è come in barca vela”. Il che sottintendo che c’è un negriero, che non hai un momento libero (non esiste proprio), lavori di continuo, la montagna non la vedi mai…

Tra l’altro, un giorno, mi sono fermata a guardare la montagna da una finestra e quando sono scesa la moglie del gestore, si stava lamentando che mi aveva beccato alla finestra – non me n’ero neanche accorta. Il marito le ripeteva: “Sì, ma ti rendi conto tutto il lavoro che ha fatto?”. Effettivamente non mi ero fermata un attimo da almeno dieci ore. E, urka… avevo osato guardare dalla finestra!

Un’altra cosa assurda è il cibo: lavori sedici o tredici ore al giorno, per poterlo fare hai bisogno di energia e quindi di cibo e invece vorrebbero darti da mangiare un piatto di pasta, magari abbondante, anzi neanche quello, perché un giorno a cui al gestore giravano particolarmente le scatole con la moglie, si siede a tavola, guarda nella padella che il cuoco stava mettendo in tavola e esclama “Poi, io e te, rivediamo le porzioni eh, è una quantità esagerata”, il cuoco esterrefatto, a bassa voce dice, ma c’è Carlo che ne mangia sempre due piatti”.  Infatti, non rimase neanche un filo di pasta nella padella e non solo, …io avevo una fame boia, perché un piatto di pasta se lavori 16 ore non ti fa neanche il solletico allo stomaco…! Ed ho scoperto parlando con gente che ha lavorato in montagna che più di un gestore, magari sottovoce oppure detto alla moglie pensando di essere inascoltati diceva “Eh qui si mangiano tutto!!!”. Da mettersi le mani nei capelli!

I gestori si lamentano di continuo, il tempo, il governo, le tasse. Le tasse… sono una lagna disgustosa, e sembra sempre che sono al centro del mondo, i puntelli della società, in realtà sono quattro gatti, sono evasori fiscali, pagano in nero  i loro dipendenti (non tutti) e li pagano con stipendi da fame.

, al colloquio ti dicono lo stipendio mensile è di 1800 euro, tu pensi, “Non male”, soprattutto se il lavoro che fai da anni è andato “a ramengo”, praticamente defunto. Ti accennano che c’è molto da lavorare, ma non ti dicono che lavorerai 16 ore al giorno. Lavorando 6 giorni su 7 significa che ti pagano 4,7 euro l’ora lordi. Una miseria!

E poi qualcuno parla di libertà di scelta. Questi sono i peggiori ipocriti. Raramente in questo sistema c’è la possibilità di scegliere. Esistono momenti storici, dove,  i lavoratori  in generale hanno un forte potere contrattuale, ma di solito non esiste nessuna scelta, esiste la NON scelta : accettare condizioni di lavoro capestro o morire di fame. 

La scelta è se lottare per migliorare i propri salari e condizioni di vita oppure no. Quando è possibile.

Ha metà ‘800, Marx sosteneva la lotta per la riduzione d’orario alle otto ore. La sua necessità. Famosa è la frase:  8 ore per lavorare, 8 ore per riposare, 8 ore per dormire. Ho provato, fino in fondo questa estate, la validità di questa tesi.

Ho compreso perché più di un gestore di rifugi, in chiacchierate informali, sostenevano o si lamentavano che “I giovani non reggono il lavoro in montagna!” oppure  “I ragazzi reggono al massimo un mese” (io, pensavo: sarà l’altitudine!) oppure “si, sono ragazzi che vanno in montagna, però poi dopo una settimana o due scoppiano e se ne vanno!” o ipocritamente “Si, amano la montagna, poi però in montagna spesso il tempo è brutto e leggere un libro per un po’ va bene, poi se ne vanno…” (il problema non è la noia, lavori talmente tanto e a lungo che il libro non riuscirai mai ad aprirlo…).

Oppure “Preferiamo gente giovane”, io ingenuamente pensavo: “Sarà per le agevolazioni fiscali…”. Poi scopro che le agevolazioni centrano fino ad un certo punto, tanto, pagano con voucher o in nero tutti quanti, la questione è che un giovane di solito, non sempre,  ha più energie (nelle due ore di pausa i miei colleghi ventenni andavano a dormire, io facevo una passeggiata sulle cime, lì intorno) e almeno un mese dura prima di crollare.

Questa esperienza mi ha rammentato un libro, letto molti anni fa, nel quale si ricordava che all’inizio dell’ottocento, a causa della giornata lavorativa di 14-16-18 ore, venne distrutta una generazione di lavoratori. Distrussero fisicamente, uccisero, nel vero senso della parola, migliaia di lavoratori, l’età media era scesa a 22 anni tra i lavoratori delle fabbriche inglesi. Lavoravano 6-7 giorni su sette, dormivano pochissimo, si nutrivano malamente perché avevano salari miserrimi, spesso si stordivano con alcool dalla disperazione, e le donne erano così sfinite che non riuscivano più a occuparsi dei figli. Figli malnutriti, a causa dei bassi salari , che crescevano in ambiente malsano, (erano i quartieri operai ottocenteschi nella fumosa Londra) con una mortalità infantile altissima.

Furono gli industriali più illuminati e meno idioti che compresero la necessità di ridurre la giornata lavorativa, qualcuno per spirito umanitario, altri perché sapevano farsi i conti. Non potevano continuare con simili condizioni semplicemente perché gli sarebbe mancata la manodopera che serviva al lavoro di fabbrica. E fecero approvare dal Parlamento inglese il “Job act”.

E ora anche noi abbiamo il “Job act”, (con la differenza che fa il percorso inverso) appena approvato, che mette nero su bianco una prassi che va avanti più o meno apertamente da un po’ di anni. Il massimo di precarietà, peggioramento delle condizioni di lavoro, aumento dell’orario e riduzione del salario e di conseguenza peggioramento delle condizioni di vita.

Sì, questa estate in montagna è stata molto utile: mi ha chiarito le idee!

Soprattutto su cosa è oggi il mondo del lavoro.

 

 

 

Urra! Passero’ l’estate in un rifugio alpino.

Primavera 2014.

URRA’! Passerò l’estate in un rifugio alpino.
Oggi assomiglio vagamente a Snoopy dopo che ha mangiato un biscotto, cammino a un metro da terra, sorridendo, dolcemente levito.

Un’idea che mi girava per la testa da un po’ di tempo. Lasciare la città per qualche mese con l’obiettivo di buttarmi alle spalle il passato, lavorare duro, decidere i nuovi sentieri da seguire in città nel prossimo futuro e soprattutto Vivere la Montagna, quella vera e dura, quella che ti mette alla prova.

Ho intenzioni “serie”. Voglio arrivare in vetta alle maggiori cime del Parco Orsiera-Rocciavrè. Monte Orsiera, il Rocciavrè, la Cristalliera, ecc.
Sprofonderò tra i fiori profumati, nell’erba dei prati tra i 2000 e 2900, dove non rimane che la nuda roccia, negli occhi le sfumature dei blu del cielo, dei laghi alpini, delle viole, dei “chiu cuc” (genziana in franco-provenzale), tra il verde dei prati, e il grigio dei sassi e delle rocce alpine.

 

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Viole di città a marzo.

Ogni settimana, nel giorno di riposo dalle fatiche del lavoro in rifugio, organizzerò un’escursione.

Comincerò con l’Orsiera, la “mia” montagna. Sono nata sul versante opposto, in Val di Susa. Ogni tanto mi allontano e mi dedico ad altro poi regolarmente ritorno.
Racconterò le escursioni. La vita in rifugio. La gente che va in montagna. Chi frequenta i rifugi come questo, raggiungibile in estate con l’auto, ma anche punto di partenza per passeggiate impegnative, quindi veri alpinisti, e famigliole, cittadini che al massimo fanno 10 passi oltre la portiera della propria auto.

Sono salita su, la prima volta, a metà maggio per il colloquio di lavoro. Partenza da Torino, stazione di Porta Nuova, alle 6.55 con l’autobus per il Sestriere.
Viaggiamo verso Pinerolo, poi lungo la Val Chisone, Perosa Argentina, Villar Perosa, è un salire e scendere di studenti, un delirio di voci, di molti sguardi allegri e qualcuno triste e assonnato.

Ascolto la storia delle disavventure sentimentali di una loro compagna di scuola e i commenti di solidarietà o disapprovazione. Tre di loro alla fine decidono di scendere e saltare la prima ora. Un piccoletto con lo sguardo calmo di chi sa andare per la sua strada, nonostante lo stuzzicano, non scende.

Poco dopo sale un ragazzo. Parlano tra loro della scuola. Sono meccanici. Stanno imparando a riparare, a smontare le macchine. “Hai visto, la Punto che hanno portato su? Non riuscivo a salirci, era tutta schiacciata. Per svitare il perno, mi sono infilato tra il sedile e il volante…” Si lamentano della mancanza di materiale. Con fierezza si raccontano come risolvono i problemi anche senza gli attrezzi giusti. Sono rappresentativi del “genio italico”, la disorganizzazione sociale salvata dalle capacità dei singoli, orgogliosi di svolgere un lavoro ben fatto.

Scendo dopo due ore a Depot, poco prima di Finestrelle. Sono le 9.00. Chiedo un passaggio ad un furgone che trasporta biancheria pulita all’Hotel di Pra Catinat. A Pra Catinat scendo, non si può proseguire con l’auto fino al 31 maggio.

A sorpresa sono avvolta dal profumo dei pini. Respiro. Sto bene.
M’incammino verso il Rifugio, tra i pini e i prati coperti di fiori gialli e viole profumate, il sentiero sale dolcemente. Un sentiero-balcone sulla Val Chisone, spettacolare il paesaggio e la vista sulle montagne. Tre alpinisti mi danno indicazioni, ho dimenticato la guida sul letto!

L’incontro successivo è con un cervo, sono controvento non sente il mio odore, infatti, mi osserva con calma e non fugge. Poco prima del rifugio una chiassosa marmotta mi da il benvenuto.